CONTRONATURA!

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Come diceva un mio caro amico, a meno che uno non pensi che la natura sia il cip cip degli uccellini nel bosco, il concetto di natura è quanto di più artificiale e ideologico ci sia.

Ma ora non voglio disquisire di questo. Ora sono troppo arrabbiato per farlo. Di certo, però, so che i vestaglioni neri e porporati, con tutte le annesse stole, turiboli, gonfaloni, baldacchini, panni da altare, paramenti, albe, rocchetti, sottane, mantelli, berretti, mitre, antependia, veli di battesimo, casule e quant’altro sa di profondamente innaturale.

Così come contronatura è…

inventarsi una religione che reprime le pulsioni

mandare al rogo Giordano Bruno

inquisire streghe a milioni (donne, uomini, bambini, interi villaggi, indios, persino animali!)

ritenere ancora “sacro” un testo che racconta di un Dio che opera il primo bombardamento a tappeto della storia, quello su Sodoma e Gomorra

chi s’inventa la castità e poi copre i preti che sbavano in confessionale mentre chiedono ai bambini se si sono toccati

definire ciò che è vita attraverso una macchina

un papa dalle movenze non proprio etero

avere bisogno dei poveri per giustificare le marieterese di Calcutta

i santi ricoperti di soldi e le processioni con i preti rococò

mettere le mani nelle mutande degli altri per regolamentarne la vita sessuale e le “perversioni” (senza guardare alle proprie)

duemila anni di misoginia

duemila anni di omofobia

duemila anni di cazzate su dio, la famiglia, la proprietà, la patria, i valori, l’educazione dei figli…

Beh, direi che può bastare!

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6 Risposte to “CONTRONATURA!”

  1. ro_buk Says:

    Fantastiche queste tue riflessioni.In un mondo che cerca di moderarsi continuamente questo post urlato mi pare magnifico! E’una boccata d’ossigeno sapere che c’è chi la pensa come te ed è arcistufo di questi ipocriti che voglio imporre la loro consapevolmente finta moralità al mondo!
    Mi piace un sacco “avere bisogno dei poveri per giustificare le marieterese di Calcutta”,mi pare un concetto magnifico che condivido pienamente.
    Ciao.

  2. Flo Says:

    Mi vien da pensare che un qualsiasi discorso generale o generico o che abbia la più o meno fondata pretesa di dare definizioni o trarre conclusioni dall’osservazione del molteplice, assomigli a una foto panoramica in cui tutti, sicuramente molti, particolari vengono sacrificati e persi. Naturalmente nell’osservazione della realtà si può fare sia l’una che l’altra cosa, zoomare nei più minuscoli reconditi, o allontanare l’obbiettivo per avere una visione più estesa ma indifferenziata. Non mi sembra però che nessuna di queste ‘fotografie’ possa avere la pretesa di descrivere o determinare una volta per tutte la realtà – mi sembra che si dica – oggettiva.
    Ogni ‘fotografia’ non è che una realtà apparente, fosse anche il puzzle dell’intero archivio delle fotografie di tutto il mondo.
    Ognuno di noi ha però la possibilità di rivolgersi verso l’esterno, così come verso l’interno, attraverso il mondo soggettivo del proprio personale sentire, che in ogni caso è tuttavia l’unico che può interpretare e giudicare ciò che vede, sente, prova, dall’interno verso l’interno, come dall’interno verso l’esterno.

    Ciò che ognuno dice di sentire (o pensare, o credere, o, o, o) non può essere negato, né smentito se non da colui il quale lo ha espresso; reinterpretato magari, a proprio uso e consumo – e questo non si può evitare – o compreso, o soggetto ad empatia. Ma il sentire (o, o, o, ) non ha alcuna pretesa di universalità, è solo una piccolissima porzione di una verità molto relativa, persino da chi la esprime o sente, rispetto ad un piccolissimo spazio di tempo che non supera di molto la durata della sua espressione o sentimento.
    Divampa, muore, è buttato via. Effimero, fluttuante mondo del sentire, evanescenti, labili tracce. Verità con la consistenza di nuvole e vapore acqueo, non costruirà alcun tempio.
    (Se e come riusciremo a vivere a lungo in un luogo senza mura, tetti, fondamenta – mi chiedo – senza nulla che ci protegga delle intemperie, nulla che ci rassicuri, in un molteplice in divenire, continuamente in mutamento? Mah, una capanna di argilla e canne magari potrebbe bastare – soprattutto in previsione di tempi di uragani inondazioni e cataclismi – ma anche una capanna d’argilla e canne ha bisogno del suo pezzetto di terra sotto!)

    Temo però che il ‘mondo civile’ non possa fondarsi su questo mondo effimero e soggettivo. Sopravvivenza significa cercare, e trovare, delle forme di convivenza civile, altrimenti saremmo in guerra tutti contro tutti. Per questo l’uomo, per uscire dalla barbarie, ha costruito la legge e il diritto, anch’essi mai dati una volta per tutte, e bisognosi di successivi ed incessanti aggiustamenti, per regolamentare il comportamento tra gli uomini, per evitare di ricorrere alla violenza in ogni questione controversa. Senza riuscirci mai del tutto.
    La perfezione? Ho difficoltà a crederci. Forse, come l’evoluzione, procediamo per prove ed errori; e di errori nella storia se ne sono fatti molti (“la verità è il cammino dell’errore” – mi sembra lo dicesse Vico) e molto probabilmente continueremo a farne. (senza dimenticare che nel corso dell’evoluzione non tutte le specie riescono a sopravvivere)
    Le leggi, espressione del diritto, dei costumi e della morale, vengono costruite mattone su mattone come si fa coi templi, e alla fine diventano così complicate e disagevoli da somigliare alla litografia di Escher. Non sono abitazioni nelle quali l’uomo riesce a stare sempre a proprio agio.
    E i costumi e la morale sono variabili, e non sempre le leggi vanno al passo coi tempi. Sono fatte a misura di qualcuno, che può essere una maggioranza astratta, sacrificando i diritti di questa o quella minoranza concreta. Così vanno le cose anche ora: io quasi quasi spero che non vada anche peggio.
    E poi ci sono degli uomini che credono che l’unica legge possibile sia quella che loro hanno fatto dire dal dio che essi stessi hanno inventato; penso che siano persino in buona fede – e se non sono loro esperti in fede, chi altro? – quindi suppongo che non lo sanno. Assomigliano a dei bambini che non hanno mai smontato il giocattolo e, nel terrore che il loro dio li fulmini, non ci giocano affatto ma lo adorano come una reliquia. Paura del peccato, colpa, superstizioni. Chi di noi non ne è affetto, proprio per niente, alzi la mano.

    E – in quanto ai templi che sono stati costruiti dagli uomini nel corso della storia, quando questi diventano troppo ingombranti, qualcuno si decide e li butta giù – mi viene in mente l’analogia col mito di Sansone (di Milton), il sacro ribelle che mise in discussione l’obbedienza all’ordine costituito e al conformismo: “…buio nel bel mezzo del giorno” disse; poi distrusse tutto, “e ora tutto è calmo, ogni passione è spenta.”.
    Può darsi però che subito dopo – come è successo dopo ogni rivoluzione – quelli che sono ancora vivi si rimettano a costruire un altro tempio. Sembra che non ne possiamo fare a meno.
    E a volte sembra tutto troppo complicato, o che non c’è più spazio per costruire qualcos’altro. Tutto lo spazio è stato preso, consumato all’inverosimile da una vorace speculazione di edilizia culturale che non permette di costruire effettualmente alcunché di reale.

    Scusatemi per le cose che ho scritto, nemmeno a me sono del tutto chiare. Neppure io sono un filosofo. Procedo a tentoni sulle macerie dei templi scricchiolanti.
    Flo

  3. Tonio Says:

    Se “gli altri” studiassero noi come noi studiamo loro. Da “Diario minimo” di Umberto Eco, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1963

    Negli anni Sessanta andava di moda l’antropologia e in tutte le università si studiavano vari saggi su popolazioni che certamente non si potevano definire di “cultura inferiore” ma “diverse”, “appartenenti ad altra cultura”, eventualmente di “cultura subalterna”.

    Umberto Eco immagina che antropologi Polinesiani studino la nostra “civiltà occidentale” con la stessa politically correct: e ne vengono fuori queste spassosissime righe.

    “La presente inchiesta elegge come campo di indagine l’agglomerato di Milano alla propaggine nord della penisola italiana, un protettorato vaticano del Gruppo delle Mediterranee. Milano si trova circa a 45 gradi di latitudine nord dall’Arcipelago della Melanesia e a circa 35 gradi di latitudine sud dall’Arcipelago Nansen nel Mar Glaciale Artico.
    Si trova quindi in una posizione pressoché mediana rispetto alle terre civili, e se pure fosse più facilmente raggiungibile dalle popolazioni eschimesi tuttavia è rimasta fuori dei vari itinerari etnografici. Debbo il consiglio di una indagine su Milano al Professor Korao Paliau dell’Anthropological Institute delle Isole dell’Ammiragliato e ho potuto condurre la mia inchiesta grazie al generoso aiuto della Aborigen Foundation of Tasmania che mi ha fornito un grant di ventiquattromila denti di cane per affrontare le spese di viaggio ed equipaggiamento. […]
    Per anni chi si è avvicinato agli usi e ai costumi dei popoli occidentali lo ha fatto muovendo da uno schema teorico a priori che ha bloccato ogni possibilità di comprensione. Il condannare gli occidentali come popoli primitivi, solo perché sono dediti al culto della macchina, ancora lontani da un contatto vivo con la natura, ecco un esempio dell’armamentario di false opinioni con cui i nostri antenati hanno giudicato gli uomini incolori e gli europei in particolare. […] Si deve quindi all’opera illuminata della dottoressa Poa Kilipak se si è andato affermando il concetto di “modello culturale” con le stupefacenti conclusioni che comportava: un abitante di Parigi vive secondo un complesso di norme e di abitudini che si integrano in un tutto organico e formano una determinata cultura, valida come la nostra seppure in modi diversi. Di qui si aprì la via per una corretta indagine antropologica sull’uomo incolore e per una comprensione della civiltà occidentale (perché – e si potrà accusarmi di cinico relativismo – di civiltà si tratta, anche se non segue i modi della nostra civiltà. E non è detto, me lo si permetta, che cogliere noci di cocco salendo a piedi nudi su una palma costituisca un comportamento superiore a quello del primitivo che viaggia in jet mangiando patatine da un sacchetto di plastica). […]

    2. La “Pensée Sauvage” (Saggio di ricerca sul campo)

    La giornata dell’indigeno milanese si svolge secondo i ritmi solari elementari. Di buonora esso si sveglia per recarsi alle incombenze tipiche di questa popolazione: raccolta di acciaio nelle piantagioni, coltivazione di profilati metallici, concia di materie plastiche, commercio di concimi chimici con l’interno, semina di transistori, pascolo di lambrette, allevamento di alfaromeo e così via. L’indigeno tuttavia non ama il suo lavoro e fa il possibile per evitare il momento in cui lo inizierà: quello che è curioso è che i capi del villaggio paiono assecondarlo, eliminando ad esempio le vie di trasporto, divellendo le rotaie dei primitivi tramways,

    confondendo la circolazione con larghe strisce gialle dipinte lungo le mulattiere (con chiaro significato di tabù), e infine scavando profonde buche nei punti più inopinati, dove molti indigeni precipitano e vengono probabilmente sacrificati alle divinità locali. È difficile spiegare psicologicamente l’attitudine dei capi del villaggio, ma questa distruzione rituale delle comunicazioni è legata senza dubbio a riti di risurrezione (si pensa ovviamente che costringendo schiere di abitanti nelle viscere della terra, dalla loro immolazione quale seme nasceranno altri individui più forti e robusti). […]

    Che i capi della città tengano a mantenere la popolazione in uno stato di incertezza è provato da un rituale mattutino, la lettura di una sorta di messaggio ieratico che i capi fanno pervenire ai loro sudditi sul far dell’alba, il “Corriere della Sera”: la natura ieratica del messaggio è sottolineata dal fatto che le nozioni che comunica sono puramente astratte e prive di alcun riferimento con la realtà; in altri casi il riferimento, come abbiamo potuto verificare, è apparente, così che all’indigeno viene prospettata una sorta di controrealtà o realtà ideale nella quale egli presume di muoversi come in una foresta dalle viventi colonne, vale a dire in un mondo eminentemente simbolico e araldico.

    Tenuto costantemente in questo stato di smarrimento, l’indigeno vive in una persistente tensione che i capi gli permettono di scaricare solo nelle festività collettive, quando la popolazione si riversa a frotte in costruzioni immense di forma elissoidale dalle quali proviene senza interruzione un clamore spaventoso.
    Inutilmente abbiamo tentato di entrare in una di queste costruzioni; con una diplomazia primitiva ma smaliziatissima gli indigeni ce lo hanno sempre impedito, pretendendo che noi si esibisse per l’accesso dei messaggi simbolici che apparentemente risultavano in vendita, ma per i quali ci è stato richiesto un tale quantitativo di denti di cane che noi non avremmo potuto pagare senza dovere in seguito abbandonare la ricerca. Costretti dunque a seguire la manifestazione dall’esterno, dapprima si era formulata l’ipotesi, avallata dai rumori fragorosi e isterici, che si trattasse di riti orgiastici; ma in seguito si è fatta chiara l’orribile verità. In questi recinti gli indigeni si dedicano, con il consenso dei capi, a riti di cannibalismo, divorando esseri umani acquistati presso altre tribù. […] A quanto ci è dato di ricostruire, le vittime vengono divorate in enormi portate collettive composte da più individui, secondo complicate ricette che vengono pubblicamente esposte per le strade, nelle quali si presenta una sorta di posologia non ignara di reminiscenze alchemiche, del tipo “3 a 2”, “4 a 0”, “2 a 1”. […]

    D’altra parte sin dai suoi primi anni il giovane nativo viene educato in modo che lo smarrimento e l’incertezza siano posti a fondamento di ogni suo gesto. Tipici a questo proposito sono i “riti di passaggio” che hanno luogo in locali sotterranei, dove i giovani vengono iniziati a una vita sessuale dominata da un tabù inibitivo. Caratteristica è la danza che essi praticano in cui un giovane e una giovane si pongono l’uno di fronte all’altra dimenando le anche e muovendo avanti e indietro le braccia piegate ad angolo retto, sempre in modo che i corpi non si tocchino. Già da queste danze traspare il più totale disinteresse da parte di entrambi i partecipanti, completamente ignari l’uno dell’altro, tanto

    che quando uno dei danzatori si piega assumendo la posizione dell’atto sessuale – mimandone le fasi ritmiche – l’altro si ritrae come inorridito e cerca di sfuggire curvandosi talvolta fino a terra; ma nel momento in cui l’altro, ormai pervenuto a raggiungerlo, potrebbe usare di lui, se ne allontana di colpo ristabilendo le distanze. L’apparente asessualità della danza (un vero e proprio rito iniziatico improntato a ideali di astinenza totale) è tuttavia complicato da alcuni particolari osceni. Infatti il danzatore maschio, anziché ostentare normalmente il membro nudo e farlo roteare fra gli applausi della folla (come farebbe qualsiasi nostro

    fanciullo partecipando a una festa sull’isola di Manus o altrove), lo tiene accuratamente coperto (lascio immaginare al lettore con quale impressione complessiva di ribrezzo per l’osservatore anche più spregiudicato). Del pari la danzatrice non lascia mai scorgere i seni, e sottraendoli alla vista dei presenti contribuisce ovviamente a creare desideri insoddisfatti che non possono non provocare frustrazioni profonde. […]

    Ma la domanda che il ricercatore si pone è la seguente: sono lo smarrimento e la frustrazione veramente effetto di una decisione pedagogica consapevole, oppure concorre a questo stato di cose, influenzando le stesse decisioni dei capi e dei sacerdoti, qualche causa più profonda connessa alla natura stessa dell’habitat milanese? Terribile domanda, perché in questo caso si porrebbe il dito sulle sorgenti profonde della mentalità magica che possiede i nativi, e si discenderebbe alle madri oscure da cui si origina la notte dell’anima di quest’orda primitiva.
    (inserito da Tonio)

  4. teo Says:

    dopo lo sfogo polemico per i mali del Cristianesimo, saresti ora capace di sfogare la tua stima per i suoi beni?

  5. md Says:

    @teo: un tempo distinguevo tra chiesa e cristianesimo, caricando la prima della responsabilità di male interpretare e praticare il secondo – perché diversamente da Nietzsche pensavo e penso che non tutto del cristianesimo sia da buttare, anzi. La figura di Gesù mi ha sempre molto attratto.
    Ma ora siamo in guerra – una guerra non certo voluta da atei, laici, relativisti o illuministi – e, come si sa, la guerra è sempre foriera di semplificazioni e nemica delle sottigliezze. Quando sua santità e compagnia cesseranno i bombardamenti, allora magari mi cimenterò in un elogio, ponderato e senza sfoghi, degli eventuali “beni” del cristianesimo…

  6. Ares Says:

    Ares ^__^

    ..hem… teo… prova ad elencarne 3 di beni ..

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