PENSIERI SPARSI SU MUSICA E FILOSOFIA

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Anziché occuparmi di Sanremo, ho assistito ieri all’esecuzione della Quinta sinfonia di Mahler, all’Auditorium di Milano. Un’esperienza estetica ed emotiva straordinaria, come sempre quando si tratta di Mahler, come quasi sempre quando si tratta di sinfonie.
Ma che c’entra con la filosofia? C’entra, c’entra eccome.

Gustav Mahler nei suoi ritiri estivi per comporre le sinfonie, portava sempre con sé la Critica della ragion pura di Kant. E di Mahler si è molto occupato il filosofo critico Adorno. Un musicista interessato alla filosofia, e di cui i filosofi si interessano… Ma questo ha ancora a che fare con l’esteriorità storiografica, con la descrizione dei fatti.

Per passare dalla storia al personale, il mio primo incontro con Mahler lo devo ad un compagno di università iscritto, come me, alla facoltà di Filosofia.
Un mio docente e maestro, Luciano Parinetto, amava Mahler e una volta fui molto felice di sentirgli dire che adorava la Quarta sinfonia.
E proprio mentre studiavo filosofia e vivevo a Milano ascoltavo Mahler con un accanimento quasi maniacale. Passavo interi pomeriggi ad ascoltare e riascoltare le sue sinfonie. Le studiavo – anche se poi non è che capissi molto di tecnica o linguaggio musicale, di strutture, partiture, contrappunti e simili.

Uscendo dal personale e passando a quel che più importa, alla sostanza: di Mahler e della forma sinfonica che lui conduce al vertice delle possibilità, mi hanno sempre colpito le similitudini con la filosofia.
Così come la sinfonia (dal greco: syn ‘insieme’, phoné ‘voce’) cerca di dare forma unitaria e compiuta al caos sonoro, la filosofia altrettanto vorrebbe fare col mondo: pensare l’unità del molteplice, ricavare un cosmo là dove c’è il caos, il disordine.
Mahler, sul fronte musicale, più di tutti: è uno che evoca in modo potente la totalità sonora (il tutto naturale dei suoni) e prova a dargli forma, unità, ma non sempre ci riesce. Ieri ad esempio, mentre ascoltavo la sua sinfonia, ho più volte avuto l’impressione che quell’impeto sentimentale non sempre fosse dominabile, come se ciò che era stato evocato finisse per sopraffare l’artefice dell’evocazione – un po’ come succede all’apprendista stregone. E un po’ come ci si illude di fare con la filosofia e le scienze: comprendere tutto per tutto dominare!

C’è poi la questione del tempo, del divenire. Ho sempre pensato che la forma sinfonica sia una potentissima rappresentazione della caducità – potente anche nell’illusorietà di catturare lo scorrere del tempo dandogli senso e forma.
Quando la sinfonia comincia – quando come per miracolo il primo suono esce dal silenzio, dal nulla, un vero e proprio Aufbruch, uno sboccio – ho sempre la terribile sensazione che in quell’inizio sia già scritta la parola fine. Non è ancora cominciata che già sento che sta per finire, so che finirà. La sinfonia è questo movimento struggente: un’incredibile promessa, la nascita di qualcosa di inusitato, ma anche la dolorosa coscienza che tutto questo avrà ben presto fine, tornerà nel silenzio, nel nulla da cui è stato evocato. La sinfonia è l’atto stesso della sua consunzione nel tempo, del suo nascere per subito morire.

C’è poi da dire qualcosa sul suono. Mahler ha anche l’incredibile capacità di utilizzare gamme sonore e timbri di straordinaria vitalità e varietà. Come se la materia sonora mai bastasse a rappresentare la ricchezza e la totalità del mondo. Ma anche la sua complessità, inquietudine, conflittualità, tragicità. E di fatti tutto nella sua produzione viene portato al parossismo: continue aggiunte di organici, di strumenti nuovi (percussioni, campane, arpe, chitarre, cose molto strane per quella che era la tradizione sinfonica); introduzione di voci e coro (in quattro sinfonie su nove) – insomma, pare non bastargli mai. E infatti l’Ottava sinfonia, un’immensa cantata in due movimenti, verrà definita “Sinfonia dei mille”, perché alla prima tra cori e orchestra erano per davvero più di mille le persone interessate all’esecuzione, forse più del pubblico presente (tra cui c’era Thomas Mann!)
Ma il parossismo sta anche nei picchi di tonalità emozionale: suoni bassi delle tube e dei tromboni che sembrano provenire dal ventre della Terra (come la “volontà” di Schopenhauer!), roba da far tremare i polsi, o picchi di dolcezza e di struggimento inarrivabili, come l’Adagietto della Quinta sinfonia, quello che non a caso è stato utilizzato ossessivamente da Luchino Visconti nel suo film Morte a Venezia.

Ci sarebbe ancora molto da dire, non ultima la straordinaria capacità terapeutica della musica, intesa come capacità estetica e sensibile di lenire il dolore, proprietà intuita forse per la prima volta non a caso da un filosofo, un certo Posidonio, filosofo eclettico del primo secolo avanti Cristo.
Con questo si vuol forse dire che la musica, in tempi di guerra globale, possa anche costituire uno stratagemma di fuga dalla realtà? A parte che non ci sarebbe nulla di male, comunque non mi pare proprio. Non, per lo meno, quando si ascolta la musica di Mahler.

Per concludere, vorrei farmi perdonare per le eventuali involuzioni psico-estetiche, invitandovi a cliccare alla pagina http://www.columbia.edu/cu/cuo/audio.html e scaricare proprio l’Adagietto, così che possiate scordare quel che ho scritto e rifocillarvi con l’ascolto diretto di quel che me lo ha suggerito.

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5 Risposte to “PENSIERI SPARSI SU MUSICA E FILOSOFIA”

  1. Flora Says:

    La musica ha il potere di sciogliere la tensione del cuore, l’oscura potenza dei sentimenti, ma anche le parole a volte lo fanno, come quelle tue di oggi, il cui invisibile suono unisce ed ispira gli uomini all’ascolto del suo mistero.
    E dopo la tempesta di ieri, una virata decisa verso acque piane, una rada al riparo della buriana che infuria attorno, a guardare le onde alte e impetuose sulla superfice da lontano, e l’oceano nella sua profondità, calmo.
    Non so quale grazia ti abbia toccato – non è solo la musica, che è nulla, se nessun uomo l’ascolta – ma, grazie per averla diffusa e reso partecipi.
    – e mi consola anche sapere che l’interesse può essere un’altra cosa –
    Flora

  2. Marinella Says:

    Ho sentito ieri una frase, di Amos Oz, che mi è piaciuta molto: che le pietre del deserto ridono, delle storie degli uomini – a voi la scelta se possano essere con la esse maiuscola o minuscola – e mi piace tanto che vorrei riuscire a tener fermo quello sguardo sul mondo, almeno per dieci secondi.
    Marinella

  3. DORATI SILENZI E PIGOLIO DI STELLE « LA BOTTE DI DIOGENE - blog filosofico a cura di Mario Domina Says:

    […] la musica classica e adoro in particolare ascoltarla dal vivo. Ho già parlato in un altro post dell’approccio filosofico alla musica e di quello musicale alla filosofia. Qui voglio però […]

  4. marcello Says:

    Non credo nella traduzioni, del tutto personali e arbitrarie, della musica in parole e viceversa.. I due regni sono anatomicamante e fisiologicamente distinti. Le parole sono fonemi e la musica è note.. Fare della filosofia musicale è impossibile perchè tra i due linguaggi non vi è alcun ponte.. Il solo lusso musicale concesso alla parola è il ritmo, l’accento della poesia.. Ma si tratta di metri e di accenti che non hanno mai trovato uno strumento adatto a trasformarli in musica.. Dobbiamo restare nel generico delle espressioni correnti, più o meno felici.. Dobbiamo ascoltare e capire la musica.. E’ un mondo che si conquista, un linguaggio di cui ci si impadronisce pur senza conoscerne le regole. Doniamo le nostre parole alla musica affinchè conferisca loro una nobiltà inusitata, le renda più armoniche e talvolta intelligenti e memorizzabili.. Essa può vivere senza di esse, sopravvvire al loro cambiamento .. Essere “amusisch ” è una delle poche infelicità di cui lo spirito umano non abbia coscienza..Eppure quello spirito parla..

  5. md Says:

    @Marcello: interessanti le tue riflessioni, però non mi convince la tua asserzione a proposito dell’assenza di ponti tra linguaggio musicale e linguaggio filosofico, anche perché non sono convinto che esistano tout court ambiti dell’umano tra loro incomunicanti

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