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	<title>La Botte di Diogene - blog filosofico</title>
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	<pubDate>Wed, 06 Aug 2008 22:38:10 +0000</pubDate>
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		<title>L&#8217;ARCOBALENO SUI TETTI</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2008 19:33:18 +0000</pubDate>
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Questa sera, dopo una rinfrescante e mai così desiata tempesta, affacciandomi dal balcone ho avuto la sorpresa di uno splendido arcobaleno (che la fotografia non riesce purtroppo a rendere). Ho subito pensato, per associazione, a quel passo in cui Schopenhauer, facitore di meravigliose metafore, utilizza l&#8217;arcobaleno per descrivere la &#8220;forma del fenomeno della volontà&#8221;, ovvero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/08/arcobaleno.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1089" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/08/arcobaleno.jpg?w=300&h=225" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Questa sera, dopo una rinfrescante e mai così desiata tempesta, affacciandomi dal balcone ho avuto la sorpresa di uno splendido arcobaleno (che la fotografia non riesce purtroppo a rendere). Ho subito pensato, per associazione, a quel passo in cui<strong> Schopenhauer</strong>, facitore di meravigliose metafore, utilizza l&#8217;arcobaleno per descrivere la &#8220;forma del fenomeno della volontà&#8221;, ovvero la forma della vita:</p>
<p>&#8220;Il presente solo è la forma di ogni vita ed è anche però un suo dominio sicuro, che non potrà mai esserle rapito. Il presente, con il suo contenuto, c&#8217;è sempre; l&#8217;uno e l&#8217;altro stanno fermi, senza oscillare: <em>come l&#8217;arcobaleno sopra la cascata</em>. Infatti alla volontà è certa e sicura la vita, e alla vita il presente&#8221;. (<em>Il mondo come volontà e rappresentazione</em>, par. 54).</p>
<p>Nel passo successivo Schopenhauer indugia &#8220;esistenzialisticamente&#8221; (o leopardianamente) sulla vanità/fugacità delle singole vite umane: che cosa furono quei milioni di individui del passato? Che significato va loro attribuito - e, per estensione, che significato avranno le nostre vite e quelle che seguiranno? Ma soprattutto: io, qui e ora, in questo tempo e in questo spazio, che cosa sono, che senso ho? Nient&#8217;altro che sogno, è l&#8217;unica risposta possibile dal punto di vista metafisico della volontà (non a caso <em>La vita è sogno</em> di <strong>Calderon de la Barca</strong> è uno dei testi prediletti del filosofo tedesco). Che cos&#8217;è infatti la mia misera porzione di spazio e di tempo, la mia fugace costruzione individuale, se non il transeunte, l&#8217;inessenziale, l&#8217;illusione totale, a fronte di quell&#8217;unica devastante verità che è l&#8217;eterno presente della cieca volontà di vivere? E qui altre metafore vengono inanellate: la volontà diventa un &#8220;eterno mezzogiorno al quale non mai succeda la sera&#8221;; o il sole della vita che brilla di eterna luce meridiana.<br />
Mi ha sempre colpito nel testo schopenhaueriano l&#8217;uso di queste radiose metafore giustapposto al &#8220;veleggiare verso il naufragio&#8221; che sottende tutta la sua concezione del destino umano; perfino lo spingersi estremo alle soglie del nulla, viene descritto come la &#8220;pace più preziosa di tutti i tesori della ragione, l&#8217;oceano di quiete, la profonda calma dell&#8217;animo, l&#8217;imperturbabile sicurezza e serenità&#8221;. Ma allora non c&#8217;è presente o meridiano che tenga: non solo il mio fugace arcobaleno sui tetti di questa sera, ma anche quello eternamente cangiante della cascata, ed ogni cosa, &#8220;questo mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee&#8221; è destinato ad essere <strong>nulla</strong>. O, con buona pace di Severino, a <em>significare nulla</em>. In una sera d&#8217;estate, con il pensiero che svagato vagola sui tetti, può anche capitare di pensarlo&#8230;</p>
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		<title>GEORGES LAPASSADE &#8220;CATTIVO MAESTRO&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 07:55:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[FILOSOFI E FILOSOFE]]></category>

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Pubblico molto volentieri uno scritto della mia cara amica filosofa Nicoletta Poidimani in ricordo di Georges Lapassade, sociologo, pedagogo, filosofo, etnologo, antropologo&#8230; scomparso a Parigi il 30 luglio scorso. Era soprattutto un libero pensatore, un &#8220;cattivo maestro&#8221; e un &#8220;agitatore&#8221; (un  &#8220;tornado&#8221; come dice Nicoletta che lo ha conosciuto e lo ha praticato e studiato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/08/georges_lapassade.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1078" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/08/georges_lapassade.jpg?w=300&h=200" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Pubblico molto volentieri uno scritto della mia cara amica filosofa <a href="http://www.nicolettapoidimani.it/">Nicoletta Poidimani</a> in ricordo di <strong>Georges Lapassade</strong>, sociologo, pedagogo, filosofo, etnologo, antropologo&#8230; scomparso a Parigi il 30 luglio scorso. Era soprattutto un libero pensatore, un &#8220;cattivo maestro&#8221; e un &#8220;agitatore&#8221; (un  &#8220;tornado&#8221; come dice Nicoletta che lo ha conosciuto e lo ha praticato e studiato a fondo). Teoria e prassi, agire e pensare, partecipare e osservare, intervenire, trasformare, esserci, desiderare&#8230; l&#8217;una cosa inscindibile dall&#8217;altra. Ma lascio senz&#8217;altro la parola a Nicoletta il cui scritto è, oltre che molto interessante, di grande utilità dato che in rete c&#8217;è molto poco se non quasi nulla: non esiste infatti la voce &#8220;Lapassade&#8221; in Wikipedia-Italia e persino la versione francese riporta un articoletto striminzito. Mi risulta che alcuni suoi testi siano stati pubblicati o ripubblicati da Sensibili alle foglie, Pensa multimedia e Besa; <em>Dallo sciamano al raver. Saggio sulla trance</em> è stato ripubblicato nel maggio di quest&#8217;anno da Apogeo; non ho invece trovato tracce di <em>L&#8217;analisi istituzionale</em> pubblicato l&#8217;ultima volta nel 1998 da Isedi.</p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p><em>In ricordo di Georges Lapassade, uno dei miei più importanti &#8220;cattivi maestri&#8221;</em></p>
<p>La sera del 30 luglio scorso mi è giunta la notizia della morte di Georges Lapassade. Non lo vedevo da qualche anno, e di recente, proprio in occasione di un seminario sull&#8217;analisi istituzionale in cui speravo di incontrarlo, mi avevano detto che le sue condizioni di salute si erano aggravate.</p>
<p>Lapassade è stato, con Luciano Parinetto, uno dei miei migliori &#8220;cattivi maestri&#8221;, e di questo gliene sono grata, perché da lui ho acquisito alcuni strumenti necessari per l&#8217;interpretazione e la critica dell&#8217;esistente, nonché per l&#8217;azione politica.</p>
<p><span id="more-1076"></span></p>
<p>Non intendo mettermi nell&#8217;impresa titanica di dare di Georges un ritratto quanto più possibile esaustivo, perché era una personaggio assai complesso e il suo percorso è impossibile da rendere se non combinando fra loro, come in un mosaico, le testimonianze di chi negli scorsi anni ha avuto modo di incontrarlo, di fare seminari con lui, di lavorarci insieme, di discutere. Quindi il mio non sarà che un piccolo tassello, utile a chi non ha mai avuto occasione di conoscerlo. Ma il mio testo (come anche tutte le interviste richiamate in fondo) non può rendere in alcun modo il modo in cui si lavorava con lui ai seminari, le notti trascorse insieme a montare un libro che aveva fretta di pubblicare in Italia non appena se ne era offerta l&#8217;occasione, il bombardamento di stimoli che dava, l&#8217;irrequietezza e la curiosità che lo facevano sempre essere già altrove, in un continuo attraversamento di pensieri, contraddizioni, luoghi, storie, culture.</p>
<p>Quello che segue è il capitolo introduttivo della mia tesi di laurea, discussa nel novembre del &#8216;92; una sorta di sintetica biografia politica ed intellettuale di Georges Lapassade, al cui pensiero facevo esplicito riferimento nell&#8217;intero lavoro di ricerca che si intitolava <em>L&#8217;utopia nel corpo - Neotenia e società nell&#8217;opera di Georges Lapassade</em>. Alla discussione della mia tesi Georges era presente come secondo correlatore (relatore era Luciano Parinetto e proprio in quell&#8217;occasione ebbero modo di incontrarsi di persona) e furono giorni incredibili, stravolgenti quanto stimolanti - sembrava di avere in casa un tornado!<br />
Ed è a quella sua incredibile e contagiosa vitalità che va il mio affettuoso pensiero.</p>
<p><em>Nicoletta Poidimani, 31.7.08</em></p>
<p style="text-align:center;">***</p>
<p><strong>Tracce biografiche</strong><br />
Georges Lapassade - Agrégé de Philosophie e Docteur d&#8217;État (Es - lettres) - è un poliedrico intellettuale occitano che attualmente insegna Analisi Istituzionale ed Etnografia all&#8217;Università Paris VIII di Saint Denis.<br />
La sua opera si presenta come sintesi e sviluppo degli aspetti più libertari delle teorie e delle relative pratiche innovative che già dagli anni ‘40 in Francia avevano messo in discussione la gestione burocratica del potere, attuata attraverso la forma-istituzione.<br />
Prima di entrare nello specifico della sua eclettica attività e per meglio comprenderla ci sembra necessario porre quale spartiacque teorico la <em>Critica della ragione dialettica</em> di Sartre, il cui primo tomo, pubblicato nel 1960, ampliò l&#8217;orizzonte dell&#8217;intervento pratico in ambito istituzionale.<br />
Fino a quel momento, infatti, le esperienze erano state limitate a gruppi specifici quali, ad esempio, il gruppo di psicoterapia istituzionale che, all&#8217;interno dell&#8217;ospedale psichiatrico di St. Alban, fece, nel 1947, il primo tentativo di innovazione psichiatrica a partire dalla critica del carattere disumano di quell&#8217;istituzione e dei rapporti repressivi e desocializzanti che in essa si stabilivano.<br />
Questa esperienza - che corrispondeva a quella che, qualche decennio più tardi, sarebbe stata proposta in Italia da Basaglia - comprendeva anche Tosquelles, un medico esiliato antifranchista che Lapassade avrebbe incontrato nel 1963, e Daumezon, lo psichiatra che, nel 1952, riprese il termine istituzionale in riferimento alla psicoterapia dopo che esso era caduto in disuso per l&#8217;ambiguità delle sue implicazioni dovute all&#8217;eccessiva ampiezza di senso della parola ‘istituzione&#8217;.<br />
Nel frattempo a Bethel, nel Maine (U.S.A.), nel 1947 durante un seminario finalizzato alla formazione di operatori attraverso lo studio della dinamica di gruppo, avvenne un episodio che diede una svolta fondamentale: gli operatori in formazione cominciarono a partecipare anche ai momenti di analisi - fino a quel momento riservati solo agli insegnanti - sull&#8217;andamento del seminario, aprendo, in tal modo, uno spazio di riflessione e di dibattito in contemporanea allo sviluppo della formazione. Nacque, così, una nuova pratica formativa, chiamata T. Group (Training group), che trovò uno spazio all&#8217;interno della metodologia tradizionale gestita da insegnanti provenienti da varie correnti culturali a cui avrebbe fatto riferimento, se pur criticamente, anche Lapassade: correnti che si richiamavano a Freud, a Moreno - teorico dello psicodramma, a Lewin - sociologo gestaltista, a Rogers - teorico della non-direttività in contrapposizione ai procedimenti psicoanalitici classici del transfert e dell&#8217;interpretazione.</p>
<p>La pratica del T.Group si diffuse in Francia a partire dal 1955 e Lapassade le dedicò un saggio, pubblicato nel 1959 nel <em>Bulletin de Psychologie</em>, dal titolo &#8220;Fonction pedagogique du T.Group&#8221;. Questa funzione pedagogica veniva qui presentata come il necessario superamento della pedagogia libertaria sostenuta dai maestri di Amburgo, che permettesse di abbandonare la logica amburghese del ‘laissez- faire&#8217; per sostituirla con la pratica del ‘laissez-être&#8217;.<br />
In questo saggio Lapassade, coniugando l&#8217;educazione negativa di Rousseau con la non-direttività teorizzata da Rogers, proponeva la figura di un educatore non direttivo che, più che negare le norme, ne facilitasse l&#8217;individuazione da parte del gruppo.<br />
In tal modo l&#8217;alternativa proposta da Lapassade alla pedagogia autoritaria permetteva di mantenere aperta ogni possibilità di evoluzione del gruppo riconoscendo i momenti di disordine totale quale smascheramento della coesione burocratico-istituzionale sotto cui è celata la parola sociale.<br />
L&#8217;incontro di questa posizione di Lapassade con la teoria sartriana degli insiemi pratici diede luogo alla politicizzazione della non-direttività: l&#8217;analisi istituzionale e la pedagogia istituzionale - tese entrambe a ricercare l&#8217;inconscio del gruppo nelle sue istituzioni e ad agire attraverso esse per operare un cambiamento radicale - assunsero, così, una funzione politica. L&#8217;una si estese dall&#8217;analisi dei piccoli gruppi a quella delle organizzazioni e delle istituzioni - luoghi di riproduzione delle contraddizioni sociali - ed alla funzione in esse svolta dalla burocrazia (sia negli stati capitalisti che in quelli socialisti) e dalla divisione in classi; l&#8217;altra prese la direzione dell&#8217;autogestione pedagogica, una pratica in grado di analizzare, contrapponendo all&#8217;istituito l&#8217;istituente, i condizionamenti determinati dalla violenza istituzionale.<br />
Questo percorso di crescita teorica di Lapassade,che ebbe luogo nella prima metà degli anni ‘60, lo vide impegnato in diversi ambiti fra i quali anche l&#8217;incontro che si tenne nel ‘62 a Royaumont in occasione del bicentenario dell&#8217;<em>Emilio</em> e del <em>Contratto sociale</em>. In quell&#8217;occasione Lapassade, che avrebbe dovuto animare dei gruppi d&#8217;incontro in qualità di psicosociologo, ebbe modo di assistere alla nascita spontanea di modifiche al programma a partire dall&#8217;assemblea generale, modifiche che misero in luce l&#8217;importanza dell&#8217;istituzione-dibattito come possibile luogo d&#8217;analisi. Fu proprio questo fatto a determinare la divergenza con la pratica che si era sviluppata a Bethel: mentre nei seminari americani il compito della programmazione e della gestione continuava a spettare allo staff nonostante le innovazioni introdotte, da Royaumont invece emerse l&#8217;importanza della partecipazione diretta anche nella creazione delle istituzioni interne quali, appunto, l&#8217;istituzione-dibattito (autoformazione ).<br />
Molto importanti furono anche, nel I963, l&#8217;incontro con Lourau - che stava facendo delle esperienze di autogestione nel collegio di Air-sur-Adour dove insegnava - e la conoscenza con Tosquelles, il medico esule che praticava la psicoterapia istituzionale.<br />
In quegli anni, inoltre, la destalinizzazione ed il rapporto Kruscev venivano dibattuti negli ambiti intellettuali e studenteschi attraverso la critica della società burocratizzata; proprio per tale ragione il congresso dell&#8217;UNEF, il sindacato degli studenti universitari francesi, nel I963 si occupò sia di autogestione che di critica della burocrazia.<br />
Nel frattempo si andava sviluppando lo psicodramma e il suo fondatore, Moreno, si era recato a Parigi lasciando tracce profonde della sua teoria che ritroveremo anche nelle opere di Lapassade, in particolare ne <em>Il mito dell&#8217;adulto</em> (1963).<br />
Quando, nel &#8216;64 il GTE (Gruppo di Tecniche Educative), nato dalla corrente di Freinet e da essa dissidente, all&#8217;impatto con il SOCINAT - struttura di socioanalisi fondata dall&#8217;UNEF e di cui Lapassade era consulente - si scisse in due correnti, una di queste, il GPI (Gruppo di Pedagogia Istituzionale) di cui faceva parte anche Lourau, si fece portavoce dell&#8217;autogestione coniugando Freinet e Makarenko alla non-direttività. Questa stessa corrente ebbe, nel corso del &#8216;65, alcuni incontri col gruppo &#8216;Socialisme ou barbarie&#8217; di stampo trotskista, che determinarono un&#8217;ulteriore politicizzazione.<br />
In quel medesimo anno Lapassade ricevette la nomina per andare ad insegnare, in qualità di cooperante, all&#8217;università di Tunisi dove giunse in ottobre, aprendo quel capitolo itinerante della sua attività che si protrae a tutt&#8217;oggi. Nell&#8217;ambito dei suoi corsi sulla dinamica di gruppo e sullo psicodramma, tenuti presso la facoltà di Lettere dell&#8217;università tunisina, Lapassade propose ai suoi studenti l&#8217;autogestione pedagogica. L&#8217;utilizzo di questo metodo in rottura con le tradizioni di quell&#8217;ateneo determinò l&#8217;avvio d&#8217;un processo di emarginazione nei suoi confronti che un anno più tardi sarebbe sfociato nella rottura del contratto di cooperazione. Ad accrescere l&#8217;ostilità intervenne un altro fatto: messo al corrente dai suoi studenti di una forma locale di terapia di gruppo, lo stambeli, Lapassade aveva organizzato con essi una serata in cui vennero chiamati i musicisti neri di questo rituale; non appena cominciarono le musiche e le danze, nell&#8217;istituto nazionale degli sport di Ksar-Said, intervenne il direttore sospendendo l&#8217;incontro al fine di interrompere la transe che aveva coinvolto tutti i presenti e minacciando Lapassade di denunciarlo al ministero per aver trasformato quel luogo in un laboratorio.<br />
La scoperta dei rituali di possessione e della loro emarginazione acuì, in tal modo, lo scontro con le istituzioni: esattamente un anno dopo la serata dello stambeli, il 3 dicembre I966, il ministro dell&#8217;educazione tunisino annunciò a Lapassade che il suo contratto era stato interrotto e che, di conseguenza, non avrebbe più potuto insegnare in Tunisia. La ragione ufficiale di questa decisione era l&#8217;accusa di aver partecipato al primo grande sciopero degli studenti universitari tunisini del dicembre &#8216;66, sorto in seguito all&#8217;arresto di uno studente che si era rifiutato di pagare il biglietto sull&#8217;autobus e dei suoi compagni che avevano immediatamente protestato contro l&#8217;eccessiva repressione. In quell&#8217;occasione i professori francesi cooperanti avevano cercato, senza esporsi direttamente, di sostenere lo sciopero mantenendo vuote le aule dei corsi e contrapponendosi alla reticenza dei docenti tunisini, ma soltanto Lapassade venne segnalato come &#8216;agitatore&#8217; perché, dissero, aveva cercato di interrompere il corso di filosofia tenuto da Foucault in quella stessa facoltà. Su queste basi venne accusato di aver trasgredito la legge intervenendo nella vita politica del Paese in cui era ospitato come cooperante e fu scacciato dall&#8217;università.<br />
Nel periodo della sua permanenza a Tunisi Lapassade era stato anche a Dakar in occasione del ‘Festival mondiale delle arti negre&#8217;, dove l&#8217;amichevole accoglienza gli permise di esporre le sue prime riflessioni sullo stambeli e sulla condizione dei neri nel Maghreb che il rito aveva messo in luce. In questa occasione incontrò il dottor Collomb dell&#8217;ospedale psichiatrico di Fann, il medico che aveva riunito in una stessa società d&#8217;igiene mentale psichiatri e guaritori tradizionali della possessione; attraverso Collomb ed i suoi collaboratori Lapassade ebbe la possibilità di assistere, per la prima volta, allo svolgimento completo di un rituale di possessione: lo ndöp uolof. Mentre avvenivano queste esperienze d&#8217;incontro con la transe e la possessione scrisse <em>L&#8217;analisi istituzionale</em>, testo metodologico in cui proponeva il superamento dialettico delle teorie e dei metodi delle scienze sociali mediante un intervento nella pratica sociale mirato a non occultarne la dimensione politica.<br />
Nella seconda metà degli anni &#8216;60, tornato a Parigi, Lapassade stabilì dei contatti con il Living Theater di Julian Beck e, mentre andavano diffondendosi le teorie di Marcuse e di Reich, fece con Lourau delle esperienze di socioanalisi - cioé di intervento mediante l&#8217;analisi istituzionale - a Parigi e a Tours.<br />
Lo stesso Lourau organizzò poi, durante uno sciopero nei primi mesi del &#8216;68, un seminario di analisi istituzionale a Nanterre, che sarebbe stato in seguito il nucleo del movimento del 22 marzo. Proprio l&#8217;esperienza di questo movimento e del Maggio francese, in cui non la critica teorica ma la prassi critica aveva portato alle occupazioni, alle autogestioni ed alla creazione spontanea di gruppi di autoformazione nelle piazze, indusse Lapassade a rivedere con severità le proprie posizioni antecedenti: le modalità di quella prassi rivoluzionaria avevano dimostrato che i conduttori non solo erano inutili ma rendevano anche più difficoltoso l&#8217;agire e che, di conseguenza, non era più possibile individuare nei T. Group e nelle autogestioni delle singole classi l&#8217;avvio d&#8217;un mutamento sociale poichè queste posizioni allontanavano l&#8217;orizzonte d&#8217;ogni possibile processo rivoluzionario.<br />
Nel &#8216;69, inoltre, Lapassade pubblicò il <em>Processo all&#8217; università</em> per contestare l&#8217;ottica riformista con cui la borghesia aveva risposto alle istanze del movimento del Maggio con l&#8217;obbiettivo di affossarne lo spirito &#8216;comunardo&#8217;. Amareggiato dagli esiti della contestazione francese, nel &#8216;69 andò in Algeria dove scoprì il rituale degli Aissaua. L&#8217;anno seguente, dopo aver lavorato al bilancio istituzionale dell&#8217;università del Quebec, si recò in Brasile: prima a Bahia, nel luglio &#8216;70, dove conobbe il candomblé nella forma ufficiale e anche in una forma più &#8217;selvaggia&#8217;, simile alla macumba che successivamente incontrò a Rio.<br />
Negli anni successivi, trascorsi in questa dimensione itinerante o, come preferisce definirla lo stesso Lapassade, &#8216;alla deriva&#8217;, pubblicò <em>L&#8217;autogestione pedagogica</em> (1971), scritta in collaborazione con altri autori, fra cui Lourau, mentre Deleuze e Guattari ultimavano <em>L&#8217;anti-Edipo</em> (1972). Intanto l&#8217;apporto dell&#8217;antipsichiatria (Laing, Cooper, Basaglia) e dell&#8217;antipedagogia (in particolare Illich) aveva determinato una frattura fra la tendenza &#8216;estetico-sociologica&#8217; di Lourau che si occupava degli analizzatori sociali, e quella cosiddetta &#8216;esistenzial-politica&#8217; di Lapassade, che mirava in primo luogo all&#8217;intervento. Quando nell&#8217;autunno del &#8216;72 l&#8217;università di Parigi-Vincennes riunì nel dipartimento di scienze dell&#8217;educazione Lapassade, Lourau ed altri, il dibattito era già molto vivo, ma si arricchì ulteriormente l&#8217;anno successivo quando Lapassade fece entrare in quella stessa università i docenti potenzialisti che provenivano dal movimento bioenergetico, nato in riferimento alle teorie di Reich. In questa interazione Lapassade aveva individuato la possibilità di superare i limiti del dispositivo socioanalitico accogliendo anche le tematiche del corpo e dei suoi desideri, necessità che aveva già sottolineato nel marzo di quello stesso anno quando, a Bruxelles, trattando l&#8217;analizzatore &#8216;Argent&#8217; mise in luce l&#8217;assenza, in esso, del corpo (1).<br />
Una risposta a questa esigenza l&#8217;aveva, infatti, trovata nel movimento bioenergetico a cui si era accostato se pure in maniera critica, come egli stesso spiega nelle opere <em>La bioenergia</em> (1974) e <em>Socianalyse et potentiel humain</em> (1975).<br />
Nel 1975, dopo essere stato a Milano come animatore di un seminario di analisi istituzionale, attraversò l&#8217;Italia e andò a Napoli e in altre località del Sud per incontrare le transe mediterranee che ancora sopravvivono nel nostro Paese. La sintesi di tutte queste esperienze di conoscenza della transe e dei riti di possessione si trova nel <em>Saggio sulla transe</em> (1976), in cui Lapassade ha contestualizzato il fenomeno della transe mediante le categorie del materialismo storico, e nel <em>Sabba negro</em> (1978), una sorta di romanzo autobiografico cominciato nel ‘76 ad Essauira, in Marocco, in cui i ricordi s&#8217;intrecciano con gli interrogatori che la polizia marocchina gli stava facendo in quei giorni e che riguardavano le sue attività a partire dai fatti di Tunisi del &#8216;66.<br />
Un&#8217;ulteriore sistematizzazione ed approfondimento degli stati di transe risale ad un suo testo dell&#8217; &#8216;87, <em>Gli stati modificati di coscienza</em>, che è stato molto significativamente tradotto in italiano da Curcio che da anni si occupa dei fenomeni di transe all&#8217;interno delle istituzioni totali in cui anch&#8217;egli è rinchiuso e che ha anche collaborato con Lapassade per alcuni seminari organizzati da Fumarola presso l&#8217;università di Lecce. Nello stesso anno il nostro Autore, in collaborazione con i suoi colleghi Hess e Boumard, ha pubblicato <em>L&#8217;Université en transe</em>, in cui è analizzata la protesta del movimento studentesco francese, nata per opporsi al progetto di riforma del ministro Devaquet del 1986.<br />
<em>La Transe</em> è, invece, un testo del 1990 in cui troviamo delineata a fondo la differenza fra la possessione e la transe estatica.<br />
Attualmente Lapassade si sta occupando della musica rap che, nata nel ghetto del Bronx come sintesi di più esperienze musicali di origine &#8216;nera&#8217;, si è diffusa in tutto l&#8217;occidente ridando vita ad una tradizione di poesia orale che, secondo l&#8217;Autore stesso, si muoverebbe verso una rottura sociale evidente anche nei contenuti dei testi.<br />
I tratti biografici fin qui delineati ci aiutano a mettere a fuoco la caratteristica fondamentale di Lapassade che è quella di essere sempre direttamente partecipe dei fenomeni che analizza; ecco, allora, diventare chiaro quel &#8220;paradosso fra l&#8217;esistenza e la scrittura&#8221; in Lapassade, evidenziato dal suo collega Hess: la scrittura, essendo &#8216;fissazione&#8217;, non può essere dialettica, ma può costituire un punto di partenza per la prassi, nella quale la dialettica ha invece una funzione fondamentale (2).<br />
E&#8217; questa la ragione per cui i suoi testi non hanno mai una conclusione definitiva: secondo Lapassade, infatti, soltanto l&#8217;incompiutezza apre lo spazio dialettico per prassi che non prescindano assolutamente dal corpo inteso sartrianamente; non un corpo metafisico e compiuto,quindi, ma il corpo che nell&#8217;attraversamento delle esperienze polimorfe dell&#8217;infanzia, dei &#8216;gruppi in fusione&#8217;, dell&#8217;autogestione e della transe, scopre la possibilità concreta di trasformare l&#8217;esistente.</p>
<p>Note:<br />
(1) cfr. G.Lapassade  Socianalyse et potentiel humain, Gauthie -Villars Editeur, Parigi 1975, p.11: &#8220;La sexualité est l&#8217;horizon de tous les groupes de rencontre. (&#8230;) de même que le rapport de l&#8217;argent est progressivement apparu comme le noyau central de l&#8217;institution analysée - l&#8217;analyseur A. -, de même, le rapport au sexe apparait comme l&#8217;aboutissement des techniques de la rencontre et du corps&#8221;.<br />
(2) cfr. ibidem, p. XVII.</p>
<p>************************</p>
<p>Segnalo queste interviste a Georges reperibili on line:</p>
<p><a href="http://www.nicolettapoidimani.it/documenti/lapassade.pdf">http://www.nicolettapoidimani.it/documenti/lapassade.pdf</a></p>
<p><a href="http://www.psychiatryonline.it/ital/180/monte.htm">http://www.psychiatryonline.it/ital/180/monte.htm</a></p>
<p><a href="http://www.lutecium.org/stp/lapassit.html">http://www.lutecium.org/stp/lapassit.html</a></p>
<p><a href="http://www.vincenzosantoro.it/salentopizzicamusiche.asp?ID=255">http://www.vincenzosantoro.it/salentopizzicamusiche.asp?ID=255</a></p>
<p><a href="http://www.africultures.com/anglais/articles_anglais/Lapassade.htm">http://www.africultures.com/anglais/articles_anglais/Lapassade.htm</a></p>
<p>Altre info e la bibliografia (in francese)<br />
<a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Georges_Lapassade">http://fr.wikipedia.org/wiki/Georges_Lapassade</a></p>
<p style="text-align:right;">foto: Lapassade con <a href="http://www.tarantularubra.it">Tarantula Rubra</a> a Lecce nel 2001</p>
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		<title>FAMIGGHIA, ORO E RADICI</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jul 2008 07:35:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[SICILIA]]></category>

		<category><![CDATA[memoria]]></category>

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Sono sempre stato piuttosto critico nei confronti dell&#8217;istituto familiare. Di solito evoca in me idee e sentimenti estranei: matrimonio, cattolicesimo, pannolini (e poi panni sporchi), parenti (e serpenti), piccinerie borghesi e carrelli del supermercato, orticelli da coltivare e conti in banca da preservare - insomma, tutto tranne l&#8217;amore tra due persone. Se poi si traspone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/radici.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1060" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/radici.jpg?w=300&h=225" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Sono sempre stato piuttosto critico nei confronti dell&#8217;istituto familiare. Di solito evoca in me idee e sentimenti estranei: matrimonio, cattolicesimo, pannolini (e poi panni sporchi), parenti (e serpenti), piccinerie borghesi e carrelli del supermercato, orticelli da coltivare e conti in banca da preservare - insomma, tutto tranne l&#8217;amore tra due persone. Se poi si traspone tutto ciò nella mia amata terra siciliana, beh, si corre veramente il rischio del parossismo; che cos&#8217;è la mafia nella sua essenza se non familismo allo stato puro, condito di cannoli e piombo?</p>
<p>Ma veniamo al motivo di questo post di fine luglio, che in realtà non vuole parlare (né criticare o infangare il nome) di famiglia, bensì limitarsi a rievocare un piccolo fatto privato, avvenuto in Sicilia esattamente mezzo secolo fa. Come ci si possa sposare il 31 luglio da quelle parti senza morire soffocati, per di più con abiti non proprio leggeri, rimane per me un mistero. E solo Dio sa come si possa poi stare insieme per 50 anni, dopo un matrimonio combinato. Guardando le poche fotografie rimaste, cerco di immaginare l&#8217;atmosfera, i pensieri, le parole, i desideri, le paure e le speranze, il suono della fisarmonica, gli auguri di rito, le grida dei bambini, i vecchi con la coppola, l&#8217;odore di cannella dei bocconetti appena sfornati&#8230; le trame possibili da cui, forse, sarei nato. E ho come la sensazione che l&#8217;isola voglia tenersi ben stretti i suoi segreti.</p>
<p>Comunque, in quel giorno radioso di luglio di cinquant&#8217;anni fa, quelli che poi sarebbero diventati mio padre e mia madre, erano bellissimi!</p>
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		<title>IDEOLOGIE DELL&#8217;EMERGENZA</title>
		<link>http://mariodomina.wordpress.com/2008/07/28/ideologie-dellemergenza/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 09:24:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[FILOSOFIA POLITICA]]></category>

		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>

		<category><![CDATA[hobbes]]></category>

		<category><![CDATA[marx]]></category>

		<category><![CDATA[materialismo storico]]></category>

		<category><![CDATA[spinoza]]></category>

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		<description><![CDATA[
Karl Marx considerava l&#8217;ideologia una sorta di deformazione ottica, una vera e propria costruzione teorica volta a distorcere e falsificare i rapporti e la realtà sociale. La &#8220;verità&#8221; della classe al potere che naturalizza ciò che è socialmente determinato, eternizza ciò che è in divenire, universalizza ciò che è particolare: una straordinaria macchina retorico-filosofica volta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/leviatano.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1054" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/leviatano.jpg?w=450&h=247" alt="" width="450" height="247" /></a></p>
<p><strong>Karl Marx</strong> considerava l&#8217;<strong>ideologia</strong> una sorta di deformazione ottica, una vera e propria costruzione teorica volta a distorcere e falsificare i rapporti e la realtà sociale. La &#8220;verità&#8221; della classe al potere che naturalizza ciò che è socialmente determinato, eternizza ciò che è in divenire, universalizza ciò che è particolare: una straordinaria macchina retorico-filosofica volta a giustificare il potere e le ingiustizie sociali. Molti trovano che Karl Marx sia ormai passato di moda, ma io penso che la sua concezione dell&#8217;ideologia sia più valida oggi di quanto non lo fosse ai suoi tempi (un mio amico disse una volta che in Marx ci sono verità che saranno vere soltanto dopodomani, altre che lo erano già ieri, alcune che non lo saranno mai&#8230;).<br />
Si provi, ad esempio, ad applicare il suo concetto di ideologia a quanto va accadendo oggi nelle società occidentali, e nella italiana in particolare: il rovesciamento interpretativo che ne verrebbe fuori è impressionante. Lascio per ora da parte il tema (scottantissimo) della bioetica/biopolitica e della relativa <strong>ideologia della vita</strong>, per concentrarmi sulla questione più generale dell&#8217;<strong>emergenza</strong>. Da alcuni anni il potere (locale, nazionale, globale), con la complicità dei media da esso controllati, si manifesta in prima istanza nella prassi emergenziale del suo esercizio: emergenza clandestini/immigrati, emergenza terrorismo, emergenza ambiente, emergenza inflazione, emergenza petrolio, emergenza rifiuti, fino alle emergenze spicciole o stagionali (caldo, maltempo, inquinamento delle città, bullismo, zanzare, guidatori ubriachi, ecc. ecc.).</p>
<p><span id="more-799"></span>Questo non vuol dire che buona parte delle cose elencate non sussistano o non siano dei problemi; vuol dire semmai che la classe politica al potere traduce tutte le questioni - attraverso il meccanismo dell&#8217;ideologia - nella nuova semantica dell&#8217;emergenza. Innanzitutto si tratta di &#8220;semplificare&#8221; e ridurre i problemi alla dinamica amico/nemico, noi/loro, interno/esterno (in ultima analisi a una logica di guerra: l&#8217;attuale governo italiano, ad esempio, nel proclamare lo &#8220;stato d&#8217;emergenza&#8221; sulla questione immigrati, ha utilizzato non a caso il termine &#8220;contrasto&#8221;).<br />
Credo che ciò sia tra l&#8217;altro funzionale ai diversi possibili sviluppi o scenari della situazione socioeconomica: lo stato d&#8217;emergenza può essere esteso e applicato in qualsiasi momento alle situazioni di conflitto che via via si presenteranno (è successo in Campania e presto succederà sul fronte sindacale e lavorativo). A maggior ragione qualora poi la crisi economica dovesse aggravarsi.<br />
Ma la logica emergenziale non può reggere in uno stato moderno se non si fonda su un certo livello di consenso: credo che oggi questo vada ravvisato nella <strong>paura</strong> sociale diffusa. Anche qui nulla di nuovo, noi sappiamo che il potere - ce lo insegna <strong>Spinoza </strong>- ha bisogno del timore sociale. Ma ancor più, come sostiene <strong>Hobbes</strong> nel <em>Leviatano</em>, del &#8220;terrore&#8221;:</p>
<p>&#8220;egli dispone di tanta potenza e di tanta forza a lui conferite, che col terrore da esse suscitato è in grado di modellare le volontà di tutti i singoli in funzione della pace, in patria, e dell&#8217;aiuto reciproco contro i nemici di fuori&#8221; (<em>Lev</em>. cap. XVII).</p>
<p>Coesione interna, pace sociale, scarica esterna delle tensioni (un &#8220;esterno&#8221; che, come ho già scritto più volte, in epoca globale è paradossalmente un &#8220;interno&#8221;). Paura ed emergenza vanno qui di pari passo, si tengono, alimentandosi a vicenda. Ma paura di che cosa? Forse di perdere i privilegi, il lavoro, la casa, la famiglia, la vita, le ricchezze, anche se si abita una fortezza blindata? Dove si annidano i pericoli?<br />
Poco importa, o meglio importa che siano disseminati un po&#8217; ovunque. E&#8217; cruciale innanzitutto che il pericolo e l&#8217;insicurezza siano &#8220;percepiti&#8221;, avvertiti, e che si insinuino quotidianamente nella vita sociale, goccia a goccia, a piccole dosi omeopatiche. Lo si deve credere. La risposta a questa credenza sarà sempre lo stato di emergenza, ed ecco che il gioco è fatto e l&#8217;ideologia trionfa sul reale, il simbolico sul materiale. Un ideologico e un simbolico che con quel materiale possono anche non avere niente da spartire. Meglio quindi che tutto stia fermo, immobile, così com&#8217;è e che gli eventuali disagi vengano deviati all&#8217;esterno e fatti pagare agli &#8220;altri&#8221;: pace in patria e guerra all&#8217;esterno, come ci avverte Hobbes.</p>
<p>Vi sono poi due risvolti della logica emergenziale che vanno sottolineati: la sistematica non-risoluzione dei problemi e l&#8217;incombenza di percorsi politici autoritari. Gestire le questioni solo in termini emergenziali significa cioè non affrontarle mai in maniera razionale e ponderata, con la discussione pubblica e l&#8217;elaborazione dei progetti risolutivi che il metodo democratico di governare (e di autogovernarsi) richiederebbe. C&#8217;è poi la questione temporale: i tempi dei governi e quelli della complessità sociale sono spesso divergenti; la politica in senso alto che richiede lungimiranza e periodi lunghi deve fare i conti con l&#8217;affarismo bottegaio della classe (pseudo)politica al potere (su questo tema tornerò presto).<br />
E da ultimo, ma primo per gravità e importanza: quel che in verità vedo &#8220;emergere&#8221; all&#8217;orizzonte giorno dopo giorno, decreto dopo decreto, emergenza dopo emergenza, è il profilo di una nuova possibile dittatura che sguazzerà nel marasma dovuto alla non-risoluzione dei problemi, che invocherà la logica del &#8220;ci penso io, basta che mi lasciate lavorare&#8221; e che ci porterà a nuovi disastri. Dopotutto sia Mussolini che Hitler sono stati eletti democraticamente&#8230;</p>
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		<title>CUPE VAMPE</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2008 07:48:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[GUERRA (E PACE)]]></category>

		<category><![CDATA[MEMORIA STORICA]]></category>

		<category><![CDATA[SUONI E VISIONI]]></category>

		<category><![CDATA[nichilismo]]></category>

		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<category><![CDATA[violenza (e non)]]></category>

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		<description><![CDATA[
Naturalmente le responsabilità per la macelleria bosniaca (e jugoslava in generale) non possono essere attribuite solo a singole persone. Ma nemmeno possono sciogliersi e annullarsi col pretesto della storia e del suo incedere oggettivo. Ecco perché l&#8217;arresto di Radovan Karadzic, uno dei maggiori responsabili di quell&#8217;atroce guerra, dell&#8217;assedio di Sarajevo, del genocidio di Srebrenica, della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/biblioteca_sarajevo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1036" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/biblioteca_sarajevo.jpg?w=300&h=200" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Naturalmente le responsabilità per la macelleria bosniaca (e jugoslava in generale) non possono essere attribuite solo a singole persone. Ma nemmeno possono sciogliersi e annullarsi col pretesto della storia e del suo incedere oggettivo. Ecco perché l&#8217;arresto di <strong>Radovan Karadzic</strong>, uno dei maggiori responsabili di quell&#8217;atroce guerra, dell&#8217;assedio di Sarajevo, del genocidio di Srebrenica, della pulizia etnica, è comunque una buona notizia. In quella guerra si bruciarono anche le biblioteche - non solo i corpi ma anche la memoria, non solo gli alberi ma anche le radici, non solo la vita ma anche i segni e i simboli, affinché non rimanesse nulla, nemmeno l&#8217;ombra, delle culture e dei popoli nemici.</p>
<p>Ce lo ricordano i <strong>CSI</strong> con una canzone scritta nel 1996, subito dopo la terrificante pace che seguì alla terrificante guerra:</p>
<p><em><span lang="it">Di colpo si fa notte<br />
s&#8217;incunea crudo il freddo<br />
la città trema<br />
livida trema<br />
brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano<br />
che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna<br />
s&#8217;alzano i roghi al cielo<br />
s&#8217;alzano i roghi in cupe vampe<br />
brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani<br />
bruciano i libri<br />
possibili percorsi, le mappe, le memorie, l&#8217;aiuto degli altri<br />
s&#8217;alzano gli occhi al cielo, s&#8217;alzano i roghi in cupe vampe<br />
s&#8217;alzano i roghi al cielo, s&#8217;alzano i roghi in cupe vampe<br />
di colpo si fa notte<br />
s&#8217;incunea crudo il freddo<br />
la città trema<br />
come creatura.</span></em></p>
<p><em>Cupe vampe livide stanze<br />
occhio cecchino etnico assassino<br />
alto il sole: sete e sudore<br />
piena la luna: nessuna fortuna<br />
ci fotte la guerra che armi non ha<br />
ci fotte la pace che ammazza qua e là<br />
ci fottono i preti i pope i mullah<br />
l&#8217;ONU, la NATO, la civiltà<br />
bella la vita dentro un catino<br />
bersaglio mobile d&#8217;ogni cecchino<br />
bella la vita a Sarajevo città<br />
questa è la favola della viltà.</em></p>
<p style="text-align:right;">La canzone è anche visibile e ascoltabile su <a href="http://it.youtube.com/watch?v=fikgO8dkU6o">youtube</a><br />
Nella foto, l&#8217;incendio della biblioteca nazionale di Sarajevo.</p>
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		<title>L&#8217;APPUNTAMENTO</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jul 2008 08:18:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[SCRITTI]]></category>

		<category><![CDATA[bellezza]]></category>

		<category><![CDATA[memoria]]></category>

		<category><![CDATA[morte]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggevo qualche giorno fa in una di quelle saccentissime (e un po&#8217; stucchevoli) rubriche scientifiche di non so più quale quotidiano, che i dolori e i lutti, per quanto gravi, vengono sempre superati e metabolizzati dagli umani entro un certo periodo. Seguivano esempi, tabelle e diagrammi con tanto di variabili e proiezioni temporali. Sarà, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Leggevo qualche giorno fa in una di quelle saccentissime (e un po&#8217; stucchevoli) rubriche scientifiche di non so più quale quotidiano, che i dolori e i lutti, per quanto gravi, vengono sempre superati e metabolizzati dagli umani entro un certo periodo. Seguivano esempi, tabelle e diagrammi con tanto di variabili e proiezioni temporali. Sarà, ma in qualche caso il tempo non fa bene il suo mestiere, visto che la ferita - di nuovo il <em>vulnus</em> - può anche non smettere di sanguinare. Si tratterà forse di casi-limite non rilevabili dagli strumenti e dagli istogrammi delle scienze statistiche del dolore&#8230;</p>
<p>E&#8217; quanto mai inconsueto ed eccezionale che io pubblichi in questo spazio un racconto, ma ho voluto farlo lo stesso per almeno due ragioni: ha a che fare con la data odierna, il <a href="http://mariodomina.wordpress.com/2007/07/20/20-luglio/"><strong>20 luglio</strong></a>, che per me è una data insieme atroce e densa di simboli, nella quale hanno finito per sovrapporsi due eventi lontani nel tempo, che mi hanno lacerato l&#8217;anima; e poi, oltre a questo, mi sono reso conto che di <strong>racconto filosofico</strong> dopotutto si tratta, dove i temi della <strong>morte</strong>, della <strong>bellezza</strong> e della <strong>memoria</strong> convergono in un abbraccio soffocante, ma anche liberatorio come solo la scrittura sa fare. Spero che qualcuno lo apprezzerà&#8230;</p>
<p><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/1008143_foto_1120350206_rosa_di_sangue.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1023" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/1008143_foto_1120350206_rosa_di_sangue.jpg?w=300&h=299" alt="" width="300" height="299" /></a></p>
<p><span id="more-987"></span></p>
<p>E&#8217; il venti luglio e il signor Lete, che di nome fa Giuseppe, si  è alzato più presto del solito. Subito  spia tra le imposte, e le fessure sottili e regolari di azzurro rivelano ai suoi occhi assonnati quel che non si sarebbe proprio aspettato, e cioè che una radiosa giornata di luglio sta sbocciando dalla tempesta notturna. Erano infatti le tre di notte quando, poche ore prima, il fragore di uno spaventoso temporale accompagnato da una grandinata devastante, lo aveva svegliato, causandogli una grande agitazione.<br />
Ed ecco, ora che tuffa il viso nell&#8217;aria fresca e la prima cosa che colpisce il suo sguardo è lo splendore deciso e vigoroso dei gerani, come se solo dalle loro forme e dai loro colori dipendessero in questo preciso momento le sorti dell&#8217;universo - ebbene adesso la paura notturna, l&#8217;ansia, la tensione, tutto è svanito come d&#8217;incanto, lasciandogli solo l&#8217;impressione sottile di un pericolo scampato, come un velo di vapore in rapido dissolvimento.<br />
A piedi nudi sul parqué si dirige verso il bagno, molto lentamente, gustando a ogni passo la sensazione recente di benessere che per fortuna ancora sta durando. Con più convinzione, dopo avere meccanicamente assolto i primi atti fisiologici della giornata (andare in bagno, bere un bicchier d&#8217;acqua, fresco non freddo, assaporare un caffè), si guarda, anche se di sottecchi, allo specchio e dice a voce alta:<br />
-Chissà se il ragazzo con la virgola mi riconoscerà ancora?<br />
E poi, accarezzandosi la barba incolta di qualche giorno:<br />
-Bisognerà che me la tagli e che mi presenti all&#8217;appuntamento ordinato e ripulito come si deve.<br />
Appuntamento? Quale appuntamento? Solo adesso si rende conto della stranezza di quel che è avvenuto. Soltanto un minuto fa, mentre sorseggiava il caffè, gli è passata per la testa questa faccenda dell&#8217;appuntamento. Ecco, l&#8217;ha segnato persino sul calendario: il giorno odierno del mese di luglio è marcato con un promemoria: sono riportati con un&#8217;abbreviazione inconfondibile, tipica del suo modo di annotare, un luogo e una ricorrenza. Ma quando aveva fissato quell&#8217;incontro? In che circostanza e perché? Non ricorda nemmeno il gesto con cui l&#8217;ha appuntato, scrivendo quel breve promemoria accanto alla data (che peraltro sembra non dirgli nulla) sul calendario appeso in cucina, là sopra il forno a microonde. Non è strano? Si accorge anzi di avere del tutto smarrito la traccia logica, il percorso fattuale e mentale che lo ha condotto a quello che ora gli appare come un sorprendente enigma. In sostanza è successo questo: il nostro signor Lete, di cui ancora non sappiamo nulla se non che si è appena svegliato, e di cui probabilmente non diremo un granché nel prosieguo di questo racconto, la mattina del 20 luglio dell&#8217;anno tal dei tali, seguendo in modo automatico un ordine che gli è stato impartito in tutta segretezza, come se si trattasse di una cospirazione, un certo tempo prima, si ritrova a dover far fronte ad un rendez-vous organizzato a sua insaputa (o meglio, ad insaputa del suo livello cosciente), un appuntamento a cui si dovrebbe recare, per incontrare una persona che non vede da ben venticinque anni, una persona che è stata classificata nei reparti più polverosi della sua memoria sotto la voce di &#8220;ragazzo con la virgola&#8221;. Non è pazzesco?<br />
Intendiamo dire: uno si sveglia, sente nella sua testa una voce che gli suggerisce &#8220;fai questo e quest&#8217;altro&#8221;, ne trova conferma scritta (da lui stesso, non c&#8217;è dubbio) mentre sta facendo colazione, e poi, colto da smarrimento, alla fine si chiede: ma come è potuto avvenire? perché? quando? Il sospetto di essere affetto da un&#8217;improvvisa amnesia gli si affaccia alla mente, e allora comincia a preoccuparsi, cerca l&#8217;agenda telefonica per chiamare il suo medico, sta per sollevare la cornetta e comporre il numero, ma poi ci ripensa e si dice: va bene, tutto questo è strano, non me ne so dare una spiegazione plausibile, ma perché non andarci? Ed è esattamente quello che il signor Lete sta facendo: ha preso la decisione di assumere coscientemente quel che era stato organizzato senza la sua partecipazione attiva da qualcun altro (il suo inconscio, gli verrebbe subito da dire, ma in questo momento non se la sente di escludere cose come il destino, il caso o la fatalità, od anche Dio, se non addirittura l&#8217;aldilà).<br />
Certo, il signor Lete si sta chiedendo che senso ha incontrare una persona dopo tutto quel tempo. Senza contare che, deve ammetterlo, anche se a malincuore, lo ha praticamente cancellato dalla sua memoria, era stato così preso dalle sue faccende negli ultimi tempi che non aveva più minimamente pensato a lui. A voler ben guardare, tale dimenticanza o, per essere più precisi, tale oblio (dato che non si vuole qui usare il termine &#8220;rimozione&#8221;, concetto alquanto più ingombrante ed impegnativo), deve essere esteso ad un periodo di almeno venticinque anni. Un quarto di secolo! Eppure lui era risaltato fuori senza alcun preavviso, così di colpo! Ma come non sentirsi incuriositi, se non addirittura affascinati e sedotti, per quanto con l&#8217;impressione di un leggero brivido sul collo, da quella che si sarebbe potuta definire una &#8220;chiamata misteriosa&#8221;?<br />
Dopo una buona mezz&#8217;ora di panico Giuseppe Lete riprende i preparativi. Con cura si fa la barba, lasciando un sottile pizzetto, quello che ormai da anni lo fa stare bene oltre che à la page, pensando che sì, gli dona proprio, e che certo piacerebbe anche alla persona che deve incontrare. Non si rende nemmeno conto della forma di automatismo da cui viene ormai mosso - forse tale termine, &#8220;automatismo&#8221;, richiede una breve spiegazione, che è pressappoco la seguente: i movimenti vitali, i flussi di pensiero, la fibra esistenziale di cui il nostro personaggio è costituito, procedono a pieno ritmo come se nulla fosse; senza indagare oltre, ci vien da dire che ormai si sta arrendendo alla ferrea logica dell&#8217;appuntamento. Intanto la movenza meccanica del rasoio (un gesto che talvolta, sarà per lo specchio che lo riflette o per la sua ripetitività, induce qualcosa di simile all&#8217;ipnosi), ha fatto sì che un bel po&#8217; di ricordi cominciassero a riaffiorare, in ordine sparso e alla rinfusa, sulla superficie placida della sua memoria, come se si trattasse di reperti incagliati per lungo tempo sul fondo del mare e che per un rimescolamento dovuto alle correnti riemergono improvvisamente alla vista di pescatori indispettiti, presi come sono in quel momento dalle loro quotidiane fatiche. Noi possiamo leggere nei ricordi del signor Lete, abbiamo questo privilegio, anche se solo per oggi  deve proprio essere una giornata speciale questo venti luglio  e naturalmente ne approfittiamo. Seguiamo con attenzione il filo dei suoi pensieri&#8230;<br />
In realtà non ha mai capito se quando si erano conosciuti lui piacesse o no al ragazzo con la virgola, mentre viceversa ricorda bene che nel momento in cui quello era emerso dalla folla di ragazzini del corso inferiore al suo, lo aveva notato subito, e subito gli era andato a genio. Certo era troppo giovane per dare un senso e un contenuto preciso a quella che ben presto si sarebbe rivelata una sconveniente attrazione: non ne aveva avuto orrore, da quel che si poteva ricordare, né lo aveva reso felice, semplicemente si era presentata e l&#8217;aveva vissuta. Come tutti i suoi coetanei del resto cui stavano succedendo cose del genere, e che però hanno la memoria corta, oppure, se anche ricordano, se ne vergognano. Ma non lui. E chissà, forse il ragazzo con la virgola lo aveva chiamato con il preciso intento di riportare in luce l&#8217;intero contesto di quella dimenticata stagione della sua gioventù. Anche se il signor Lete fatica a comprendere dove tutto questo spirito rievocativo voglia andare a parare.<br />
Dopo un attimo di esitazione sceglie come vestirsi: tutto di bianco, una camicia leggerissima di cotone, un cappello a tese larghe per ripararsi dal sole, una giacca ampia con i bottoni dorati, estivi pantaloni larghi e vaporosi, un poco lisi e che però trova comodi e non si decide mai a buttar via - come sua moglie ogni estate pretenderebbe che lui facesse (a proposito, la moglie del signor Lete oggi non c&#8217;è, è partita per il mare con la figlia, lui le raggiungerà la prossima settimana); solo i sandali marron scuro pagati cari, carissimi (ma si è stancato di scollamenti, rotture, e disfacimenti precoci nel bel mezzo dell&#8217;estate) spezzano il lindo candore e l&#8217;eleganza del suo &#8220;abito di cerimonia&#8221;, risultato dunque di un compromesso tra l&#8217;importanza che ha deciso di attribuire all&#8217;occasione e le esigenze climatiche: la giornata, del resto, si annuncia caldissima, anche se per fortuna non afosa.</p>
<p>Forse era una giornata altrettanto calda e luminosa quella che gli sta tornando in mente: vede un ragazzo con una strana frangia a forma di virgola sulla fronte, più magro di lui, non saprebbe dire se più alto, certo più grazioso e, all&#8217;apparenza, più sveglio, un ragazzo dalla pelle scura, nonostante il cognome tradisse i suoi natali nordici, con il viso rotondo scavato da due minuscole fossette che parevano accentuarne la solarità,  le orecchie stranamente a punta, gli occhi vispi e le ciglia accentuate, e lo vede venire verso di lui, scompostamente allegro, schizzando su una bicicletta cross di colore rosso fiammante, dopo avere cambiato più volte direzione, finché non gli rivolge una domanda a bruciapelo, tanto da lasciarlo di stucco:<br />
- Ma tu credi in Dio?<br />
E Giuseppe che farfuglia qualcosa:<br />
-Io? Stai dicendo a me? Cioè&#8230; mi stai chiedendo&#8230; se io&#8230; beh sì, credo di sì. Credo che gli si debba credere.<br />
-Credi di dovergli credere o ci credi davvero?  non sapeva se sorridere di fronte alla proposta di un argomento così improprio per un primo approccio oppure se preoccuparsi e scansare con un gesto cortese, ma deciso, l&#8217;invadenza di una domanda tanto inconsueta.<br />
-Ma perché ti interessa?  aveva replicato deviando lo sguardo verso i raggi scintillanti della ruota della bicicletta su cui il ragazzo era semisdraiato, attratto dai colori vivaci degli ammennicoli in plastica che vi si usavano applicare, figurine e ritagli vari destinati a produrre un caratteristico frullìo durante l&#8217;andatura.<br />
-E&#8217; un discorso un po&#8217; lungo, forse tu vai di fretta  gli rispose lui sornione  magari è meglio rimandare. Anche se credo che ti annoierebbe stare con me a parlare un intero pomeriggio. Dovremmo discutere di certe cose di cui i ragazzi di solito discutono poco, di religione, di scienza, del senso della vita, di domande come da dove veniamo, dove andiamo a finire dopo la morte&#8230; e non so se a te la cosa interessa veramente.<br />
-E allora perché me lo hai chiesto? E poi, chi ti dice che a me non interessi?<br />
-Boh, era una domanda come un&#8217;altra. Sai, gli amici di mio fratello ogni tanto ne parlano fra loro. Si riuniscono a fumare di nascosto, usano parole un po&#8217; difficili ma io li sto a sentire lo stesso. E poi, l&#8217;altro giorno ti ho ascoltato mentre discutevi con una ragazza, parlavi del senso dell&#8217;esistenza, cose del genere. A proposito, lei chi era?<br />
-Fammici pensare&#8230; ma sei sicuro? non è che mi scambi per qualcun altro?<br />
Forse il loro primo incontro non si era svolto esattamente così, magari Giuseppe sta rivedendo la scena come se&#8230; come dire, come se fosse un po&#8217; romanzata, ecco, &#8220;ritoccata&#8221; è il termine giusto, qualche lieve ritocco qua e là per renderla più accattivante, eppure è sicuro che il dialogo che sta ricordando è al di sotto, è anche meno realistico di quel che doveva essere effettivamente avvenuto allora. Su una cosa, però, è certo di non sbagliare, e cioè quel che aveva sentito dopo avere osservato meglio quel ragazzo un po&#8217; strano e particolare che aveva di fronte: la faccia del ragazzo con la virgola si era fatta improvvisamente più seria, quasi più scura, la bocca atteggiata a un&#8217;ammiccante espressione di mistero, mentre Giuseppe era rimasto basito a contemplare il suo corpo sottile e aveva sentito uno strano calore venir su dalle gambe e avvolgergli il torace e poi un affanno serrargli la gola, come un conato di desiderio di cui subito doversi vergognare e che però sarebbe stato impossibile ricacciare indietro, non del tutto almeno. Una cosa era certa: in quell&#8217;istante aveva desiderato segretamente mettergli le braccia al collo e forse perfino sfiorargli le guance con la bocca, o accarezzargli la testa, magari abbracciarlo e stringerlo forte, anche se mai e poi mai l&#8217;avrebbe ammesso. Perché non l&#8217;aveva fatto? E con quale coraggio avrebbe potuto? E poi sarebbe stato goffo e impacciato, anzi in verità paralizzato al solo pensiero, forse si stava di nuovo immaginando tutto, di sicuro però era rimasto profondamente turbato, senza contare che era la prima volta che una cosa del genere gli succedeva. Così aveva distolto lo sguardo per non farsi sorprendere - ma il ragazzo con la virgola non era certo stupido, qualcosa aveva dovuto intercettare, si soffiò sulla fronte e lo salutò. Dandogli appuntamento di fronte alla chiesa dopo la funzione, naturalmente.<br />
Sì, perché lo sfondo di quella loro abbozzata relazione erano gli incensi di messe vespertine e la calca sudaticcia di raduni oratoriani estivi. Era impossibile per tutti i ragazzi della sua generazione, specie se abitanti in provincia, sfuggirvi. Di cattolicesimo era impregnata perfino l&#8217;aria. Giuseppe e il ragazzo con la virgola, per quanto poco convinti e propensi a farsi condizionare dalla religione e dalle sue credenze, si trovarono comunque, volenti o nolenti, presi nelle sue umide e calde spire. E ad onor del vero, forse a loro non dispiaceva respirare quell&#8217;aria, sentirsi avvolti dalla sua guaina protettiva. Non che desse loro particolari sicurezze o che prendessero sul serio i precetti o i valori propagandati dagli altari o nelle stanze del catechismo, il loro era semmai un interesse di ordine superiore, come dire, &#8220;intellettuale&#8221;, a loro piaceva farsi domande fondamentali (e cercare, in perfetta autonomia, le eventuali risposte). In ciò tendevano ad imitare i ragazzi un po&#8217; più grandi, magari un fratello o un amico di età maggiore, quelli di cui il ragazzo con la virgola aveva parlato a Giuseppe, gente che, appassionatasi a certi discorsi, alle grandi questioni della vita, finiva magari per bazzicare le sacrestie, anche se poi loro due avrebbero cercato di distinguersi, da una parte aggiungendo un pizzico di snobismo, dall&#8217;altra accentuando ed esibendo con la precocità tipica di certi adolescenti il lato dell&#8217;inquietudine e del cosiddetto tormento interiore. Risultato: tutti gli altri sarebbero rimasti lì, mentre per loro sarebbe stato un semplice luogo di passaggio.</p>
<p>Il signor Lete è tornato a concentrarsi sulla sua toeletta: ormai non gli rimane che palparsi piacevolmente passandosi il dopobarba sul viso, cosa che sta facendo ripetutamente con studiati e ridondanti gesti. Segue qualche boccaccia allo specchio, dopo di che si massaggia il collo - la cervicale ogni tanto si fa sentire. Ecco, è pronto. Spera intensamente di piacere ancora al ragazzo con la virgola, nonostante sia passato tutto quel tempo.<br />
Vuole andare all&#8217;appuntamento in taxi, anche se ciò lo priverà del godimento pieno di un mattino così radioso qual è quello che sta caratterizzando l&#8217;odierno venti luglio: sarà infatti più difficile catturarne gli effluvi, la luce intensa, la varietà dei profumi, e trasformarli nel più assoluto piacere di esistere. Peccato, perché i giardini sono ancora in festa e lui vorrebbe spiarli da vicino, magari ficcare il naso in un portone aperto, perlustrare qualche angolo fresco e odoroso, per riposare  all&#8217;ombra di un cedro del Libano, sbucare di colpo, dopo una breve corsa, in uno spazio erboso e soleggiato, e lì stendersi, e sognare - sempre che un nugolo di insetti non si premuri di fargli bruscamente notare che quello è pur sempre territorio loro.</p>
<p>Sognare quella volta, per esempio, che si era illuso di avere visto il ragazzo con la virgola nella segreteria della scuola superiore, in fila per l&#8217;iscrizione col padre. Era passato un anno dacché si erano conosciuti. Stava in una orribile stanza con i muri scrostati e ammuffiti, i pavimenti consunti  e un colore ocra dominante che avvolgeva cose e persone e che ancora, a distanza di anni, poteva sentire soffocarlo. Ma la vista di lui, o almeno di quel che pensava fosse il suo profilo scorto con la coda dell&#8217;occhio, aveva portato un po&#8217; di luce in quell&#8217;ambiente triste e sconsolato. Felice di averlo rincontrato dopo settimane che si erano persi di vista, già stava pregustando tutte le infinite possibilità di frequentazione che da quella nuova situazione sarebbero senz&#8217;altro scaturite. Possibilità di capitare nella stessa sezione (anche se in classi diverse, data la differenza di età), Giuseppe che avrebbe potuto fargli da guida, si sarebbe potuto venire a scuola insieme, si sarebbero visti all&#8217;intervallo, e poi all&#8217;uscita, magari avrebbero avuto gli stessi orari e sarebbero rincasati insieme. Certo niente compiti o interrogazioni da preparare in comune, sarebbe stato un po&#8217; più difficile incontrarsi a casa dell&#8217;uno o dell&#8217;altro - ma che importava? Non era già quello che gli stava capitando un gran colpo di fortuna, o, per dirlo con maggiore eleganza, un insperato stato di grazia?<br />
Che delusione quando rigirandosi di scatto dopo un solo secondo, tanto gli era bastato per immaginare il lieto quadretto, aveva scoperto che la fronte ricoperta dalla virgola che gli era sembrato di riconoscere non apparteneva alla figura che tanto aveva desiderato rivedere! Un intero castello di immagini si stava afflosciando. Un cuore di nuovo spezzato, sanguinante. E il respiro che per poco non gli era venuto a mancare.<br />
Quel luglio di tanti anni fa se lo ricorda ancora bene. Arrostiva al mare, quell&#8217;estate pensava proprio di spassarsela, aveva conosciuto così tanti ragazzi e ragazze, cominciava a coltivare le sue prime amicizie femminili, a combinare persino qualcosa, un bacio fugace dietro le barche verdi e azzurre rovesciate sulla spiaggia, e poi la fila di falò di mezzagosto,  una notte di fine estate passata sotto lampi e stelle, su scogli freddi e scivolosi, il mondo era nuovo e bellissimo e tutto da scoprire, eppure, nonostante la sua incontenibile felicità, un oscuro presentimento, qualcosa che non sapeva da dove provenisse lo faceva esitare, e nei primi pomeriggi di settembre, sulla rena ormai tiepida e svuotata delle torme di ragazzini ululanti, la gola gli si tornava a serrare pensando al ragazzo con la virgola, il respiro era mozzato ed avvertiva una sensazione come di ghiaccio sulla schiena, non certo per il primo debole affacciarsi del vento di tramontana&#8230; e così non vedeva l&#8217;ora di tornare, di riprendere il filo dei discorsi lasciati a metà&#8230; tutta quell&#8217;estate l&#8217;aveva trascorsa in bilico, estasiato e riconoscente per le nuove esperienze e i tanti incontri fatti, ma in fondo invaso da un&#8217;impercettibile, e per lui ancora incomprensibile, sensazione, la prima comparsa di sentimenti come la malinconia del distacco, o la paralisi dovuta all&#8217;assenza di qualcuno, gioiva e soffriva ad un tempo, e come giudicare, di nuovo, l&#8217;innocente presentarsi di emozioni così contrastanti, ma anche così belle e pure a quell&#8217;età? E tutta questa tempesta di passioni accadeva e subiva, mentre il ragazzo con la virgola&#8230;</p>
<p>&#8220;Mio Dio, che tristezza!&#8221; - la zona occipitale della faccia del signor Lete a questo punto si è leggermente scomposta, forse finirà per scappargli persino una fuggevole lacrima.<br />
Non potrà di fatti far finta di niente: mano a mano che si avvicina al luogo dell&#8217;appuntamento, e che i frammenti tornano a ricomporsi in immagini più nitide, l&#8217;ondata di  malessere viene crescendo e rischia di farsi incontenibile. Si tratta di una sensazione dapprima sorda e indistinta, che poi, con il progressivo riaffiorare dei ricordi, si fa sempre più aguzza e pungente, tanto che sta pensando di bloccare il conducente, e di chiedergli di riportarlo indietro.<br />
Per distrarsi, abbassa il finestrino della vettura, e si affaccia a prendere un po&#8217; d&#8217;aria, così da distogliere per un istante il pensiero dalle immagini di venticinque anni prima, puntando l&#8217;attenzione verso le ortensie, i suoi fiori preferiti dell&#8217;anno (ogni anno il signor Lete elegge un fiore o un albero che ammira in tutte le fasi del suo ciclo, curandolo e spiandolo per carpirne il più piccolo segreto: c&#8217;era stato l&#8217;anno dell&#8217;oleandro, quello della palma, poi del fico d&#8217;India, del nespolo, del geranio, e così via, facendo con ciò tesoro delle romantiche e un po&#8217; fuori moda lezioni contemplative di un suo caro amico botanico, un illustre professore di cui però qui non ci occuperemo). Le ridondanti ortensie trionfano in questo periodo dell&#8217;estate con le loro enormi corone, eppure tra qualche giorno quelle stesse corone ora così azzurre, rosee, violacee, saranno sfiorite e il loro splendore declinerà verso un indifferenziato colore verdastro con venature di ruggine, fino a diventare pallide e quasi spettrali nella loro inarrestabile decadenza (lo sa perché le ha osservate con estrema attenzione). Quella percezione anziché distrarlo dai pensieri tristi di poco prima, ha però l&#8217;effetto di accelerare la precipitazione d&#8217;umore: il corso irrevocabile (e mortifero) dei fiori che ha davanti agli occhi gli suggerisce piuttosto riflessioni ulteriori sulla caducità delle cose, sul passare del tempo, sulla morte, perché se è vero che la natura è ciclica e le sue manifestazioni ritornano, che l&#8217;avvicendarsi delle stagioni e lo splendore alterno che ne deriva può essere bello e vitale  così il primo tepore di febbraio, le prime gemme sugli alberi, il primo bagno in mare, e poi settembre, l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno, con l&#8217;incredibile tavolozza di colori che lo contraddistingue, la vendemmia, le prime timide nebbie, la lunghezza dell&#8217;inverno e il piacere di chiudersi in casa, sprofondati in poltrona a leggere un libro&#8230;  insomma, così si sta domandando il signor Lete, se questo  può essere vero ed avere un senso, perché poi alla fine si ha la netta sensazione che tutto, ma proprio tutto, finirà un giorno per assottigliarsi tanto da lasciare nient&#8217;altro che sfibrate tele vuote, là dove giornate luminose ricolme del profumo inebriante del gelsomino si erano elevate a promesse imperiture ed incandescenti di felicità?<br />
Nonostante che la mesta folla di pensieri e di ricordi continui ad assalirlo, Giuseppe Lete è infine riuscito a scrollarsela di dosso, e a rivolgere di nuovo il volto appena rabbuiato al sole di luglio. E mentre si avvicina sempre di più alla meta, per evitare che i brutti pensieri riprendano il sopravvento, gioca a fissare solo i contorni degli oggetti, i loro profili e le loro figure: è una cosa che dà molto piacere questo genere di contemplazione, svuotata com&#8217;è di ogni contenuto, colore, sapore, concentrata solo sulla nettezza delle forme, sulla loro apparenza geometrica e, in ultima analisi, sulla loro continuità e insignificanza  tutto questo mentre fa ogni sforzo per evitare le chiacchiere del conducente, che infatti alla fine rinuncia e accende la radio, con un brusco gesto di malcelata stizza.<br />
Gli dice di accostare, per favore, davanti ad un negozio di fiori - ed ecco, mentre scende dall&#8217;auto asciugandosi il sudore dalla fronte, il largo che attraversa per raggiungere il negozio gli fa sovvenire un&#8217;altra cosa a proposito del ragazzo con la virgola, una cosa di cui si è fino a questo momento completamente scordato&#8230;</p>
<p>Assurdo che lui fosse geloso di quel suo amico, Marco o Mauro, non ne ricorda bene il nome - i nomi sono come le forme, dopo averne colti o amati un&#8217;infinità cadono anch&#8217;essi nell&#8217;indistinzione dell&#8217;oblio, e per fortuna  quello che sosteneva di essere il migliore amico del ragazzo con la virgola: ma proprio lì, a pochi metri dalla vetrina del fioraio, avevano avuto, non ricordava affatto se d&#8217;inverno o d&#8217;estate, di sera o di giorno, una discussione piuttosto irritante. Giuseppe cercava di ingraziarsi il ragazzo con la virgola cattivandosi la benevolenza del suo amichetto, ma era tutto inutile, sembrava la loro una piccola fortezza impenetrabile.<br />
-Lui sarebbe credente? Ma sei matto? - gracchiava con voce stridula quel Marco o Mauro.<br />
-Secondo me sei tu a sbagliarti - gli aveva ribattuto incredulo Giuseppe.<br />
-E&#8217; ateo, ne sono sicuro - aveva risposto l&#8217;altro stentoreo, e con quella erre strascicata di cui ora si ricordava bene.<br />
-Ma te lo ha detto lui? - cercava di indagare dissimulando la rabbia per non essere a parte di un tale segreto e verde di invidia nei confronti di quel ragazzotto insignificante, che pure si vantava di avere già letto l&#8217;Ulisse di Joyce! Figuriamoci cosa poteva averne tratto o capito! Eppure era riuscito ugualmente a sovrastarlo - lui che aveva un anno in meno e che già leggeva quei libri, di cui appena Giuseppe aveva avvertito il titolo o l&#8217;autore, magari storpiati o fusi e confusi con altri, come la volta, poco tempo dopo quell&#8217;episodio, che sarebbe stato enormemente sorpreso nello scoprire che Hegel ed Engels sono in realtà due persone distinte&#8230;<br />
-Certo. Non facciamo altro che discutere tutti i pomeriggi di Dio, di Marx, di che cosa faremo all&#8217;università, di cose piuttosto serie. Noi non siamo come gli altri, noi siamo diversi - sottolineava con antipatica deferenza quella parola magica, &#8220;diversi&#8221;, mentre allungava sulle cosce il maglione larghissimo e dal colore triste, marroncino o verde scuro, già irreparabilmente acconcio a quell&#8217;aria da intellettuale che tendeva a darsi. Il dispetto di Giuseppe si era ben presto tramutato in un odio sordo e in un&#8217;altrettanto inespressa e lacerante gelosia.<br />
Perché poi avesse rilevanza per lui sapere se il ragazzo con la virgola era ateo o credente nemmeno se lo ricordava, né lo stupiva il fatto che lo potesse essere, (come si è già detto la loro frequentazione degli ambienti ecclesiastici era molto sui generis e, comunque, destinata ben presto ad esaurirsi), forse cercava territori comuni, interessi da condividere, complicità esclusive tipiche dei ragazzini di quell&#8217;età. Forse la difficoltà stava nelle loro diversissime inclinazioni, lui e il suo amico così presi da questioni spirituali, &#8220;umanistiche&#8221;, profonde, Giuseppe invece curioso solo di cose scientifiche e a loro giudizio triviali, amante di letture macabre e di storie fantastiche, certo giudicate inferiori dal loro piccolo club di intellettuali precoci. D&#8217;altro canto entrare in un circolo esclusivo, fosse l&#8217;intelligenza o la voglia di far banda o qualunque altra cosa a contrassegnarlo, era un suo desiderio innato, e il ragazzo con la virgola non aveva fatto altro che ingrandirne la fiamma. Avrebbe comunque volentieri ucciso quel Marco-Mauro, lui che faceva parte della civiltà dei superiori, preso il suo posto e, presentatosi alla porta del ragazzo con la virgola, avrebbe fatto di tutto per convincerlo che viceversa era lui l&#8217;amico destinato a sorreggerlo e a farsi sorreggere per il resto delle loro vite.</p>
<p>-Quanto vengono le rose?<br />
(Meglio rosse o gialle? Chi lo sa?). Capisce che la commessa, una donna che mostra di avere più o meno la sua età, e di cui nota le unghie curatissime e affilate, al punto da sembrare artigli, smaltate di un accecante verde smeraldo, sta cercando di indovinare dove può avere visto la sua faccia che, evidentemente, le risulta familiare. Ma lui taglia corto:<br />
-Me ne dia venti, grazie.<br />
Non vuole essere riconosciuto dalle persone del luogo, dopo tutto ha abitato in quel quartiere per molti anni, spera che gli occhiali scuri e il taglio diverso dei capelli siano sufficienti a nascondere la sua identità. Tentenna per un minuto buono dopo essere uscito dal negozio, e si chiede per l&#8217;ultima volta se ha fatto bene o no a venire all&#8217;appuntamento, se non sarebbe stato meglio dare buca e deviare verso un luogo più adatto a godersi il calore della giornata, che so, una piscina o la riva di un fiume, o anche solo un bosco in cui passeggiare.<br />
Alla fine il signor Lete attraversa il cancello deciso, senza guardarsi attorno. &#8220;Perché poi ho preso delle rose?&#8221; si chiede. Fa il gesto di gettarle quando&#8230; oddìo, eccolo! Finalmente, dopo tutto questo tempo, lo rivede!<br />
Resta immobile, come paralizzato da un violento quanto inaspettato ictus, trattiene il respiro per un lungo interminabile minuto e chiude gli occhi prima che la vista gli si annebbi del tutto.<br />
Non si aspettava una reazione così cruenta, credeva di avere perduto del tutto la sua ormai erosa e compromessa sensibilità - quella che fin da ragazzo gli provocava l&#8217;accelerazione del battito cardiaco di fronte ad ogni nuovo incontro o esperienza; e invece eccola risorgere di nuovo, e attanagliare la sua gola fino a stroncargli il fiato. Poi i polmoni si rimettono in movimento, il flusso del respiro torna regolare, mentre i nervi ottici riprendono finalmente a gestire con efficienza il meccanismo della messa a fuoco: ora lo può vedere, è proprio lui, non è cambiato per nulla!<br />
La fotografia è sempre quella: il ragazzo con la virgola indossa i jeans sdruciti che ricordava bene e che tanto avrebbe voluto avere, dello stesso pallido colore, un azzurrino ormai quasi bianco - il signor Lete ha sempre avuto invidia da ragazzo dei jeans degli altri, più stretti e aderenti dei suoi, scoloriti al punto giusto e seducenti più che mai, così sta pensando (chissà poi perché vengono in mente simili sciocchezze del tutto incongrue proprio nei momenti più solenni, anche questo pensa). Dietro il ragazzo si staglia il giardino, meno lussureggiante di quanto rammentasse, dove si possono scorgere alcuni rododendri e una betulla, un esemplare enorme che d&#8217;autunno rovesciava verso terra immense cascate di dobloni. Anche la bicicletta cross è sempre la stessa. Purtroppo le figurine appese ai raggi non si notano, la pellicola è un po&#8217; rovinata, oppure semplicemente nell&#8217;occasione di quello scatto erano state tolte e riposte in chissà quale angolo buio e dimenticato della cantina.<br />
Il signor Lete sta ora dicendo a voce alta alcune parole un po&#8217; sconnesse, da cui sono deducibili frasi come &#8220;caro amico, da quanto tempo&#8221;, oppure &#8220;come potrai perdonarmi per tutto il tempo passato senza cercarti&#8221;, e simili, così che un paio di vecchie infagottate di nero nonostante il sole a picco, distolgono l&#8217;attenzione dalle loro quotidiane cure per rivolgergli uno sguardo interrogativo. Ma lui scrolla la testa senza dire altro e torna a concentrarsi sull&#8217;oggetto dell&#8217;appuntamento. Fissa di nuovo la fotografia e trova che il viso dell&#8217;amico non ha affatto perso smalto, è luminoso come allora, e anzi s&#8217;intona alla perfezione con la luce crescente del mattino. Tuttavia la bellezza della giornata non contribuisce a farlo sentire tranquillo e sereno come avrebbe voluto, anzi se possibile acuisce la sua sensibilità, al punto che non riesce più a trattenersi e a tenere gli occhi asciutti, ora la sua supposta imperturbabilità viene messa a dura prova. Per non parlare poi di quel morso al petto di poco fa&#8230; punge ancora&#8230; qui, proprio qui - e fa per massaggiarsi le costole indolenzite.<br />
Il signor Lete bacia ora appassionatamente il viso sulla foto, a lungo, senza alcuna vergogna o pudore, e mette a bagno le rose nel portafiori in peltro, dopo aver deciso di non gettarle a causa dell&#8217;incomprensibile motivazione che sarebbe meglio portarle ai vivi. Gli sembra che la virgola sia più pronunciata di come se la ricordava. Vede la data scolpita sulla lapide di marmo grigio, accanto alla croce stilizzata e sotto il nome privo del cognome: il mese e il giorno corrispondono, e così non ha più dubbi. Né ha altri pensieri, gesti o parole per il fantasma dell&#8217;amico della sua prima adolescenza, che in questo momento ondeggia di fronte a lui, se non forse l&#8217;inconfessabile sensazione che, al contrario di quanto aveva pensato solo un minuto prima, era il ragazzo ad essere lì per lui, e non viceversa.<br />
Ora ha capito, solo ora!<br />
Lui gli aveva dato appuntamento! In modo misterioso, con un sotterfugio, lo aveva circuito per attirarlo lì e per sbattergli in faccia la realtà. E per farlo si era servito della sua parte di coscienza (o se si preferisce, della sua anima, mente o cervello  il termine dopotutto ci è indifferente), della zona interna e impalpabile, &#8220;spirituale&#8221;, di quella zona normalmente sottotraccia che non lo aveva dimenticato, il lato nascosto, sotterraneo, notturno, che però non era mai riuscito a venire allo scoperto e a far sentire l&#8217;altro in colpa: l&#8217;altro lato, il lato diurno e razionale del signor Lete, così quadrato e pieno di sé, sempre occupato a pensare alle cose importanti della vita, come se invece non fossero le più triviali, lui con le sue certezze, la sua spavalderia, il suo starsene sul piedistallo a pavoneggiarsi e a fare progetti, lui si era svegliato una mattina ricordandosi non si sa come di un certo appuntamento e quando c&#8217;era andato aveva scoperto di non essere nient&#8217;altro che un uomo comune, uno come tanti altri, persino un po&#8217; mediocre se non banale, e che mai e poi mai sarebbe stato in grado di raggiungere le vette che certo il ragazzo con la virgola avrebbe raggiunto, quel ragazzo minuscolo, che dalla foto sembra quasi insignificante, quel ragazzo ucciso a soli quattordici anni da un morbo maligno e infame, stroncato sul più bello, quando si è ancora come bruchi nella crisalide, in attesa di spiccare il volo e di decidere quale direzione prendere, quando si è sul punto di immaginare quali colori variopinti sfolgoreranno sulle ali che conducono la farfalla nascente da una parte o dall&#8217;altra, un ragazzo colpito a morte dall&#8217;infinita ingiustizia di dèi invidiosi, di un destino assurdo e di una natura ben più che matrigna che sempre insieme tramano ciechi contro la vita e la bellezza. Ecco, c&#8217;è ora una parola che gli viene in mente, e questa parola è &#8220;bellezza&#8221;, ed è forse questa la parola che  può riassumere tutto: il ragazzo con la virgola rappresenta in sommo grado la bellezza, quel che lui, un goffo e distratto signore di mezza età, ha ormai irrevocabilmente perduto e dimenticato, e il ragazzo con la virgola è la bellezza perché&#8230; non sa più nemmeno perché gli sia venuto in mente, eppure lo sente, ne è convinto, non ha dubbi in proposito. Il signor Lete vorrebbe, tanto che c&#8217;è, calcare la mano e maltrattarsi un po&#8217; di più, darsi del verme, per la precisione &#8220;verme schifoso&#8221; è l&#8217;espressione che sta per affacciarsi sulla soglia del suo pensiero, ma gli pare che ciò potrebbe fornirgli il pretesto per una sorta di autoflagellazione, preludio pur sempre di una forma sottile di indulgenza, e di un possibile perdono, cosa che pensa di non meritarsi. E poi chi potrebbe perdonarlo, e per che cosa?<br />
Giuseppe Lete, ora, ha la testa confusa. I pensieri gli si aggrovigliano come in una matassa senza più né capo né coda, e anche a noi riesce ormai difficile seguirne l&#8217;ulteriore corso. Lo lasciamo mentre si gira di scatto, cercando con uno sguardo da ebete l&#8217;uscita, e un brivido ghiacciato gli corre lungo la schiena.</p>
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		<title>VULNUS (ovvero del filo spinato nei corpi e nelle menti)</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 08:42:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[FILOSOFIA POLITICA]]></category>

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Vulnus è termine latino che significa ferita, e su cui è costruito il termine vulnerabilità: vulnerabile è tutto ciò che è esposto alla possibilità di essere ferito, violato, leso, colpito, percosso, offeso, tagliato, danneggiato, ecc. In questo modo vulnus sembra rinviare tanto all&#8217;azione del ferire (la causa, il colpo inferto da chi ha il potere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/offriundito2.jpg"><img class="size-full wp-image-1009 aligncenter" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/offriundito2.jpg?w=350&h=500" alt="" width="350" height="500" /></a></p>
<p><strong><em>Vulnus</em></strong> è termine latino che significa ferita, e su cui è costruito il termine <strong>vulnerabilità</strong>: vulnerabile è tutto ciò che è esposto alla possibilità di essere ferito, violato, leso, colpito, percosso, offeso, tagliato, danneggiato, ecc. In questo modo <em>vulnus</em> sembra rinviare tanto all&#8217;azione del ferire (la causa, il colpo inferto da chi ha il potere e la possibilità di of-fendere), quanto allo stato del soggetto che subisce (l&#8217;effetto, la violazione del corpo, dell&#8217;anima, degli affetti, ecc., poiché il significato si estende anche agli aspetti psicologici ed emotivi). Avevamo già ragionato di questo (si veda il post <a href="http://mariodomina.wordpress.com/2007/07/11/orrorismo/">Orrorismo</a>), stabilendo che la vulnerabilità è un tratto caratteristico e permanente dell&#8217;umano in quanto tale, anche quando non è più inerme come lo sono i bambini.  Proprio in questi giorni vado ragionando su fatti, diversissimi tra loro per contesto, tempi e luoghi, che però vedo &#8220;naturalmente&#8221; confluire sotto il cono d&#8217;ombra del concetto di <em>vulnus</em>. Li elenco brevemente e poi, come rocambolescamente sanno fare i filosofi secondo la definizione che ne dà Adam Smith, proverò a connetterli tra di loro in una parvenza di ragionamento.</p>
<p>-Parto da alcuni episodi cui ho personalmente assistito e che riguardano il comportamento della <strong>polizia </strong><strong>italiana</strong><strong></strong>. Non ho l&#8217;abitudine di generalizzare, ma ho avuto a che fare diverse volte con dei poliziotti, non solo durante presidi o cortei (dove chi si ha davanti di solito è poco più di una marionetta luccicante e radiocomandata), ma anche (e persino) in situazioni conviviali, non certo per mia scelta, e in tutte le occasioni ho sentito uscire dalle loro bocche (o dal battere ritmico dei loro manganelli) solo parole d&#8217;ordine che definire fasciste è un eufemismo. Mi sono anche sorbito esibizioni di pistole che Freud avrebbe trovato segni lampanti di una qualche &#8220;perversione&#8221; sessuale. Recentemente ho poi assistito a una scena disgustosa durante un concerto a Milano: un ragazzo che aveva tentato di scavalcare una recinzione è stato inseguito da un energumeno in tenuta da guerra, ululante ed eccitato, con tanto di elmetto, manganello e denti digrignanti, e solo perché il pubblico presente ha cominciato a protestare si è evitato un pestaggio in piena regola. Qualcuno obietterà: sì, ma se vieni offeso, ferito, percosso, minacciato, violato - secondo la logica del <em>vulnus</em> - finirai per rivolgerti alla polizia, no? Certo, d&#8217;accordo, ma non posso non registrare la bizzarrìa per cui chi dovrebbe ripararti dai colpi finisce poi per inferirteli. E di fatti&#8230; veniamo al secondo punto.</p>
<p><span id="more-939"></span></p>
<p>-Sono di questi giorni le notizie riguardanti la sentenza sui fatti di Bolzaneto<strong> </strong>e la requisitoria sulla &#8220;macelleria messicana&#8221; alla Diaz durante i giorni del <strong>G8 di Genova</strong> (proprio alla vigilia del 20 luglio). Al di là degli aspetti tecnico-giuridici (e dell&#8217;incredibile quasi autoassoluzione, volta di fatto a sancire l&#8217;impunità di cui godono alcuni settori dello stato), è evidente come in quei giorni (non solo a Bolzaneto e alla Diaz ma anche per le strade di Genova) si sia aperta una voragine - un vero e proprio <em>vulnus</em> - nello stato di diritto. Ma ancor più grave è che ciò non sia stato pubblicamente riconosciuto e radicalmente condannato da parte dello stato e delle istituzioni nel loro insieme. E&#8217; successo, <em>ergo</em> potrà succedere ancora. Non solo: i comportamenti fascistoidi cui accennavo sopra trovano, se possibile, ulteriore legittimazione.</p>
<p>-Sul sito della <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/7507216.stm">BBC</a> è possibile vedere alcune immagini che riguardano l&#8217;interrogatorio del (non) prigioniero di guerra Omar Khadr, ragazzino canadese arrestato in Afghanistan all&#8217;età di 15 anni con l&#8217;accusa di avere ucciso nel 2002 un soldato americano, e poi rinchiuso nel campo di concentramento di <strong>Guantanamo</strong>. Prescindo qui dal fatto che laggiù vengano detenuti orroristi/terroristi, combattenti, guerriglieri, resistenti, nemici assoluti o quant&#8217;altro. Guantanamo è un vero e proprio <em>vulnus</em> globale, una zona grigia dove i prigionieri vivono nel limbo di un&#8217;eterna sospensione di ogni diritto (umano e giuridico), proprio perché il loro è uno status indefinibile - che rinvia, oltretutto, alla quintessenza della vulnerabilità.</p>
<p>-Si discute molto in questi giorni di <strong>impronte digitali</strong>, di schedature etniche e (tra un paio d&#8217;anni) di schedatura generalizzata della popolazione. Il punto non sta nella schedatura in sé (siamo già ampiamente catalogati, controllati e ormai sorvegliati a vista, anche adesso, mentre sto scrivendo queste righe in rete); sta piuttosto nelle ragioni ideologiche e<strong> biopolitiche</strong> di questa campagna. E la cosa incredibile sarà vedere i &#8220;cittadini&#8221; che, dopo avere imposto il rilevamento delle impronte ai popoli Rom e Sinti e ai loro bambini, si metteranno entusiasticamente in fila per farsi rilevare le proprie. A tal punto è arrivata l&#8217;introiezione delle ideologie securitarie e dei meccanismi di controllo sociale. Microfisica del potere, diceva <strong>Foucault</strong>!</p>
<p>-Andrebbe infine affrontata più in generale la questione dei &#8220;campi&#8221; - da intendersi come zone giuridicamente (eticamente e politicamente) extraterritoriali: un tempo si parlava di &#8220;strutture totali&#8221; (secondo l&#8217;esempio mediato dai lager nazisti o dai gulag stalinisti). Dopo un fecondo e libertario periodo di critica e destrutturazione, specie negli anni &#8216;70 (Basaglia, le battaglie sul carcere, Ivan Illich, l&#8217;educazione, ecc.), oggi si torna a parlare e anzi ad invocare la logica dei &#8220;campi&#8221; - basti pensare ai CPT, voluti indistintamente da destra e da sinistra (a tal proposito non si deve mai dimenticare che la prima legge che li istituì reca la firma dei &#8220;compagni&#8221; Livia Turco e Giorgio Napolitano: articolo 12 della legge 40 del 1998 - divenuto poi articolo 14 del testo unico - la cosiddetta legge Turco-Napolitano).</p>
<p>E qui torno all&#8217;apertura del discorso e al filo, nemmeno troppo sottile, che lega tutti questi discorsi apparentemente slegati: la <strong>logica del &#8220;campo&#8221;</strong> è il nuovo <em>vulnus</em> sociale e giuridico incombente, e il corpo che risiede nel campo è esattamente la &#8220;<strong>nuda vita</strong>&#8221; che abita da sempre tutti i campi, l&#8217;essere umano nella sua totale vulnerabilità e sottomissione al potere - dalla sua più becera e servile manifestazione attraverso gli aguzzini che stanno al gradino più basso della gerarchia, fino ai piani alti del grattacielo&#8230; Il fatto che crediamo (ci illudiamo) di vivere in un&#8217;area del pianeta e in segmenti sociali che si autodefiniscono &#8220;democratici&#8221;, &#8220;garantisti&#8221;, che aderiscono alla filosofia giuridica dell&#8217;<em>habeas corpus</em> e alla tutela dei diritti umani, ecc. ecc. - tutto ciò non ci deve ingannare: il colpo che il potere può infliggere (<em>vulnus inferre, </em>dice la lingua latina) è sempre in agguato, ed è compito dei <strong>cittadini</strong>, i quali si devono ricordare ogni giorno di non essere dei <strong>sudditi</strong>, vigilare affinché nessun abuso mai su nessun umano, anche il più &#8220;insignificante&#8221; nella scala sociale, venga perpetrato.<br />
L&#8217;unica sicurezza generalizzata possibile è quella dell&#8217;<strong>eguaglianza</strong> e dell&#8217;<strong>universalità dei diritti</strong>. Basta un unico piccolo <em>vulnus </em>per farci precipitare nel baratro di una nuova, magari meno feroce e però più efficiente, dittatura. Ma attenzione: in epoca globale i campi non sono soltanto &#8220;fuori&#8221;. Essi possono essere aperti in ogni momento, qui tra di noi e, ancor più subdolamente, <em>in</em> noi. Ogni cellula e ogni impronta che cederemo al controllo biopolitico con l&#8217;illusione di una maggior sicurezza e di una minore vulnerabilità, sarà in realtà un nuovo piccolo campo che apriremo nei nostri corpi e nelle nostre menti. Un <em>vulnus</em> attraverso cui far entrare chilometri di filo spinato.</p>
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		<title>Aforisma 6</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 13:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[AFORISMI]]></category>

		<category><![CDATA[bellezza]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli umani si scervellano e si arrabattano alla ricerca di una definizione formale e stabile di &#8220;bellezza&#8221;, ma non si accorgono che ce l&#8217;hanno sotto gli occhi. Basterebbe osservare la varietà, al limite dell&#8217;impazzimento, delle forme naturali. Una morfologia ebbra della natura: questa è la chiave di volta del concetto di bellezza.
    [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Gli umani si scervellano e si arrabattano alla ricerca di una definizione formale e stabile di &#8220;bellezza&#8221;, ma non si accorgono che ce l&#8217;hanno sotto gli occhi. Basterebbe osservare la varietà, al limite dell&#8217;impazzimento, delle forme naturali. Una morfologia ebbra della natura: questa è la chiave di volta del concetto di bellezza.</p>
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		<title>VIVA LA VIDA Y LA REVOLUCION</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jul 2008 08:19:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[MEMORIA STORICA]]></category>

		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>

		<category><![CDATA[hegel]]></category>

		<category><![CDATA[illuminismo]]></category>

		<category><![CDATA[rivoluzione]]></category>

		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[
And I discovered that my castles stand
Upon pillars of sand, pillars of sand
Anche se oggi è un po&#8217; passato di moda parlare di rivoluzione, il 14 luglio rimane pur sempre una data importante che amo celebrare, e cui vorrei dedicare un brindisi. Ricordo che da bimbo il 1789 fu forse la prima data storica che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/viva-la-vida.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-958" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/viva-la-vida.jpg?w=300&h=300" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:right;"><em>And I discovered that my castles stand<br />
Upon pillars of sand, pillars of sand</em></p>
<p>Anche se oggi è un po&#8217; passato di moda parlare di rivoluzione, il <strong>14 luglio</strong> rimane pur sempre una data importante che amo celebrare, e cui vorrei dedicare un brindisi. Ricordo che da bimbo il <strong>1789</strong> fu forse la prima data storica che memorizzai, e ricordo anche di averla immagazzinata una volta per tutte col trucco della numerazione progressiva. Fu forse da allora che subisco il fascino della parola &#8220;rivoluzione&#8221; con le idee e i termini connessi.<br />
Crescendo, ho poi imparato che nelle rivoluzioni non è tutto rosa e fiori - anche perché scorre molto sangue (ma dove non scorre, sia nella storia che nel quotidiano?). Ma ancor più mi ha amareggiato il dover constatare che quasi (se non tutte) le rivoluzioni del passato sono state delle magnifiche promesse, degli inizi prodigiosi che (quasi) sempre finiscono per tradire le idee e i principi da cui sono sorte, e inevitabilmente sembrano destinate a degenerare. Letteralmente: a snaturare il senso della loro genesi. Dalla rivoluzione all&#8217;involuzione col blocco di ogni possibile evoluzione - sembra quasi una legge storica. Da un grande movimento orizzontale di popolo alla china di una qualche feroce dittatura o di un qualche ingessamento se non tradimento degli ideali. Questo non significa certo che non sia contento che le rivoluzioni siano accadute o che (speriamo) accadano ancora in futuro, è solo che sarebbe auspicabile che la loro forma venisse a sua volta trasformata e rivoluzionata. Una sorta di rivoluzione della rivoluzione! Gli è che le rivoluzioni, per loro natura, non sono certo programmabili, prevedibili o gestibili - se non in minima parte.</p>
<p><span id="more-957"></span></p>
<p>Ma torniamo alla <strong>Rivoluzione francese</strong>, che nonostante le sue magagne e la sua bella involuzione autoritaria, è diventata il simbolo e la bandiera di tutte le rivoluzioni moderne, anche, se non soprattutto, per quelle tre paroline magiche che l&#8217;hanno contraddistinta e resa immortale. <strong>Hegel</strong>, che nel suo periodo berlinese era già diventato un reazionario di ferro, nelle <em>Lezioni di filosofia della storia</em> lega strettamente la rottura rivoluzionaria dell&#8217;89 con i principi illuministici di volontà, libertà, ragione, autodeterminazione, arrivando a proclamare:</p>
<p>&#8220;Da che il sole splende sul firmamento e i pianeti girano intorno ad esso, non si era ancora scorto che l&#8217;uomo si basa sulla sua testa, cioè sul pensiero, e costruisce la realtà conformemente ad esso. Anassagora era stato il primo a dire che il <em>Nous</em> governa il mondo; ma solo ora l&#8217;uomo pervenne a riconoscere che il pensiero doveva governare la realtà spirituale. Questa fu dunque una splendida aurora. Tutti gli esseri pensanti hanno celebrato concordi quest&#8217;epoca. Dominò in quel tempo una nobile commozione, il mondo fu percorso e agitato da un entusiasmo dello spirito, come se allora fosse finalmente avvenuta la vera conciliazione del divino col mondo&#8221;.</p>
<p>Ecco, non mi pare che si possano scegliere espressioni migliori - &#8220;splendida aurora&#8221;, &#8220;nobile commozione&#8221;, &#8220;entusiasmo dello spirito&#8221; - per definire quella straordinaria rottura, quell&#8217;<em>Aufbruch, </em>lo sboccio di qualcosa di nuovo, un nuovo inizio<em>, </em>una grande promessa, tutti tratti tipici di una rivoluzione. Ma proprio perché quel che accade in un processo rivoluzionario è di solito definibile come un orgasmo storico, una scarica inaudita di energia collettiva, e talvolta di violenza e di ferocia, il contraccolpo è spesso quello di cui parlavamo all&#8217;inizio: un inaspettato, quanto spesso inevitabile, processo involutivo con le velenose code del terrore e dell&#8217;accentramento del potere. D&#8217;altra parte pare che l&#8217;idea di una &#8220;rivoluzione permanente&#8221;, anche se personalmente vorrei crederci, non sia granché sostenibile. Gli umani a una &#8220;pericolosa libertà&#8221; (un &#8220;doveroso pericolo&#8221; come canta il neomonaco Ferretti), preferiscono di solito la tranquillità e l&#8217;ordine; sono in fin dei conti più filistei e conservatori che eroici e rivoluzionari. Più prosaici come l&#8217;Hegel berlinese, che nel 1830, l&#8217;anno prima di morire, ebbe reazioni inconsulte alla notizia della nuova esplosione rivoluzionaria in quel di Parigi. Era proprio vecchio, o meglio era diventato un uomo di potere, l&#8217;intellettuale di punta della restaurazione prussiana, e forse non si ricordava più che quarant&#8217;anni prima, insieme agli amici <strong>Schelling</strong> e <strong>Hölderlin</strong>, a Tubinga aveva piantato un albero della libertà per inneggiare alla rivoluzione francese. Non solo le rivoluzioni, anche i filosofi talvolta regrediscono&#8230;</p>
<p>(P.s. L&#8217;immagine, che è poi il quadro di Delacroix <em>La libertà che guida il popolo</em> dedicato alla Rivoluzione del luglio 1830, è la copertina dell&#8217;ultimo album dei Coldplay, così come la citazione è un verso della loro splendida canzone &#8220;<a href="http://it.youtube.com/watch?v=QulYSXQPC2Q">Viva la vida</a>&#8220;).</p>
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		<title>HAIKU D&#8217;ESTATE</title>
		<link>http://mariodomina.wordpress.com/2008/07/12/haiku-destate/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 22:04:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>md</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[PERLE]]></category>

		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[
Mezzodì di piena estate;
la morte ci spia,
gli occhi socchiusi
Erba estiva:
dei sogni di gloria dei grandi guerrieri,
ora,
rovine,
e null&#8217;altro
Lucciole,
dalla gabbia
una ad una
trasmutano
in stelle
Minuscolo, un fazzoletto di giardino:
malata, vi cade,
immensa,
una foglia
Nel sopore della siesta, odo
battere e ribattere
un chiodo
(da Cento haiku, Guanda 2004; foto di ro_buk)
       ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><a href="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/been-caught-stealing.jpg"><img class="size-medium wp-image-972 aligncenter" src="http://mariodomina.files.wordpress.com/2008/07/been-caught-stealing.jpg?w=300&h=199" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>Mezzodì di piena estate;<br />
la morte ci spia,<br />
gli occhi socchiusi</p>
<p style="text-align:right;">Erba estiva:<br />
dei sogni di gloria dei grandi guerrieri,<br />
ora,<br />
rovine,<br />
e null&#8217;altro</p>
<p>Lucciole,<br />
dalla gabbia<br />
una ad una<br />
trasmutano<br />
in stelle</p>
<p style="text-align:right;">Minuscolo, un fazzoletto di giardino:<br />
malata, vi cade,<br />
immensa,<br />
una foglia</p>
<p>Nel sopore della siesta, odo<br />
battere e ribattere<br />
un chiodo</p>
<p>(da <em>Cento haiku</em>, Guanda 2004; foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/ro_buk/">ro_buk</a>)</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/mariodomina.wordpress.com/945/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/mariodomina.wordpress.com/945/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mariodomina.wordpress.com/945/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mariodomina.wordpress.com/945/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mariodomina.wordpress.com/945/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mariodomina.wordpress.com/945/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mariodomina.wordpress.com/945/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mariodomina.wordpress.com/945/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mariodomina.wordpress.com/945/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mariodomina.wordpress.com/945/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mariodomina.wordpress.com/945/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mariodomina.wordpress.com/945/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mariodomina.wordpress.com&blog=743735&post=945&subd=mariodomina&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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