PICCOLO ELOGIO DEL RELATIVISMO

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E’ la bestia nera del papa, di Bush e di Osama Bin Laden. Della defunta Fallaci e di Giuliano Ferrara. Dei teocon, teodem, teo-qualcos’altro… e ora anche di Paola Binetti (ma chi è Paola Binetti?).
Non sempre il nemico del tuo nemico ti è amico, e questo vale anche per le ossessioni. Eppure…

L’elogio del relativismo che intendo qui proporre ha più una valenza critica e negativa di quanto non sia un abbracciare le sue tesi: si tratta in realtà di una radicale critica dell’antirelativismo e delle sue conseguenze etico-politiche.
Svolgerò il ragionamento in due mosse: una premessa sul concetto di verità e un tentativo di definire il nodo cruciale del rapporto tra filosofia e antropologia a proposito del relativismo culturale.

Quel che trovo condivisibile nell’atteggiamento relativistico è il suo sospetto per i “possessori” della verità. A tal proposito l’illuminista Lessing utilizza un’immagine che trovo molto pertinente e che pone nella giusta prospettiva “dialettica” il rapporto tra verità e ricerca della verità: «Se Dio tenesse chiusa nella sua destra ogni verità – scrive Lessing – e nella sua sinistra la sola inesausta pulsione alla verità, sia pure col corollario per me di un sempiterno andare errando e mi dicesse: “Scegli!”, con umiltà mi precipiterei alla sua sinistra e direi: “Dammi, padre! La pura verità e solo ed esclusivamente per te!». Il relativista non teme, come Lessing, proprio quel sempiterno andare errando, e a prescindere dal fatto che egli creda o no che da qualche parte un fondamento, un senso assoluto, una verità eterna esistano, egli sa per certo che la mente umana, per come è fatta, non potrà mai attingerli, e se lo fa si tratta solo di un’illusione. La verità è cosa divina, mentre la sua ricerca è cosa umana.

Anche per Hegel, che è tutto fuorché un relativista, la verità non è come un colpo di pistola, non è qualcosa che si acquisisce una volta per tutte, attraverso un’illuminazione come se si trattasse di una fede, quanto piuttosto un lungo processo dialettico – la verità non sta alla fine, ma è il cammino stesso verso di essa.

Fatta questa premessa, che credo abbia come conseguenza immediata l’inconciliabilità dell’atteggiamento fideistico e di quello filosofico e che ribadisce la differenza radicale tra fede e ragione, vediamone qualche conseguenza in ambito antropologico e, soprattutto, etico-politico.

Michel de Mointagne in uno dei suoi Saggi fa una vera e propria apologia dei cannibali. Intendiamoci, non che esaltasse il cannibalismo come pratica, semplicemente fa una serie di considerazioni di carattere antropologico, pur non essendo lui un antropologo, che mette nella giusta luce l’osservazione degli usi e costumi diversi e che soprattutto pone il problema della relatività tanto etica quanto conoscitiva riguardo a queste faccende. Ora – sostiene Montaigne – è del tutto inutile che si dica che le tribù brasiliane che praticano il cannibalismo siano “barbare”, “incivili”, ecc. quando: a) il cannibalismo non viene letto e correttamente contestualizzato, legandolo ai riti che hanno a che fare con il trattamento dei nemici vinti in guerra; e, soprattutto, b) quando chi lo dice, cioè il bianco europeo civilizzato, fa sbranare i suoi nemici vivi dai cani e commette nefandezze molto peggiori di quelli che lui considera “selvaggi”.
Al di là delle conseguenze paradossali ed estreme del discorso, quel che ci vuol dire Montaigne è che dobbiamo sempre ricordarci che quando giudichiamo gli altri (quando leggiamo la realtà), noi li vediamo attraverso lenti fatte da noi stessi – così come loro vedono noi attraverso i loro occhiali. Da ciò seguono due conseguenze importanti: una radicale critica dell’etnocentrismo con la rotazione del punto di vista da me all’altro, movimento che consente di mettermi in discussione; non ne segue però automaticamente l’equivalenza morale e la neutralità etico-politica, dato che è il punto di vista della ragione (questo sì, universale) a consentirmi una valutazione critica a tutto campo, sia dell’io che dell’altro – e di fatti, sembra concludere Montaigne, agli occhi della ragione risultano barbari tutti, sia gli europei sia i cosiddetti cannibali.

In filosofia tutto questo discorso non è una novità, se è vero che duemila anni prima di Montaigne, Protagora aveva dichiarato che “L’uomo è misura di tutte le cose”, legittimando nel discorso filosofico il punto di vista relativistico. Quel che Protagora vuol sostenere, non diversamente da Montaigne, è che il punto di vista dell’osservatore va sempre collocato nello spazio (luoghi e culture diverse) e nel tempo (periodi storici diversi): così come non esistono uno spazio e un tempo assoluti (diremmo noi oggi con Einstein), non esiste nemmeno un punto di vista assoluto da cui la realtà sia osservabile.
Naturalmente dal relativismo culturale ed etico possono anche sorgere paradossi a dir poco imbarazzanti: qualcuno potrebbe ad esempio pensare che, siccome “tutto è relativo”, i nazisti dal loro punto di vista avessero delle ragioni o che la pratica dell’infibulazione abbia una sua legittimità, e che quindi non possiamo o non dobbiamo giudicare di realtà esterne a noi o alla nostra collocazione spaziotemporale. In sostanza esisterebbero delle barriere insormontabili, e le diverse culture sarebbero come dei mondi separati ed incomunicanti. Se spesso alcuni di questi paradossi discendono da una caricatura del relativismo, ciò non toglie che il problema di giudicare se un comportamento sia o meno etico, giusto, legittimo, corretto si pone.

Quel che qui vorrei sostenere, è che la strada per risolvere questo problema non è quella di tornare ai fondamenti, agli universali, alla verità come dati esterni al mondo umano cui attingere per esprimere giudizi etici o giustificare azioni politiche.
Faccio un esempio: se si dovesse pensare all’esistenza di una natura umana data una volta per tutte – non importa se questa natura sia di carattere spirituale, biologico, genetico, neuroscientifico, psichico, mentale, ecc. – allora le conseguenze sarebbero piuttosto gravi. Significherebbe ammettere l’esistenza di codici e norme preordinate cui tutti gli esseri umani dovrebbero conformarsi, pena la loro “devianza”, anormalità, non rettitudine, ecc. Una sorta di “ortopedia della natura umana”. Chi poi va alla ricerca delle basi biologiche dei nostri comportamenti ha in questo una grave responsabilità. Non nego qui che noi siamo fatti anche di elementi biologici, che abbiamo caratteri animali, se vogliamo anche vegetali o minerali. Non dubito di questo. Quel che ci dovrebbe far preoccupare però è chi attraverso la biologia (o le neuroscienze) va alla ricerca di concetti quali il fondamento ultimo dei nostri comportamenti, il nocciolo duro, l’essenza, la “natura umana” appunto.
Ecco che, allora, noi possiamo anche non essere relativisti, ma io credo si debba sospettare moltissimo di chi si dichiara “antirelativista” mentre va alla ricerca di quei fondamenti (che poi a voler ben vedere usa un po’ come gli pare, in modo ideologico, spesso autocontraddicendosi platealmente). Ciò significa in ultima analisi voler fondare l’etica e la politica su valori assoluti, determinati, immodificabili, e tagliar fuori quelli che Rousseau definiva gli unici elementi utili a definire la “natura umana”, e cioè libertà e perfettibilità, quegli stessi elementi che contraddicono il concetto stesso di natura umana, proprio perché nel momento in cui la definiscono ne negano l’immodificabilità, la mettono in movimento, ne fanno un continuo divenire, un dato da superare.

Siamo allora (forse) alla vera e unica domanda fondamentale: che cos’è l’essere umano? L’unica risposta che per ora ho in mente, e che naturalmente è molto “relativa”, è che è un essere che si autocostituisce, che si autodetermina, che mentre plasma un senso a se stesso e al mondo trova questo senso insoddisfacente e va alla spasmodica ricerca del successivo, illudendosi che sia migliore del precedente e così via all’infinito. Questo non equivale a voler sostenere che nulla abbia senso e approdare così all’altra grande bestia nera, quella del “nichilismo”, che è poi l’argomento caratteristico degli antirelativisti, specie se porporati. Vuol dire semmai che in questa concezione dell’essere umano non è contemplato un punto di vista unico e universale, quanto piuttosto una pluralità di punti di vista, tutti diversi e parziali. Il problema che abbiamo di fronte, onde evitare lo scontro sanguinoso dei punti di vista, la guerra delle civiltà e dei mondi, è trovare connessioni tra queste parzialità e concepire l’universale nell’unico modo oggi possibile, e cioè non un universale che sta sopra, o sotto, o dietro di noi, ma davanti a noi, un universale plurale, non precostituito, “da costruire” come sosteneva Sartre.

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12 Risposte to “PICCOLO ELOGIO DEL RELATIVISMO”

  1. Eva Says:

    Guardo una mela – e si chiama mela perché ci siamo tutti messi d’accordo che si chiama mela, è solo una convenzione che, non so come, ma mi sembra faccia rima con finzione – e la guardo da varie angolazioni e da diverse posizioni. Posso decidere di guardarla da una distanza media, senza farmi troppo coinvolgere. E’ rossa, o verde o gialla, o sfumata nei colori della luce, lucida od opaca o una via di mezzo. O da lontano, così lontano che scompare nello sfondo, fino a non vederla più. O da vicino, sino a riconoscere la grana della superficie, così vicino che non vedo più la mela ma solo singole porzioni. Posso prenderla in mano, toccarla, accarezzare la buccia con la mano. Posso misurare la superficie, il peso, il volume, più o meno, o analizzare la composizione degli elementi.

    Posso sentirne l’odore. Posso chiudere gli occhi e pensare la mela, sentire cosa suscita in me l’idea della mela, quante volte ho mangiato una mela, o proprio quella mela particolare che non esiste più, in quel momento particolare che esiste a tratti ancora nella memoria e che incessantemente cerco di reinventare. Posso decidere di tagliare in due la mela per guardarla nel suo interno, in quatto o a spicchi o farne polpa. Ma non potrò mai sapere cosa significhi essere mela. Che farne ancora? Allora mi decido e mangio la mela.

    Non mi sembra di aver visto Adamo fare diversamente – e sapere non deriva forse da sapio, avere sapore, quindi gustare? – ma appena gustata quella mela scompare, non so esattamente come, ma immagino si trasformerà in qualcos’altro E noi andremo a cercarci qualche altra cosa da mangiare e da gustare. Un’altra mela? Perché no, magari anche delle patate.
    Comunque è meglio non esser troppo ingordi, potrebbe farci male, e in fondo è meglio lasciare qualcosa anche per gli altri.
    Eva.

  2. Tonio Says:

    “Non posso fare a meno di prendermi gioco di tutte le nostre certezze incrollabili. E’ molto divertente, per esempio, confondere deliberatamente due e tre dimensioni, il piano e lo spazio e scherzare con la gravità”, diceva Maurits Cornelis Escher.

    Il gusto della logica del paradosso permea tutta l’opera di Escher, come nella litografia (“Relatività”, del 1953) nella quale ci vengono proposti tre diversi livelli di applicazione dello stesso paradosso: tre mondi paralleli e separati coesistono all’interno di un edificio in cui sulle pareti, sul soffitto e sul pavimento si aprono finestre e porte da cui partono scale. Sedici figure umane si muovono nell’ambiente, suddivise in tre gruppi. Ciò che per un gruppo è il soffitto, per un altro gruppo è la parete, e ciò che per un gruppo è una finestra per un altro gruppo è un’apertura nel pavimento.
    Diverse realtà impossibili condividono un’impossibile convivenza?

    Tonio

  3. Flor Says:

    Ieri pomeriggio rileggevo le ‘Elegie duinesi’ di Rilke, quando, tra i versi 51-63 della settima elegia, ho trovato dei pensieri che potrebbero alludere alla litografia di Escher in apertura.

    “La nostra vita scorre trasmutando. E quel che c’è fuori di noi
    svanisce in forme sempre più meschine. Dove c’era una volta una solida casa
    ecco un’escogitazione tutta per sghimbescio, una creazione
    della mente soltanto, come se stesse ancora tutta nel cervello.
    Lo spirito del tempo si crea vasti sili di forza, informi,
    come l’incalzante tensione che da esso desume.
    Templi non ne conosce più. Questo prodigarsi del cuore
    ora risparmiamolo più segreto. Se dove e mai resti cosa
    un tempo implorata, servita, adorata in ginocchio —,
    così come ora sta, si tende già nell’invisibile.
    Molti non lo scorgono più, senza per altro avere la grazia
    di edificarsela in cuore, con pilastri e statue, più grande.”.

    (Flor)

  4. md Says:

    Sono versi bellissimi! Grazie per averli citati.

  5. Tonio Says:

    Partendo dall’ultima domanda proposta, cioè il problema di trovare connessioni tra l’eterogeneità dei punti di vista, in questi giorni mi sono imbattuto nel pensiero di John Rawls, filosofo politico, (Baltimora 1921- Lexington 2002), autore di ‘Una teoria della giustizia’ del 1971 e ‘Liberalismo politico’ del 1993.
    Cerco di riassumere brevemente alcune sue teorie, tratte dagli articoli apparsi sulla rivista ‘Diogene-Filosofare oggi’, n. 6.

    “L’interesse di un filosofo della politica è riuscire ad individuare un insieme condiviso di principi su cui costruire istituzioni in grado di accomodare i disaccordi ed evitare i conflitti violenti, e al fine di rendere la società stabile nel tempo.
    Infatti solo plasmando un assetto istituzionale accettabile da tutti coloro che in esso conducono la loro vita, ovvero, solo se i cittadini riescono a riconoscere nelle istituzioni che li governano i propri valori, avranno forti ragioni per aderirvi e rispettarne i comandamenti.

    I cittadini sono portatori di differenti idee circa cosa renda buona una vita. Essi sono leali ad una pluralità di concezioni religiose, morali e filosofiche che spesso restituiscono immagini diverse, spesso incompatibili, del mondo e del bene. Tali concezioni vengono definite dottrine comprensive, ognuna delle quali ha l’ambizione di offrire principi da applicare ad una varietà di questioni.
    Rawls ritiene che una tale pluralità è rilevante, nella riflessione teorico-politica, solo se può essere ricondotta a quella che viene definita la sfera del ‘disaccordo ragionevole’. Ciò significa che non tutti i disaccordi dovrebbero essere presi in considerazione nella formulazione delle istituzioni politiche.
    I disaccordi rilevanti sono solo quelli che derivano dall’esercizio proprio e libero della ragione umana. Quindi il pluralismo ragionevole si presenta come l’esito necessario della capacità di ragionamento di cittadini liberi e uguali, i quali, nell’esaminare una questione controversa arrivano tuttavia a conclusioni diverse.

    Rawls invita ad abbandonare ogni tentativo di costruzione di un accordo sulle differenti opinioni, percezioni del problemi – soggetti agli ‘oneri della ragione’, come lui li definisce – per concentrare gli sforzi su un nucleo di valori esclusivamente politici sui quali convergere.
    Illustra quest’idea nella nozione di un consenso per intersezione tra i sistemi di valori abbracciati dai diversi cittadini, dove le basi del consenso politico dovrebbero situarsi nel sottoinsieme di intersezione, non vuoto, contenente i soli valori di natura politica, rinunciando quindi alla ricerca di un accordo che si basi su concezioni religiose, metafisiche o morali.
    Il nucleo di valori politici condivisi, contenuti nella cultura politica di base di una società, costituisce ciò che Rawls chiama ‘ragione pubblica’.

    Si vede che una tale linea argomentativa è percorribile solo da quel tipo di cittadini che posseggono la virtù civica rappresentata dall’idea di ragionevolezza, con l’esclusione dall’arena della discussione pubblica di tutti coloro che presentano i tratti dell’irragionevolezza – fondamentalisti religiosi in primis, vale a dire tutti coloro che si rifiuterebbero di mettere tra parentesi le proprie dottrine comprensive e di offrire argomenti basati sulla ragione pubblica.
    Questo sembra essere un limite della proposta rawlsiana, limite che però è solo relativamente problematico.
    Il fine della proposta è trovare una base stabile sulla quale costruire una società liberale, abitata da cittadini ragionevoli per inclinazione ed educazione.”

    Dal mio punto di vista, non essendo un esperto, posso solo dire che il suo discorso mi è sembrato piuttosto ragionevole.
    Tonio

  6. md Says:

    Non è chiaro però il concetto di “ragionevole”. Cosa si intende? Definirlo per negazione (non fondamentalista, non integralista, ecc.) non mi pare soddisfacente.

  7. Tonio Says:

    Non è chiaro neppure per me. Più che altro speravo che qualcuno mi potesse aiutare, ad approfondire.
    Però mi sono ricordato un esempio applicato alla realtà, attraverso un tale modo di guardare le cose del mondo: quando il ministro But…..one, interrogato a Strasburgo – mi pare -, è stato rimandato a casa perché non ritenuto idoneo.
    Magari qualcuno potrebbe considerare questo episodio come un fatto discriminante. Nello stesso tempo credo che ci debbano essere dei livelli minimi di cultura politica, rivista e rimodellata sulla realtà del presente, tali da permettere agli attori di entrare nell’arena decisionale.
    Guardando a casa nostra, dove la cultura politica è lo specchio del livello culturale della popolazione in genere, siamo molto lontani da questo livello ideale.
    Personaggi come molti uomini politici della lega, per esempio, che non fanno che fare leva sugli impulsi più retrivi ed egoistici della gente, ottenendone l’approvazione, non si può negare che esistano e siano una realtà.
    E non si può partire che dalla realtà per andare altrove. L’importante però è non rimanere fermi.
    Tonio.

  8. Tonio Says:

    Come dicevo, neppure io sono soddisfatto del significato di ‘ragionevole’. In realtà non lo si è neppure iniziato a definirlo.
    Comunque, quello che qui interessa è definirlo nell’ambito dell’agire politico, alla ricerca di un metodo che riesca a superare i disaccordi insormontabili dei diversi punti di vista.
    La scelta di Lessing della ricerca della verità – già contrapposta al possederla – in politica andrebbe ampliata con l’idea che tutti gli uomini cercano ‘insieme’ la verità fattuale – non ognuno contro tutti gli altri, ma in collaborazione – quindi estesa all’idea di una ricerca comune di una ragione pubblica.
    Va bene, lo ammetto, ieri sera mi sono imbattuto nel pensiero di Pierce (intervista a Carlo Sini su Peirce in http://www.hermesnet.it), e vi ho trovato suggerimenti interessanti.
    Lui definisce quattro modi in cui le ‘credenze’ si fissano, e una ‘credenza’ non è molto diversa dal possedere un punto di vista – mi pare – o modo di interagire col mondo.
    Riporto le parti dell’intervista che mi sono sembrate più interessanti.

    “Il primo metodo attraverso il quale gli uomini fissano le loro credenze è il metodo della tenacia. La tenacia è quell’atteggiamento così diffuso tra gli uomini per cui un uomo che segue questo metodo nutre nei confronti delle proprie credenze, delle proprie opinioni la tenace volontà di perseguirle contro tutto e contro tutti; l’uomo cioè si attacca tenacemente alle sue idee e non vuole metterle a confronto con le idee degli altri, anzi, nutre odio e disprezzo per tutti coloro che hanno credenze difformi dalla sua.
    Il secondo metodo col quale gli uomini abitualmente fissano le credenze, fissano quindi anche i loro abiti di azione, è quello che Peirce chiama il metodo dell’autorità. Questo metodo è a sua volta un metodo tenace ma che non si appella tanto alle credenze del singolo, quanto alle credenze di una istituzione, alle credenze storiche, in questo caso alle credenze che vengono fissate all’autorità o dello Stato, o della Religione o di una istituzione qual si voglia del gruppo sociale, della classe di appartenenza sociale, della consorteria professionale
    Esiste un terzo metodo per fissare le credenze che Peirce definisce più nobile che è il metodo della filosofia: il metodo metafisico. Questo metodo non si appella alla tenacia, ma si apre al dubbio, al confronto, al dialogo; esso ha come suo compito, come meta quello di pervenire ad una credenza razionale. Gli uomini che seguono questo metodo vogliono essere in accordo con la ragione e non con le loro personali opinioni o con le loro passioni, o con gli interessi di un istituzione. Questo metodo è più nobile dice Peirce e tuttavia esso nel tempo non ha dato risultati così apprezzabili come si poteva sperare per il semplice motivo che i filosofi non riescono ad accordarsi su ciò che intendono per ragione. Ognuno intende la ragione a modo suo, fa della ragione una questione di gusto, e quindi questo metodo razionale che vorrebbe essere universale finisce per dare luogo a una serie di contese che molto spesso sono sterili.
    Resta il quarto metodo, che Peirce seguì tutta la vita: il “metodo scientifico”.
    La scienza è quel procedimento attraverso il quale gli uomini non soltanto elaborano le loro credenze in dialogo con altri uomini, ma affidano le loro credenze al riscontro della prova pratica. Si può legittimamente sperare o auspicare che in un futuro che Peirce definisce infinitamente lontano, le varie credenze degli uomini superino le idiosincrasie, le differenze individuali, le opinioni personali per assumere come banco di prova la verità pubblica, cioè i fatti pubblici che le confermerebbero. Tali credenze in un futuro appunto infinitamente lontano finiscono per convergere in una unità, in una sorta di “ecumenismo della verità”.
    Il problema per Peirce è quello di concordare in un’opinione la quale non sia, come si esprimeva, “né mia, né tua, né sua”, ma sia l’opinione destinata dell’intera comunità razionale umana. Si può camminare verso questo risultato di accordo delle menti e quindi verso questa realizzazione pratica della verità solo accettando il rischio della interpretazione, cioè solo comprendendo che il comportamento umano, la prassi, la pratica alla quale viene affidato il compito di rivelare il significato logico, è sempre una interpretazione della realtà.”

    Premetto che non sono un filosofo e non ho quindi un bagaglio di conoscenze sufficiente a definire alcunché. Più che altro sono un autodidatta, curioso in giro, non credo di poter inventare niente. Mi sembra però che il pensiero di Pierce sia in sintonia con le proposte di Rawls. Da lì al realizzarle non c’è di mezzo solo un mare ma un oceano, nonostante sono disposto a credere che potrebbero essere una buona e utile base di partenza – o come direbbe Nietzsche, il porto dal quale salpare per andare alla ricerca della verità – fattuale.
    Tonio.

  9. Flo Says:

    La verità? la più bella metafora che abbia sentito, di Nietzsche: c’è un fiume che vogliamo (o dobbiamo?) attraversare. Avete presente un fiume disseminato di pietre? appoggiamo il piede su quelle che sembrano più adatte a sostenerci, per andare al di là; ma subito dopo, appena siamo passati, quelle pietre sprofondano.
    Quindi non sono importanti tanto le pietre (leggi: verità relative) di mezzo, quanto riuscire ad attraversare il fiume. Certo è che sarebbe meglio scegliere quelle che possano davvero sostenerci, per non sprofondare insieme a loro.

    Ma, come dicevo, l’ho solo sentita, quindi probabilmente non è vera per niente. Però vi assicuro che è vero il fatto che l’ho sentita.
    Non so neppure se Nietzsche l’abbia scritta davvero; però, se l’ha scritta, io non so dove. Se qualcuno me lo sa dire, grazie.
    Flo

  10. FEDE E RAGIONE, ovvero dell’oxymoros perfetto « LA BOTTE DI DIOGENE - blog filosofico a cura di Mario Domina Says:

    […] rilassamento, ma non mi pare ci sia possibilità di una reale composizione. Come ho già scritto altrove, tra fede e ragione non c’è dialogo che tenga – tra umani sì, se ci si sforza, ma tra quei […]

  11. Prof. Giovanni Pievani Says:

    La battaglia tra relativismo e antirelativismo è stata combattuta due millenni e mezzo fa: lo scontro titanico tra Protagora e Platone ha visto la vittoria del secondo. Una vittoria definitiva. Da quel giorno il relativismo è figlio dell’ignoranza (come scrive Aristotele nella sua Metafisica).

  12. md Says:

    @Prof. Giovanni Pievani
    strana concezione della storia della filosofia… (oltre al fatto che non esistono “vittorie difinitive”, anche perché non mi pare che il platonismo goda oggi di ottima salute…)

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