APOLOGIA DEL SOCRATE PAZZO

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PERCHE’ DIOGENE DI SINOPE?

Lui era il “Socrate pazzo”, una specie di hippy dell’antichità, anarchico, autarchico, libertario, fustigatore dei costumi senza per questo essere moralista. Era un senza patria. Un custode geloso della libertà di parola e di espressione, che riteneva anzi l’unico valore non falsificabile.

Diogene praticava una vera e propria filosofia del gesto e della provocazione: non aveva pudore, viveva all’aria aperta come i cani, diceva sempre quello che pensava e non accettava le gerarchie costituite. Nel contempo promuoveva uno stile di vita sobrio ed essenziale: un mantello, una bisaccia e un bastone, questi tutti i suoi averi – ed anzi quando vide un ragazzino bere a coppa dalle mani, gettò via anche la ciotola.

La sua – vista con gli occhi del presente – è una formidabile e feroce denuncia della società dei consumi! Diogene soleva dire: “Guardatemi: casa non ho, né patria, né averi o schiavi: dormo su nuda terra, non ho sposa né figli, né pretorio, ma unicamente terra e cielo ed un solo consunto mantello. Eppure: che mi manca? Non sono senza dolori, senza paure, non sono libero?” L’uomo più ricco, diceva, è chi basta a se stesso. Vera cittadinanza, aggiungeva, è lo stare nel mondo.

Era così libero e così convinto dell’autodeterminazione di ciascun essere umano che si diede la morte volontariamente trattenendo il respiro. Per lo meno così si narra:
“Se ne andò al cielo premendo il labbro contro i denti e mordendo il respiro. Egli fu veramente Diogene, un vero figlio di Zeus, cane del cielo”.

CHE COSA TROVERETE IN QUESTO BLOG (pressappoco)…

Riflessioni: i filosofi ci hanno tramandato categorie, linguaggi, una serie di testi e di teorie (più o meno interessanti), illusioni e realtà circa la comprensibilità del mondo e della cosiddetta natura umana, forse persino uno o più stili di vita – che ne vogliamo fare?

Rabbia: critica dei mala tempora che stanno ammorbando ogni cosa: l’interno e l’esterno, i nostri cervelli, i corpi, le relazioni, ed anche il corpo del pianeta;

Visioni: circa un altro mondo possibile (al di là di slogans facili), un mondo la cui superficie venga percorsa con piedi leggeri;

Materiali: scritti miei o di altri, esperimenti filosofici con umani di tutte le età (bambini compresi), e persino con animali e vegetali.

Segnalazioni e rinvii: ad altre teorie, rabbie, visioni e materiali.

CHE COSA (di sicuro) NON TROVERETE:

risposte esaustive, verità assolute, giudizi su tutto, asserzioni provenienti dalle sfere del “si dice” e del “si pensa”, sentenze sparate a caso, tanto per dire qualcosa (in tal caso meglio il silenzio e la pagina bianca…).

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

8 pensieri riguardo “APOLOGIA DEL SOCRATE PAZZO”

  1. … e mi immagino un moderno Diogene, nudo, ricoperto solo del suo
    mantello… ma, come farà, mi dico, a fare ameno del suo computer?
    ³Un cavallo (o un cammello, magari)², mi piacerebbe dire, ³in cambio del mio
    computer², anche perché ormai è un po¹ obsoleto. Invece com¹è ovvio dirò ³Ne
    ho bisogno di uno nuovo².
    Dai tempi di Diogene a oggi, la realtà e i bisogni sono un po¹ cambiati, e
    che questa condizione sia avvertita come un fastidio o come sviluppo e
    possibilità, è riservato al giudizio soggettivo, anche se a volte è
    oggetivamente difficile destreggiarsi fra le possibilità offerte.
    A me sembra che ogni cosa che raggiungo, o di cui entro in possesso, escluda
    naturalmente la possibilità di raggiungerne una miriade di altre. Se sono in
    un luogo non potrò essere contemporaneamente in un altro. Se mi dedico al
    computer, difficilmente riuscirò a dedicarmi anche al cavallo – il cavallo
    vivo e reale, perfetto nella forza della sua natura animale – che poi è la
    direzione contraria in cui è andata e va, non solo la mia, ma la vita della
    maggior parte, sempre più distante dalla natura e dai bisogni dei corpi.
    Ma di quale, o quali corpi stiamo parlando?
    Infatti c¹è anche il cavallo volante, bianco, ideale, che supera le barriere
    dello spazio e del tempo; e quello, devo dire, probabilmente dal computer
    posso provarmi a farlo galoppare. Se dovessi raggiungervi a cavallo di un
    cavallo vero, saremmo di sicuro in un altro tempo; e desiderarlo non
    basterebbe ad ottenerlo, anche perché questo non succede quasi mai. Alla fin
    fine mi accontento di questo compromesso, e cerco di trarne il miglior
    vantaggio – fosse anche solo un surrogato della felicità, è ciò che, per
    ora, è reale.
    Ma non sarà per caso il cavallo di Nietzsche? quello che abbracciò a Torino
    quando fu dichiarato pazzo – e si dice che lui lo diventò davvero.
    E immaginandomi la scena – di Nietzsche che abbraccia il cavallo e con esso
    tutto il genere animale, libero e puro nella sua innocenza, riesco ad
    intuire ciò che quel giorno balenò nel suo cuore, oltre che nella sua mente,
    e a non dargli del tutto torto.
    Ma si sa, è fin troppo facile dar ragione ai pazzi – chi mai li potrà
    smentire? Bisognerebbe inventare un nuovo vocabolario, elaborare un¹anomala
    sintassi, declinazioni e gerundi piucchepperfetti…
    Melian.

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