CHE NE E’ DI MARX? – parte prima

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Finalmente un bel libro “propedeutico” su Marx. Si sentiva proprio il bisogno di questa antologia pubblicata da Feltrinelli e curata da Enrico Donaggio e Peter Kammerer. Sia per coloro che nulla sanno di uno dei più importanti pensatori occidentali (il più determinante per oltre un secolo della nostra storia); sia per coloro che vogliono fermarsi a riflettere chiedendosi, appunto, “che ne è di Marx?”; sia anche per gli anticomunisti, ché qualche lettura delle fonti dei loro incubi non gli farebbe male.

E’ impossibile parlare di Marx come si parla di qualsiasi altro filosofo (ammesso poi che Marx sia riducibile, appunto, nei suoi termini filosofici): l’XI Tesi su Feuerbach – “I filosofi hanno soltanto interpretato il mondo in modi diversi; quel che conta è cambiarlo” – rende ardua qualsiasi operazione riduzionistica, moderatrice, o se si vuole imbalsamatrice. I curatori, infatti, partono proprio dalla questione cruciale del comunismo come “promessa non mantenuta”: parlare di Marx significa sempre parlare della nostra condizione presente e della sua (eventuale) trasformabilità, della sua analisi rigorosa (scientifica) e della “residua capacità di immaginarla diversa e migliore”. “Una scienza delle cose feroce nella sua lucidità e una fondata speranza di emancipazione sociale: questi gli elementi inseparabili di quell’amalgama spurio che è l’opera di Marx”. Teoria e prassi! Realtà e utopia! Essere e dover essere! Presente e futuro! Il culo di pietra della necessità e l’ansia illimitata di libertà!

Questa antologia è un ottimo viatico a Marx, proprio perché non imbalsama, non accademizza, non si parla addosso: la scelta dei testi e il modo di presentarli è vivace, intrigante, ben congegnato. Sei capitoli, ripartiti non in modo disciplinare o cronologico, ma per filoni tematici, ben introdotti e commentati: la figura di Marx; l’analisi sociale e ideale; la merce, il denaro, il capitale; il lavoro, lo sfruttamento, la produzione; la storia dei rapporti sociali; l’alternativa comunista. Ogni capitolo è introdotto da una breve descrizione sintetica e da una bibliografia minima; ogni brano, a sua volta, è preceduto da poche righe di commento, lasciando poi al lettore la libertà di muoversi nel testo, senza l’appesantimento e la barbosità delle note (tranne per l’essenziale).

P.S. Proprio il 5 maggio di 189 anni fa (tre anni prima che l’imperatore in esilio che aveva tradito un’altra grande promessa spirasse nella sua isola), Karl Marx nasceva a Treviri, in Germania.

P.P.S. Enrico Donaggio, uno dei curatori dell’antologia, era un mio compagno di studi all’università. Già all’epoca era una bella testa, e infatti oggi insegna Filosofia della storia all’Università di Torino e, grazieaddio, fa cose meritorie come questa…

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9 Risposte to “CHE NE E’ DI MARX? – parte prima”

  1. Tonio Says:

    Marx è morto.

    (Tonio)

  2. md Says:

    In che senso, scusa? Anche Platone o Dostoevskij sono morti. Anche mio nonno. Ma io sono vivo – anche – grazie a loro. O no?

  3. Tonio Says:

    Bisogna pulire per benino la lavagna e ricominciare d’accapo. Loro, quelli che sono già morti , non possono più fare niente. Quello che conta, alla fin fine, sono i fatti. Se loro hanno fatto bene, o hanno fatto male, comunque l’hanno già fatto. E’ così che ci hanno condotto sull’orlo dell’abisso. Ora sta a noi… fare l’ultimo passo e finirci dentro… oppure.
    Ma non saranno certo loro a tirarci fuori tirandoci per i capelli! Come neppure Dio.
    Tonio

  4. md Says:

    Ho dei seri dubbi sulla possibilità del colpo di spugna, siamo pur sempre fatti di atomi (materiali e spirituali) e gli atomi non vengono fuori dal nulla – anche se è proprio convinzione di Marx che gli esseri umani fanno, disfano e rifanno continuamente la propria storia. Su una cosa ti do assolutamente ragione: sta a noi tirarci fuori dall’abisso.

  5. Milena Says:

    In primo luogo prova a considerare che io la ragione non ci tengo proprio ad averla, magari però neanche il torto. Diciamo che preferisco sempre le vie di mezzo – la via del cuore, per esempio. Ma questo sono io, naturalmente.
    Siamo tutti qui a cercare di interpretare il libro del mondo, scritto e non scritto, mi pare, e un giorno lo interpretiamo in un modo, un giorno lo interpretiamo in un altro – e non solo i filosofi ma tutti quanti – e questo non si può evitare, e non c’è nessuna certezza.
    Tranne i fatti, che quelli sì, sono certi, hanno prodotto dei cambiamenti, e producono continuamente modificazioni della vita su questa terra, anche se non sempre si riesce a capire cosa ha prodotto questo o quello con assoluta sicurezza.
    Quello che cerco di dire è che neppure Marx, come nessuno, ha tutta la ragione o tutto il torto, senza contare che lui ha osservato i problemi del suo tempo mentre noi abbiamo davanti quello del nostro, e che a volte sono così complessi e così numerosi che non sempre riusciamo a vederli tutti, e tutti in un colpo d’occhio.
    Prova ad immaginare un’apprendista stregone – perché è ovvio che si è tutti più o meno apprendisti nel mistero e complessità di questa vita – debba mettersi a creare una qualche nuova ricetta – perché è anche ovvio che una qualche nuova ricetta vada cercata per affrontare nuovi e più complessi problemi e che è anche illogico che si debba stare aggrappati a soluzioni che non hanno funzionato neppure in passato.
    L’apprendista stregone, dicevo, magari proverà a mettere insieme una nuova ricetta con il contributo di più ingredienti, analizzandoli per bene uno per uno, dividendoli l’uno dall’altro per poi riunirli in una nuova composizione. Naturalmente neppure di questa nuova ricetta si ha la certezza che funzionerà di sicuro. Ma, in fondo, chi ce l’ha mai promesso? Tutto sta unicamente a noi che siamo qui, ora, vivi.
    La storia è il cammino dell’errore, l’aveva detto Vico, mi sembra. Quindi, impariamo dai nostri errori. Quindi, studiamo sì, Marx, ma per cercare l’errore, non la lode o l’attaccamento sentimentale. Il sentimento è più adeguato metterlo nella poesia, nell’arte, nell’amore. Ma sono sicuro che queste cose le sto dicendo a qualcuno che queste cose le sa meglio e più di me. Forse puoi convenire con me che insieme stiamo cercando di mettere a fuoco dei particolari? particolari di una visione comune? Certo, ci sarà sempre qualche particolare che non coinciderà perfettamente. Ma chi la cerca la perfezione? un perfezionista maniacale magari, non gente come noi che cerca di salvare il salvabile dal disastro. Perché è di questo che si tratta. E per far questo è necessario innanzitutto che gli uomini imparino a mettersi d’accordo (e a volersi bene. Tutti quanti, non solo quelli che sono dello stesso gruppo).
    Ma cos’è un accordo? Cos’è un concerto? una concertazione? E’ il luogo dove i suonatori dell’orchestra – anche nel caso ognuno di loro fosse un eccellente solista – devono imparare a suonare assieme nello/sullo stesso tempo la stessa musica concordata. E questo lo si può fare solo se ognuno rinuncia un po’ all’attaccamento alle sue idee in nome del bene comune, reale, pratico, quotidiano. Credo che i grandi schemi siano fuori questione: ognuno deve suonare la sua parte. E per far questo c’è bisogno di credere nell’uomo, ancor prima che nelle idee di Marx, o di pincopallino.
    E prima ancora di cambiare il mondo non si può far altro che cambiare l’uomo.
    Ovvero noi stessi. Bastonarci un po’ insomma perché ce lo meritiamo, te l’assicuro – e questo lo dico perché l’ho provato sulla mia pelle, e chiedo venia, ma non basta – e smetterla di dirci ‘ma come siamo bravi’. Non è vero! Siamo pessimi. E così, a modo loro lo sono stati i nostri padri, i nostri nonni e bisnonni, e così via. E quest’escalation la possiamo vedere bene in come stiamo rovinando la vita ai nostri figli. Che saranno peggio ancora e di parecchio. E se è cosi che vanno le cose allora è proprio e davvero meglio che vada tutto alla malora e in merda più ancora di come sta già andando. Ma che si faccia in fretta, e che sia finito tutto e poi, tanto vale, una bella pace cimiteriale. Così potremo riposare in pace, insieme a Marx e a tutti gli altri. Amen.

    Nota vanitoso-biografica dell’autore:
    “Milena R., dal 1958 vive a Busto Arsizio (VA) – ai margini del Parco del Ticino fra usignoli e cucù – dove cura un orto, cucina torte e, qualche volta, dipinge acquerelli e/o scrive brevi racconti e poesie. ‘Non è quasi niente ma ci basta’, dicono i suoi amici di lei.”

  6. Milena Says:

    In secondo luogo (e pensa a come sono cretina a scrivere primo e secondo luogo! visto che ogni luogo vale come un altro) in questi giorni sto scrivendo come un treno, quindi scusami se mi sono fatta prendere dalla foga. Adesso tiro il freno. Non vorrei davvero andare a sbattere contro qualcosa/qualcuno con la locomotiva! E poi ti voglio ringraziare tanto, tanto, tanto, per avermi dato la possibilità di esercitarmi nella tua palestra.
    Sì, perché, mi sembra, è di questo che si tratta, quando giochiamo con le parole, i segni, le idee e non so cos’altro (il prof Sini aveva detto che sono solo finzioni…) ma che poi la vera arena è la vita. E adesso potrei continuare per non so quanto ancora, ma magari lo farò un’altra volta. Adesso devo andare a fare la spesa. Ti ringrazio ancora e ti abbraccio.
    Oggi è una bellissima giornata serena.
    Buona giornata anche a te.
    Milena.

  7. md Says:

    Proverò a rispondere nella “parte seconda”.

  8. Milena Says:

    Comunque, al di là della ragione e del torto, una cosa è certa: che gli oppressi, per quanto deboli e oppressi, si devono assumere l’onere, l’impegno, la fatica (chiamala come tu vuoi), di liberarsi dall’oppressore, per liberare se stessi e l’oppressore Sempreché non siano stati contagiati dallo stesso odio disumano e decidano così di combattere l’ultima battaglia dove restare uccisi entrambi. Certo, gli oppressi potrebbero riuscire, una volta o l’altra, insieme, ad uccidere l’oppressore: ma non servirebbe a molto, che ne nascerebbe sempre un altro; anche dagli oppressi stessi, appena quelli si rilassano un po’ o girano la testa da un’altra parte. Risorgerebbe!
    No: l’oppressore dobbiamo ucciderlo prima di tutto dentro di noi, reciderlo alla radice, poiché proiettiamo nel mondo il nostro stesso modo di vedere le cose, il nostro stesso modo di essere, e quindi quello ritorna e si rinnova e ricomincia a invadere e devastare tutto. Mettere ordine in primo luogo nella propria casa, significa questo.
    Una cosa che però mi punge come una spina, è che non riesco a capacitarmi del perché glie lo abbiamo lasciato fare Perché? perché resistere tanto? perché non lottare e porglivisi subito contro, non appena con le sue orde bestiali e selvagge ha cominciato a distruggere i campi, gli orti da noi seminati e coltivati con cura? Perché? Perché siamo fatti così – qualcuno lo chiama il peccato originale -, perché quando neanche genitori e figli – bambino e genitore – riescono ad andare d’accordo, ecco che arriva uno e dice: io sono la legge, mettetevela nel cuore, e obbeditemi con timore, e abbiate paura e terrore, qui comando io. E così bambini e genitori vengono segati in due, tenuti sotto, e non riescono più a creare nulla di buono, non vanno più d’accordo. E questo stile di vita, di essere, invade tutto il mondo. E noi siamo fregati.
    Ma il cuore non è il luogo della legge. La legge deve stare tra gli uomini e per gli uomini, non nel cuore degli uomini. E anche quel Dio, che gli uomini chiamano amore, ha da stare lì. E non dev’essere una legge, non ha da aver niente di cui spartire con l’obbedienza, il timore, il terrore; ma ha da nutrirsi di considerazione e rispetto.
    Perché è solo attraverso il cuore che si può riuscire a comunicare e ad andare d’accordo. Qualche volta si ha qualcosa da imparare, qualche volta qualcosa da insegnare, fra tutti, come fra genitori e figli. Allora sì, potremmo non essere più orfani.
    Pensa, se me ne andassi in giro con uno di quei bei libri che mi piacciono tanto, totalmente assorta nel bel giardino fiorito e profumato delle idee, anche le più mirabolanti e deliziose… e arrivassi così sull’orlo dell’abisso: chissà, magari proprio uno di quelli della lega, che io dispregio tanto, zoticoni che sono, passa di lì proprio quel mattino, dopo aver fatto un bel sogno, e mi allunga la mano mentre io, per distrazione, sto cadendo giù. Certo, è solo un sogno. Meglio non aspettarsi così tanto. E poi, più che sogni, quelli della lega hanno gli incubi, mi sa. Il razzismo, già, il razzismo: è una bestia che credevamo debellata, ma no, ricresce sempre, abbondante da ogni parte, e invade, invade, invade e attacca, e brucia. Fa piazza pulita.
    Ma poi, sai che ti dico: io ho già i miei amici che mi salverebbero – e non i libri, appunto – nel caso fossi sul punto di cader proprio giù, e non mi aspetto certo che lo facciano quelli che purtroppo non mi sono amici. Perché un’altra cosa è certa: come si fa a credere che si è tutti amici? Dipendesse da me, va bene, ma non dipende solo da me. Io faccio del mio meglio, o peggio, non fa molta differenza, faccio anch’io quello che posso, ma va’ a faglielo capire, a questi qui, che si credono figli unici e guardano i loro fratelli come nemici coi quali non vogliono spartire i giochi. Questo è mio, quello è mio, e anche quell’altro: vogliono sempre tutto loro, la fetta più grossa, la macchina più grande, il ciucciotto più costoso, e non ne hanno mai abbastanza. E s’ingozzano, e gli viene la pancia gonfia, ma non fa niente. Vanno avanti, imperterriti, senza guardare in faccia a nessuno.
    Però qualche sogno più bello, almeno ai loro figli, ai figli degli ignorantoni dico, si potrebbe riuscire a farglielo sognare… Non ti pare? I figli non hanno colpe: sono innocenti, ma lo sono per poco. Pochissimo. Bisogna strapparglieli dalle grinfie. Cullarli dolcemente, farli giocare, aprirgli gli occhi.
    Sono curati male, non li lasciamo giocare come si deve, fanno/facciamo la cacca sui loro giocattoli. Ecco, è questo che fanno/facciamo, in genere, grazie a mamma televisione, che ha preso il posto della mamma, quella vera, che non parla, o non ha voce, e se parla non la ascolta più nessuno. E che quindi non insegna a loro niente. Tutt’al più insegna loro le sue paure, perché anche lei è piena di paura e sottomessa, a furia – e fosse solo questo – di guardare la televisione e non far nient’altro, e a non fare il suo lavoro con amore.
    Ah, già, ma i padri? Bé, quelli non ci sono: sono troppo occupati a lavorare, a fa’ i daneé, o a tirare a campare, strascicando la loro anima sotto alla suola delle scarpe, o a stringersi la cravatta sotto il mento, girare le spalle e andare via.
    Figli orfani di genitori orfani, questo sono/siamo: ma fino a quando?
    E io cosa sto facendo anche adesso? Interpreto i codici?
    Milena.

  9. Flora Says:

    Io sono nessuno (Emily Dickinson)

    Io sono nessuno! Tu chi sei?
    Sei nessuno anche tu?
    Allora siamo in due!
    Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!

    Che grande peso essere qualcuno!
    Così volgare – come una rana,
    che gracida il tuo nome – tutto giugno
    ad un pantano in estasi di lei!

    (Flora)

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