GUERRE E PERDENTI RADICALI

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Ho letto due libretti usciti recentemente e accomunati da una diagnosi “pessimista” sui mali del nostro tempo: si tratta del pamphlet di Enzensberger Il perdente radicale (Einaudi, 2007) e della raccolta di articoli Imperialismi dello storico Hobsbawm (Rizzoli, 2007).

Sono due punti di vista molto diversi (psicologico-sociologico nel primo caso, con suggestioni e accostamenti molto soggettivi; storico e oggettivamente più ponderato nel secondo), ma convergenti nella rassegnata conclusione che nel XXI secolo dovremo fare i conti con la turbolenza storica, con le guerre, con la volontà di potenza e con le umane pulsioni distruttive (e autodistruttive) e – soprattutto – senza poterci fare granché.

Il perdente radicale di Enzensberger è la figura del vinto, di colui che abita il nostro tempo e che però non se ne sente parte, e che per questa esclusione matura una decisione drastica e ultimativa: poiché è già fuori, tanto vale farsi fuori fisicamente portando fuori con sé tutto ciò che è possibile, in termini di vite umane e di simboli. Il perdente radicale è il combattente nazista ieri e il terrorista islamista oggi, ma non solo: il padre che stermina la famiglia, il fanatico ideologizzato che mette il fine sopra ogni cosa, il fondamentalista, la vittima assoluta, umiliata e rancorosa in genere. La nostra è una società che per come è organizzata non può non produrre in continuazione “vinti” e perdenti radicali, e, appunto, non ci si può far nulla, ci si deve convivere: questa l’amara conclusione di Enzensberger.

Dall’altra parte Hobsbawm, su un piano più “oggettivo”, analizza che ne è di guerra e pace dopo il secolo breve (che è però un lungo secolo di guerre, un catalogo di macelleria sociale di prim’ordine). Al di là della scontata considerazione che la “follia imperiale” americana sta producendo in questa fase molta più turbolenza di quanta ne vorrebbe controllare, anche qui la conclusione non è molto consolante: lo storico inglese azzarda una previsione e scrive che forse il XXI secolo sarà meno sanguinolento del precedente, ma “la violenza armata, causa di immense sofferenze e privazioni, rimarrà però onnipresente ed endemica – a volte epidemica – in gran parte del pianeta. La prospettiva di un secolo di pace è una speranza remota”.

Che dire? Dopo il principio-speranza e il principio-responsabilità ecco in scena il principio-rassegnazione. L’ottimismo è senz’altro una cosa da scemi, mentre il realismo e la verità sono rivoluzionari, ma qui di rivoluzioni in vista neanche l’ombra. Nell’attesa crogioliamoci in un sano pessimismo misurato e razionale…

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

3 pensieri riguardo “GUERRE E PERDENTI RADICALI”

  1. Dopo aver letto le riflessioni sul ‘perdente radicale’, sono rimasta senza parole. Capita. Tranne che, ho pensato, quando si è perso davvero tutto, non si ha più nulla da guadagnare, e questa potrebbe non essere la peggiore delle sfortune! e che, in ogni caso, persino un perdente non è escluso dalla scelta di interpretare la sua condizione, e decidere come rapportarsi al mondo.
    Poi ieri sera ho trovato in ‘Finzioni’ di J.L.Borges, nel brano ‘La forma della spada’, la frase “…A UN GENTLEMAN NON POSSONO INTERESSARE CHE LE CAUSE PERDUTE…”, e mi si è spalancata una finestra.
    … mi suggerisce che è pur sempre possibile regolare le proprie azioni sul disinteresse, indipendentemente dal risultato, che non è mai certo. Nondimeno si ha il dovere, e la libertà, di compierlo.
    Non so se alla fine ci sarà concesso di vivere nel ‘migliore dei mondi possibili’ ma, a dispetto di tutto ciò che trama contro, non posso smettere di crederci.
    Melian.

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