TRACCE

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La sostanza, naturalmente, sta nella funzione primaria – anche se residuale – di questi luoghi: essi, per decenni, sono stati frequentati da centinaia, migliaia di lavoratori che hanno prodotto, faticato, sputato sangue – a volte sono morti o si sono visti divorare dalle macchine parti dei loro corpi; esseri umani che hanno alienato la loro forza vitale al servizio di altri esseri umani, i quali a loro volta hanno visto crescere conti in banca e volume di affari; operai talvolta zitti e proni, talatra incazzati neri e pronti alla lotta più estrema. Sembra di sentire ancora le voci, la fatica, il sudore che gronda; il ronzio o l’ululato delle macchine; le meschinità dei capetti o dei crumiri; l’entrata in fabbrica o l’uscita (come in Welcome to the machine dei Pink Floyd), il fischio della sirena; si possono immaginare piccoli e grandi drammi, sogni e sacrifici, speranze spesso deluse – ma soprattutto fatica fatica fatica – forza lavoro tramutata in merci e plus-valore. La classe operaia e il sol dell’avvenire! Le lotte! I diritti! La salute in fabbrica! L’eterna battaglia per la diminuzione delle ore di lavoro, l’aumento dei salari, la difesa del potere di acquisto, i sindacati, i consigli di fabbrica, gli scioperi, le occupazioni, le sconfitte, poi i padroni che cambiano, che si volatilizzano, le spa, le società e i capitali stranieri, stato e paraculi, la proprietà anonima e in dissolvenza, capitani d’industria senza rotta e senza navi – downsizing, downsizing! – dismissioni, cassa integrazione, mobilità, delocalizzazione, chiusura. Fine della storia. Un’epopea finita quasi sempre male. Come se difendere un lavoro alienato e di merda fosse una battaglia progressista – ma diritti e dignità del lavoro lo sono sempre, sempre! Residui, margini: ci sarebbe da scrivere un voluminoso trattato storico-filosofico solo su questi due termini…

Poi ci sono le tracce secondarie. Quando l’eco di quelle voci, suoni e rumori non si è ancora spenta, e anzi sembra sempre in procinto di spezzare quel silenzio innaturale – ecco, altri visitatori fanno la loro comparsa: umani alla disperata ricerca di refrigerio oppiaceo; altri con pelli di colori diversi in cerca di un rifugio per la notte; o altri più cuccioli che lasciano tracce sui muri; o altri ancora che riempiono i capannoni di suoni assordanti fino al soffitto e vi si immergono come dentro una tempesta energetica; passaggi casuali, alla spicciolata, anonimi, invisibili, che non vorrebbero lasciarne, di tracce; e infine quelli che semplicemente vengono ad osservare, repertare, testimoniare, analizzare e catalogare tutte queste tracce. Tutti alla ricerca di qualcosa. Della soddisfazione di un bisogno o di un desiderio – primario o secondario, materiale o spirituale, poco importa.

Gli umani sono animali simbolici: lasciano tracce ed enigmi per quelli che verranno dopo, affinché questi, a loro volta, ne lascino altre ai successori. In una teoria di significati da decifrare. Forse questa è l’unica nostra missione su questa zolla che abbiamo chiamano pianeta, terra per di più. E quando ci estingueremo – perché è ovvio che succederà, checché ne dicano preti, pope e mullah – non avremo nessuna certezza che dopo di noi altri esseri dotati di intelligenza verranno ad annusare le nostre tracce e che, soprattutto, saranno in grado di capirci qualcosa. Quello che accadrà sarà che la polvere del tempo si stenderà su tutte le cose, i vegetali torneranno a coprire tutto, i deserti avanzeranno o le acque si alzeranno, la terra smotterà e gli abissi divoreranno quel poco che sarà rimasto – e così le tracce si estingueranno via via come i loro vanitosi autori. “Noi non ci saremo”, come a suo tempo cantavano Guccini e i Nomadi. E tutto quell’intrico di segni e simboli, tracce materiali e spirituali, tutto quanto verrà inghiottito dal nulla. Come se mai fosse esistito.

“Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel mondo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso.”

(G.Leopardi, Cantico del gallo silvestre)

La foto è di ro_buk
http://www.flickr.com/photos/ro_buk/
cfr. set “Abbandonati”

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3 Risposte to “TRACCE”

  1. Mi. Says:

    Eh sì, sembra proprio andrà così. Non conosco la cartiera, non ci sono mai stata. Dalla strada, da lontano, vedo solo uno spazio naturale deturpato. Non durerà per sempre, mi dico, ma di sicuro durerà più della mia breve vita. Forse allora è degna di maggior considerazione della vita di ogni uomo, l’estendersi nel tempo e nello spazio della cartiera. Ma è solo una cosa. E quando ne guardo il fermo dell’immagine, solo la luce che l’attraversa fa risaltare il contrasto fra l’intreccio della costruzione umana e gli elementi naturali che lentamente s’infiltrano, riprendono possesso, stentatamente vegetano.
    Lo scorso marzo ho ascoltato una lezione del prof. Sini. Fra le altre cose ricordo che diceva che migliaia di specie si estinguono ogni giorno; che la specie umana si estinguerà, prima o poi, come ogni altra; che il nostro sapere (e si può aggiungere: tecnologia, e altro) ha misurato il suo limite. E che la grande forza della filosofia è ‘l’accettare di dover morire’: e questo, devo dirlo, mi ha dato un gran senso di pace. Perché niente deve essere ad ogni costo – quando invece l’uomo non ha badato a spese, in termini di sofferenze umane, per realizzare le sue ambizioni desideri brame voluttà affermazioni di potere.
    E’ stata una lunga lezione: ha concluso citando Proust: “il significato della mia vita è affidato alla vita degli altri”; e poi ha detto: saranno loro che diranno se abbiamo saputo morire bene. (Certo, se ci sarà ancora qualcuno.)
    E non è passato molto da quando qualcuno ci impartiva lezioni per ‘imparare ad amare’ che, magari senza riuscire ad impararlo, ecco che siamo già arrivati al punto un cui è più opportuno imparare a morire.
    Ma possediamo un significato? aveva anche chiesto.
    Dopo circa un mese, ripensando alla sua lezione, ormai quasi del tutto dimenticata e di cui apparentemente mi sono rimasti solo alcuni appunti scarabocchiati su un pezzo di carta che ogni tanto riprendo, mi sono accorta che ciò che ricordavo ancora benissimo, e con emozione, è stato il momento, impresso ora nella mia mente-corpo, di quando ci siamo stretti la mano.
    Non so come e perché questo sia un significato, ma per me questo non è in-significante: darsi la mano, o lavorare giorno dopo giorno fianco a fianco…
    Mentre, tutto l’oro del mondo chiuso ben al riparo nei forzieri delle banche, non è molto diverso dalla famosa ‘cacca d’artista’ che se tolta dalla sua bella teca, come ogni altra cacca, puzza.
    (Comunque, ascoltare il rumore della pioggia oggi può bastare per essere un pochettino felici)
    Milena.

  2. Flo. Says:

    Davvero notevole il pezzo che hai scritto (forse non lo dovrei dire, e mi dispiace se per caso e in qualche modo disturba la tua sensibilità. Ma oggi sono proprio maleducata e voglio continuare…): è abbagliante. Come la foto della cartiera, che fra tutte era quella che più mi aveva colpito.
    Ma perché scriviamo? perché facciamo tutte le cose che facciamo? perché costruiamo o andiamo sulla luna?
    Ho sentito dire che le cose che facciamo le facciamo perché ne abbiamo bisogno. Certo, è logico: se non ne avessimo bisogno non le faremmo.
    Ma perché scriviamo?
    Scrivere per testimoniare… o per dimenticare… cosa abbiamo vissuto, chi siamo, chi siamo stati o chi avremmo voluto essere, forse, o cosa non abbiamo potuto essere o non siamo stati.
    Calare il secchio nel pozzo e tirar su un po’ di libertà, se ce n’è rimasta ancora. Libertà di dare un significato al dolore, al piacere, ai bisogni, l’amore, la vita. Poi dare un calcio al secchio ed è finita.
    Che genere di libertà saremo riusciti a tirar su… mah, non è detto che sia sempre acqua pura.
    Per quanto ne so, finora, non ho bevuto un’acqua più inquieta sotterranea e cristallina di quella di Pessoa, ma dev’essere solo perché mi disseta in questo periodo della mia vita. Scivolerà via anche lei come le altre, lasciando la sua scia che si asciuga. Presto.
    “Non ci realizzeremo mai. Siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo.”.

    (Flo)

  3. mario Says:

    Scrivere è bello perchè non c’è l’accavallamento delle voci. Tu scrivi e io rispondo,senza fretta,pensando. Pensando ciò che tu hai scritto,perchè,per quale ragione ti sei espresso in quel modo piuttosto che in quell’altro,a che cosa ti potevi riferire…Non ti vedo,non ti conosco,posso immaginarti,con calma,pensando…
    E poi, ragazzi,su,proprio dobbiamo schiattare tutti? E la memoria storica dove
    la mettiamo! Suvvia un pò di ottimismo!

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