Posts contrassegnato dai tag ‘morte’

Libri che accendono la mente (o menti che accendono i libri?)

lunedì 3 dicembre 2012

anatra_morte_tulipano

Sto usando scientemente una classe di bambini (una quinta elementare) per i miei esperimenti filosofici con quella fascia di età. Non che quelli del passato non fossero “esperimenti”, ma questo lo è un po’ di più perché è finalizzato alla stesura di alcune parti di un libro che sto scrivendo, dedicato alla filosofia con i bambini. La strategia è però un po’ diversa dal solito, perché sto filosofando con loro in maniera laterale, per cerchi concentrici, apparentemente episodica (o, per meglio dire, rapsodica). Il filo conduttore questa volta non è il filo di filosofia, ma il libro. La cosa, cioè, più antifilosofica che ci sia – se si deve dar retta a Platone, che però tra-scriveva abbondantemente i suoi Dialoghi socratici.
E siamo partiti, tra l’altro, dal concetto di libro, dalla sua idea, da quel che esso è come essenza. Questa opera di astrazione è stata compresa così bene che adesso maneggiano perfettamente la coppia astratto/concreto, universale/particolare.
Lo scopo? a parte quello utilitaristico che ho esposto sopra, dimostrando ancora una volta la filosoficità dei bambini? Boh, non lo so ancora di preciso, mi sto facendo guidare da loro – soprattutto dalla loro creatività linguistica, dalla spontaneità e dal vulcano di metafore che ogni volta ne vien fuori. Ora siamo alle “facce” dei libri…
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Amour

mercoledì 14 novembre 2012

Credo si tratti di uno dei film più devastanti che abbia mai visto. E ho scelto il termine “devastante” non tanto perché è piuttosto in voga – usato com’è spesso a sproposito, sull’onda della spettacolarizzazione televisiva – ma in un’accezione che, pur figurata o traslata in ambito letterario, possiede una sua precisione descrittiva: sconvolta l’anima di chi assiste alla storia, svuotati gli occhi per la visione di quei volti e di quei corpi, che sono a loro volta deturpati da quel che sta loro inevitabilmente accadendo. Forse la mia devastazione è stata accresciuta dal fatto che: 1) sto assistendo all’inesorabile declino dei miei genitori; 2) sto invecchiando io stesso; 3) da anni, anche su questo blog, vado con voi meditando dolorosamente su vita e morte, etica e bioetica, e sul senso profondo di tutto questo. E siccome sempre più mi si affaccia alla mente che tutto questo è parecchio insensato – vorremmo tanto che non lo fosse, come dice in un verso Wislawa Szymborska, che preferirebbe “la possibilità / che l’essere abbia una sua ragione”, ma siamo pur sempre noi a volerlo – la devastazione raggiunge livelli al limite della sopportazione.
E non c’è pietas, non c’è compassione, non c’è scampo né salvezza – nulla c’è che possa anche solo addolcire o smussare o far dimenticare l’effetto di quella inarrestabile opera distruttiva che Georges e Anne – i due anziani protagonisti della storia, interpretata a livelli ineguagliabili da Riva e Trintignant – subiscono impotenti.
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Sazio di giorni

giovedì 27 settembre 2012

(endiadi mortuaria, ma per nulla necrofila ed anzi vitalissima)

L’amica filosofa Nicoletta Poidimani, durante la presentazione all’ex-Cuem autogestita della Statale di Milano del libro Corpo e rivoluzione – raccolta di contributi sul pensiero di Luciano Parinetto – dice innanzitutto che gli manca. Cosa ovvia, potrebbe rispondere chi abbia conosciuto il loro rapporto, non solo filosofico ma anche “umano” (così si suol dire, come se la filosofia fosse disumana).
Ma il senso di questa mancanza va meglio indagato. Lei dice che le manca soprattutto l’intreccio con i pensieri, le parole e i giudizi della persona che è assente e, ora, muta. E fa alcuni esempi: “mi chiedo che cosa direbbe su questo, che battuta farebbe su quell’altro”, e così via. Eppure, paradossalmente, è proprio quel che meno dovrebbe o potrebbe mancare, questo lato di un’alterità assente. Ciò che manca una volta per tutte è il suo corpo – la configurazione di parti che con la morte semplicemente si decompone, lasciando che ogni atomo o parte segua altre strade e dia vita ad altri corpi o composizioni.
Certo, noi sappiamo spinozianamente che quella configurazione è eterna (non immortale) – la sua comparsa sulla scena dei modi della sostanza è per sempre, e non potrà mai più recedere dal cerchio dell’apparire (ma qui non vorrei impelagarmi nel linguaggio severiniano, oltre al fatto che tale certezza appaga forse la ragione, ma per nulla il cuore).
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Aforisma 62

mercoledì 29 agosto 2012

La cultura: un gigantesco dispositivo di rimozione collettiva della morte.

Tessiture epocali e capocchie di spillo

mercoledì 18 luglio 2012

(si tratta di un post che riprende molte delle cose già dette e discusse sull’annosissima questione ontologica – dunque non è un numero 2, che segue all’amore spinozista, ma un numero ‘n’; apparirà pertanto un po’ involuto ed ellittico agli occhi di chi quelle discussioni e quelle riflessioni non ha seguito; e poi non ho voluto tirarla troppo per le lunghe; l’essere – non la mia capocchia di spillo – si scusa per l’eventuale disagio mentale)

Vorrei provare a ragionare sulla tessitura degli enti (cose, fatti, eventi) a partire dalla base ineffabile dell’essere: ciò che potremmo intendere come nuove relazioni e nuovi intrecci – trame impreviste ed imprevedibili nella loro totalità dalla mente temporale (e qui bisognerebbe riflettere sulla inaggirabile conformazione temporale della sfera umana, nonché su quello che Heidegger chiama Dasein, esserci – ma dopotutto su Heidegger e sulle sue gettatezze e deiezioni possiamo anche soprassedere).
Il non-essere è (e qui mi dovrei fermare, perché come fa il non-essere a essere qualcosa?) – dicevo, il non-essere è a ben vedere questo non-ancora emerso dal mondo relazionale, dagli incroci contingenti dei modi e delle forme dell’essere. Noi possiamo fingere che ci sia un punto di vista assoluto: chiamiamolo occhio di Dio (ne abbiamo evidentemente facoltà), un ente immaginario che sappia prevedere quelle trame (o che addirittura le abbia già tutte scritte), e che può anche prendere le sembianze dei tradizionali concetti di fato o destino, che poi in ambito logico denominiamo necessità. Laddove quella trama che sorge – l’incessante e multiforme tessitura dell’essere – proprio in quanto sorgente e fluente è dominata dal regno della possibilità.

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Dio in frantumi

domenica 6 maggio 2012

Ci vuol coraggio per dedicare una sinfonia a Dio. Evidentemente il cattolicissimo Bruckner se lo poteva permettere, non tanto per le sue qualità di musicista devoto, quanto per la capacità di erigere straordinari monumenti sinfonici – e l’ultima, la Nona, quella dedicata appunto all’essere supremo (“al buon Dio”), lo è più di ogni altra (ne avevo accennato qui, tempo fa). A chi la ascolta dal vivo – a me è capitato oggi – pare di inoltrarsi in un ambiente fatto di architetture sonore straripanti – come quando si attraversano dei paesaggi naturali vastissimi, o si entra in cattedrali dalle innumerevoli volte, o si tenta di seguire linee intricate ed in perenne fuga – tanto che avrà la sensazione di perdersi. Ma Bruckner tiene la barra ben ferma e conduce il suo visitatore lungo le immense strade dell’essere sonoro che solo lui era in grado di percepire e concepire.
Questa sua ultima e definitiva sinfonia sembra oltretutto non voler finire mai, e quando, come succede nel primo lunghissimo movimento, si arriva in cima e l’intera orchestra diventa un organo immenso con migliaia di canne che suonano all’unisono per, e con, l’universo-mondo, e le trombe e i corni paiono aver raggiunto le dimensioni dell’iperuranio – qualcos’altro sorge e rinasce dalle profondità della terra, perché è dura congedarsi da tutto questo. Specie se “tutto questo” è pur sempre Dio. Senonché il secondo movimento tira un brutto scherzo
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Il silenzio dei chiostri

lunedì 26 marzo 2012

Da dove viene l’impulso (o meglio il bisogno intellettuale) di far silenzio intorno a sé, dentro di sé, o quello parallelo di staccare, di-staccarsi, togliere anziché aggiungere, azzerare, fare terra bruciata, isolarsi?
Si parte sempre da un pieno, ci deve essere preliminarmente (ontologicamente) qualcosa che ingombra la vita percettiva e spirituale: un essere, degli oggetti, un rumore, una luce, delle relazioni – per poter poi desiderare che si crei un vuoto, un nulla, un silenzio, un buio, un deserto, una condizione di solitudine. Per togliere qualcosa questo qualcosa dev’esserci già, il togliere è un gesto successivo, secondario. Ma perché questo desiderio? Come mai ad un certo punto, passeggiando oppure sedendosi su una panchina, trovandosi ad alta quota o all’ombra di una quercia, od anche nel mezzo di un affollato luogo metropolitano – sorge quel desiderio? O meglio: perché, proprio nel mezzo del pieno, sorge il desiderio di trovarsi in mezzo a quel vuoto?
Tanto più che sappiamo bene che qualcosa come il vuoto, il nulla, il silenzio – in termini assoluti – non possono darsi mai, o per lo meno non sono esperibili dal nostro corpo, un corpo che è un essere sensibile e percettivo per definizione, già da sempre immerso in un pieno di corpi – fatto di volumi, di materie, di rumori, di colori, di sensazioni (foss’anche il lieve sibilo della circolazione sanguigna, nel momento in cui dovessimo riuscire a sigillare l’esterno), sensazioni non toglibili – se non togliendo se stessi e la facoltà percettiva.
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Aforisma 48

giovedì 29 dicembre 2011

Ah se si potesse terminare la vita come termina una sinfonia – con la sensazione cioè che la morte sia un compimento e non un’interruzione!

Zingari del cosmo

mercoledì 30 novembre 2011

Qualche tempo fa mi ponevo alcune domande circa la possibilità di una razionalizzazione di quel fenomeno sfuggente e talvolta insondabile che è il suicidio. E scrivevo:

“Chi si suicida che cosa effettivamente fa, che cosa revoca in dubbio, da che cosa si distacca davvero?
Il suicidio non è una morte come un’altra (naturale o spirituale che sia), cioè il succedersi biologico o culturale di un ordine, la sua incessante riaffermazione, l’andarsene ordinatamente di una cellula o di una tessera del mosaico per lasciare il posto alla seguente. Vuole essere semmai la rottura di quell’ordine, la ridiscesa nel caos o, specularmente, la denuncia dell’illusione dell’esistenza di un cosmo, di un ordine, di un senso”.

Ciò che, ad esempio, si è creduto per una vita – la possibilità di trasformare il mondo conferendogli un ordine più giusto, facendolo in vitale compagnia d’altri, magari con un forte senso degli affetti, dell’amicizia e della comunità – tutto ciò si infrange ai confini di un territorio che non avevamo previsto. Ci si ritrova non soltanto soli, ma esseri vaganti in un cosmo di cui non comprendiamo più il significato.
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Ingemisco

lunedì 7 novembre 2011

Al netto della contingenza storica (la morte dell’amato Manzoni) e dell’afflato religioso (per nulla cattolico, data la laicità dell’autore), la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi non può non indurre alcune riflessioni filosofiche a latere – ed al netto, di nuovo, del forte impatto emotivo. Specie quel lunghissimo Dies irae, che occupa quasi metà dell’opera, e che allo sconquasso di trombe, tamburi e coro battenti – a rappresentare la furia divina del giorno del giudizio – giustappone l’annichilimento dei contriti umani.
A me ricorda, materialisticamente, l’antica (e criptica) sentenza di Anassimandro, a proposito di quella terribile “distruzione secondo necessità” che spetterebbe a tutti gli enti, proprio in quanto enti che si trovano a transitare nel territorio dell’essere, ma che quell’essere non possono trattenere oltre misura, votati come sono a ritornare nell’indeterminato (àpeiron) da cui provengono. Una danza ontologica sull’orlo dell’abisso che non può non impressionare. Secondo questa, che già ebbi a definire “cosmologia crudele“, l’esistenza diventa addirittura colpa ed ingiustizia da espiare, peraltro nell’unico modo possibile, e cioè consumandosi secondo l’ordine del tempo, e lasciando spazio ad altro:
Ingemisco tamquam reus
culpa rubet vultus meus (continua…)


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