Posts Tagged ‘desiderio’

Diciassette stilettate

venerdì 7 febbraio 2014

[post ondivago su: bambini, stiletti, domande, film, libri, odissee, attese, psicanalisi, generazioni ed altro ancora]

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Si è appartato in corridoio col suo foglio, e in pochi minuti lo ha riempito di domande. Le prime sedici numerate, l’ultima contraddistinta dal segno dell’infinito:

1. Perché siamo nati?
2. Perché viviamo?
3. Perché mi chiamo…?
4. Perché Dio ha sbagliato a crearci?
5. Perché possiamo divertirci?
6. Perché ci amiamo?
7. Perché devo vivere?
8. Perché non sono felice?
9. Perché sono così?
10. Perché siamo cattivi?
11. Perché non ho quello che voglio?
12. Perché vivo male?
13. Perché siamo diversi?
14. Perché ci sono persone con problemi?
15. Perché ci poniamo delle domande?
16. Perché vivo?
∞   Perché?

Le ho interpretate come delle stilettate, o mitragliate, o scudisciate – l’arma può essere scelta a piacere – per lo meno per come sono state concepite, scritte e consegnate, e visto chi le ha scritte.
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Secondo lunedì: éros e agàpe

martedì 26 novembre 2013

Amore-e-psiche-Canova

[Quella che segue è la traccia del mio intervento al Gruppo di discussione filosofica tenutosi lo scorso lunedì 18 novembre, cui è seguito il contributo dell'amico e teologo Marco Paleari. Che ci ha consegnato una visione tutt'altro che eterea dell'amore cristiano - éros come un uscire da sé e andare verso l'altro - che affonda le proprie radici in una complessa tradizione religiosa e spirituale non riducibile a quella occidentale o al cattolicesimo, con interessanti riferimenti all'arte, all'iconografia, al misticismo e ad un pensiero teologico più propenso ad indicare che a prescrivere, decisamente più comprensivo che moraleggiante. È stata una serata ricca di spunti, con una partecipazione davvero straordinaria - fin nel numero di presenze, che ha superato le 30 persone, ma che ha scontato l'ovvio limite dell'ampiezza del tema e della pochezza del tempo a disposizione: troppa carne al fuoco, insomma, anche se preferirei un'altra metafora, visto il mio vegetarianesimo...]

***

Cominciamo dalle parole e dai loro significati originari. Ne metto in gioco tre, tutte della lingua greca:

érosphilìaagàpe

(in verità quest’ultima è pochissimo usata, ed entrerà nel vocabolario religioso quando si tratterà di tradurre in lingua greca il concetto dell’amore di Dio nei confronti degli uomini).
Questo il significato delle due parole più utilizzate:
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Sesso infante

giovedì 14 novembre 2013

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Per gli “adulti” benpensanti che se la menano su “sesso e adolescenza”, un vademecum di ovvietà (nell’epoca in cui l’ovvio appare intelligente):
1. Rileggersi Freud a proposito della sessualità infantile
2. Chiedersi a quale stadio di infantilizzazione loro si trovino
3. Chiedersi a quale stadio di adultizzazione abbiano indotto gli adolescenti
4. Tracciare una riga sul muro e provare a stabilire con estrema precisione gli stadi della propria evoluzione sessuale
5. Chiedersi quante volte hanno parlato di sesso in maniera morbosa
6. Chiedersi quante volte non hanno parlato di sesso con i figli
7. Farsi un esame di coscienza circa la loro dubbia opposizione al più grande induttore di prostituzione generalizzata della società italiana degli ultimi 20 anni
8. Guardarsi attorno e verificare quanti oggetti consumano e possiedono
9. Confessare, almeno a se stessi, alcuni torbidi ed inconfessabili desideri
10. Chiedersi infine: ma cosa cazzo è il sesso?

La peste di Tadzio

lunedì 6 maggio 2013

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Chi volesse cimentarsi in una sorta di “esperienza estetica totale”, potrebbe ad esempio passare un’intera giornata in compagnia di un precipitato artistico che nel Novecento ha avuto pochi eguali: cominciare al mattino leggendo La morte a Venezia di Thomas Mann; ascoltare – possibilmente dal vivo – la Quinta Sinfonia di Mahler (con particolare attenzione al celebre Adagietto), ed infine compiere l’opera con la visione del film di Luchino Visconti Morte a Venezia (se non ricordo male l’omissione dell’articolo non fu casuale). Se poi al malcapitato fruitore dovesse restare tempo, potrebbe anche provare a dare un occhio al melodramma di Britten – ma credo che già così la sopportazione estetico-percettiva avrebbe raggiunto il livello di guardia. E quella che si annunciava come una straordinaria esperienza estetica volgerebbe ben presto in un asfittico incubo estetizzante.
(Un mio amico filosofo, a tal proposito, soleva dire che, insieme a psicologismo e narcisismo, l’estetismo è uno dei grandi mali che affliggono la nostra epoca – e tutti e tre questi -ismi confluiscono nel male più grande di tutti, che è poi il solito nichilismo. Io non so se avesse ragione, ma certo di alcune morbose manifestazioni socioantropologiche occorre tener conto).
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Vita ingombra

giovedì 18 aprile 2013

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…mi sorprendo ad ammirarne la minuscola compattezza, la precisione, l’eleganza, il raffinatissimo design; la prodigiosa e sapiente commistione di tecniche e di conoscenze millenarie, tutto concentrato in poco più di 70 centimetri quadrati e 120 grammi di peso; la strabordante eccedente multifunzionalità; la velocità, l’intelligenza (da cui ha preso il nome), la silenziosa eccellenza; la facilità, l’immediatezza, la semplicità dell’uso; il suo saccente anticipare e risolvere ogni mio dubbio circa determinate funzioni e connessioni; gli schiaccianti e logici automatismi; il suo farsi tutte le sue cose e i suoi aggiornamenti sottotraccia, senza nemmeno farmelo sapere; la sua eccessiva pretesa di farmi connettere con il mondo intero a tutti i costi; la sua esagerata pretesa di voler contenere il mondo intero; e poi quei suoni puliti, quei colori luccicanti, quella visione così precisa ed affidabile – tutto così insopportabilmente perfettino; e io, così in ansia per ogni sua improvvida esposizione al pericolo di cadere, di prender colpi, di sbucciarsi il delicato schermo tattile…

…Epicuro ci sollecita ad accantonare i desideri vani, ma anche quelli naturali e non necessari (tipo il sesso), e a concentrarci solo su quelli naturali-necessari, che a questo punto è forse meglio non chiamare più nemmeno desideri…

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Cupiditas: l’orcio, il piviere e la scabbia

mercoledì 28 novembre 2012

[Quella che segue è una sintesi dell'introduzione con cui lo scorso lunedì ho aperto il Gruppo di discussione filosofica che si tiene mensilmente presso la Biblioteca di Rescaldina. Ho cercato di mantenere, per quanto mi è stato possibile nel passaggio alla stesura scritta, il tono colloquiale e il carattere divulgativo. Il tema in discussione era: (Iper)consumi: necessità, bisogni, desideri]

Partiamo dal titolo del nostro incontro: già il prefisso “iper” comporta un giudizio di valore (che è però tutto da argomentare). A tal proposito appare ovvio come ogni società umana (e dunque ogni singolo umano) non possa non consumare per sopravvivere. Senonché – anche questa è un’ovvietà – si sono date storicamente forme sociali diverse con modi diversi di consumare, uno dei quali è l’attuale, il tardo sistema capitalistico globale. Un sistema che non è eterno e che potrà in futuro essere modificato o sostituito. Questo modello viene da più parti denominato e caratterizzato come “consumistico” – ad indicare genericamente un eccesso di consumi, o un’eccessiva concentrazione sulla logica del consumo (senza magari farsi domande su motivazioni, radici, cause, effetti, ecc.). È comunque evidente che non ci sono mai state società in passato che abbiano consumato così tanto, così diffusamente ed intensivamente.
Ma la mia attenzione si volgerà piuttosto all’altra parte del titolo: necessità – bisogni – desideri, e verterà sul lato “soggettivo” più che oggettivo. Ci chiederemo cioè quali sono le spinte interne all’individuo che determinano la logica del consumo. E per far ciò partiremo dall’analisi di un celebre filosofo olandese del ‘600, autore di una interessante teoria della natura umana, ed in particolare delle “passioni” umane: Baruch Spinoza (1632-1677).
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Le centocinquanta sfumature del nulla

mercoledì 12 settembre 2012

Che il belletto dell’amore fosse in realtà da ricondurre alla brutalità del “fottere”, ce lo aveva già fatto sapere Schopenhauer esponendoci la sua teoria metafisica della libido voluttuaria: dietro ogni palpito o sospiro amoroso c’è solo la volontà che briga per riprodursi ed espandersi, niente di più.
Dunque, il bellissimo e perverso Christian Grey dalle 50+50+50 sfumature di tenebra, pare proprio aver scoperto l’acqua calda, quando dice alla sua “proprietà” sessuale Anastasia Steele di volerla fottere, e non di voler fare l’amore con lei.
Insomma – si sarà capito – quest’estate, come già altre estati, mi sono dovuto sobbarcare una lettura dettata solo da motivi professionali, e non dal gusto personale. E così, dopo i Moccia e le Meyer, mi è anche toccato sciropparmi questa tizia di nome E L James che intende spiare desideri e perversioni dal buco (o dai buchi) delle serrature dei nuovi boudoirs post-moderni.
Naturalmente mi basta (e avanza) il primo capitolo della trilogia, le Cinquanta sfumature di grigio (ormai sembra che non esista più romanzo di successo che non debba diventare un’interminabile saga in più puntate, da rilanciare poi, a ruota, sul grande schermo – cosicché per 2-3 anni buoni, fatto salvo l’eterno decennio potteriano, saremo sommersi di volta in volta da vampiri o draghi, serial killer o lucchetti romani. Ora pare toccare a cazzi fighe ed amplessi sadomaso – e son proprio curioso di vedere come la cosa verrà gestita a livello cinematografico…).
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Il silenzio dei chiostri

lunedì 26 marzo 2012

Da dove viene l’impulso (o meglio il bisogno intellettuale) di far silenzio intorno a sé, dentro di sé, o quello parallelo di staccare, di-staccarsi, togliere anziché aggiungere, azzerare, fare terra bruciata, isolarsi?
Si parte sempre da un pieno, ci deve essere preliminarmente (ontologicamente) qualcosa che ingombra la vita percettiva e spirituale: un essere, degli oggetti, un rumore, una luce, delle relazioni – per poter poi desiderare che si crei un vuoto, un nulla, un silenzio, un buio, un deserto, una condizione di solitudine. Per togliere qualcosa questo qualcosa dev’esserci già, il togliere è un gesto successivo, secondario. Ma perché questo desiderio? Come mai ad un certo punto, passeggiando oppure sedendosi su una panchina, trovandosi ad alta quota o all’ombra di una quercia, od anche nel mezzo di un affollato luogo metropolitano – sorge quel desiderio? O meglio: perché, proprio nel mezzo del pieno, sorge il desiderio di trovarsi in mezzo a quel vuoto?
Tanto più che sappiamo bene che qualcosa come il vuoto, il nulla, il silenzio – in termini assoluti – non possono darsi mai, o per lo meno non sono esperibili dal nostro corpo, un corpo che è un essere sensibile e percettivo per definizione, già da sempre immerso in un pieno di corpi – fatto di volumi, di materie, di rumori, di colori, di sensazioni (foss’anche il lieve sibilo della circolazione sanguigna, nel momento in cui dovessimo riuscire a sigillare l’esterno), sensazioni non toglibili – se non togliendo se stessi e la facoltà percettiva.
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Catalogo delle passioni: elefantiaca avidità

lunedì 23 gennaio 2012

Bombardato dalle quantità tabellari e dal serioso chiacchiericcio economico che imperversa per ogni dove da qualche tempo, ho provato a domandarmi se tutto ciò non corrisponda forse ad una qualche fondamentale tendenza della natura umana. Se cioè la dittatura del quantitativo e i relativi miti che lo accompagnano, non siano da ricondurre ad una qualche inveterata ed insopprimibile passione, e se dunque la loro maschera iperrazionale (fatta appunto di numeri, tabelle e ragione calcolante e strumentale) non sia in realtà il camuffamento di una qualche banalissima pulsione biologica e paraanimale. Insomma, scimmioni implumi (e non sempre) incravattati e impomatati, che compilano i loro grafici e giocano con i loro rating. Ho allora deciso di rivolgere la domanda direttamente ad uno dei miei analisti preferiti delle passioni, che con poche parole e con geometrica precisione ha provato a disegnarle in alcune celebri pagine del suo testo più importante – sto naturalmente parlando del maestro Baruch Spinoza e della sua Etica.

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Il tallone del Kapitale

sabato 15 ottobre 2011

(note a margine di questo 15 ottobre, giornata di lotta globale – tra Barletta, Steve Jobs e un bel po’ di indignados)

1. Mi capita spesso di pensare alla celebre metafora hegeliana della nottola di Minerva, che cala a sera, come la filosofia, quando ormai tutto è accaduto. Un po’ meno spesso – e ciò è grave, forse un segno dell’età – al rovesciamento di questa sorta di schematismo, tentato da Marx, il quale pensa, al contrario, che il pensiero, rimesso sui suoi piedi, può essere l’avanguardia dell’accadere.
Mi pare che in questa fase di sommovimenti locali e globali, manchino però entrambi questi aspetti: sia la ferrea pensosità hegeliana, sia soprattutto lo spazio marxiano (ma anche roussoiano e spinoziano) dell’agire politico, della prassi – della convinzione profonda, cioè, che il mondo può essere modificato per davvero.
E dio solo sa quanto il mondo ne avrebbe bisogno (in verità avrebbe bisogno soprattutto di essere risparmiato, e già questa sarebbe una gran bella rivoluzione).

2. La tragedia di Barletta di qualche giorno fa (peraltro già metabolizzata e rimossa dalla scena), è una rappresentazione emblematica ed angosciosa di questo girare a vuoto della storia e della vita sociale ed individuale. Come se si fosse persa la bussola di quel che si è, e perché – e soprattutto perché non si può essere e vivere altrimenti.
Già Marx aveva evocato nel Capitale l’anima nera dello sfruttamento, (more…)


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