Hyknusa: l’altra isola

Nello scorso mese di maggio ho avuto la fortuna di visitare per la prima volta la Sardegna. Ad impedirmelo, finora, la gelosa isola di cui sono figlio, che possessiva ed ossessiva com’è mi ha imposto una sorta di signoria emotiva di stampo feudale. Finalmente ho avuto la forza di rompere la catena e di forzare il blocco, tradendo l’isola per l’altra isola.
Nel farlo, mi è venuta in mente un’antica diatriba con un caro amico sardo, che ci vedeva, specie durante l’epoca universitaria, intraprendere spesso e volentieri singolari tenzoni, nelle quali accampavo, con una punta di protervia, una pretesa superiorità culturale, filosofica e spirituale della Sicilia sulla Sardegna. Ora che quegli ardori giovanili sono evaporati, posso tranquillamente affermare che la bellezza naturale della Sardegna è unica ed incomparabile. Della cultura non so dire – se non che si tratta di storie diversissime, con insediamenti ed antropizzazioni differenti (in Sicilia molto più marcate, produttive insieme di magnificenza e devastazione).
Le note che seguono non sono né una cronaca né un diario di viaggio, ma solo la riscrittura disordinata di fugaci appunti presi sull’onda dell’impressione immediata, con l’intersezione delle graditissime discussioni avute con l’amico Franco, uno dei miei compagni di viaggio, cui dedico volentieri questo post.

***

Asfodelo (Asphodelus)
Mirto (Myrtus communis)
Cisto (Cistus, varie specie)
Ferula (Ferula communis, finocchiaccio)
Euforbia (Euphorbia dendroides)
Ligustro (Ligustrum vulgare)
Elicriso (Helichrysum)
Ginepro (Juniperus)
Ginestra (Calycotome, Genista, ed altre)
Asparago selvatico (Asparagus acutifolius)
Rosmarino (Rosmarinus officinalis)
Lentisco (Pistacia lentiscus)
Centauria (Centaurea cyanus)
Palma nana (Chamaerops humilis)

La macchia mediterranea dell’Asinara è costituita da qualcosa come oltre 600 specie vegetali (così almeno ci dice la gentilissima guida). Specie con Luciana (altra preziosa compagna di viaggio) ne abbiamo classificate/riconosciute, a fatica, sì e no una dozzina. La lezione del Pensiero selvaggio di Lévi-Strauss è ancora tutta da imparare: l’antropologa occidentale vuole apprendere la lingua della tribù africana, e si trova di fronte ad un immenso sapere botanico, che per lei non ha mai significato nulla; tutte le esotiche testimonianze, dalle Filippine al Sudamerica, dall’Indonesia alle residue tribù indiane, ci dicono di una straordinaria conoscenza tassonomica di massa, bambini compresi, che mette in ridicolo le presunte superiorità metropolitane (anche perché Lévi-Strauss mostra come tali saperi siano tutt’altro che riducibili all’utilità immediata).  Ciò non toglie che, d’altro canto, la scienza occidentale (ben poco di massa) sia anch’essa preda di smanie classificatorie e Begierde tassonomica – anche se non sempre ha ben chiaro per quale ragione.
Ma dopotutto, qui e ora, possiamo benissimo risparmiarci quest’ansia, e limitarci a guardare le forme frastagliate, ad ammirare i colori variegati, ad annusare i profumi e gli odori intensi. Sostare e bearcene.

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Complessità del berlusconismo, e suo nesso con il mito del presenzialismo e con quello dell’immortalità. Intercettazione di sogni, desideri, inquietudini ed ansie sociali profonde. Si illude chi pensa di liquidarlo in quattro e quattr’otto, nonostante l’inesorabile declino del suo orrido ispiratore.
Credo che questa discussione sia sorta a latere della visita alla casa di Garibaldi, in quel di Caprera. Devo dire che quando sul programma del viaggio lessi di questa tappa, la cosa mi aveva lasciato piuttosto indifferente se non freddo. Felicissimo, dunque, di essermi dovuto ricredere. A parte la bellezza del luogo, colpisce la sobrietà della casa e della vita domestica che immagini vi si svolgeva, soprattutto se confrontata con la roboante figura del Garibaldi storico e pubblico – eroe a tutto tondo. La parola “sobrietà” viene sempre più abusata, e dunque comincia a diventare importuna e sospetta, tuttavia in questo sito trova una buona applicazione – se non altro perché si connette al lavoro, all’attività, all’ingegno (la guida ci racconta della grande passione di Garibaldi per le innovazioni tecniche e per il lavoro manuale).
Ma il sospetto maggiore circa le celebrazioni dell’eroe dei due mondi si deve indirizzare verso la sistematica rimozione del Garibaldi socialista, ateo, anticlericale. Ne viene altrimenti fuori – come di fatto ne è venuta fuori – una figura dimidiata, un capitano di brigata eroico sì, ma con poca sostanza.

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In Sardegna la natura è millenaria opera d’arte che prescinde dall’umano: spirito e materia ad un tempo, soggetto e oggetto, artista che si autoplasma. Il vento, il mare, gli elementi atmosferici sono le multiformi ed instancabili mani di questo cieco ma sopraffino scultore.
Però anche i visi dei vecchi che ho visto ad Orgosolo sono straordinarie sculture, risultati di millenni di instancabile lavorìo antropologico. Insuperate opere d’arte, ancor più interessanti dei pur notevoli murales sparsi per ogni dove. Tracce di storie e di conflitti, così lontani così vicini…

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La fatica del silenzio. L’imbarazzo che si genera. Ma perché mai occorre riempire ogni vuoto con un pieno di chiacchiere? Non sarebbe meglio che l’esistenza fosse un po’ più porosa?
In questo momento, poi, vorrei solo ascoltare il rumore e il respiro dell’isola. Nient’altro.

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Saliamo in cima ad un colle, lungo un’erta assolata e punteggiata di macchie rossastre di euforbia; ci dicono però che, una volta guadagnata la sommità, potremmo recare disturbo ad un falco pellegrino (Falco peregrinus) che ha nidificato proprio sulla rocca. La vista è magnifica, impagabile, ma il volatile arriva quasi subito e comincia a volare in tondo, emettendo suoni striduli ed inequivocabili di sommo fastidio. Alla fine ce ne andiamo – com’è giusto che sia – mentre mi immagino una scena a parti invertite: oltre 50 falchi rumorosi e svolazzanti che entrano in una casa dove un’umana ha appena partorito e sta allattando suo figlio.

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Vien fuori una riflessione sul problema del conformismo gregario: perché una qualunque discussione a due o a tre, in genere, tende ad elevare, mentre troppo spesso una discussione di gruppo ha l’effetto di abbassare il livello e  finisce per tirar fuori il peggio da ciascuno? Insomma: fini ragionamenti nei rarefatti simposi versus chiacchiere da bar o da osteria. Franco dice che è la logica demagogica del consenso e del compattamento del gruppo. Saremmo alle solite: più biologia che cultura? Ma la cultura non è forse, a sua volta, una formazione biologica?

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Il carcere, poi, suscita sempre discussioni speciose. L’Asinara, uno dei luoghi più belli del pianeta, è stata per lunghi decenni un’immensa galera. La visita di un carcere di massima sicurezza, per quanto abbandonato, crea un profondissimo disagio – coperto subito da chiacchiere superficiali e lievemente insulse. Franco osserva giustamente che ci troviamo prima di tutto in un luogo di dolore, ed evoca la necessità del silenzio (di nuovo il bisogno di silenzio!) – un silenzio riflessivo, anziché il chiacchiericcio punteggiato di scatti di macchine fotografiche con pose un po’ fuori luogo.
E si ricorda poi del bellissimo e terribile film Papillon, e delle immagini dei titoli di coda, che ci mostrano i luoghi di dolore della colonia penale della Guyana francese dopo la sua dismissione – non diversamente, pur in mutati contesti, da quel che abbiamo di fronte ai nostri occhi.

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Ogni giorno si fanno dalle 4 alle 5 ore di trekking, che ci consentono di raggiungere punti di osservazione, viste e panorami altrimenti inattingibili. Come quelli di Punta Giglio o Capo Caccia, con scogliere a picco sul mare turchese, dove gabbiani e marangoni, berte ed uccelli delle tempeste (!) e chissà quali altre specie svolazzano felici (ma forse bisognerebbe chiederlo a loro, se son felici). Ma parlavo dei faticosi punti d’approdo. E di quei momenti in cui, pur stremati, si pensa che ne sia valsa assolutamente la pena. Nonostante questo, rimango un fermo apologeta del cammino più rilassato – il trekking (ad onta del significato del verbo inglese to trek, che sta per “camminare lentamente”) mi sa piuttosto di attività sportiva un po’ forzosa (niente di male, ovviamente), ma preferisco l’idea del camminare più liberamente ed anarchicamente, piuttosto che intruppati in una marcia e per di più super-equipaggiati.
Tuttavia quel che conta, al di là delle formule, è mettere insieme la contemplazione della natura con il raggiungimento di mete inconsuete ed inusitate. In questo modo il processo e la meta, la fatica dell’andare e lo sguardo beato dall’alto possono meglio convergere in armonica unità.
Senza i cardi della metafisica, direbbe Hegel, non c’è pensiero. Occorre sbucciarsi bene piedi e gambe per meritarsi di raggiungere qualcosa.

***

E con questo non ho nemmeno cominciato a sfiorare l’oggetto di questo viaggio – la terra di Sardegna, Hyknusa o Ichnussa (Ιχνουσσα), od anche Sandalyon, come l’avevano nominata i Greci (se qualcuno vuole seguire una controversa discussione etimologica in proposito, la può trovare qui).
Ma per me è più semplicemente l’altra isola – altra rispetto alla Sicilia – che è ora un po’ meno altra.

(P.S. Non posso non salutare ed apprezzare, per la solerzia e la simpatia, gli amici e le amiche del Cai valtellinese di Berbenno, compagni di viaggio e di cammino)

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7 Risposte to “Hyknusa: l’altra isola”

  1. filosofiazzero Says:

    Sei davvero “ganzo”!!! Hai scritto un pezzo bellissimo che dimostra ancora una volta la tua intelligenza messa a disposizione degli altri!!!
    BRAVOOOOOOO!!!!!

  2. md Says:

    @filosofiazzero: che dire? un grazie – anche se con un po’ di imbarazzo – ci sta.
    (che ci vuoi fare, i “filosofi” non son mai lisci e tondi, devono sempre mostrare qualche screziatura…)

  3. xavier Says:

    …quasi quasi ci torno subito. In Sardegna!

  4. filosofiazzero Says:

    md:
    straordinaria anche la foto sarda e quella ganzissima della porta alchemica (mi sono permesso di ricopiarla sul mio blog),
    In che posto di Roma si trova?
    Screziato va benissimo!!!

  5. md Says:

    @filosofiazzero;
    Villa Palombara, Esquilino
    http://it.wikipedia.org/wiki/Porta_Alchemica

  6. Pierantonio Brezhoneg Says:

    faccio anch’io i complimenti per il pezzo; condivido l’entusiasmo per la Sardegna , per la terra e la gente .. d’accordo anche per le camminate anarchiche

  7. filosofiazzero Says:

    md:

    “ma preferisco l’idea del camminare più liberamente ed anarchicamente”
    …giustissimo!!!

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