Il malore attivo della memoria

Mi trovo sempre più spesso in uno stato di imbarazzo di fronte ai “giorni della memoria”. Ormai il potere che contribuisce, attraverso il sangue che sparge a piene mani, a creare giorni di dolore, vieppiù istituisce e appalta giorni dedicati a ricordare le sue stesse nefandezze. Poco importa che sulla ribalta siedano altri potenti (anche se purtroppo non sempre è così).
Accade com’è doveroso con la shoah (giornata della memoria per antonomasia, nodo dei nodi del Novecento), con le foibe, con la caduta del muro di Berlino, celebrata di recente. Inevitabile la retorica, in questi casi. So di amiche attrici e brave lettrici, anch’esse imbarazzate quando vengono loro commissionati spettacoli, letture, performance e quant’altro per ricordare a grandi e piccini le tragedie che furono. Eppure tacere e ritirarsi in sdegnoso silenzio non è meno imbarazzante. Anche l’essere alteri sa di posa teatrale, ed è forse persino più irritante.
Tanto più che capita di sentire dalla bocca di qualche sedicenne l’espressione: “Piazza Fontana? Mai sentita!” – e lo blocchi appena in tempo prima di sentirgli aggiungere  “ma cos’è, un nuovo punto di ritrovo della movida milanese?”…  e allora stai a spiegargli che quarant’anni fa è successa una certa cosa, e quello o quella aggrotta la fronte e, prima di ficcarsi in un orecchio l’auricolare dell’iPod, ti guarda stralunato come se fossi l’ultimo degli alieni. Non so se sia peggio questo o la convinzione, pare diffusa tra i più giovani, che a mettere la bomba siano state le Brigate Rosse. Del resto come diavolo fanno a sapere quel che è successo se nessuno glielo racconta – o meglio, se nessuno è in grado di raccontare e, ancor più, di farsi ascoltare?

Ma era sulla memoria – e sull’oblio – che volevo fare qualche ulteriore considerazione. Se n’era già parlato. E poi questo blog ha dedicato fin dall’inizio una delle sue “categorie” proprio al tema della memoria storica. Eppure mi risulta sempre più difficile parlare di storia, rievocare, ricordare. Remo Bodei, in un libretto di qualche anno fa intitolato Libro della memoria e della speranza, ci ricordava che l’oblio è un elemento ineliminabile del processo storico della memoria. L’una e l’altra cosa viaggiano sempre insieme, abbarbicati. Ne dava anche una sorta di giustificazione gnoseologica:

Diversamente da quello che hanno generalmente creduto i fautori dello storicismo, il “comprendere” non consiste tanto nell’atto di includere ulteriori elementi all’interno del nostro attuale orizzonte di intelligibilità, quanto, e soprattutto, nell’escluderne molti.

Senza dover arrivare al nietzscheano auspicio di tornare a vivere come l’animale attaccato “al piolo dell’istante”, è abbastanza chiaro che non si può vivere oberati dalla memoria. La quale è, per sua natura, selettiva. Se dovessimo ricordare non dico ogni cosa, ma anche solo i fatti e le tragedie più importanti della nostra storia (e limitandoci a quella italiana o europea), non credo basterebbero i giorni e forse nemmeno le ore dei giorni per ricordare. Invasi da tali (spesso terribili e spettrali) memorie, non sarebbe più possibile vivere.
Tuttavia la memoria storica, sociale, collettiva, che pure funziona largamente per successive selezioni e rimozioni, ha anche delle caratteristiche sue proprie. Che, come lamentavo all’inizio, attengono alle dinamiche del potere, oltre che alla dialettica vinti/vincitori e all’esito dei conflitti. Hanno cioè a che fare con modelli sociali alternativi, con bivi e scelte possibili del corso storico, con i mai più suscettibili di aprire nuovi orizzonti. In ultima analisi, con la speranza evocata dal titolo del libro di Bodei – la speranza che ad altro e a cose migliori siamo destinati. Ma spesso si dimentica (altro modo di obliare) che questo dipende anche, se non in larga parte, da noi. Morire ci tocca per necessità, ma il modo di vivere possiamo anche sceglierlo e contribuire, almeno in parte, a costruirlo e modificarlo se per caso non ci piace.
Che poi si ricordino (o si rimuovano) prevalentemente le pagine sanguinose – le uniche, a parere di Hegel, degne dell’appellativo di “storiche” – è conseguenza determinata dalla stessa logica del corso storico. Senza l’elemento tragico non ci sarebbe nemmeno l’elemento della speranza. Una bella contraddizione, non c’è che dire, ché se fosse vera la teoria hegeliana non avremmo scampo: se la scrittura della storia non può non essere fatta tramite il sangue dei popoli, perché mai ricordare per evitare in futuro ciò che comunque appare come inevitabile? Delle due l’una: o c’è la storia, dunque la violenza, e con esse la possibilità di ricordare e di obliare, o non c’è nulla di tutto questo – solo la limacciosa putrescenza dello spirito, direbbe il filosofo prussiano. Che però ha la soluzione pronta: Aufhebung, togliere per conservare, dimenticare e sedimentare ad un tempo! Lo spirito autodigerisce le sue stesse atrocità – metabolismo perfetto! Ma: niente fatti tragici, niente progresso spirituale…
D’altro canto, levandoci dalle pastoie storicistiche, la gestione (o l’oblio) dei fatti storici è sempre a sua volta un processo storico e conflittuale, facente parte a pieno titolo della lotta politica. Le ombre del passato si allungano sempre sul presente e, talvolta, condizionano pesantemente il futuro (basti pensare al macello jugoslavo del decennio scorso).
Ce lo dimostra poi in maniera lampante la storia italiana del Novecento: dalle rimozioni totali (il capitolo della colonizzazione africana) o parziali (le foibe), ai tentativi di delegittimare la Resistenza e l’antifascismo (laddove una parte sempre più larga del paese non si riconosce più nei “valori” del 25 aprile), per non parlare dello stragismo, delle lotte degli anni ’60/70 (con il tentativo in  corso di rilettura e svalutazione del ’68), della deriva brigatista di quelle lotte. Non c’è uno solo di questi capitoli che non generi a sua volta lotta politica, brucianti conflitti ideologici e battaglie all’ultimo sangue per la memoria o per l’oblio. Comprese le virgole contenute nei manuali scolastici, che sono anch’essi materia cruciale del contendere. O le lapidi poste, tolte, rimesse – persino in due versioni, com’è il caso dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ucciso, non morto, innocente. (E così anch’io sono sceso in lizza, senza più neutre maschere filosofiche…)

Un’ultima considerazione (e preoccupazione) di tipo etico-pedagogico. La difficoltà di orientarsi, specie da parte delle nuove generazioni che si affacciano sull’arena della vita politica, sta naturalmente negli strumenti conoscitivi a disposizione, nell’attitudine critica e autonoma di lettura e discernimento dei fatti – ma anche nella capacità di ascolto e nel rapporto (oggi difficilissimo) con le generazioni precedenti.
Certo, la memoria non è solo questione di intelletto, c’è anche un capitolo emotivo e simbolico che forse andrebbe aperto. Ce lo ricorda ancora Bodei, quando scrive:

La trasfigurazione del passato non ha luogo esclusivamente attraverso mezzi intellettuali, ma anche emotivi. Si generano conglomerati in cui le schegge di realtà e cristalli concettuali vengono impastati nella malta dell’immaginario e del desiderio.

Già, ma cosa immaginano e desiderano oggi i ragazzini con l’iPod? Come si sta configurando la loro percezione del mondo, della storia, della convivenza sociale? Di che segno o colore è la loro speranza? E quale possibile memoria, al di là di quella giga-digitale che tanto li appassiona, noi adulti siamo in grado di affidar loro?

***

Nota: per chi non se lo ricordasse (o semplicemente non lo sapesse), il “malore attivo” del titolo è la creativa espressione utilizzata dal giudice D’Ambrosio al termine dell’inchiesta sulla morte (che per me resta un’uccisione) dell’anarchico Pinelli.

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7 Risposte to “Il malore attivo della memoria”

  1. milena Says:

    Qualche giorno fa facendo pulizia nel mio computer ho ritrovato il testo di Saviano: “Io so, e ho le prove” … perché nonostante tutto la verità esiste.
    http://www.nazioneindiana.com/2005/12/02/io-so-e-ho-le-prove/

    E poi ancora un testo di Luigi Weber
    http://www.nazioneindiana.com/2006/10/20/io-so-e-ho-le-prove-2/

    che confronta l’ “Io so” di Saviano con l’ “Io so, ma non ho le prove” di Pasolini, e dice:
    “Saviano riscrive il pezzo di Pasolini con un incipit folgorante, che ne rovescia totalmente il significato: «Io so, e ho le prove». L’uno speculava sulla sua credibilità di diagnosta politico, sul suo prestigio di commentatore, sul riconosciuto acume dei suoi occhi, sulla maieutica della sua parola onnipervasiva. Cioè parlava di sé, chiedeva fiducia, fede. L’altro no, si mette completamente da parte. Sono le prove che parlano. (…)
    E la frase più angosciosa e ricorrente che ognuno di noi dovrebbe ripetersi è: «ma dov’ero io mentre succedeva tutto questo?»”

    Io … io ero una bambina di dodici i anni quando è esplosa la bomba a Piazza Fontana. Ero (e sono) ancora lì immobile davanti al televisore, ed era la prima volta che l’orrore incomprensibile e assurdo entrava nella mia vita. Perché anche questa è la mia vita, ne faccio parte; e lei, quell’altra vita che sembra ci passi accanto, non è affatto “altra”, ma è la stessa mia, la “nostra” vita.
    Ho ascoltato alcuni commenti a radio popolare di persone che erano proprio lì, che hanno sentito il boato, la deflagrazione. Una donna raccontava di essere corsa via e di essersi rinchiusa in casa.
    E se lo scopo della strategia del terrore era questo, allora bisogna ammettere che ha raggiunto il suo obiettivo. E che continua a riproporsi ogni giorno egregiamente

  2. milena Says:

    camcellalo pure, non c’è problema

  3. milena Says:

    mi vedo costretta a spiegare il commento che compare appena sopra. Che infatti sono ancora in paziente attesa che il primo commento che avevo inviato alle ore 4:50 venga sdoganato, o passi il filtro della censura (?) non so … (d’altronde anch’io non so tutto).
    Nel caso … chiedo a Md di cancellarli tutti e tre, o per lo meno questi ultimi due.

  4. md Says:

    @milena:
    è molto semplice, il sistema wp mette automaticamente in attesa i commenti quando ci sono dei link (se non erro nel caso di un numero maggiore di 1), finché l’amministratore (cioè il sottoscritto) non si connette e procede a toglierli dallo stato di “pending”.

  5. milena Says:

    grazie md., avevo immaginato qualcosa del genere…
    e buona giornata

  6. Condimeglio Says:

    Più che “blog filosofico ” io questo lo definirei un blog logorroico: tutti sti chilomentri di parole fini a se stessi mi sa che sostituiscono una buona e sana masturbazione fisica e concreta…

  7. md Says:

    Bé Condimeglio, non sei mica obbligato a leggerlo, puoi fare anche tu della sana attività fisica…

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