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JJR 6 – Rousseau psicopatologico

mercoledì 17 ottobre 2012

«È come un uomo che si trovasse nudo, non solo di vestiti, ma della sua stessa pelle e così si trovasse a dover lottare contro le intemperie e i turbini, che perpetuamente agitano questo basso mondo» – il giudizio di David Hume su Rousseau, dopo il non facile sodalizio dell’esilio inglese del 1766, ha l’aria di un “crudo referto clinico”. Il Rousseau degli ultimi anni si sente un proscritto dal genere umano, è preda di varie manie e fobie, e vive in un vero e proprio contesto di sovreccitazione psichica. Intendiamoci: lungi da me voler patologizzare (e men che meno psichiatrizzare) il filosofo ginevrino e la sua biografia. Prima di tutto perché, almeno in parte, aveva ben ragione di sentirsi perseguitato, visto che era stato condannato nel 1762 e, durante il soggiorno parigino, era sottoposto a stretto controllo poliziesco. E, in secondo luogo, è proprio della natura del pensiero roussoiano il non voler espungere da sé gli elementi passionali  e spuri, sporchi e talvolta incontrollabili – il mondo inconscio e sentimentale nella sua irriducibilità alla ragione.
Non è un caso che l’ultimo Rousseau sia quello insulare, narcisista e ipertrofico delle Confessioni, dei Dialoghi e delle Reveries – un vero e proprio catalogo di scritture che testimoniano un forsennato lavorìo di scavo su di sè, un irrequieto ed interminabile monologo interiore.
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Sazio di giorni

giovedì 27 settembre 2012

(endiadi mortuaria, ma per nulla necrofila ed anzi vitalissima)

L’amica filosofa Nicoletta Poidimani, durante la presentazione all’ex-Cuem autogestita della Statale di Milano del libro Corpo e rivoluzione – raccolta di contributi sul pensiero di Luciano Parinetto – dice innanzitutto che gli manca. Cosa ovvia, potrebbe rispondere chi abbia conosciuto il loro rapporto, non solo filosofico ma anche “umano” (così si suol dire, come se la filosofia fosse disumana).
Ma il senso di questa mancanza va meglio indagato. Lei dice che le manca soprattutto l’intreccio con i pensieri, le parole e i giudizi della persona che è assente e, ora, muta. E fa alcuni esempi: “mi chiedo che cosa direbbe su questo, che battuta farebbe su quell’altro”, e così via. Eppure, paradossalmente, è proprio quel che meno dovrebbe o potrebbe mancare, questo lato di un’alterità assente. Ciò che manca una volta per tutte è il suo corpo – la configurazione di parti che con la morte semplicemente si decompone, lasciando che ogni atomo o parte segua altre strade e dia vita ad altri corpi o composizioni.
Certo, noi sappiamo spinozianamente che quella configurazione è eterna (non immortale) – la sua comparsa sulla scena dei modi della sostanza è per sempre, e non potrà mai più recedere dal cerchio dell’apparire (ma qui non vorrei impelagarmi nel linguaggio severiniano, oltre al fatto che tale certezza appaga forse la ragione, ma per nulla il cuore).
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Il tallone del Kapitale

sabato 15 ottobre 2011

(note a margine di questo 15 ottobre, giornata di lotta globale – tra Barletta, Steve Jobs e un bel po’ di indignados)

1. Mi capita spesso di pensare alla celebre metafora hegeliana della nottola di Minerva, che cala a sera, come la filosofia, quando ormai tutto è accaduto. Un po’ meno spesso – e ciò è grave, forse un segno dell’età – al rovesciamento di questa sorta di schematismo, tentato da Marx, il quale pensa, al contrario, che il pensiero, rimesso sui suoi piedi, può essere l’avanguardia dell’accadere.
Mi pare che in questa fase di sommovimenti locali e globali, manchino però entrambi questi aspetti: sia la ferrea pensosità hegeliana, sia soprattutto lo spazio marxiano (ma anche roussoiano e spinoziano) dell’agire politico, della prassi – della convinzione profonda, cioè, che il mondo può essere modificato per davvero.
E dio solo sa quanto il mondo ne avrebbe bisogno (in verità avrebbe bisogno soprattutto di essere risparmiato, e già questa sarebbe una gran bella rivoluzione).

2. La tragedia di Barletta di qualche giorno fa (peraltro già metabolizzata e rimossa dalla scena), è una rappresentazione emblematica ed angosciosa di questo girare a vuoto della storia e della vita sociale ed individuale. Come se si fosse persa la bussola di quel che si è, e perché – e soprattutto perché non si può essere e vivere altrimenti.
Già Marx aveva evocato nel Capitale l’anima nera dello sfruttamento, (continua…)

Il batticuore per l’umanità e lo spirito del mondo

mercoledì 20 luglio 2011

Avevamo ragione noi, in quel luminoso e tragico luglio 2001. Su tutta la linea. E, come sempre, aveva ragione anche quel rompicoglioni di Hegel. Ed è ancora più chiaro a distanza di (rispettivamente) 10 e 204 anni. Le ragioni di quel movimento (il primo vero movimento globale, a dispetto del nome) sono ancora tutte qui, aperte e squadernate davanti ai nostri occhi increduli e sbarrati – e riempiono (almeno a parole) le agende di politici e governi (compresi quelli che ci hanno sparato addosso), del tutto incapaci non dico di risolvere ma nemmeno di affrontare seriamente i nodi che la ragione e le ragioni avevano fatto emergere.

Però Hegel, che pure aveva una inconfessabile attrazione per le rivoluzioni (“splendide aurore”),  ci avverte che il corso del mondo (e la sua ragione, il suo essere pervicacemente reale-razionale) fa spesso a pugni con le anime belle che lo vorrebbero un po’ più somigliante ai loro soggettivi desideri. Ne discute a lungo, aggrovigliandosi un po’ nel suo linguaggio criptico e gergale, in alcuni celebri paragrafi della Fenomenologia dello spirito, che non è il caso qui e ora di analizzare, ma che certo sanno evocare molto bene la sostanza del conflitto in corso.
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Profanare i dispositivi

sabato 16 luglio 2011

“… e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà”
(G. Gaber)

“Portare alla luce quell’Ingovernabile, che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica” – con tale auspicio Giorgio Agamben conclude la sua lezione-saggio intitolata Che cos’è un dispositivo? Non posso qui dilungarmi nell’analisi (di tipo genealogico) del concetto di dispositivo, utilizzato da Foucault fin dagli anni ’70, alle cui spalle c’è il concetto hegeliano di positività e, prima ancora, la latina dispositio e l’oikonomia teologica – anzi, premetto subito che questo risulterà forse un post piuttosto denso ed ellittico, ma qualche esempio addotto qua e là potrà renderlo più comprensibile (ad ogni modo, il testo di Agamben è stato pubblicato nel 2006 da Nottetempo nella collana “I sassi“, quella serie di libretti a 2-3 euro che ricorda un po’ i vecchi e geniali Millelire di Stampalternativa).
Intanto comincio con il riassumere brevemente il significato di dispositivo – prima con le parole di Agamben: “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”; – e poi con la mia personale sintesi: il già-dato-e-prodotto tendenzialmente automatico e meccanizzato della rete sociale (una vera e propria ontologia sociale, così come esiste un già-dato dell’elemento biologico) che non solo avviluppa gli individui, ma che soprattutto ne produce (o destruttura) le soggettività. A tal proposito Agamben ipotizza addirittura una partizione ontologica tra due vere e proprie classi: gli esseri viventi e i dispositivi. Nel mezzo i soggetti, quali prodotti del “corpo a corpo” tra le due classi.
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Fortune rota volvitur

giovedì 7 aprile 2011

Or puoi veder, figliuol, la corta buffa
de’ ben che son commessi alla Fortuna
per che l’umana gente si rabuffa
.
(Inferno, VII, 61-3)

La vostra nominanza è color d’erba
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce della terra acerba.
(Purgatorio, XI, 115-7)

Già Epicuro dava un certo peso alla fortuna nel suo tridente delle cause riguardanti l’accadere, di cui ci parla verso il termine della Lettera a Meneceo: tra le cuspidi della necessità (anànke) e del libero arbitrio, si interpone il caso o la fortuna (tyche), ovvero la sorte inviata dagli dèi.  Irresponsabile, atroce ed inflessibile la prima punta, minuscola e però di nostra pertinenza l’altra punta – mentre del tutto instabile ed imprevedibile la cuspide di mezzo.
La storia umana è un’incessante dialettica di necessità e libertà: sottrarre territori sempre più ampi alla prima in favore della seconda pare essere il senso del cosiddetto “progresso” – eppure la fortuna torna sempre a sparigliare i giochi. Ce lo ribadisce Carl Orff in quell’opera così celebre (ma solo a pezzi) e discussa e però mirabile che sono i Carmina Burana.
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Geoarabìa

lunedì 28 febbraio 2011

E’ una bambina a lanciare il sasso per prima. Contro un’onda, sulla spiaggia di Agadir.
Ed è il vento dell’Atlantico a catturare il rumore di quel tuffo, insieme alle grida di gioia. La magia dell’oceano.
Il vento riparte svelto verso Est. Lungo la catena innevata dell’Alto Atlante. Poi vira a nord, per sostare fuori delle porte di Meknès, presso le antiche rovine romane. Sorvola Fes, impregnandosi degli odori delle pelli conciate. E punta dritto su Algeri, dove in certi quartieri l’eco della sporca guerra dell’Oas e il conato anticoloniale del Fronte di liberazione sono ancora vivi, e bruciano sulla pelle.
E prosegue spargendo profumo di gelsomini, sopra l’antica Cartagine e poi nei dintorni di Hammamet.
La Tripolitania s’annuncia: quel che nel 1911-12 un irridente Salvemini chiamò lo “scatolone di sabbia”. Il vento solleva turbini da quel deserto. Divelle gli steccati e squarcia le reti dei lager, dove migliaia di africani in attesa stavano reclusi. Si sposta in Cirenaica, verso Bengasi libera, e saluta dall’alto. (continua…)

Il pane e i gelsomini

mercoledì 23 febbraio 2011

Oggi nasce il nuovo uomo arabo, la nuova donna araba
– e questo gli occidentali se lo devono ficcare in testa!
(un giornalista egiziano)

Questa fu dunque una splendida aurora. Tutti gli esseri pensanti
hanno celebrato concordi quest’epoca.
Dominò in quel tempo una nobile commozione,
il mondo fu percorso e agitato da un entusiasmo dello spirito,
come se allora fosse finalmente avvenuta
la vera conciliazione del divino col mondo.
(un filosofo tedesco)

1. Venti anni dopo la “fine della storia” con il “crollo del comunismo” (ma da qualche parte c’era stato?); dieci anni dopo la fine della fine della storia con l’attacco alle Torri di New York; dopo il tentativo imperiale di esportare a suon di bombe la democrazia, finito piuttosto male; dopo la scoperta tardiva da parte dell’Occidente che non era più l’ombelico del mondo, ma che là fuori c’era una realtà multipolare e irriducibile ad unità; dopo l’avvio del secolo cinese; nel bel mezzo di questo processo ancora in divenire di eterna uscita dal Novecento, ben poco chiaro nella direzione che prenderà – ecco esplodere un bel quarantotto là dove gli occhi dell’Europa si posavano solo per esotiche vacanze o ataviche paure – gestite da amichevoli e però infidi tiranni…

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Rèi (metafore fluviali)

venerdì 4 febbraio 2011

Comme je descendais des Fleuves impassibles
Je ne me sentis plus guidé par les haleurs…
(A. Rimbaud)

La dialettica concepisce ogni forma divenuta
nel fluire del movimento…
(K. Marx)

1. I fiumi sono degli individui naturali straordinari. Ogni volta che ne vedo uno non so resistere, devo raggiungerlo, affacciarmi sulle sue rive, percorrerlo con lo sguardo in entrambe le direzioni, immergermi (non fisicamente, anche se vorrei) nelle sue acque, entrare nel suo misterioso flusso. Mi accontento anche di indugiare, svagato e sognante, fissando a lungo quel perenne scorrere delle acque, esperienza quantomai ipnotica. Perenne scorrere: quasi un ossimoro…

2. Fondamentali per l’insediamento antropologico e la nascita e lo sviluppo delle culture umane; vezzeggiati, curati, domati, deviati, sfruttati, canalizzati – un tempo con rispetto e devozione; onnipresenti nelle rappresentazioni estetiche e letterarie, spesso divinizzati e resi sacri; ma più di recente, con il dominio e la distruzione sistematica della physis per scopi ben poco (o fin troppo) “civili”, maltrattati, inquinati e avvelenati.
(Il mio primo incontro con un fiume, a 5 o 6 anni, avvenne nella “progressiva” Lombardia del boom economico, e reca con sé il ricordo di una maleodorante fogna a cielo aperto, ricoperta di uno strato oleoso di schiume di varia coloritura e consistenza).
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Catalogo delle passioni – Dell’indignazione e della vergogna

venerdì 28 gennaio 2011

Leggo e sento molto parlare in questi giorni di indignazione.
Indignez-vous è il titolo di un pamphlet scritto da un vecchio partigiano francese, Stéphane Hessel, che in poche settimane è diventato un best-seller.
Notisti, osservatori e sociologi si chiedono come mai il popolo italiano non si indigni di fronte allo squallore e all’indecenza della sua classe politica (anche se alcuni segmenti sociali – dagli studenti ai lavoratori – hanno provato ad alzare la testa).
Indignation è il titolo di uno dei più bei romanzi di Philip Roth (ne avevo parlato qui).
In compenso, senza alcun bisogno di spunti letterari o di guide intellettuali, le masse popolari di molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono parecchio indignate.

(continua…)


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