LA POLITICA, LA SINISTRA E L’OMBELICO

By md

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Non riesco ad immaginare la mia vita lontana dalla politica. Senza voler scomodare Aristotele – che ebbe a dire che l’essere umano è per sua natura zoon politikòn, animale politico – è abbastanza evidente che, tranne rarissime eccezioni, se non siamo noi ad occuparci della politica è lei che si occupa di noi. Non possiamo non abitare la dimensione politica, volenti o nolenti.
Eppure non ho mai avuto così tanta nausea della politica come in questo periodo. Se oggi ci fossero elezioni, di qualsiasi genere, non andrei a votare nemmeno con la canna di una pistola puntata alla tempia. Sto cercando di capire qual è l’origine di questo rigetto – un malessere diffuso, tra molti amici, compagni, conoscenti – lasciando perdere le facili semplificazioni massmediatiche (la crisi dei partiti, la distanza tra paese reale e classe politica, la casta che ci governa, tutti argomenti molto fondati), oppure i ricorrenti ritornelli del senso comune (sono tutti uguali, sono ladri, aumentano le tasse, pensano solo agli affari loro…).
Il motivo, almeno nel mio caso, è un altro. Ho sempre pensato che “fare politica” fosse tutt’uno con l’essere di “sinistra” – laddove ho sempre identificato l’essere di destra come un lasciar stare le cose come sono o, al limite, con il qualunquismo. In Italia, per lo meno, ciò ha delle ragioni oggettive: una destra impresentabile e spesso clericofascista, ieri in forma di balena democristiana oggi di berlusconismo, più votata alla difesa piccina dei propri interessi e del proprio ombelico (la fabbrichetta, la villetta, la proprietà, con tutti i correlati ideologici tipici del perbenismo e dell’ipocrisia piccolo-borghese: il familismo, il favoritismo, l’evasione fiscale) che all’interesse generale.
Sinistra – e quindi alternativa all’Italietta di sempre – significava un tempo il PCI, poi, rotto il collateralismo con il mostro sovietico, l’area antagonista dei movimenti che si sono susseguiti dopo il ’68, e per me era chiaro come il sole che “fare politica” equivaleva a stare da quella parte, dalla parte degli operai, degli sfruttati, dei diseredati, degli studenti: la scommessa era quella di una società più giusta, dove a regnare fossero l’uguaglianza e la libertà. Non, si badi, le libertates medievali stile diccì o casa delle libertà – cioè la libertà corporativa di fare quel cazzo che si vuole – ma la libertà vera, quella che si misura con il bene sociale e che mentre realizza il bene di ciascuno realizza quello di tutti. Tutto ciò mi era chiaro e lampante, fin dall’età di 12 anni, quando, dopo aver preso coscienza di che cosa fossero i “proletari” e che io ne facevo parte, cominciai a dichiararmi di fronte ai miei amici e compagni “socialista”, poi via via “anarchico”, infine “comunista”.
In tutto questo, naturalmente, c’erano il sogno e l’utopia marxista della liberazione dall’alienazione capitalistica, la rottura cioè del sistema che mercificava gli esseri umani e le loro facoltà, rendendoli cose, per restituirli alla dimensione della libera realizzazione di sé.
C’era una volta tutto questo…
Poi è morto il PCI. I movimenti, si sa, per loro natura vanno e vengono – sono “carsici”, dice qualcuno; il comunismo ha bisogno di rivedere alcune categorie e di “rifondarsi” – anche se nel frattempo è caduto in letargo; la forma-partito deve essere rivista e il modo di fare politica deve cambiare; sono sorte nuove figure: non più il militante (o militonto, come veniva sbeffeggiato da noi critici-critici) ma il volontario, non più il partito ma l’associazionismo, non più gli intellettuali ma i tecnici, e così via. Bisogna poi tener conto degli scherzi della storia: il crollo dell’URSS e dei regimi autoritari a Est, la globalizzazione e la reazione dei movimenti no global, il discrimine dell’11 settembre e la guerra globale. (Detto per inciso e in modo lapidario: se a cavallo dei due millenni la passione politica e la speranza rinascono a Seattle con i movimenti, ci hanno pensato l’11 settembre e quel che ne è seguito a spazzar via entrambe).
Ma torno al punto essenziale. E per farlo mi tocca andare indietro di quasi 2500 anni e citare un altro filosofo greco (del resto la categoria occidentale di “politica” nasce lì). Platone, che riteneva missione principale del filosofo quella di riformare la pòlis, cambiando insieme la società e la natura umana, utilizza spesso quando parla di politica termini legati all’arte del “tessere” o anche a quella del “plasmare”. Si tratta di immagini che chiariscono bene quale sia la sua concezione della politica e dei politici: un’idea, cioè, forte, che plasma la società e i cittadini, mettendo però sempre in primo piano il bene comune. La politica è progetto, “tessitura sociale”.
In epoca moderna anche la “sinistra”, a partire dalla rivoluzione francese, fa sua questa idea forte di politica: la sfida è quella di cambiare il corso della storia, rivoluzionandolo – ma, diversamente da Platone che aveva una concezione aristocratica e autoritaria della politica – questa volta a partire dal basso, dai bisogni e dai desideri popolari.
Si parla oggi di “identità” della sinistra, di programmi, di progetti – o meglio della totale assenza di tutto ciò. La nausea che sento montare sta proprio qui: se intervenire sulla realtà per cambiarla si riduce ad “amministrarla” (peraltro male, visti i cumuli di monnezza in Campania o la camera a gas in cui l’area milanese si è trasformata, per fare solo due esempi); se poi il 90% della discussione riguarda i capi e i capetti, chi deve dirigere cosa; se su tutti i grandi temi, i fronti caldi, le questioni forti (la giustizia, il lavoro, i diritti delle minoranze, la laicità dello stato, l’etica, ecc.) c’è la debacle generale; se nella politica anche a sinistra imperversano l’elettoralismo, il clientelismo, il settarismo, il particolarismo, il personalismo; se i tempi della politica sono l’oggi televisivo senza un futuro che vada al di là delle scadenze elettorali… beh, allora…
Il discrimine è tutto qui: la “sinistra” (e la politica in generale) non crede più nell’idea forte della “trasformazione” e del cambiamento, e il disincanto per miti e utopie quasi sempre finiti malamente, l’ha come svuotata dall’interno: ora si tratta di “amministrare” e “governare”, come se la società fosse una specie di condominio o di azienda.
Tutte quelle cose che mi pare possano essere oggi ritenute di “sinistra” (l’insofferenza per i leader e ogni forma di autoritarismo, l’autodeterminazione dei soggetti, la centralità degli stili di vita alternativi ed ecocompatibili, l’uguaglianza come uguaglianza di diversi e di possibilità, non come omologazione-mercificazione, il superamento di tutte le forme identitarie chiuse e di tutte le “chiese” in favore di una scietà plurale e moltitudinaria), di tutto ciò non è rimasta quasi traccia, è tutto sparito, risucchiato dal blabla del chiacchiericcio quotidiano – o, per essere più precisi, tutto ciò non ha più nessuna forma politica, non è rappresentato, non abita più le organizzazioni, non ha una struttura progettuale.
Anche sulla progettualità e sul tempo della politica ci sarebbe molto da dire: se la sinistra non ha una prospettiva spaziotemporale ampia, che guardi al futuro (le generazioni) e al pianeta – la giustizia e l’uguaglianza o sono globali o non sono! – allora non può più dirsi sinistra. Anche in ciò la sinistra è diventata tragicamente inadeguata.
C’è poi un’altra questione, non ultima in ordine di importanza, molto più legata alla psicologia soggettiva: l’individuo dell’odierna società dei consumi (che è un narciso e vorrebbe vivere per sempre in un eterno presente), non è più in grado di reggere la tensione e lo scarto che c’erano in passato tra ansia della trasformazione e tempo dell’attesa: se il sol dell’avvenire verrà quando io non ci sarò più, a che pro battermi? Nello spazio esistente tra progetto di lungo periodo e amministrazione del quotidiano c’è lo scarto intollerabile tra storia e vita di tutti i giorni. Meglio allora che il singolo stia buono buono ad occuparsi del proprio orticello (tanto ci penseranno i “leaders” a fare la storia, papi e capi di stato, managers e direttori di banca). Come concludeva Voltaire un suo famoso racconto: “Voi dite bene, rispondeva Candido, ma noi bisogna che lavoriamo il nostro orto”.

Il centro… qualcuno mi sa dare una definizione di “centro” più corposa del suo significato geometrico? Il centro è la casa dei “moderati”, si sente dire. Ma cos’è la moderazione? Fumare poco o niente del tutto, bere poco, mangiare in modo corretto, rispettare i limiti di velocità, non alzare la voce, essere cortese… cose così. Ma allora anch’io sono (o mi sforzo di essere) di centro. Ma mi sovviene un sospetto: che la moderazione non abbia a che fare con la dinamica della paura? Mi modero perché ho paura di… e giù un elenco che non finisce più…? Sarà mica questo il segreto del centro e la sua presunta forza d’attrazione, per cui tutti son lì ad affollarlo?

Che dire della destra…? Quella italiana poi… La destra canta sempre la solita canzone, non ci si illuda e non ci si faccia ingannare dalle “novità” francesi o nostrane: dietro i pretesi valori “forti” c’è sempre la medesima cianfrusaglia ideologica. Gratta gratta, e sotto troverai sempre patria, famiglia, ordine, libertà (di trafficare) e – naturalmente – l’immarcescibile propensione piccolo-borghese di far finire il mondo dove finisce il proprio ombelico.
Il rischio, però, è che l’ombelico diventi la cifra stilistica della politica tutta, di destra, di centro, di sinistra, dei moderati e degli estremisti.

D’altra parte anch’io, sempre più spesso, me lo sto a rimirare…

7 Risposte a “LA POLITICA, LA SINISTRA E L’OMBELICO”

  1. Milena Dice:

    Ho letto il post quest’oggi e, un po’ come sempre, mi abbandono alle prime impressioni che provocano in me la sua lettura: pensieri sparsi che, a ben vedere, poco hanno a che fare con la politica, ché anche scrivere e parlare di politica non sarebbe far politica. Beninteso, non so esattamente cosa significhi e cosa sia far politica, anche se qualsiasi scelta e azione ognuno decida di mettere in atto, sia nella vita quotidiana che nel lavoro, ha probabilmente una piccola, molto piccola, o più o meno piccola, ripercussione sull’insieme. Nello stesso tempo ‘subisco’ la politica, le leggi e l’amministrazione, e le uniche azioni che mi sono concesse, o che mi concedo, sono l’andare a votare e pagare le tasse.
    Sembra inevitabile perciò che ci si dedichi a quello che si può obiettivamente fare: che nel mio caso significa occuparmi del mio orticello, lo ammetto, anche se è solo un orticello meta-fisico (mentre l’altra metà del campo, quello che sarebbe il giardino, è piuttosto in abbandono).
    E per quanto si abbia l’impressione che la vita soggettiva, personale, interiore, ritirata nel proprio ‘orticello’, sia separata dalla politica in senso esteso e più ampio, è pur sempre una scelta ‘anche’ politica, non necessariamente qualunquistica o di fuga dalla realtà, di un individuo che sceglie di ritirarsi nella propria soggettività, di aver cura di se stesso, prima di tutto.
    E in fin dei conti, se ogni cosa parte dalla propria interiorità, dall’interiorità di ognuno, anche la decisione di prendere parte alla vita attiva e le modalità dell’azione politica, non possono scaturire che da quella sorgente.
    Ombelico – hara, in sanscrito – è il centro in cui si crea e da cui muove l’energia. E sempre il movimento è dall’esterno verso l’interno e dall’interno verso l’interno, senza soluzione di continuità. E un movimento non esclude l’altro, ma lo completa e ne è lo specchio. Da come e cosa siamo nutriti, nutriremo la vita; e da come e cosa la vita sarà nutrita, nutrirà noi. (Interscambio e interrelazione, si dice: termini tecnici un po’ freddini, però: ma si sa, siamo moderni e occidentali, e limiamo le cose fino all’osso così che non traspaiano le emozioni, o per anestetizzare la poesia.)

    E’ inevitabile che ognuno di noi debba poi misurarsi sulle proprie capacità e limiti, nonché sulle capacità e limiti del tessuto sociale in cui è immerso, o sommerso, nonché sulle opportunità che può afferrare, per poter prendere parte alla vita attiva, o meno.
    Mi sorge però il sospetto che molti di quelli che prendono parte alla politica attiva, avrebbero fatto meno danni se se ne fossero astenuti. E invece son tutti lì, a mordicchiare l’osso… Se si rimirassero un po’ più spesso l’ombelico… bé, questo non farebbe loro male, e ci sarebbero meno danni nell’insieme.
    L’unica idea che mi viene in mente, al proposito, è rispolverare l’ostracismo: ovvero votare non per eleggere chi dovrà amministrare, ma chi non lo deve più fare!

    Comunque, la nostra generazione, come diceva il nostro caro Gaber, ha perso. Ed è lì infatti che è cominciato il ‘riflusso’, come si diceva ai miei tempi, quando quasi tutti si sono lasciati trascinare nella bolgia dei propri micragnosi interessi privati che, è vero, somiglia molto alla lotta per la sopravvivenza della belva, o della iena, che non guarda in faccia a niente e nessuno, che non ha ideali ma solo istinto e paura, e dove tutti sono nemici da combattere o da truffare, per ri-portare nelle proprie tasche la preda più grassa e più succosa.

    Per come la vedo io, nel mio piccolo, fare buona politica, significa fare il proprio lavoro con onestà, e farlo significa qualche volta anche non farlo comunque e ad ogni costo. Perché può anche accadere che per una malintesa adesione al ‘dovere’ e al conformismo, si permetta a qualcuno di calpestare i diritti propri o di qualcun altro, o di tutti.
    Ma a fare buona politica sono anche l’insegnante o l’impiegato pubblico che fanno il loro lavoro al meglio delle loro possibilità e con entusiasmo. O chi sceglie di lasciare una carica pubblica, lucrosa ma non più dignitosa, per dedicarsi all’insegnamento dei giovani: perché, alla fine, solo avvedendoci degli errori che sono stati fatti ed educando le nuove generazioni, gli uomini di domani, si potranno ottenere dei cambiamenti, e almeno loro potranno avere delle chance (se ne avranno il tempo, visto come siamo messi, se fra un centinaio d’anni il pianeta terra sarà inabitabile, prevedono).

    Una piccola aggiunta personale: mi muovo poco, ma quando mi muovo cerco, diciamo che ci provo, a tirar fuori la gente dal loro guscio. A volte basta poco, una parola, un sorriso, una pacca sulla spalla, ascoltare le persone, per strada, al supermercato, chiunque, per interrompere questa catena di chiusura e di inimicizia. Andare nel mondo in punta di piedi non basta: qualche volta bisogna trovare il coraggio di ballare. In realtà dovrei proprio finirla di star qui a battere sui tasti di questo computer obsoleto: ma per il momento, sono ancora qui, io stessa, sommersa nel mio guscio. Cosa sto facendo?
    (segue…)

  2. Milena Dice:

    E poi c’é la paura: eh no, non sono d’accordo col motivare la moderazione civile con la paura. La moderazione civile ha a che fare col riconoscere i limiti propri e quelli degli altri, perché dove finisce la mia libertà inizia quella degli altri, quindi i limiti sono necessari per non commettere prevaricazioni, prepotenze, ed è sui limiti che si fondano il diritto e la legge. Io non commetto un reato perché ho paura, ma perché mi assumo la consapevolezza dei limiti che non devo superare per il bene comune, mentre un incivile ne verrebbe trattenuto esclusivamente per paura della punizione. Temo però che di inciviltà ce ne sia in giro molta, e che le punizioni non siano abbastanza paurose per quella risma.
    La paura per me agisce prevalentemente in campo privato, quando per paura sto zitta invece di parlare, quando non faccio qualcosa, alla quale legittimamente aspiro, per non espormi al pericolo di essere giudicata o di sbagliare. Certo è che a non esprimersi e a non far nulla, si sbaglia di meno.
    Poi però c’è il rovescio della medaglia, ed è la rabbia che sale da dentro e che magari poi esplode all’improvviso a dispetto di tutte le più perfette buone intenzioni piccolo-borghesi: perché quello, giustamente, non si può fare, quest’altro nemmeno, e neppure codesto, mentre tutti gli altri fanno tutto quel che gli pare e se la ridono e godono pure.
    Bé, le cose così non funzionano: bisogna avere il coraggio di esprimere, ed esprimere anche ad alta voce, una sacrosanta ira per le ingiustizie e i soprusi che vengono commessi nel mondo, sia quando capitano a noi in prima persona, sia per quegli enormi orrori ed errori madornali. E se tutti lo facessero insieme, si alzerebbe un urlo che persino Dio lo dovrebbe sentire, se avesse orecchie. Ma cosa ci succede? perché non urliamo tutti, insieme? non sarà perché, dopotutto, abbiamo le pance ancora fin troppo piene di cibo avariato, e le orecchie otturate da musica di merda, e gli occhi annebbiati dalle immagini di mamma televisione?

    E poi, d’altra parte, c’è il fatto privato: che ognuno ha diritto di vivere la sua vita, non solo per sé, ma anche per gli altri, ma che per farlo davvero non deve permettere di lasciarsi paralizzare dalla paura. Anzi: credo che sia compito di ognuno superare le proprie paure: progressivamente liberarsi.
    Non è solo una questione di carattere, bisogna andare al di là del proprio carattere psicologico. Forse bisognerebbe imparare dalle tecniche dei samurai.
    (Ora sto partendo per portare i miei vecchi al mare, ma quando torno comincio, se sopravvivo.)
    Ma, un’altra cosa, quando si parla di destra e di sinistra: mi sono ricordata di quand’ero bambina, quando mi era così difficile ricordarmi qual’era la destra e quale la sinistra: e per farmelo ricordare l’unico espediente che i grandi erano riusciti a trovare era di insegnarmi a fare il segno della croce, che si sa, è obbligatorio farlo con la mano destra, pure per i mancini! Ma ad un bambino non interessa sapere qual’è la destra e qual’è la sinistra: un bambino afferra ciò che vuole con tutte e due le mani insieme: per lui esiste solo il centro: lui sta nel centro della vita. E lo conosce meglio dei grandi, perché non se ne è ancora allontanato di molto.
    Forse noi stessi siamo come l’universo, che dal momento del Big Ben ha cominciato ad espandersi a spirale con movimento centrifugo, sempre più lontano dal suo centro, quando era uno e indiviso. Tra l’altro gli astrofisici hanno da poco scoperto che la velocità di fuga dell’universo non sta rallentando, come prima credevano, ma accelerando; e che fra 100 miliardi di anni l’universo morirà di morte termica. Chi se ne frega: è solo una curiosa metafora sul microcosmo che si specchia nel macrocosmo. E viceversa.
    (Milena)

  3. md Dice:

    Quando ho messo in relazione la paura con il centro e la moderazione ho in realtà ecceduto con la semplificazione: mi premeva solo accennare al fatto che oggi la “paura” (come forse è sempre stato) è diventata una formidabile molla di esercizio del potere e del controllo sociale. Paura degli immigrati, dei pedofili, dei ladri, delle bande slave, degli zingari, dei gay, del terrorista di turno… anything goes pur di tener buona e inchiodata la gente allo status quo, distraendola magari dai veri nodi del disagio sociale.
    Aristotele pensava alla virtù come alla via di mezzo, ma io l’ho sempre intesa non come un centro tra due estremi ma come il vertice di un triangolo isoscele.
    Sull’ombelico: è più che legittimo ritirarsi in campagna, come cantava Gaber in “Io se fossi Dio”, canzone-simbolo di uscita dall’affollamento degli anni ‘80 con tutto il portato del disimpegno, del riflusso ecc. Ritengo a tal proposito più utile una politica della “ritirata” – come l’aveva a suo tempo definita Enzensberger – cioè: risparmiare il mondo, la società, le generazioni che verranno, anziché infligger loro ulteriori danni e disastri.

  4. md Dice:

    Dimenticavo: complimenti per l’uso del termine “micragnoso”, rende bene l’idea fin dal suono!

  5. Milena Dice:

    Non ho frainteso quello che intendevi dire quando hai parlato della paura, e naturalmente condivido. Ma come al solito tu dici una cosa e io vado fuori tema – è la mia specialità: sono un’allieva indisciplinata!- o prendo vie laterali che mi portano da tutt’altra parte. Parto, e torno indierto a 160 all’ora infrangendo i limiti di velocità! e come mi piace…
    Ma, secondo te: ci sono vari generi di paura, oppure ogni paura proviene dallo stesso istinto che, forse per auto-difesa, viene proiettato all’esterno? E ognuno di noi, prima di tutto, non ha il compito sacrosanto di sradicare la propria paura? E le paure collettive non sono forse le paure di tutti quanti che si moltiplicano ed esprimono all’ennesima? soprattutto quando vengono fagocitate dai media?
    Che poi il potere usi la paura come strumento per tener la gente in soggezione, non è una novità. La novità sarebbe creare momenti di rottura, o aperture in cui muoversi liberamente in uno spazio immune dalla paura, o dove esercitarsi per liberarsene. Finché io ho paura, il mondo mi fa paura…, e ho paura anche della paura degli altri: io alimento la paura degli altri e loro alimentano la mia: è un circolo vizioso.

    E a proposito di complimenti, trovo bellissima la tua frase di chiusura “D’altra parte anch’io, sempre più spesso, me lo sto a rimirare…”; e anche la definizione di virtù come “vertice di un triangolo isoscele”.

    E pensa che, se fossi libera dalla paura, avrei inserito il seguente commento all’immagine:
    “Beh insomma, visto che c’eri potevi anche farcelo vedere in versione integrale…
    Ah già, dimenticavo: sei un moderato! infatti hai tralasciato di aggiungere: non possiamo far l’amore con chi ci pare… però…magari domani…”; … ma siccome ho paura di esagerare – ovvero di urtare la sensibilità di chicchessia – non lo faccio, ovvero mi astengo dall’inserirlo: non sono abbastanza virtuosa…
    Ciao.
    Milena.

  6. Flora Dice:

    …e a parte rimirarsi l’ombelico (che trovo un’incantevole punto d’osservazione), il mio amico Magris (che adoro quando partorisce delle idee così affascinanti) consiglierebbe di “ammirare il paesaggio a testa in giù, tra le gambe aperte”, ossia “cercare prospettive inconsuete”, poiché “anche l’universo va guardato, almeno ogni tanto, da quella posizione”. E visto che “la ragione, si sa, ha spesso un rovescio inquietante…”.
    Flora.

  7. (NON) VOTO LUCIDO? « La Botte di Diogene - blog filosofico Dice:

    [...] già scritto altrove dei miei mal di pancia politici, dopo decenni di militanza – nei movimenti, non certo nei partiti. [...]

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