IL CORPO DEL SELVAGGIO

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Quando una dozzina di anni fa cominciai a leggere i libri per la tesi, subito mi imbattei in un saggio di Montaigne intitolato Des cannibales, scritto tra il 1575-76, dagli studiosi ritenuto il primo atto di critica esplicita dell’etnocentrismo da parte della cultura europea moderna.
Etnocentrismo indica genericamente “quegli ambiti d’estensione dell’egocentrismo nei quali il ‘noi’ tende a sostituire l’‘io’ come centro d’autoidentificazione” (la definizione è presa dall’Enciclopedia Einaudi: io, la mia famiglia, la mia genia, la mia tribù, la mia comunità, la mia etnia, razza, patria, nazione, civiltà, sesso, genere, specie e via identificando per cerchi più o meno concentrici).
Montaigne fa a pezzi questo concetto – o meglio ne mostra l’assoluta relatività e labilità concettuale, utilizzando l’esempio “estremo” dei cannibali, molto in voga all’epoca, vista la recente “scoperta” (ma sarebbe meglio dire “conquista”) del nuovo mondo delle Americhe.

L’ossessione identitaria è diventata negli ultimi anni una vera e propria “emergenza”, nel senso che torna puntualmente a riemergere da ogni falla sociale, da ogni crisi, da ogni sfilacciamento dei tradizionali assetti socioeconomici investiti dai processi della globalizzazione. Quando c’è un problema di convivenza, dal più banale di ordinaria amministrazione locale a quello epocale del sedicente scontro di civiltà, il meccanismo identitario entra subito in scena e, con la potente molla che gli è propria della semplificazione/riduzione, richiama tutti all’ordine e rinserra i ranghi. (Naturalmente non solo in Europa o in Occidente, dato che l’etnocentrismo è quanto mai trasversale alle culture – che almeno su questo si trovano d’accordo).

Sempre più spesso nel chiedersi, com’è legittimo che sia, chi si è in rapporto a cosa, si dimentica però che non si è mai una cosa sola e che, soprattutto, le identità sono in perenne movimento: si spostano, migrano, si sovrappongono, si fondono, si sfilacciano, impallidiscono, varcano le frontiere, talvolta vanno a fondo e muoiono. Ognuno di noi – ogni io – è un agglomerato contraddittorio di identità, eppure a nessuna di quelle identità è mai riducibile né tantomeno inchiodabile.

La critica all’etnocentrismo, e per estensione alle ossessioni identitarie, nata con Montaigne oltre 4 secoli fa, non ha purtroppo impedito che ebrei, zingari, selvaggi, streghe, omosessuali, stranieri e minoranze varie venissero a turno presi di mira come l’altro dell’identità minacciata che, di volta in volta, si voleva affermare. E siccome la norma ha bisogno ciclicamente di essere riaffermata, è bene ogni tanto bruciare qualche pericolosa strega: inventare la norma e l’identità (uniche) è tutt’uno con l’inventare i fantasmi che le minacciano. Una sana ortopedia sociale ha sempre bisogno dei suoi diversi per affermare le sue regole. Oltretutto, è un espediente molto utile per far dimenticare la reale natura delle diseguaglianze – e del perenne destituirsi/costituirsi delle identità – legate ai rapporti sociali ed economici, alle ricchezze, alle risorse, alla produzione e al consumo, e alla riproduzione di quei rapporti. Parafrasando Marx: anche le identità sono storicamente determinate.

Per chi ha voglia di approfondire l’argomento dal punto di vista antropologico-filosofico, allego un breve saggio intitolato Il corpo del selvaggio – quasi un abstract della mia tesi di laurea – pubblicato alcuni anni fa nella raccolta Corpi in divenire. Soggettività ai margini e pratiche di resistenza, edizioni Punto Rosso, frutto di un seminario tenuto alla LUP di Milano nel giugno 1998 con il compianto Luciano Parinetto e i miei cari amici e compagni di strada Nicoletta Poidimani e Francesco Muraro.

il-corpo-del-selvaggio.pdf

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2 Risposte to “IL CORPO DEL SELVAGGIO”

  1. ro_buk Says:

    E già,ormai ogni volta che un problema economico o sociale si presenta c’è subito un diverso a cui dar contro.Sono d’accordo quando dici che concetti come la famiglia,l’identità,la nazione il sesso etc. sono facilmente smontabili.Penso si nella natura di questi concetti evolversi,disfarsi,mischiarsi.Che cos’è oggi la famiglia? Un concetto da difendere con i denti da una naturale trasformazione figlia dei tempi?E il concetto di nazionalità? Chi è italiano? Non è forse italiano il figlio degli immigrati cinesi nato in italia? Penso,pur non essendo io un “intellettuale”,che per far passare questi concetti di esclusione si faccia leva sempre più spesso sulla non conoscenza,una cosa,secondo me,molto pericolosa che crea astio,odio e violenza.
    Ciao.

  2. md Says:

    Un tempo, almeno in alcuni ambienti e contesti sociali, la “non conoscenza” era una condizione da superare: i miei (migranti e “terroni” di ieri, stranieri in terra lombarda negli anni ’60) si sono battuti affinché io avessi gli strumenti di conoscenza che a loro mancavano (magari per metterne i crisi i valori…).
    Oggi, però, nulla di tutto questo, troppo complesso e intricato per i nostri tempi: oggi va benissimo una sana apologia dell’ignoranza.
    Più si è beceri meglio è. E così il mondo tende a finire dove finiscono i propri reciproci orifizi!

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