Posts Tagged ‘razzismo’

È, dunque, la violenza!

lunedì 7 luglio 2014

il-caso-di-eddy-bellegueule

Ho letto di recente Il caso Eddy Belleguele, che pare abbia spopolato in Francia. Qualche tempo fa avevo letto, di John Williams, Nulla, solo la notte. Un accostamento improprio, data la lontananza geografica, culturale, tematica, stilistica. Eppure: sarà che ultimamente vedo e percepisco straniamenti ovunque, trovo che entrambi questi brevi romanzi – oltre al contenuto della violenza che li lega – siano caratterizzati proprio dalla loro forma straniante.
Nel caso dello scrittore americano, in maniera praticamente dichiarata ed oltranzista (come del resto era già avvenuto in Stoner): il sogno con cui il racconto di Williams si apre, è una lenta messa a fuoco del fenomeno straniante per eccellenza, un riconoscimento solo a posteriori che la figura al centro della scena non è un altro, ma io – eppure è come se fosse un altro, e “io” e “altro” si equivalgono proprio in questa fuoriuscita e deflagrazione del senso. Irrelatezza e separatezza – “guardandola, fu assalito di nuovo dalla coscienza dell’evidente ed essenziale separatezza di tutte le persone” – sono la cifra esistenziale dominante, in tutto quel che accade al giovane Maxley in una qualsiasi giornata californiana, dall’alba a notte inoltrata (i termini temporali della narrazione, che sono però i termini di una vita insensata ed irrelata).
Ma è il giovane scrittore francese Èdouard Louis (more…)

Mandela (every) day

venerdì 6 dicembre 2013

Mandela

Quando stamane ho appreso la notizia, sono stato assalito da un’ondata di ricordi. Ricordi belli, luminosi, sostanziosi, di un’altra epoca, ormai tramontata, della mia vita.
Frammenti di canzoni, di marce, di slogan. Lotte rabbiose e gioiose trafilate di speranza. Il Mandela Day. Peter Gabriel e i Simple Minds. Un concerto di Miriam Makeba. Perfino una canzone scritta da me – Heros of Azania – che avevo cantato col complesso dei miei vent’anni.
Arretrando ancora nel tempo, ricordo bene l’indignazione, l’orrore, il disgusto che avevo provato quando da ragazzino avevo appreso che da qualche parte nel mondo esisteva qualcosa come l’Apartheid.
Poi un giorno, qualche anno dopo, scoprii che da quelle parti c’era un uomo in galera da decenni, il quale, come Biko e tanti altri, stava combattendo contro quell’orrore.
Nelson Mandela è stato uno dei miti fondativi della mia concezione della vita, della politica, del mondo – così come lo è stato per moltitudini, in lungo e in largo per il pianeta e a cavallo tra i due millenni.
Non si tratta di culto della personalità (con tutte le derive novecentesche che ciò ha comportato), e nemmeno di hegeliani ed eroici individui cosmico-storici. Si tratta semmai di idee in grado di concretizzarsi plasticamente in storie personali e biografie – che però sono sempre collettive e condivise.
Oggi però mi sento orfano – tanto più che un altro Madiba non c’è, né si vede all’orizzonte.
Oggi, dopo quella stagione sorgiva, sento ancora più acuto e amaro il disincanto, la totale disillusione nei confronti del linguaggio e della prassi politica.
E così oggi mi sono limitato ad esporre l’ormai consunta bandiera multicolore, fuori dal mio balcone, e ad alzare mestamente un calice di vino.
«Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini» – è una delle perle uscite dalla bocca di Mandela, se non erro nel discorso di insediamento alla presidenza, o in qualche altra occasione solenne.
Posso solo augurarmi che siano i bambini nascenti o quelli che nasceranno – magari ai margini o tra le dannate periferie del pianeta, come successe a quel certo nazareno – a passarsi quelle parole di bocca in bocca.

Sgombero finale

venerdì 1 febbraio 2013

rom_legnano

Ho letto oggi su “La Prealpina” (un giornale a diffusione locale, del nord-ovest della Lombardia), un articolo che mi ha prima agghiacciato e subito dopo indignato. Vi si parlava dell’annosa questione dei rom nelle periferie legnanesi. Non voglio qui entrare nei dettagli del problema  – che comunque è più o meno il medesimo di altre periferie, e che riguarda il diritto di un gruppo di umani minori a non essere fagocitato (assimilato, integrato, ingoiato) da un gruppo di umani maggiori. Ma qui occorrerebbe aprire un complicato capitolo socioantropologico sulla dialettica tra stanzialità e nomadismo, mentre io mi limito ad osservare come dietro ad un linguaggio che si pretende neutrale e a determinate espressioni (fin nei titoli cubitali, omissori e talvolta fuorvianti), si nascondono in realtà precisi dispositivi che costituiscono e riproducono una certa ideologia o mentalità.
Nello scambio di mail che ho avuto con la redazione (che mi ha garbatamente risposto, per voce del giornalista che ha firmato il pezzo) è emerso proprio questo elemento, a proposito del non detto (o del detto fin troppo esplicitamente). Parlare a cuor leggero di “sgombero finale” o titolare che a delinquere è l’albanese o il rumeno (ieri era il calabrese), e non l’italiano o il lombardo, non è mai una scelta linguistica e narrativa indifferente, e che per questo si pretende oggettiva. Il linguaggio, le parole, le immagini sono a tutti gli effetti la realtà, dato che non abbiamo altro modo per rappresentarla, ricostruirla e, soprattutto, comunicarla ad altri, e dunque riprodurla e consolidarla. Non si tratta di forma e contenuto, ma di un’unità inscindibile, un po’ come il corpo e la mente. Ma mi fermo qui: questo il (breve) testo che avevo spedito in prima battuta:

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Livor verde

lunedì 16 aprile 2012

Dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior

Il leghismo è programmaticamente quanto di più lontano e avverso alla mia mentalità, al mio essere sociale, politico ed antropologico. Sia nei suoi connotati ideologici: razzismo, familismo, machismo, etnocentrismo, conservatorismo; sia nei suoi tratti psicosociali: fobia, rancore, livore, cieco e bieco egoismo, piccineria piccolo-borghese; sia nelle sue manifestazioni politiche: contiguità con le peggiori destre italiane ed europee, costruzione di figure abominevoli di nazisindaci (veri e propri borgomastri in camicia brunoverde), alleanza strategica con il berlusconismo; sia per gli aspetti folclorici e la sua sbandierata incultura: le barbe verdi, i raduni e i riti, le ampolle, le corna, la barbarie da incubo (più che sognante), l’invenzione di piccole patrie inesistenti. Insomma: non c’è una sola cosa che abbia a che fare con il leghismo che non mi provochi forti conati di vomito, sia fisico che spirituale.
Detto questo, cercherò di mettere tra parentesi i miei conati (l’effetto sulla pancia dovuto al loro costitutivo ragionare con la pancia), e proverò a schizzare qualche riflessione generale sulla questione settentrionale che la Lega ha utilizzato come volano per la sua ascesa, e su cui rischia – sperabilmente presto – di rompersi le luccicanti corna barbariche.

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Il logos razziale

mercoledì 14 dicembre 2011

vu cumprà – extracomunitari – extraeuropei – clandestini – stranieri – razze – etnie – diversi – negri – di colore – tutti questi albanesi – zingari – nomadi – campi – rubinetti da chiudere – vasche da svuotare – centri di permanenza temporanea – identificazione ed espulsione – rom romeni rumeni – ronde padane – sicurezza – ci stuprano le nostre donne – per mano di ignoti – fuoco – decoro urbano – impronte digitali – schedare – senza permesso – illegali – musulmani che inzuppano la terra – complotto giudaico-massone –  aiutiamoli a casa loro…

La parola filosofica arché evoca, insieme al principio, alla causa, al flusso ed alla fonte originaria delle cose – di tutte le cose – anche il comando, il potere, l’autorità. Avere questo potere significa innanzitutto nominare le cose: potere che si identifica, dunque, con il logos, la parola che è anche ragione. Al principio c’è il logos. Dio nomina le cose creandole, Adamo le ri-crea nominandole a sua volta. Anche nella lingua aramaica l’espressione Avrah KaDabra (da cui probabilmente deriva abracadabra) significa Io creerò come parlo: indica cioè il potere di fare attraverso la facoltà di linguaggio.
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Il partito delle fobie

lunedì 11 luglio 2011

La mia amica filosofa Nicoletta Podimani, impegnata da anni sul fronte delle battaglie sociali, antimilitariste, antirazziste, libertarie, femministe, per i diritti LGBT – insomma, per tutto ciò che potrebbe rendere migliore e più vivibile questo derelitto paese – ha scritto di recente un contributo per un opuscolo distribuito durante la festa antileghista che si è tenuta a Brenta lo scorso 3 luglio. Ho pensato di pubblicarlo sul blog per almeno due motivi:  il primo è che rispecchia esattamente quel che penso sul tema del leghismo, delle ossessioni identitarie, delle fobie, del razzismo (del tutto in linea con quanto espresso da anni su questo blog); ma soprattutto perché mi è piaciuto il taglio con cui Nicoletta lo ha scritto, insieme biografico (che attinge al vissuto e all’esperienza diretta) ed antropologico, oltre che teorico-politico. Cito solo due aspetti dello scritto che trovo molto interessanti: la “scalata nella gerarchia etnico-sociale” e il presunto “riscatto” da parte dei “terroni”; la contiguità ideologico-culturale del leghismo con il nazifascismo e l’integralismo cattolico. Sono certo che potrà interessare anche i lettori della Botte…

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Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un paesello della Brianza. Erano gli anni Sessanta-Settanta, caratterizzati dall’immigrazione dal Sud. Mio padre, in realtà, era arrivato a Milano anni prima, durante la guerra, spedito dalla Sicilia a fare il servizio militare al Nord. Lì ha conosciuto mia madre.
Il mio cognome diceva chiaramente le origini paterne e per i parenti da parte materna nonché per coloro che, come unica lingua, conoscevano e parlavano il dialetto brianzolo, io ero “la figlia di un terrone” o, addirittura, “la mezzo sangue terrona”. La prova “scientifica” del mio “mezzo sangue” era, per tutti costoro, la mia profonda e viscerale ribellione contro ogni forma di disciplina. Perfino mia madre ne era convinta.
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Metafore idrauliche

mercoledì 6 aprile 2011

Mentre il brutale linguaggio della politica conia metafore ciniche e crudeli, parla di “rubinetti da chiudere” e di “vasche da svuotare” – i corpi privi di vita dei migranti (delle persone migranti, cioè di esseri umani senza altra qualifica) emergono dalle acque del Mediterraneo. Ed è l’unica vera emergenza.

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giovedì 17 giugno 2010

I dannati della terra

sabato 9 gennaio 2010

Dal momento che si vieta la contro-violenza agli oppressi, poco importa che si muovano dolci rimproveri agli oppressori (del tipo: equiparate dunque i salari o, almeno, fate un gesto; un po’ di giustizia, per favore!)” – così Sartre nel 1965.

Come può uno stato degno di questo nome pretendere per sé il monopolio assoluto della forza, se poi non riesce a garantire pari diritti, legalità, sicurezza a tutti i suoi cittadini – e soprattutto a quei non-cittadini, quelle nude vite, che sono per loro natura i meno garantiti, i più violabili, i più esposti alla violenza e all’oppressione?

Tanto più che non c’è quasi articolo della dichiarazione universale dei diritti umani che non sia stato violato; il fondamento della nostra costituzione repubblicana distrutto; il volto della democrazia e della civiltà irrimediabilmente deturpato.

Nei fatti di Rosarno di questi giorni (e delle Rosarno  sparse un po’ ovunque, reali e potenziali) emergono tutti i nodi cruciali della nostra epoca relativi ai diritti, all’esistenza, alla vita, al lavoro, alla dignità, alla cittadinanza, al rapporto con la terra e le risorse, al consumo, alla sussistenza, alle ingiustizie, alla libertà e all’eguaglianza di tutti gli esseri umani. Se non verranno affrontati e risolti quei nodi, le Rosarno del pianeta diventeranno migliaia e finiranno per metterlo a ferro e fuoco.

E nessuno può chiamarsi fuori a nessun livello: il governo (criminale e razzista, nel linguaggio, negli atti, nel suo stesso dna), l’opposizione, il sistema informativo, i sindacati, i movimenti, i cittadini di Rosarno governati dalla mafia (spiace per i rosarnesi solidali, che certo ci sono), tutti noi cittadini normali, noi che compriamo al mercato le arance e le verdure raccolte dagli schiavi e dai “negri”…

Ma chi è violato nella sua dignità ed essenza umana e non ha nessuna garanzia di essere tutelato, ha il diritto assoluto di ribellarsi, senza se e senza ma.

Discuteremo domani se le jacqueries non portano da nessuna parte, sono controproducenti e suscitano altro razzismo. Se sono forme deviate e perdenti di lotta di classe. Se è violenza che porta altra violenza. Se, se, se…

Domani. Oggi non voglio sentire altre ragioni: sto dalla parte dei “negri” e degli schiavi che affermano il loro elementare diritto ad esistere.

Giustapposti rumeni

giovedì 18 giugno 2009

petruQuando la potenza della unificazione sparisce dalla vita degli uomini, e le opposizioni hanno perduto la loro vivente relazione e reciprocità, e guadagnano indipendenza, allora sorge il bisogno della filosofia”.

(G.W.F. Hegel)

Non amo la cronaca. Nera, rosa o grigia che sia. Soprattutto per il modo in cui viene confezionata dai media e data in pasto ai propri famelici clienti media-dipendenti. Ma i fatti di cronaca sono anche dei segnali di quel che accade nella pancia della società. Pessimi segnali, in genere. Abominevoli e agghiaccianti in tempi recenti, come il 26 maggio scorso, in quel di Napoli. Ma poteva benissimo essere un altro giorno in un altro luogo.

Hegel utilizzava un termine tecnico-filosofico per descrivere quelle situazioni nelle quali viene a mancare la connessione dialettica tra le cose o le persone, il loro pulsante vivere in cor-relazione: giustapposizione, che nella lingua tedesca suona Nebeneinander, l’uno accanto all’altro – per dire di enti, concetti o individui irrelati, disgiunti, contigui ma sconnessi, come se si trattasse di monadi o atomi isolati. Questo termine non ha naturalmente alcuna connotazione etica particolare, ma è solo indicativo di un cattivo modo di intendere le cose. “Cattiva filosofia”, insomma.

Petru Birladeanu (o Birladeandu) povero fisarmonicista rumeno ucciso dalla camorra con la complicità di un bel po’ di gente che si trovava a passare di lì, era di sicuro in una posizione alquanto giustapposta rispetto al genere umano. Ma anche gli impietosi e cinici cittadini che non hanno alzato un dito per soccorrerlo appaiono piuttosto dissociati… Non so se la loro sia “cattiva filosofia” o vera cattiveria. Certo è un male banale, come è banale scostarsi e deviare lo sguardo, far finta di niente, fare spallucce, girare la testa da un’altra parte. Giustapporsi, appunto.

(E, giusto per non autoassolvermi, come ho fatto anch’io, dopo essere rimasto agghiacciato dal video, e con gesto spontaneo e automatico, sono subito passato a guardare o a fare altro…).


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