MORTE E VITA DELLE PAROLE

Così muoiono
le parole antiche:
come fiocchi di neve
che dopo aver esitato nell’aria
cadono al suolo
senza un lamento.
Dovrei dire: tacendo.

Dove sono ora i cento
modi di dire farfalla?
Sulla costa di Biarritz raccolse
Nabokov uno di quei
nomi: miresicoletea.
Guarda, ora è sotto la sabbia,
come il frammento d’una conchiglia.

E le labbra si mossero
e dissero proprio miresicoletea
quelle di quei bambini
che furono i padri
dei nostri padri,
quelle labbra dormono.

Dici: un giorno di pioggia
mentre camminavo
su una strada della Grecia
vidi che le guide di un tempio
indossavano impermeabili gialli
con un gran disegno di Mickey Mouse.
Anche gli antichi dèi dormono.

Le nuove parole, aggiungi,
sono fatte con materiali volgari.
E parli di plastica, di poliuretano,
di caucciù sintetico, e dici
che finiranno tutte assai presto
nel cassonetto dell’immondizia.
Sembri un po’ triste.

Ma guarda le bambine
che strillano e giocano
davanti alla porta di casa,
ascolta attentamente quel che dicono:
Il cavallo è andato a Garatare.
Cos’è Garatare? domando.
Una parola nuova, rispondono.

Vedi, le parole non sempre sorgono
in solitarie aree industriali;
non sono necessariamente prodotto
degli uffici per la pubblicità.
Sorgono a volte tra le risate,
e sembrano pollini al vento.
Guarda come vanno verso il cielo,
come nevica verso l’alto.

(Bernardo Atxaga, Il libro di mio fratello)

9 Risposte a “MORTE E VITA DELLE PAROLE”

  1. milena Dice:

    l’altro ieri al supermercato
    ho visto due bimbi gemelli
    - bimbi cinesi con codino da mandarini
    seduti nel carrello della spesa
    sopra un grosso cocomero
    davanti al frigorifero del latte panna e affini

    parlavano una lingua dai suoni dolci
    che io non capivo, ma
    indicavano col ditino qualcosa
    alla donna che li scarrozzava in giro
    e la chiamavano ‘mamma’
    come l’avrei chiamata anch’io.

    milena r.

  2. milena Dice:

    grazie, Mario, per la bellissima poesia di Bernardo Atxaca:
    … ci ha procurato un diletto puro*…

    * “diletto puro” è l’espressione usata da Kant per descrivere la sensazione che lui provava nel leggere un bella poesia, così come ci confessa in una nota nella sua ‘Critica del giudizio’ (libro secondo, § 53), libro che da qualche tempo che sto cercando di leggere.
    Sto solo cercando, infatti, perché è un vecchio libro in edizione economica del ‘72, che quando lo apro i fogli si staccano… e ogni volta sembra lì lì per andare in frantumi. Anche ieri, sul torrente Sesia, me lo sono portata appresso e ho letto qualche frase, o anche solo qualche parola, mentre guardavo il cielo - che se talvolta anche una sola parola può aprire un mondo, figuriamoci due… come “diletto puro”.
    Sabato, la lettura della poesia di Atxaca mi aveva procurato una forte emozione, che non sapevo come descrivere, quali parole usare, così che ieri Kant me le ha suggerite… e non credo esistano parole più indicate.
    Personalmente ho anche l’impressione che la bellezza possa essere contagiosa… ma su questo e altro avremo modo di esprimerci sul post di oggi, che ho appena letto, e che, considerando le premesse, oggi è stata una bellissima sorpresa!

  3. milena Dice:

    *DIPINTURA N. 1* (revisione)

    l’altro ieri al supermercato
    ho visto due bimbi gemelli
    - bimbi cinesi con codino da mandarini
    seduti nel carrello della spesa
    sopra un grosso cocomero
    davanti al frigorifero del latte panna e affini -

    parlavano una lingua dai suoni dolci
    che io non capivo
    e indicavano col ditino qualcosa
    alla donna che li scarrozzava in giro
    e la chiamavano ‘mamma’
    come l’ho sempre chiamata anch’io.

    (milena r.)

    ho scritto queste dodici righe, di getto, appena ho letto la poesia di Atxaca.
    è la descrizione di un piccolo banalissimo episodio di cui sono stata testimone, al supermercato, niente più di una foto di dodici secondi invece che di uno, che può piacere o meno, ma ormai è un fatto.
    se avessi avuto una macchina fotografica, avrei scattato una foto, forse.
    ma non ho una macchina fotografica, ho solo i miei occhi, che non vedono sempre molto bene, e le parole, che a volte mi sfuggono.
    solo dopo averle scritte, ho pensato che, se esistono parole che muoiono e altre che sorgono come d’incanto, ci sono anche parole che perdurano, e accomunano tutti gli uomini.
    non so se è vero, ma si sembra di ricordare di aver letto, che alcune parole, in svariate se non in tutte le lingue, provengono dalla stessa radice comune. io però non so quali sono, non sono un’esperta, ma mi piacerebbe conoscerle.
    il mondo è colmo di bellezza, e qualche volta balza agli occhi anche se non lo vogliamo.

  4. milena Dice:

    Sono stata in biblioteca ieri per prendere qualche libro da portare in vacanza. Così, per curiosare un po’ quello che scrivono gli scrittori di romanzi contemporanei. Varia umanità, come si dice, letture amene.
    Come in ogni cosa, più passa il tempo più sono esperta in niente, forse neppure in torte, che almeno questo sarebbe una consolazione se qualcuno si degnasse di mangiarle.
    A parte la disgressione e, come dicevo, non essendo esperta di letteratura contemporanea, e non avendo sul momento un filo diretto da seguire, ho afferrato qua e là libri come piovessero dal cielo - un cielo molto carino, devo dire.
    Tant’è che sono uscita dalla biblioteca con un malloppo consistente di sette libri addirittura, che però è solo la metà di quelli che avrei potuto portarmi via. Pensa!
    Li ho pesati: sono 2 chili e 2 etti - più o meno come un bambino nato di otto mesi, o un grosso coniglio. La mia gatta pesa di più: 3 chili e 2 etti, ma solo perché d’estate dimagrisce. Non chiedetemi però quante sono le parole… Uno sproposito? se trasportassi i testi sul computer le potrei contare. Ma a che serve?
    Nel pomeriggio, poi - che ormai il cielo si era annuvolato e anche adesso sta piovendo - li ho aperti per leggere, sempre qua e là, giusto per tastare il terreno, uno dopo l’altro.
    E ora ho deciso: me ne porterò in vacanza solo due, o tre al massimo, i più piccoli e leggeri. Anche perché non avrei il tempo di leggerli tutti, né la vista. E neppure lo stomaco. Che il vero motivo, infatti, è che non ho voglia di fare indigestione. Tanto varrebbe, allora, portarmi in vacanza la Fenomenologia dello Spirito, o i Dialoghi di Platone, o via dicendo. O persino una Divina Commedia, o l’Eneide, o l’Ulisse, o la Bhagavadgita. Oppure uno di quei bei libri per bambini - sì, sarebbe stato meglio.
    Leggendoli, sempre qua e là, come dicevo, ho avuto l’impressione che i libri, e le parole, valgono quanto i cibi. E anch’io, come tutti, anche nei cibi ho i miei gusti, non mangio qualsiasi cosa., insomma. Posso curiosare, anche assaggiare, sempre qua e là, ma poi scelgo - cosa vale la pena di considerare nutrimento. Certi cibi, come certi libri, sono veleno.

    Questa sera però - sorpresa! - mi sono accorta di aver metabolizzato abbastanza bene e senza conseguenze: niente brufoli, insomma, o bruciori di stomaco o diarrea.
    Forse anche i veleni, presi a piccole dosi, sono curativi. Anche se mi presentano una visione del mondo alla rovescia e anche se per qualcuno quel rovescio potrebbe essere l’unico verso giusto. O possibile? no, no, no, alla fine quello che in copertina veniva annunciato come possibile, nell’epilogo risulta palesemente impossibile. Cavoli loro, dico io. Che da parte mia preferisco galleggiare ben al di sopra di quel mare di cacca.
    Ma anche la cacca esiste, non c’è dubbio. E’ molto reale e consistente, più o meno, e profumata anche più o meno. Ma va a gusti. Dipende. Chi lo può dire? E non c’è dubbio che sia il genere di cacca della più sopraffina! Anche stimolante, o eccitante, come si suol dire, e nello stesso tempo un po’ perversa.

    Saramago, be’, Saramago è tutta un’altra storia. L’unica cosa che non capisco è perché debba fare a tutti i costi l’eccentrico e costringerci a leggere a fatica il discorso diretto tra le virgole anziché tra le virgolette o i trattini, come fanno tutti quelli che hanno qualcosa da dire, che tutti quanti li possiamo capire facilmente e senza tanti problemi.
    Ma cos’avrà mai da nascondere? e quali segreti noi da scoprire? con gli occhi arrossati per lo sforzo soprannaturale e il filo del pensiero a brandelli? Eh già: lo stile! Uno deve pur inventare qualcosa di nuovo e originale, che se no non fa testo e non entra nell’empireo della letteratura da tramandare ai… posteriori. Mi ci devo abituare? vuoi dire? Sì, può darsi… ma intanto ho già capito che alla fine mette tutte le figurine sotto la pioggia a spantegarsi… ed è finita lì.
    E uno si deve leggere tutto quel po’ po’ di malloppo per questo!

    La Morrison… sto cominciando a canticchiare come lei. E sto già investigando chi potrebbe rifilare un po’ di digitale a un tipo di quelli stronzi che gli farebbe benone. Ma no, non ne vale la pena, meglio canticchiare… parlami d’amore Mariù/ tutta la mia vita sei tu/ gli occhi tuoi belli brillano… stelle… scintillano…
    [...qualsivoglia riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale... ]

    Comunque quello che mi viene in mente ora è che ognuno deve trovarsi le ’sue’ parole, che anche se le parole sono sempre quelle del vocabolario, ne più né meno - anche se qualche volta muoiono e qualche volta ne sorgono di nuove, e anche se qualcuno ne conosce moltissime più di qualcun altro - è meglio che ognuno se le metta insieme da solo, e che di tanto in tanto è proprio il caso di mandare a fanculo persino il leopardi di turno e il pincopallino.

    Certo che lì in biblioteca tutte quelle parole devono fare un mucchio di rumore…
    E in più mi ci metto pure io…
    Buone vacanze…
    Silence, please…

  5. milena Dice:

    Interrompo ancora una volta il silenzio: sono incorreggibile, ma sento il bisogno di rettificare… Ho leggiucchiato ancora quel libro che parla del ‘la possibilità di un’isola’. Mi ci vorrà di più per leggerlo meglio, e non è corretto che ne abbia parlato prima, come ho già fatto. In ogni modo, ora credo che sia interessante (compresa la struttura ad incastro). Per prima cosa mi aveva fatto arrabbiare moltissimo, quindi un punto a favore, perché non posso che considerarlo una provocazione, anche se non conosco l’autore, il suo contesto, le altre cose che ha scritto; e una critica feroce, una panoramica delle peggiori possibilità che potrebbero accadere. Nonché una veduta dal punto di vista più cinico e amaro possibile della nostra società, del nostro modo di vivere. Molto attuale. Generalmente preferisco guardare le cose in altro modo, ma anche guardarle così, lo ammetto, è possibile: anzi, rimette in sesto! Ed è proprio la sua attualità a renderlo così indigesto, come ai suoi tempi poteva esserlo un Gadda, per esempio. Espone molto realisticamente tutti i peggiori cattivi pensieri che, non sempre o quasi mai, osiamo dichiarare, perché a tutti i costi vogliamo essere ‘buoni’, a parole… starne fuori, non farci sfiorare. Un mondo dove l’unico amore incondizionato è dedicato esclusivamente ai cani. Dove le donne sono sole con la loro fica, e agli uomini interessa solo farselo rizzare, in un primo tempo, poi, nei cloni successivi, nemmeno quello. Che in fondo… a cosa serve? Dove i vechhi danno fastidio e crepano come nell’estate del 2003, senza cure e nell’indifferenza incolpevole di tutti, che in ogni emergenza nessuno sa più cosa fare e tutta la nostra tecnologia non serve a molto. Coppie che decidono di non volere figli, perché i bambini sporcano, danno fastidio, piangono, non lasciano vivere e sono un peso, e ognuno deve occuparsi soprattutto di godere ed essere ‘felice’. Nessuno che vuole invecchiare, le donne soprattutto, condizionate dai settimanali di moda ecc., e i modelli di bellezza oggi vengono fagocitati dai media, non c’è dubbio, e noi ce li beviamo assolutamente impotenti come innocentemente beviamo la coca-cola, così che quando perdi la ‘bellezza’ del corpo, così come viene imposta, non sei più nessuno. Inoltre, immagino sia anche credibile che un’elite spinga la scienza ‘bio-non-so-cosa’ a mettere a punto un sistema di clonazione, anche se non è ancora chiaro che ci possano riuscire. Poi c’è l’aspetto delle comunicazioni sintetiche, in rete, cosa che già stiamo sperimentando da qualche tempo, e che renderà i rapporti sempre meno ‘umani’ e sempre più mentali, dove amicizia-sorrisi-contatti non sono contemplati e diventano superflui. Ma per fortuna ci sono i cani. Una bella esposizione, non c’è che dire… Quando l’avrò letto tutto, se non sarò troppo nauseata, cercherò di scriverne meglio… oddio… meglio?… volevo dire in modo più preciso. In ogni modo, ho cambiato prospettiva: la ‘possibilità di un’isola’ mi sta facendo morire dal ridere. Tra parentesi: è un modo come un altro di morire (per modo di dire). Io però la coca-cola non la bevo mai. Quasi non ricordo nemmeno che sapore abbia, ma di quel che mi ricordo non mi piaceva molto, la trovavo insipida. Niente a che vedere con il té allo zenzero.
    Mi rendo conto che questo commento non c’entra niente con l’argomento del post, quindi anche un clik va bene… pourquoi pas? Tanto vale. E un intero mese di silenzio…

  6. milena Dice:

    Probabilmente non interessa a nessuno, nel qual caso consiglio vivamente di desistere nella lettura di quanto segue, ma, come qualcuno potrebbe aver previsto, alla fine mi sono innamorata della scrittura di Saramago, che, col suo discorso diretto racchiuso dalle virgole anziché tra virgolette, e il suono di quel fiume che scorre, inesauribile, tra le rive, e che non sa dove andrà a finire, non è chiaro se il fascino provenga dal fiume, dal flusso, o dal moto continuo, oltre che delle sue storie, naturalmente, che da quando ho cominciato a leggere non ho ancora smesso, e non so neanch’io verso quale luogo mi stia trascinando, senza peraltro volergli resistere o poterlo fare. Così che, mentre ogni sera leggo ancora uno o due capitoli de “La caverna”, ma sarebbe meglio dire che mi ci addentro e l’esploro, la caverna, sera dopo sera, così vasta che sembra contenere, davvero, dieci più dieci meno, tutte le idee del mondo, anche se sfocate e confuse, talora, al punto che non riesco più ad immaginarmene di nuove, o qualcun’altra che non si possa trovare strada facendo tra le pagine di questo libro, impastate l’una con l’altra al ritmo di questa scrittura, tra virgole e lettere maiuscole, come ho già detto, in periodi non semplicemente lunghi, ma estesi, visto che si espandono in ogni direzione, abbastanza da far mancare il fiato, e col filo del discorso che molto di rado dice punto e a capo, sto già pensando che non mi accontenterò di leggerlo una volta sola, non può bastare, certo, se mi rimarrà qualche diottria da consumare. E ancora, non so se a qualcuno possa interessare quanto sto proseguendo a dire, che infatti sarebbe più appropriato affermare che non c’è molto più del fenomeno, accertato, di continuare a fare qualche esercizio di scrittura, a seconda dei modi, tempi e stili più consoni ad un dato argomento, che nel caso attuale si esaurisce nel costruire periodi contorti fra le parole, a significare che molto più spesso di quanto si creda, soprattutto se combinate in maniera imprudente o impulsiva, insieme al gesto abituale di gettare un po’ di fumo negli occhi, non rimane più del senso che vogliamo dare loro, seppure, prese una per volta, ce l’avrebbero ben chiaro un senso, molteplice, è ovvio, visto che il vocabolario non riporta parola che di senso ne abbia proprio uno solo. Hai voglia a dire che, Ogni parola ha una vita propria, e non dispiacerebbe fosse vero, se non fosse, per l’appunto, che isolata l’una dall’altra, o anche prese tutte insieme quando ancora sono a riposo, somigliano a un mucchio di mattoni in attesa di essere intrappolati, uno sopra e uno a fianco all’altro, nella trama dell’impalcatura che li sostiene.
    Ad ogni buon conto, rileggendo quello che avevo scritto prima delle vacanze, di cui forse non si coglieva l’ironia, ora riesco giusto a sostenere che forse avevo gli occhi stanchi per iniziare a leggere qualcosa di impegnativo, e magari già sentivo che avrebbe preso in ostaggio molte delle ore che avevo programmato di impiegare a guardare il cielo. Inutile dire, E’ meglio non fare programmi, a breve o a lungo termine, soprattutto in questioni d’amore, che di questo si tratta, infatti, visto che, coi suoi libri in valigia, era un incontro che non avrei potuto rimandare per molti giorni a seguire. E’ giunto il momento, però, in cui posso osare dire, Sì, è stato un buon incontro, anche se non sono ancora definitivi gli effetti che ha prodotto, o che produrrà in futuro, a cominciare dal problemino personale che sul momento paleso in rapporto alla posizione più appropriata da destinare alle virgole, e anticipando il fatto che neppure adesso i miei occhi, se non del tutto fiacchi, siano proprio riposati.
    Diversamente, “la possibilità di un’isola”, ha smesso di divertirmi ancora prima che finissi di leggerlo, e non c’è verso di convincermi a riprenderlo in mano, dev’essere una questione di economia, ahimé, oltre che di gusto personale, che il cinismo, intendiamoci, è un genere che non rientra nei miei tratti, visto che non mi riesce ancora di capire il vantaggio di sbattere la testa contro un muro senza la certezza matematica di vederlo andare a pezzi prima che ci vada io, soprattutto quando la strategia più effivace, meno violenta e dolorosa, rimane pur sempre il provare ad aggirarlo, il muro, dal momento che, per quanto non l’abbia vista coi miei occhi, immagino che persino la muraglia cinese prima o poi ha una sua fine. E forse è così in ogni cosa, a quanto pare, ci sono cose che piacciono e cose che, nonostante l’abitudine, non potranno mai piacere, ma, se non le si conosce, o non le si prova, o non le si legge, e rilegge, se ne vale la pena, come lo si può sapere, è questa la domanda che vorrebbe, e nello stesso tempo stenta, a prender il volo.

  7. milena Dice:

    (Ho scritto quel che segue sulla scia della potente suggestione linguistica che mi ha provocato la lettura di Saramago. Vogliate perdonare l’intemperanza… se potete.)

    “Ultime novità dalla Caverna, e non nascondo di essermi ripassata il mito per trovare le corrispondenze col racconto di Saramago che proprio ieri notte ho terminato di leggere, almeno una prima volta. La cosa curiosa è stata che ero ancora lì, così immersa da non riuscire a venirne a capo, senza sperare quasi più che neppure il Nostro riuscisse a condurci all’aperto, quando tutto a un tratto il groviglio dei fili incastrati tra i cunicoli si sono sbrogliati e all’improvviso ci siamo trovati fuori, col gomitolo ben arrotolato in mano. Ed è incredibile come fosse soffice e leggero. E non pareva vero che fosse costata tanta fatica e ci abbia fatto disperare tanto, mentre in quel momento palleggiavo su e giù nel palmo, tutto quanto in un solo ammasso, l’intero percorso dall’inizio alla fine, compreso il centro.
    Non vorrei complicare ora le cose più di quanto già non appaiano, evocando all’acqua di rose l’altrettanto noto mito di Arianna, se non fosse che i miti antichi conducano, molti o tutti o quasi, alla medesima via d’uscita, ovviamente per diversi sentieri. O almeno così mi sembra. Né dirò di che si tratta, come sia possibile imboccare la via d’uscita, in parte perché non lo so nemmeno, e men che meno per il momento lo so tradurre in parole, e anche se lo sapessi non lo farei, che priverei qualcuno del divertimento di scoprirlo da solo e non sarebbe bello, senza contare che una caverna non è uguale a un’altra e prima o poi capiterebbe di sentir dire, Mi hai dato una mappa falsa, e forse nessuno scoprirebbe alcun tesoro, in parte perché io stessa ho seguito un altro, che nel caso in questione potrebbe essere Saramago, ma non è certo, visto che non lo conosco, E come potrei, mi domando.
    Una cosa ancora però mi va di dirla, ed è la cosa che mi ha fatto più impressione, ma non è facile, che più che parlare, ve ne sarete accorti, io balbetto. E se fosse vero che ogni balbuziente si offende quando, nel momento in cui non riesce a pronunciare una parola, chi lo sta ascoltando per tagliar corto la pronuncia al posto suo, questo non è il mio caso, potete star tranquilli, non mi offendo se per caso mi suggerite per tempo la parola che mi manca, che non riesco a pensare o fa fatica a uscire. Del resto la pazienza, si tratti di parlare o di stare ad ascoltare, è diventata una merce rara, per essere un passo avanti siamo tutti in corsa e si va di fretta, mentre il tempo ce lo lasciamo indietro ad aspettare, Ma cosa, visto che rimane là da solo come il salame a far la muffa, mi chiedo, che se anche poi lo tagliamo a fette non è più intero.
    Questo invece non accade nella Caverna, che per quanto sia una caverna, lo dice la parola stessa e non abbiamo alcuna ragione di dubitarne, come il Cynar che combatte lo stress della vita moderna, in quella Caverna particolare, dicevo, non un’altra ma proprio quella, le cose fin dall’inizio vanno un po’ meglio che altrove, perché le persone, ma sarebbe più esatto definirli personaggi, forse amano comunicare. Si rivolgono la parola, si ascoltano con attenzione, si rispondono con premura, si osservano con cura, e per finire si scambiano gesti d’affetto, senza neppure giungere ancora a dire che si amano fra loro, sì, in quella caverna particolare la situazione di partenza è già abbastanza ideale da preannunciare, seppure attraverso un percorso ad ostacoli tutto nodi e strozzature, un finale perlomeno possibile aperto sul futuro.
    Detto questo riuscirete a capire perché ora dico che mi piacerebbe vivere in quel libro, che in lingua originale risulta essere “A Caverna”, tra quei personaggi, compreso il cane, che si chiama Trovato, perché è stato trovato, appunto, e non perso, e se qualcuno adesso mi potesse confermare che in greco si traduce con Eureka, mi farebbe un favore. Personaggi interessanti, insomma, buoni modelli, e non potete neppure immaginare quanto avrei da imparare anche solo a sognare di vivere tra loro.”

    milena.

  8. md Dice:

    da “euriskein”, trovare;
    è vero, gli affetti e le relazioni di quel libro sono potenti; ho poi memoria - ma è passato molto tempo - di un particolare gusto trasmesso dall’autore, con l’indugiare nella descrizione del “fare”, del costruire gli oggetti, l’impasto, la cottura, una bella sensazione…

  9. tango Dice:

    Only preteen.
    L’urlo di noi rudi bambini vessati
    s’udì lontano.
    Gli adulti,
    specie anonima senza dote alcuna,
    miope e sorda,
    non ascoltarono.
    L’ispirò l’innocenza,
    il senza peccato.
    L’invogliò l’istinto:
    bestia informe gravida d’egoismo.

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