LA MORTE RACCONTATA AI BAMBINI

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Wolf Erlbruch, uno dei più grandi illustratori europei, dopo il capolavoro La grande domanda, torna a sorprenderci con un libro per bambini (ma i confini sono piuttosto labili) sul tema della morte, dal titolo enigmatico e per questo ancor più intrigante: L’anatra, la morte e il tulipano. Ho affrontato questo tema più volte negli incontri di “filosofia con i bambini”, per loro sollecitazione, ed è davvero una fortuna che su un argomento così difficile da affrontare (per tutti, non solo per i bambini) sia stato pubblicato, in mezzo a tanto grigiore, un tale gioiello.

L’albo è sobrio, così come le illustrazioni, pulite ed essenziali, ma i significati che riesce ad esprimere sono di altissimo livello concettuale.Queste le impressioni che ne ho ricavato ad una prima lettura:

a) alla domanda sul perché si deve morire, l’unica risposta logica possibile è legata alla dinamica stessa della vita: “All’incidente ci pensa la vita, come anche al raffreddore, e a tutte le altre cose che possono capitare a voi anatre”, risponde la morte alle perplessità dell’anatra. Siccome si vive si muore, la morte è parte stessa della vita. Di una inaudita semplicità, e proprio per questo inaccettabile per gli umani;

b) vivere con il costante pensiero della morte. La morte qui rappresentata all’inizio terrorizza l’anatra, ma poi questa, dopo averne scoperto alcuni suoi lati dolci e gentili, decide di passarci del tempo, di dormire addirittura con lei. Un grande esercizio filosofico è quello di pensare ogni giorno alla morte, di con-vivere paradossalmente con il suo pensiero;

c) si passa quindi alle domande su cosa succede dopo la morte: che cosa succede a chi muore e al mondo? “La verita è che non lo sa nessuno” – risponde una morte molto prudente di fronte alle ipotesi dell’anatra sull’al di là. Altra considerazione di grande livello filosofico: “Ecco come sarà quando morirò. Lo stagno: tutto solo. Senza di me”. E la morte – da fine idealista qual è – commenta che sì, dopo la morte il mondo si dissolve, quel mondo che è la mia rappresentazione, come sostenevano il vescovo Berkeley e Schopenhauer, se ne va con me;

d) ma non è ancora finita. Ad un certo punto qualcosa accade. Arriva la neve. L’anatra non respira più e giace immobile. Si compie l’ultimo straordinario capitolo del ragionamento di Erlbruch: interviene la pietas, e ad essere pietosa è proprio la morte che prende tra le braccia l’animale e lo adagia nel grande fiume, con un tulipano sul petto.

Di fronte a quest’ultima scena è impossibile trattenere la commozione. E un libro che suscita tali sentimenti in sole trenta pagine, anche a prescindere dalle argomentazioni filosofiche che ho citato, è inequivocabilmente un grande libro.

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14 Risposte to “LA MORTE RACCONTATA AI BAMBINI”

  1. Mi. Says:

    Dopo lo scompiglio dei giorni scorsi, ora questo silenzio, che non gli serve altro. Anche i rumori metallici, gli spari in lontananza, gli aeroplani, il latrare dei cani, sono sospesi in questa pace che non ferisce. Mentre sfoltisco la siepe di piracanta ascolto il canto degli uccellini, la gattina si scalda sulla soglia di pietra della casa: mi tiene compagnia, ogni tanto si volta e mi guarda mentre lavoro, senza sforzo, oggi, senza fatica.
    E’ solo un momento, lo so, non durerà molto, come il sole allo zenit dura un solo giorno.
    Grazie per il libro, e grazie per quella parola che è arrivata come una medicina.
    Pietas: era molto che non sentivo questa parola, forse appena due tre volte negli ultimi mesi mi aveva sfiorato. Ma prima? dagli anni del liceo, quando si studiava l’Eneide, quando più che altro non riuscivo a capirla, per tutto quel tempo, dove l’avevo sepolta?
    Ma come si fa a capire una parola se non la si sente? se non scorre nelle vene, se non la respiri nell’aria, se non entra dentro, se non la cerchi, se non se ne ha bisogno, se non la ringrazi e l’accogli quando è il momento? Ora riprendo il mio lavoro che avevo interrotto. C’è tempo.

  2. Milena Says:

    Rileggo quello che ho scritto l’altro ieri, e mi accorgo di aver dimenticato di aggiungere: tra le api.
    Perché, sì, se proprio dovessi scegliere di appartenere ad un gruppo al quale mi senta affine, sceglierei le api. Le api fanno un buon lavoro nell’orto e nel giardino: col loro umile lavoro fecondano i fiori, il loro ronzio è dolce alle mie orecchie – non lo temo – e persino il loro materiale di scarto si trasforma in cibo delizioso.
    Due anni fa avevo potato drasticamente la siepe di piracanta, arbusto spinoso e contorto, eliminando i vecchi rami esausti che ormai non davano più frutto. E’ stato faticoso, mi sono scorticata le mani tra le sue spine, le vespe che vi avevano fatto i loro nidi mi hanno punta persino sulle labbra.
    Durante l’anno scorso essa ha gettato nuovi rami, si è ricreata; e ora è carica all’inverosimile di bacche che fra non molto saranno di variegati color arancio. Senza le api questo non sarebbe potuto accadere. Sì, credo che sarà davvero una bella siepe da guardare, e renderà meno amaro quello che mi separa dal mondo.
    La siepe è ciò che delimita il confine della mia casa. Di fronte c’è la strada, che attraverso per andare nel giardino. Un giardino che è ancora incolto per il momento, ma che desidero coltivare e addomesticare, seppure con le mie deboli forze, perché possa essere un luogo accogliente, per esseri umani, e dove gli esseri umani possano incontrarsi in amicizia.
    Certo, c’è ancora molto lavoro da fare, a volte sembra non bastare mai. Prima di tutto essere io stessa un essere umano, perché non è mai abbastanza chiaro il suo significato, e mai realizzato una volta per tutte.
    Qualche volta si crede di appartenere alla specie degli esseri umani, e invece si è – o si incontrano – lupi, o pecore, o aquile, o volpi, o pesci, o, squali, o bisonti.
    Quindi, tornando all’inizio, io scelgo, senza alcun dubbio, le api.
    Forse qualcuno teme di essere punto da un’ape? Un’ape punge solo quando vi è costretta, e poi muore.
    Certo, sarebbe meglio che nessuno la costringesse fino a quel punto, ma se proprio non si può evitare…
    Desidererei, è vero, avere il coraggio di Arjuna nella Bhagavadtgita: ma se non altro, mi accontento di quello delle api.
    Milena.

  3. Mil. Says:

    …come i medici, quando cercano di somminstrare ai fanciulli
    l’amaro assenzio, prima cospargono l’orlo
    della tazza di biondo e dolce miele,
    affinché l’inconsapevole età dei fanciulli ne sia illusa
    fino alle labbra, e frattanto beva l’amaro
    succo dell’assenzio, senza che l’inganno le nuoccia,
    e anzi al contrario in tal modo rifiorisca e torni in salute…
    (Lucrezio)

  4. Mil. Says:

    Quando oggi le parlavo delle api, mia figlia mi ha risposto che Einstein aveva osservato che ‘finché ci saranno le api, ci sarà l’uomo’ (i figli danno delle bellissime risposte, basta dar loro il tempo per trovarle); solo che, ha anche aggiunto, negli ultimi tempi le api sono disturbate dalle onde magnetiche dei cellulari.
    Un’altra notizia che ho letto ieri, non so quanto vera o scientificamente dimostrata, ma pur sempre suggestiva: le nostre api sono delle vespe cacciatrici che, 100 milioni di anni fa, subito dopo la comparsa delle piante con fiori, hanno cambiato la loro dieta e sono diventate vegetariane.
    Inoltre, altra notizia occasionale: nell’antichità chi si dedicava alle api, non doveva neppure bere vino o consumare cibi troppo piccanti.
    Ho fatto qualche altra ricerca e ho trovato – nel libro IV delle Georgiche di Virgilio, dedicato appunto alle api – che esse rappresentano ‘la rinascita di ciò che è vivo da ciò che è morto’: è la vita che trionfa sulla morte, la purezza dello spirito che rinasce proprio là dove la materia imputridisce; che sono dotate di poteri profetici e governate da una ragione misteriosa; che l’ape è uno dei principali simboli attraverso i quali si manifesta la nozione di ‘anima’… e molto altro di cui non sto ad annoiarvi…
    E poi, e questo è solo un mio ricordo non molto attendibile, mi sembra che Virginia Wolf si rivolgesse a sua sorella Nessa, chiamandola, appunto, ‘ape’, o ‘piccola ape’ – e non è un caso, infatti, se negli anni ’20 il comportamento degli imenotteri sociali (api e formiche) era stato proposto come un modello valido per un’evoluzione del comportamento umano. Ma qui si tocca un argomento un po’ scivoloso… e non mi arrischio a proseguire. Noto soltanto che esistono in natura anche ‘api solitarie’, come la Xilocopa Violacea, detta ape carpentiera, e L’Anthophora plumipes.
    Non posso però non interrogarmi su quali i modelli si dia il nostro tempo, e quali modelli proponiamo ai nostri figli… Ma questo è tutto un’altro discorso…
    Mi.

  5. md Says:

    molto interessante questa faccenda delle api…

  6. nanita Says:

    la morte fa parte della vita e la vita senza la morte non è vita. Ma il dolore che si prova davanti alla perdita di una persona che si ama, non può essere dimenticato così facilmente. PECHE’ SI MUORE DUNQUE? PERCHE’ SI DEVE SOFFRIRE? riflettiamo su tutto ciò per comprendere veramente il senso della vita.

  7. mario Says:

    Ma se questo libro è così bello,e non ho dubbi a crederlo vista la recensione,perchè non facciamo una petizione per regalarlo alle scuole,(sempre a corto di fondi), o ai bambini non bisogna farlo leggere perchè immaturi?

  8. mario Says:

    A nanita Io penso che la vita come la morte sono un fatto personale. La
    mancanza improvvisa o meno delle persone che amano e amiamo è un fatto relativo a noi stessi,che a volte crea situazioni devastanti,insopportabili. Ma è un fatto,abbiamo percorso un tratto di strada insieme e insieme ci siamo amati,appartenuti. Se questo sentimento è veramente reale non dubitare. Nel
    silenzio delle nostre anime,ascoltando sentirai una lieve carezza che ti sfiorerà,
    è lui,sono loro,non ti hanno abbandonato. Il dolore,la sofferenza sono brutte bestie da domare ma tant’è…

  9. mattiac. Says:

    è qua che posso scrivere le domande sono di Va

  10. ehl2000 Says:

    La morte non è facile da gestire per un bambino. Penso di poterlo dire perchè l’ho vissuta sia come figlia, che quando ero madre… e non è stato facile nè nell’uno nè nell’altro caso, tanto che ho ritenuto carino descrivere la mia esperienza e ciò che ho imparato in due articoli nel mio blog! Spero possano essere illminanti. Io non sono un’esperta ma avendo vissuato l’esperienza da due punti di vista differenti penso di poter fornire una visione d’insieme interessante!

  11. md Says:

    @ehl2000: se mi dai il link del blog ti leggo più che volentieri!

  12. ehl2000 Says:

    scusa…mi sono dimenticata…
    http://bambini.ehl2000.com/2008/09/mamma-perche-e-morto/
    http://bambini.ehl2000.com/2008/09/mamma-perche-e-morto-la-mia-personale-risposta/

  13. Seconda cronaca: bambini canonici e domandanti « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] è quella dell’anatra (la stessa che sarà protagonista di un successivo meraviglioso albo sulla morte): “non ne ho la più pallida idea“. Il libro si chiude con due pagine […]

  14. Libri che accendono la mente (o menti che accendono i libri?) « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] che mai siano stati scritti, e cioè L’anatra, la morte e il tulipano (lo avevo recensito qui, ed è ora visibile anche su youtube). Trovatici tutti d’accordo sulla copertina praticamente […]

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