Posts Tagged ‘animali’

Quarto lunedì: la specie dimezzata

martedì 28 gennaio 2014

luzzatiParleremo questa sera del problema del male, partendo dalla sua formulazione teologico-filosofica in termini di teodicea: come mai esiste il male se (posto o ammesso che) esiste Dio? Al termine “dio” può essere sostituito anche “ordine razionale”, la sostanza non cambia: se si pensa che esiste una ragione, uno scopo, una logica, un senso che ordinano il mondo – e che magari ne finalizzano gli avvenimenti – il male, il caos, l’orrore rimangono un problema che esige spiegazione. Affronteremo la questione in due mosse: nella prima daremo conto del termine teodicea in ambito storico-filosofico, mentre in un secondo momento proveremo a trattare la questione da un particolare punto di vista della contemporaneità, utilizzando alcuni testi di Primo Levi e del filosofo gallese Mark Rowlands.

1) Inquadramento storico
Teodicea (dal greco theos=dio e dike=diritto, giustizia) è termine coniato da Leibniz all’inizio del ‘700, e si riferisce al suo poderoso tentativo di “giustificare Dio”, cioè di scagionare Dio dall’accusa di avere voluto che ci fosse il male nel mondo.
È questa una vecchia questione della filosofia, di cui già si erano occupati gli antichi (gli stoici, ad esempio, o filosofi del calibro di Plotino o di Sant’Agostino), e che dal grande avversario filosofico di Leibniz, e cioè Spinoza, era stata liquidata attraverso una radicale critica ad ogni forma di antropocentrismo: in verità il male e il bene non esistono, se non all’interno di un’ottica tutta umana, ma nel momento in cui si allarga lo sguardo al vasto mondo – alla natura o al cosmo –  concetti come bene e male tendono a sparire e a perdere di significato.
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Torsione gnoseologica

sabato 25 gennaio 2014

Il problema delle definizioni di “uomo”, “essere umano”, “natura umana” e simili, è che si tratta comunque di autodefinizioni, che dunque valgono quello che valgono. (Del resto anche le definizioni di “animale”, “zecca”, “tamburo”, “gelosia”, “linguaggio”, “essere”, “bottiglia”, “Saturno” sono nostre e non loro. Però, quando siamo noi a parlare di noi – ci parliamo addosso – la faccenda si fa più delicata). Nonostante tutte le nostre pretese filosofiche ed universali, per fare un passo avanti significativo in quanto ad oggettività, ci vorrebbe, forse, il giudizio di un alieno (solo Dio sarebbe oggettivo in massimo grado).
Anche le definizioni più interessanti che ho collezionato negli ultimi tempi – ad esempio quella di Rowlands: «Se volessi definire gli esseri umani con una frase, direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi. In altri termini, gli esseri umani sono animali creduloni»; oppure quella di Cimatti: Homo sapiens, quell’unico animale «che ha come principale preoccupazione quella di dirsi che è diverso dagli altri viventi» – ebbene anch’esse, che pure si collocano al confine estremo della torsione straniante, scontano comunque questa insufficienza (al limite della dannazione) gnoseologica.

Menu-necrologio di Natale

martedì 25 dicembre 2012

Fanny e Alexander_Bergman

Può essere che la parte etica (e/o sentimentale) del nostro ipertrofico encefalo si sia così tanto rammollita da farci inutilmente disperare per quella ben poco gentile disposizione degli esseri viventi a farne fuori altri per nutrirsene (i biologi la chiamano eterotrofia). E d’altra parte l’unica alternativa sarebbe il suicidio. Un nichilismo maggiore, a fronte di un nichilismo minore (maggiore e minore sono però quantomai relativi). Ma la parte più dura ed ancestrale del suddetto encefalo se ne sbatte e continua nell’immane opera trituratrice, divoratrice e distruttrice. È solo l’altra parte – quella molle – che aspetta che giunga il manto / della grande consolatrice…
Ci sono poi le vie intermedie – il vegetarianesimo o, meglio, il veganesimo a cercare di ridurre lo spargimento di sangue. Oppure, l’amara ironia della poesia. Come in questa Coercizione – tra le ultimissime, in punta di morte – di Wislawa Szymborska, che prende in giro un po’ tutti, onnivori, vegetariani e carnivori, e che spero vogliate mettere, magari al posto dei capponi o dei tacchini o dei capitoni, sulle vostre natalizie tavole scarlatte (per il sangue che scorrerà comunque copioso, e che però sulle tovaglie non si noterà, dato che sarà rosso su rosso). Vi è poi la possibilità – come conclude la grande e saggia poetessa – di coprire grida e necrologio con l’inutile ed allegro chiacchiericcio.
Ed è questo il mio augurio – ben poco simpatico e piuttosto rompicoglioni – per il giorno di Natale.
[P.S. L’immagine sopra è tratta dal film Fanny e Alexander di Ingmar Bergman che, se la memoria non mi inganna, si apre – e mi pare si chiuda – con una gran tavolata natalizia e un poderoso discorso del capofamiglia; la scena m’impressionò a tal punto che, quando la vidi al cinema poco più che ventenne, decisi che avrei organizzato qualcosa di simile con l’unico mio nonno superstite, che già vedevo assiso a capotavola, raccogliendo intorno a lui figli e nipoti a decine, sparsi in tutta Italia – una missione impossibile, che infatti non sarei mai riuscito a compiere; di lì a poco, tra l’altro, il vecchio patriarca migrò a miglior vita…].
E ora, finalmente, la poesia di W.S.:
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Aforisma 65

venerdì 7 settembre 2012

Siamo animali che si mascherano, animali in perenne carnevale.

Fiere

sabato 3 dicembre 2011

Leggo che è ormai vicino il giorno in cui si parlerà dell’ultima tigre sulla terra. 100.000 esemplari stimati un secolo fa, meno di 4000 oggi. L’immaginario catastrofista che simula la stessa situazione per gli animali umani, e che ha fornito parecchio materiale sia al cinema che alla letteratura, non spende nemmeno un millesimo della sua fervida fantasia quando sono le altre specie animali a giungere alla fatidica soglia. Après moi le déluge! – sembra il motto dell’homo sapiens sapiens, la cui unica e vera sapienza si riduce sempre di più alla sistematica distruzione di ciò che lo ha reso sapiente (e potente). Una insipientissima sapienza.
Certo, se noi non ci fossimo e non ci sentissimo il centro dell’universo, non ci sarebbe nemmeno la doglianza per le estinzioni altrui, che madre natura non si perita affatto di procurare a piene mani, con un infinito sterminio di esseri viventi, compreso quello (pur piccolissimo) di umani da parte di spietate tigri cacciatrici  (del resto lei dà la vita lei la toglie). Senonché, ora, la causa prima delle estinzioni di massa siamo noi, non è il caso né tantomeno la necessità. Noi, qui e ora, cause storiche e contingenti.
Ricordo che da bimbo, durante i primi anni della scuola elementare a cavallo tra i ’60 e i ’70, incappai ad un certo punto in una parola per me inaudita, volta a descrivere la condizione dei poveri uomini primitivi in epoca preistorica: i nostri eroici post-scimmioni dovevano lottare con le fiere che ne mettevano a repentaglio la sopravvivenza. Le prime volte non capivo cosa fossero, poiché io alle fiere ci andavo col mio babbo e non mi sembravano granché pericolose. Ma ora lo so fin troppo bene: fiera – cioè belva feroce, dal latino ferus, indomito, selvaggio, crudele – è una buona definizione zoologico-antropologica di essere umano.

Era solo un gatto

mercoledì 14 settembre 2011

Così essi mi mostrano la parentela con me, e io l’accolgo.
Essi mi portano le doti del mio io,
e le mostrano chiaramente in loro possesso.
(W. Whitman)

I filosofi non hanno mai granché preso in considerazione gli animali. E quando lo hanno fatto li hanno guardati quasi sempre dall’alto in basso, con malcelato disprezzo. Macchine senz’anima (come ritiene Cartesio) che fanno arrivare a dire al signor Malebranche una frase orribile, che già ebbi a citare in altra occasione: “Si può maltrattare un cane senza curarsi dei suoi guaiti, semplici stridori di una macchina mal lubrificata.” Naturalmente non mancano le eccezioni, tra cui Hume, Bentham, Rousseau, che per motivi diversi si preoccuparono di teorizzare nei confronti degli animali una qualche forma di rispetto, se non proprio di dovere morale.
Gli è che la filosofia occidentale non solo non ha fatto nulla per smontare il pregiudizio antropocentrico e lo specismo, ma anzi li ha abbondantemente alimentati. E non si può dire che la scienza si sia comportata meglio, anzi!
Ho invece trovato in letteratura una maggiore sensibilità per l’argomento. Cito solo i primi esempi che mi vengono in mente: il rapporto tra l’anziano vasaio Cipriano Algor, protagonista de La caverna di Saramago, e il cane Trovato (ma forse si potrebbe dare lo stesso nome ad entrambi); la prima parte del romanzo Oltre il confine di Cormac McCarthy, dove una caccia ad una lupa diventa una delle più belle e commoventi storie che mi sia capitato di leggere. E si potrebbe continuare con altri scrittori: Dostoevskij, Kafka, Coetzee…

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‘A casa nno timpuni

lunedì 8 agosto 2011

Era virdi ‘u timpuni
r’alivi, ficurigna,
rrunzi e colacugghiànnira,
truffazzi r’azzalora.
O ‘n ciancu una casuzza
attimpata…

La storia narra di una casa abbandonata sull’altura, nella campagna siciliana (o marchigiana?). Era diventata, questa casetta, riparo per gli animali. Un viavai di cani, poiane, fagiani, topi, buoi, ramarri, colombine, scarafaggi, ma anche di zecche, vermi, pidocchi, ragni e tarli – soprattutto tarli.
Vi giunse in ottobre un ragazzo di una tredicina di anni. Di lui non sappiamo quasi nulla. Non il suo nome, né da dove viene, né dove andrà. Di certo ha l’aria di un fuggitivo, di uno che si guarda intorno smarrito e che non sa bene che fare. Si decise quindi ad entrare in casa, ma subito dentro si rannicchiò coprendosi il volto con le mani. Si addormentò e un cane lo vegliò. Al mattino così com’era arrivato uscì e s’inoltrò silenzioso nel fitto degli ulivi.
L’indomani ritornò e, come già da tempo succedeva con gli animali, anche lui andò e tornò più volte, in un irrequieto viavai. Che cosa gli passa per la testa? Quali ansie, pensieri, paure, speranze? La storia non dice.
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Amletismi – 11

giovedì 14 luglio 2011

♦ Suscita orrore la vivisezione. Lo scorso settembre aveva suscitato orrore la decisione europea di estendere la sperimentazione a cani e gatti randagi. Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, aveva invece commentato osservando che in mancanza di test sugli animali, ancora oggi tutti i bambini colpiti da leucemia non avrebbero più di sei mesi di vita. L’orrore, evidentemente, è relativo.

♦ Quante altre vite costano le vite – vegetative, comatose, semispente, meccanizzate e piuttosto energivore – prolungate oltre ogni ragionevole misura? Che cosa è ragionevole?

♦ Il banchetto eterotrofo-carnivoro degli umani costa (di nuovo) qualcosa come 50 miliardi di vite animali all’anno – esclusi gli animali di piccola taglia, innumerevoli e contabilizzati solo in termini di tonnellaggio. Un massacro quotidiano che si consuma in silenzio nei sotterranei delle nostre metropoli.

♦ Mio padre vivrà ancora – come e quanto a lungo non so dire – perché un maiale gli ha gentilmente ceduto la propria valvola mitralica. Mors tua vita mea.

É la bioepoca, bellezza!

Meditabondi animali

venerdì 10 giugno 2011

Approfittando dell’interessante dibattito generato da un post di qualche giorno fa, ho provato a riflettere sulla pratica della meditazione. Ed è subito sorto un problema: un conto è meditare, un altro è riflettere sulla meditazione (o, se è lecito dirlo, meditare sulla meditazione): il pensiero riflessivo tipico della filosofia occidentale (quel che riflette su ogni cosa, perché la mente è portata a pensare di essere una superficie-specchio, una facoltà in grado cioè di recepire e restituire qualsiasi oggetto, sé compresa), ha qualche problema ad affrontare quel che (almeno in parte) ne vorrebbe negare l’assoluta trasparenza ed evidenza. Lati oscuri, opachi, spigolosi o inintelligibili della realtà – la vita o l’esistenza nuda e cruda, che non si fanno certo ridurre all’ordine scientifico, logico, filosofico. La meditazione appare allora come una porta stretta che può essere aperta su questo territorio umbratile e misterioso.
Non intendo qui disquisire in modo approfondito sul significato del termine, o sulla sua fenomenologia – dato per inteso che si tratta di parola (e di concetto) piuttosto stratificato e irriducibile ad un unico significato. Se l’etimo ci rivela la comunanza con la cura (medèri, da una radice indoeuropea che mette insieme i significati di curare e di riflettere), l’esistenza di pratiche così diverse di meditazione (in Occidente come in Oriente – o, meglio, in quello spazio che l’Occidente definisce “Oriente”) induce a sospettare che possano essere raccolte sotto il medesimo nome.
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Bioepoca – prima parte

mercoledì 20 aprile 2011

(approfitto dell’ultimo degli incontri di “Introduzione alla filosofia”, costruito a partire dalle sollecitazioni di alcuni partecipanti, per fare il punto sul concetto di bioepoca, e sulla bruciante e connessa questione della bioetica).

Già l’uso della parola “epoca” accanto a bios (vita), ne orienta in una direzione precisa il significato: c’è un’epocalità, cioè l’apparire cruciale di un nuovo concetto di vita; ma “epoca” sta anche a dire che c’è l’emergenza di una temporalità e di una storicità: qualcosa di inaudito, che prima non era mai emerso, e che implica nel contempo qualcosa che è destinato a tramontare. Ci troviamo cioè, probabilmente, nell’epoca epochizzante per antonomasia – evo in cui si guarda alle cose nella loro determinazione storica e perenne mutabilità. Epoca transeunte del transeunte, che consuma il suo stesso consumarsi. Negazione della negazione.

Utilizzerò alcune parole-chiave per definire la costellazione concettuale da cui partire per una discussione etica del bios – una bioetica, come si suole ormai chiamare il nuovo orizzonte decisionale riguardante gli antichi estremi della condizione esistenziale: la vita, la morte, la nascita, la natura, la finitezza e l’immortalità. Alcuni concetti che è bene chiarire preliminarmente:

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