Posts Tagged ‘hegel’

Ottavo (ed ultimo) lunedì: arte e bellezza oltre le scissioni

venerdì 30 maggio 2014

Partirò per la mia analisi da una delle scissioni fondative (probabilmente la madre di tutte le scissioni) della natura umana, cioè del nostro modo di concepire il mondo e noi stessi: l’opposizione con l’animalità.
Sta proprio qui – nell’opposizione originaria con l’animale, se si vuole il corpo stesso della nostra base biologica – il fondamento di tutta la nostra produzione culturale, spirituale, e dunque artistica ed estetica.
La mia tesi è che la maledizione della scissione – il vivere sempre come decentrati, in altro, al di là e fuori di noi stessi, come straniati – rechi con sé tanto il frutto velenoso dell’alienazione, dell’insoddisfazione, della noia e dell’angoscia, del desiderio mai sopito e realizzato (il nostro essere incompleti, mancanti, la nostra non accettazione della finitezza e della mortalità), quanto il sogno della bellezza e della perfezione.

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Il sopracciglio di Hegel

lunedì 14 aprile 2014

Hegel_Spinoza

Mi guarda accigliato. Da mesi sta sotto una catasta di libri, tra i quali sporge imperiosa l’Etica di Spinoza. A seconda dei movimenti della pila, vedo talvolta la bocca severa, talaltra il naso pronunciato, oppure gli occhi glaciali.
È l’effigie di Hegel sulla copertina dei Lineamenti di filosofia del diritto, edizione Laterza, anno 1987. Il libro sta lì da tempo immemorabile, poiché intendevo scrivere qualcosa su quella straordinaria Prefazione, specie le sue ultime quattro pagine, quasi una summa del pensiero hegeliano e della sua concezione del rapporto tra filosofia e realtà.
Ma giace abbandonato a se stesso, con lo sguardo del suo autore che sembra volermi biasimare per averlo tradito, roso forse dalla gelosia nei confronti del suo collega olandese. Ad ogni modo, non fu proprio lui a proclamare philosophieren ist spinozieren? Dunque che vuole da me?

Dépense

martedì 18 febbraio 2014

primi-germogli

Il mio ciliegio, che ha dormito profondamente nei mesi di questo strano inverno autunnale, pare essersi risvegliato di colpo qualche giorno fa. A lungo assorto o forse paralizzato da un pensiero di morte, si è riavuto, e ha gettato i primi germogli. Non so dire se a caso, o secondo un piano preciso. Bisognerebbe chiederlo a lui.
Germogliano in me cose che prima o poi sbocceranno, fioriranno e, forse, daranno frutto, ma per lo più si tratta di germogli congelati, tentativi abortiti, possibilità chiuse. In questo sono natura, esattamente come il mio ciliegio. E in questo lo spirito è natura – con buona pace di Hegel. Poco importa che si sappia tale, a presunta ma indimostrabile differenza del ciliegio, se la sua costellazione rimane comunque quella di un cimitero dove forse, prima o poi, sboccerà un piccolo fiore.

Terzo lunedì: la “madre” di tutte le decolonizzazioni

sabato 21 dicembre 2013

manifestazione-donne

Premessa biografica.
La scoperta, peraltro tardiva, di uno scritto femminista dei primi anni ’70 che si intitolava Sputiamo su Hegel, ebbe su di me un duplice effetto. Da una parte fui turbato (e al contempo divertito per la singolarità del titolo), poiché si sputava proprio nel piatto nel quale stavo mangiando da tempo, oltretutto con gusto: Hegel era il filosofo che più avevo studiato (e amato) e che maggiormente aveva condizionato la mia formazione filosofica nonché la mia concezione del mondo, della storia, della politica. Dall’altra, quella scoperta non era certo casuale, dato che si innestava su una parallela frequentazione di ambiti di pensiero radicalmente critici (tra cui, ovviamente, quello femminista), non solo nei confronti della tradizione filosofica, ma soprattutto della società e delle sue strutture categoriali.
Una mia cara amica e compagna di studi, con la quale condividevo l’assunto marxista della stretta connessione tra teoria e prassi, mi disse un giorno che non capiva perché mai dovesse studiare tutti quei filosofi uomini, che avevano elaborato teorie di dubbio valore universale (al più potevano essere semiuniversali), e nei quali, soprattutto, finiva per non riconoscersi. Ecco allora che “sputare su Hegel” non era solo un gesto simbolico o provocatorio, quanto piuttosto un chiedersi radicale e straniato – che non valeva solo per le assoggettate di sempre, ben poco contemplate in quel “Soggetto” cui il filosofo tedesco dava una suprema importanza – se il discorso filosofico che andavo studiando sui libri riguardasse o meno la mia esistenza e l’esistenza collettiva nella quale ero immerso.
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E la nave va

martedì 5 novembre 2013

La nave dei folli_Bosch

Esistono metafore che escono da se stesse, fino ad autosfondarsi per fondare una realtà altra. D’altro canto è la radice stessa del verbo che regge la parola “metafora” ad avere un carattere transeunte ed uscente da sé: metaphero significa “trasporto, trasferisco”, ma anche “cambio, confondo, rivolgo, mi aggiro”. Metaforizzare è andare da un’altra parte – ma non è la parte dove si va quel che conta, quanto piuttosto il portarsi da quella parte, il trasferirsi, l’andare per l’andare, il cambiare di posto – un luogo che è collegato a tutti i luoghi.
Ecco perché i romanzi di Cormac McCarthy, tanto per fare un esempio di un autore che amo molto, pur utilizzando la strada come metafora della vita, finiscono per confondere i piani, e la metafora è la cosa stessa – e d’altro canto la vita è la strada dei viventi così come la strada è la scena essenziale della vita (degli umani in particolare). Ma quel che più conta è che è la vita stessa ad essere metafora di se stessa, poiché si autorappresenta (ed autofonda) come svolgimento, mutazione, movimento, perenne trasferimento di senso da sé a sé. E il senso – così come l’essenziale funzione simbolica della specie umana – funziona proprio così: si tratta in verità di una rete di significati, di simboli, di metafore, dove ogni luogo ed ogni parte richiama l’intero dispositivo (ciò che dis-pone le parti e i luoghi). Ogni cosa è cioè in relazione ad altro, e dunque, paradossalmente, è se stessa solo in quanto significa, allude, transita verso l’alterità. Ogni cosa è metafora ed ogni metafora è cosa.

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Psicosofie estive – 3. Il corpo del nous

lunedì 8 luglio 2013

studiodinudo_francis-bacon

Poiché osservo il mio corpo fare cose intelligenti, son portato, diciamo naturalmente, a considerare intelligenti le intuizioni di Anassagora sul nous, ovvero l’ipotesi ardita di un respiro razionale che insuffla tutte le cose («Anassagora potrebbe aver detto che la pianta ha il respiro… e dicevano che possiedono intelletto e intelligenza», così Aristotele); e quelle molto simili di Hegel, che vede ovunque ragione e ragioni, ed anche quando sembra prevalere il caso o (peggio) la ripetizione meccanica, beh, tracce di ragione ce n’è anche lì…
Anassagora ed Hegel hanno fatto il loro tempo (che, tanto per ripigliare la celebre metafora d’uno dei due, aderiva loro come pelle), e dunque si possono benissimo aggiornare quelle intelligenti intuizioni nella guisa seguente: non c’è cosa che accada che non abbia ragione di accadere, e se anche non si sa bene cosa quella ragione che le fa accadere sia, è bene rassegnarsi all’idea che sia così e non altrimenti, visto che il mio corpo (o quella cosa che quell’altra cosa dicente-pensante definisce tale, avendone talvolta orrore e provando inutilmente a distaccarsene) la sa lunga in proposito, ed anzi tende a dubitare parecchio che ci sia un qualche pneuma misterioso che lo muove, essendo egli, piuttosto, ciò che muove benissimo se stesso, con impeccabile efficienza e dirittura di scopi. Un corpo-nous, un tutt’uno che se la ride di tutte le scissioni.
Se poi qualcuno reputa poco intelligenti gli impazzimenti che fanno ammalare e/o morire il suddetto corpo-nous, beh: primo si chieda che cos’è “malattia” o “morte”, secondo si rivolga all’al di là – ovvero né al corpo né al nous.

Petite Poucette

mercoledì 26 giugno 2013

Trovo quantomeno strana, e talvolta disdicevole, l’abitudine di alcuni editori italiani di tradurre (e tradire) il titolo di un testo di un’altra lingua, così da darne una presentazione in alcuni casi fuorviante. Se è vero che il titolo è un frammento del testo, allora non si capisce perché anziché Pollicina (Petite Poucette), il breve pamphlet di Michel Serres sulle nuove generazioni nativo-digitali sia stato tradotto Non è un mondo per vecchi, scimmiottando malamente il romanzo (poi film) di Cormac McCarthy.
Detto questo, il testo di Serres è una scorribanda alla velocità della luce (e in salsa francese) della rottura epocale che le nuove tecnologie digitali stanno generando nel mondo della cultura: cambio di paradigma dell’oggetto cognitivo, liberazione dei corpi dalle caverne del sapere, superamento dell’ordine concettuale (addirittura!), fine della dittatura della pagina e dell’ordine libresco, e così via.
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(In)utilità della filosofia

mercoledì 5 giugno 2013

[Riporto la traccia del mio intervento all'ultimo incontro del Gruppo di discussione filosofica, presso la biblioteca di Rescaldina. I Lunedì filosofici riprenderanno in autunno]

 

“La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.
“La nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo”.
Due frasi – una dal sapore popolaresco e canzonatorio, l’altra corrucciata dalla serietà hegeliana – che giungono ad una medesima conclusione: la filosofia come qualcosa di inutile, cioè privo di uno scopo determinato (non ha importanza qui il contenuto dello scopo; ciò che importa è che vi sia una finalizzazione dell’attività: faccio questo per ottenere quest’altro, purché mi sia utile, cioè vantaggioso, che mi apporti dei benefici – anche se poi esistono scopi reconditi, eterogenesi dei fini, beni che si rivelano mali, insomma una casistica esageratamente varia).
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L’insostenibile gravità dell’esistere

giovedì 16 maggio 2013

kierkegaard

Pochissimo s’è parlato in questo blog di Søren Kierkegaard. Solo fugaci citazioni, in 4 o 5 occasioni, nulla di più. Il 5 maggio scorso ricorreva tra l’altro, nel più assordante dei silenzi, il bicentenario della sua nascita.
Del resto il filosofo danese non è di sicuro nelle mie corde – ed anzi, ricordo che all’università, io e un mio compagno con il quale ho avuto il piacere di condividere anni di forsennata passione filosofica (e di grandi bevute), eravamo soliti sbeffeggiare il povero Søren, in particolare per quella sequela di titoli angosciosi e funesti – Timore e tremore, Briciole filosofiche, Il concetto dell’angoscia, La malattia mortale… - a nostro avviso ben poco filosofici, e comunque lontani dal nostro stile irruento e vitale (io poi ero all’epoca un temibile estremista hegeliano!).

[En passant, Briciole di filosofia fu, se non erro, il primo blog filosofico che incontrai sul web, subito dopo aver aperto La Botte. Quasi una nemesi].

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