IL MATERIALE E IL SIMBOLICO (produci, desidera, consuma, arricchisciti, odia – tanto poi crepi lo stesso…)

By md

Ho assistito qualche sera fa ad una conferenza tenuta da Renato Curcio, sul tema dell’azienda totale, con una particolare attenzione allo sfruttamento nella grande distribuzione e alla condizione del lavoro migrante.
Non era la prima volta che ascoltavo i resoconti della sua recente attività di ricerca, interessante soprattutto perché fatta sul campo, partendo dalla voce dei soggetti implicati – in questo caso i lavoratori e i migranti. Il titolo dell’incontro era piuttosto evocativo, visto che si parlava di dannati del lavoro, con un riferimento esplicito a Frantz Fanon e alla sua radicale critica anticoloniale.
Mentre stavo ad ascoltare, molto lateralmente e senza intervenire nel dibattito, mi venivano in mente alcune suggestioni su quanto sta accadendo in questo paese, esplicitato anche dalla recente tornata elettorale. Avevo soprattutto un bisogno impellente di riflettere a freddo.

La prima riflessione che ho cercato di mettere a fuoco riguardava l’intreccio tra base materiale e livello simbolico del disagio che ha riguardato la condotta elettorale di buona parte dei cittadini italiani: l’effettivo impoverimento di determinati strati sociali (con, però, il parallelo arricchimento di altri strati, per quanto più piccoli, fenomeno questo messo in ombra), e l’impressione abnorme di paura e insicurezza (a tal proposito credo che la vera campagna elettorale l’abbiano fatta per due anni i mass-media). Il materiale e il simbolico, appunto.

Guarda caso esattamente le due facce della questione “immigrazione”, così come viene utilizzata dal potere politico-economico: da una parte risorsa necessaria per muovere l’economia (e la demografia), dall’altra giacimento altrettanto prezioso ai fini delle campagne securitarie e di ordine. Manodopera a basso costo, con composite modulazioni di sfruttamento (dai sottopagati allo schiavismo), e insieme simbolo della crescente insicurezza entro un mondo globalizzato.
Lo “straniero” viene così ad essere sempre più la cifra dei dilemmi del nostro tempo: simbolo dello sradicamento e della perdita di identità, capro espiatorio, all’occorrenza carne da macello.
Con due corollari importanti: gli immigrati hanno a che fare socialmente con l’alfa e l’omega, l’ingresso e l’uscita (ne avevo già parlato a proposito della chiesa in declino): fanno più figli e si occupano dei vecchi e dei malati. Ciò evidentemente deve avere un suo impatto simbolico forse non ancora sufficientemente indagato. E poi, cosa non secondaria: sembra che le leggi, anche quelle più repressive tipo la Bossi-Fini che certo verrà riproposta con inasprimenti dal futuro governo, siano fatte apposta per produrre/riprodurre situazioni di marginalità con lo scopo di un utilizzo duplice: scorta di manodopera a basso costo usa e getta e, ancor più, come già detto, risorsa simbolica per le dinamiche securitarie. Come giustamente ricordava Curcio l’altra sera, non può esistere un potere o una qualsiasi forma coercitiva senza la paura e le sue dinamiche: qualora questa non ci fosse bisognerebbe inventarla.
(Il problema grosso della comunità migrante, tuttavia, è secondo me quello della sua rappresentatività: al momento la gran parte degli “stranieri” non ha voce, ed è quindi priva di diritti e di potere contrattuale, non è in grado di autodeterminarsi – e ciò è dovuto anche alla sua molteplicità etnico-culturale nonché socioeconomica).

Ma veniamo all’altro lato, quello dei “cittadini”. Qui la cosa si fa più complicata, dato che oltre alla questione materiale (i salari, il potere d’acquisto, i consumi – ma anche, mi pare, la “qualità della vita” che non è detto che sia in diretta relazione con i beni materiali) c’è quella simbolica, di nuovo. Il nodo che sta emergendo da alcuni anni mi pare sia quello della crisi del radicamento a un territorio/comunità e, conseguentemente, dell’identità. Guarda caso alcuni dei temi forti dell’ideologia leghista. Molti cittadini si sentono deprivati e sradicati, precarizzati prima ancora che nella loro condizione materiale (il lavoro, la “sicurezza”, ecc.) nella loro dimensione simbolica: chi sono? che senso ha la mia vita? che cosa farò domani? – non paiano, queste, mere quisquilie filosofiche, in realtà sono sottotraccia, e magari solo inconsciamente, le domande che tutti si fanno ogni giorno.

Naturalmente, come è noto, tutte le vecchie certezze e strutture si sono sciolte come neve al sole: il partito, (in buona parte anche) il sindacato, ma soprattutto gli ideali/ideologie – il comunismo, il socialismo, ma anche il liberalismo e il liberismo, tutto è diventato chiacchiera e vanità. Sparito il simbolico rimane un materiale deludente che (siccome siamo incapaci di vivere senza una dimensione simbolica) ne deve necessariamente evocare un altro. E l’alternativa è un’identità fittizia: il “feticcio” del territorio che però non può più funzionare visto che ne è stato fatto tabula rasa (a partire dai centri commerciali e dalla mobilità impazzita, passando per la devastazione ambientale). Che senso ha radicarsi o cercare le radici entro un territorio mercificato e omologato (globalizzato) che le ha da tempo recise e cementificate? Non si può optare impunemente per la mercificazione/valorizzazione di ogni cosa, e poi lamentarsi che non ci sono più i “valori”!
Quel che sono io in relazione al luogo dove sto (sociale e ambientale) rischia così di diventare una chimera e di produrre solo l’ennesimo corto circuito.

La sinistra “radicale” che ha perduto la bussola (e l’elettorato) si trova anch’essa ad essere sradicata e deterritorializzata. La sua storica scommessa, quella di modificare insieme il materiale (attraverso la lotta di classe) e il simbolico (le promesse del sol dell’avvenire e dell’eguaglianza) è stata messa in crisi dai processi di scomposizione sociale in corso. Sento dire da più parti che “come la Lega” si dovrebbe ripartire dal territorio, dall’identità e dai simboli (la falce e il martello, magari con l’aggiunta di un mouse e di un microfono del call center) – sarà anche vero, ma nel frattempo il “territorio” e le sue comunità sono state rase al suolo.
Che fare? – bella domanda, se la poneva un secolo fa anche un certo Никопай Ленин pseudonimo di Vladimir Il’ic Ulianov. Il quale era solito aggiungere che “la verità è rivoluzionaria” e che si deve sempre partire dall’ “analisi concreta della situazione concreta”.
Certe lezioni non vanno mai dimenticate.

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4 Risposte a “IL MATERIALE E IL SIMBOLICO (produci, desidera, consuma, arricchisciti, odia – tanto poi crepi lo stesso…)”

  1. francesco Dice:

    potreste accumulare dei soldi svolgendo attività e fare un qualcosa contro questo mostro

  2. md Dice:

    ciao Francesco, e benvenuto… qual è il mostro a cui ti riferisci?

  3. lealidellafarfalla Dice:

    le aziende di oggi sono peggio delle mogli, più che totalizzanti, proprio fagocitanti :-)

  4. Ares Dice:

    Ares

    Credo Francesco si riferisca al sistema ..

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