Da alcuni mesi il sistema mediatico italiano ha dichiarato una vera e propria guerra alle giovani generazioni (adolescenti, teenagers, ragazzi, giovani, ecc.). Ogni giorno un florilegio di articoli, commenti, servizi speciali, tutti punteggiati con le immancabili interviste ai presunti “esperti”, testimonia il degrado generazionale generalizzato. Su La Repubblica di oggi, ad esempio, si trovano 3 paginoni (20, 21 e 45) su bullismo, scuola e dintorni (c’è anche l’intervista naturalmente, al sociologo francese Edgar Morin).
Violenti, fatti di plastica, con le anime più vuote del vuoto di Democrito, gli adolescenti vengono descritti come degli alieni bravi solo a consumare, televideofarsi, combinare casini e sfracellarsi sull’asfalto durante i fine settimana. E senza produrre un cazzo (quindi non funziona nemmeno il produci-consuma-crepa di csiana memoria).
Ora, non nego che a quell’età si sia veramente degli alieni (basta fare un piccolo sforzo di memoria), eppure c’è qualcosa che non mi quadra. A parte il fatto che è abbastanza normale non riconoscersi/accettare supinamente un mondo e una società costruiti da altri (alieni a loro volta), il problema oggi è semmai l’eccesso di imitazione/omologazione. Siamo riusciti a mercificare ogni cosa e ci stupiamo che non ci siano più “valori”, quando invece di valori (di scambio) ce ne sono anche troppi. Si raccoglie quel che si semina, mi verrebbe da dire molto banalmente: e se semini merci raccogli merci, se allevi polli… (fate un po’ il conto di che grosso affare siano i teenagers in termini di consumo, tra cellulari, scooters, divertimenti vari, sostanze d’ogni genere e tutto quel mare di robaccia firmata!)
Eppure c’ è qualcos’altro che non mi quadra. E’ solo una sensazione più che un ragionamento. Ma mi verrebbe da dire che la guerra non è stata dichiarata a caso, e che alla generazione di quarantenni/cinquantenni i loro figli alieni stiano veramente sulle palle, soprattutto perché loro (i padri e le madri) non vogliono proprio invecchiare, né tantomeno levarsi di torno e lasciare spazio alle nuove generazioni. Il mito dell’immortalità si insinua anche attraverso il canale del giovanilismo: io son giovane fin che mi pare, tu aspetta il tuo turno (che spero non venga mai). La Bioepoca produce quasi naturalmente il blocco della più classica delle rotazioni: se non si vuol morire non c’è più spazio per chi nasce, è la legge di Anassimandro a dirlo: “Da dove infatti gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo“. Ora l’ordine del tempo si è inceppato, e si vorrebbe vivere in una eterna giovinezza e sospensione temporale. Niente di male, per carità, ma si deve essere pronti a pagarne fio e conseguenze.
Boh, come dicevo prima è solo una sensazione, magari mi sbaglio… comunque ho deciso che d’ora in poi io sono un uomo di mezza età, guai a chi mi chiama giovane! E spero che i giovani-giovani (quelli veri) comincino a fare casino sul serio – e dopo il ‘48 e il ‘68, speriamo in un bel 2008!

Mercoledì 9 Maggio 2007 alle 9:06 am
Siamo tutti genitori e figli. E siamo tutti orfani. Ancora? Sempre?
MIi.