VENT’ANNI DOPO

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Quando ho letto I sommersi e i salvati mi sono subito convinto che Primo Levi non era da considerare “soltanto” un testimone della shoah, ma uno dei più importanti pensatori del Novecento circa il significato di quella immane tragedia. Non è un caso che il filosofo Giorgio Agamben gli abbia dedicato alcune delle sue pagine più lucide.

Il male, la violenza, la memoria, l’oblio, ma ancora di più la biopolitica e la bioepoca: questi i temi su cui Primo Levi, partendo dalla sua esperienza di “vittima”, ha cominciato una riflessione ben lungi dall’essere terminata.

Due momenti de I sommersi e i salvati vorrei qui ricordare: il primo è la “zona grigia”, quel territorio ambiguo e sfocato che insieme separa e congiunge il campo dei padroni e quello dei servi, i carnefici e le vittime. Levi ne ricava una vera e propria teoria dell’esercizio del potere, oltre che un’analisi della natura umana di cruciale importanza: “anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori dal recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno”.

L’altro è la figura del Muselman, del musulmano, nome “attribuito al prigioniero irreversibilmente esausto, estenuato, prossimo alla morte”, esemplificato dal bambino muto e invisibile delle prime pagine della Tregua, quell’Hurbinek che “era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz”, nuda vita che è al di qua (o al di là) dell’umano e che soltanto con i campi nazisti è potuta emergere con chiarezza, ma che è una possibilità iscritta (ancora, e forse più di ieri) nella nostra epoca… Non è un caso che Primo Levi abbia sostenuto con forza la reiterabilità di quel che è accaduto, non tanto per un capriccio o un caso della storia, ma perché le condizioni di riproducibilità dello snaturamento dell’umano, della sua radicale animalizzazione, sono ancora tutte lì, hanno messo radici e promettono nuove tragedie: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire“.

Letture:

P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi
G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri
G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri
R. Esposito, Bios. Biopolitica e filosofia, Einaudi

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