HEGELASTRI, ovvero della filosofia per pochi, per tutti e per nessuno

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Sto rileggendo la Fenomenologia dello spirito di Hegel. Chi conosce questo filosofo potrebbe dirmi “ma chi te lo fa fare?” – in effetti quando la lessi per la prima volta esattamente vent’anni fa, poco dopo averla terminata venne terminato anche un cospicuo numero di neuroni e di sinapsi del mio cervello: seguirono mesi di malessere e confusione in testa. Dopo esami clinici di ogni genere, il neurologo che alla fine consultai, che doveva essere un positivista di ferro, diagnosticò: depressione monopolare, “in soldoni il suo cervello si è un po’ scaricato e, come una pila, ora va ricaricato”. “In che modo?” chiesi io ingenuamente: ma è ovvio, con gli psicofarmaci! Tavor e Anafrenil per sei mesi. Naturalmente non fu colpa di Hegel né della Fenomenologia, per lo meno non solo (anche se mi sono attardato fino alle 2-3 di notte per mesi sulla vecchia edizione della Nuova Italia, sottolineata quasi in ogni riga con frecce simboli e marcature varie, con accanto Genesi e struttura della Fenomenologia di Jean Hyppolite, altro mattone di quasi mille pagine). Ma non era di questo che volevo parlare.

Io sono un po’ fissato con gli anniversari. Non è solo una questione esteriore o formale. Il ricorrere delle date mi dà ogni volta l’occasione di tornare alla “cosa stessa” (come spesso dice Hegel), di approfondire, concentrarmi fino all’esaustione, fissare l’essenziale nella memoria, e poi magari dimenticarlo. A volte di scoprire per la prima volta. L’occasione nel caso di Hegel era proprio ghiotta, non potevo lasciarmela scappare: 20 anni dopo (motivo soggettivo, oltre che casuale citazione letteraria), 200 anni dopo (motivo oggettivo: l’opera venne infatti pubblicata a Jena nella primavera del 1807).

Ma torniamo al motivo originario, alla “cosa stessa”. Un grande commentatore di Hegel, Theodor Haering, scrive che “è un segreto di pulcinella che nessun interprete di Hegel sia in grado di spiegare, parola per parola, una sola pagina dei suoi scritti”. Propongo perciò un esperimento a quelli che non hanno mai letto una riga del filosofo tedesco: provate a leggere una frase come questa, contenuta nella celebre Vorrede, la Prefazione alla Fenomenologia, e ditemi l’effetto che fa:

In quanto soggetto, la sostanza è la negatività pura e semplice, e proprio per questo è lo sdoppiamento del semplice, è la duplicazione opponente che a sua volta costituisce la negazione di questa diversità indifferente e della sua opposizione: solo questa uguaglianza restaurantesi, solo questa riflessione entro se stesso nell’essere altro – non un’unità originaria in quanto tale, né immediata in quanto tale – è il vero. Il vero è il divenire di se stesso, è il circolo che presuppone e ha all’inizio la propria fine come proprio fine, e che è reale solo mediante l’attuazione e la propria fine“.

Ora, questo è uno dei passi più celebri (e tra l’altro meno oscuri) della Fenomenologia. Personalmente ogni volta che mi capita di rileggerlo è come ascoltare musica sinfonica al più alto livello espressivo. Poche pagine prima il musicista-Hegel aveva però sentenziato: “La forma intelligibile della scienza è aperta a tutti, e per tutti identica è la via che vi conduce”. In questo apparente paradosso sta uno dei segreti del modo hegeliano di intendere l’approccio alla filosofia: affermazione perentoria della sua assoluta democraticità (Hegel polemizza spesso con i filosofi elitari o misticheggianti, quelli del sapere come “illuminazione” o come “colpo di pistola”), e d’altra parte grave difficoltà di lettura – che nel suo caso rasenta l’incomprensibilità – per chi si avvicina per la prima volta ai testi filosofici. Da una parte si sostiene che “la verità è suscettibile di essere posseduta da ogni ragione autocosciente”, dall’altra si tratta di “prendere su di sé la fatica del concetto” e di affrontare gli spinosissimi cardi della metafisica. Proprio perché la filosofia è cosa serissima – per Hegel essa è indubitabilmente il vertice spirituale, il compito più alto che l’essere umano si sia dato per autoconoscersi – non può permettersi di essere “edificante” o “rassicurante”, una sorta di facile terapia dell’anima, come le “filosofie da cucina” (l’espressione è sua) ai suoi tempi (ed anche oggi) tanto alla moda.

Del resto imparare a vivere è straordinariamente complicato – cosa che non impedisce a nessuno di farlo con grande spontaneità, anche se non sempre con altrettanta grazia. E si può vivere benone anche senza aver letto Die Phanemenologie des Geistes. Certo, anche senza la Nona di Beethoven o la Primavera di Botticelli o la Recherche di Proust…

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77 Risposte to “HEGELASTRI, ovvero della filosofia per pochi, per tutti e per nessuno”

  1. Mil. Says:

    Naturalmente, e come sempre, “bello il tuo pezzo”, Mario, più di quanto basta per incuriosirmi e sollecitarmi a riprendere in mano almeno alcuni libri di testo del liceo (quello di Sini e il Reale-Artiseri, e sopratutto questo secondo ho trovato abbastanza esaustivo), per capire di “cosa” stai parlando. Dopodiché anche la frase che hai sottoposto alla nostra attenzione è più chiara di quanto non lo fosse ieri. Persino ovvia. Anche oggi ho imparato qualcosa e, se non è troppo presuntuoso affermarlo, anche ritrovata: sarà come succede agli studenti in medicina, che quando studiano le malattie si sentono affetti, per empatia, da qualsiasi morbo stanno studiando!
    Comunque, è una bella sensazione riuscire a capire, magari non proprio tutto quanto e tutto in una volta, ma piccole cose giorno dopo giorno, e sentirsi partecipi e parte di un disegno che include tutti e ogni cosa: l’idea è molto avvincente. Da qui a trovare il tempo per prendermi in mano la “Fenomenologia dello Spirito”, magari il passo non sarà così breve – infatti, te l’ho già detto, e quindi lo sai, quanto sia veramente e realmente occupata a cucinare torte! giustappunto sto studiando per mettere insieme una torta della selva nera… e chissà se riuscirò a realizzarla proprio come si deve…
    Scusami l’ironia: questa frizzante aria di montagna deve avermi dato alla testa!
    Ma già da domani cercherò di essere più seria.
    Ciao a tutti.
    Milena.

  2. Mi Says:

    (22 maggio 2007: è da questa data che cerco di inserire nel blog questo commento, che per oscure ragioni il blog non ha accettato: di quando in quando riprovo a inserirlo, chissà se una volta o l’altra me lo lascia passare… Se lo state leggendo, ora, vuol dire che è andata!)
    Ho seguito Mario da quando ha aperto questo blog, come si segue qualcuno che sta facendo un viaggio – la metafora non è nuova, ma funziona sempre bene – e attraversa vari luoghi in un percorso che lui conosce molto meglio di noi. E io dietro – e spero di non essere stata troppo invasiva – rispondendo alle sue proposte e sollecitazioni: qualche volta l’ho seguito, qualche volta sono andata per vie laterali, ho divagato – e andare fuori tema è una mia specialità, lo confesso.
    Oggi però Mario vuole andare in alta montagna, e più oltre… e io non so decidermi ad infilare gli scarponi.
    Già il titolo è curioso: Hegel-astri: e non capisco se vuol essere un dispregiativo – ma non credo – o piuttosto una sottile ironia che unisce Hegel con gli Astri – forse Mario si è dimenticato di digitare il trattino!?
    Il filosofo più complicato da leggere e da interpretare, pare, ma che è andato così in alto che più in alto di così non si può arrivare; e lì in alto brilla, come un astro, appunto, nel cielo – ma come dev’esser solo! – ché anche il suo sguardo fa paura, e non vorrei doverlo incontrare, ne avrei soggezione – questa è la mia prima impressione.
    D’altronde, se lui – Hegel, che è un uomo come tutti – è arrivato fin lì, per quale motivo non potrebbero riuscirci anche tutti gli altri: se lo vogliono? o perlomeno quelli che lo vogliono? magari per vie trasversali, magari in cordate solidali?
    Certo l’impresa è pur sempre rischiosa, lo vedo bene, e qualcuno potrebbe anche dire “Non mi interessa, preferisco star qui a passeggiare sulla riva del mare.”.
    Io di Hegel non so e non ricordo quasi niente: del resto ho sempre preferito rimanere a distanza… chiedo venia, ma mi basta anche meno per perdere la trebisonda, mi basta anche la vita.
    Comunque – e ancora non ho deciso di infilarmi gli scarponi – non posso fare a meno di soffermarmi sul dato sensibile della sua immagine, il suo ritratto, che mi impressiona alquanto, saltando fuori da questo sfondo nero come dal sipario di un teatro.
    Non so se Hegel avesse davvero quello sguardo – inquisitore, si dice? ma non solo: che ti taglia in quattro, ti fa a pezzettini, ti pesa, ti mastica, ti analizza e poi magari ti butta via – e non so se il pittore sia riuscito a rendere quello sguardo dal vero (quello che Egli era, non sempre ma almeno talvolta o in sintesi, quando il Nostro era in vita), ma diamoglielo per buono: come se Hegel si sia davvero messo in posa con quel cipiglio compiaciuto e altero e pieno d’orgoglio. Però poi lo guardo meglio e mi accorgo che è anche ironico e birichino come un folletto. E soddisfatto, e tranquillo, e quieto.
    Va bene: mi hai convinto, mi dico, e infilo gli scarponi – allaccio le stringhe mentre sto già pensando che gli sarò grata… da qui all’eternità…
    Milena.

  3. md Says:

    Anch’io sono sempre rimasto colpito da questo ritratto, soprattutto per la fissità dello sguardo.
    Hegel masticava sì, ma tabacco, che sputava durante le lezioni. Era quindi molto, molto umano.
    Naturalmente hegelastri non era dispregiativo: il gioco con gli astri c’entra, ma più che altro era autoironico dato che chi si dichiarava “hegeliano”, come me un tempo, era veramente “compiaciuto, altero e pieno d’orgoglio”.
    Oggi sono un po’ più tranquillo e quieto.

  4. milena Says:

    … ma non sai quanto mi sarebbe piaciuto averti visto a quei tempi, quando – come dici – eri “compiaciuto, altero e pieno d’orgoglio”, come Hegel (e chissà se è vero) – ma sono solo parole, naturalmente, e qualche volta diamo di noi stessi delle definizioni parziali che non possono racchiuderci completamente: e ci mancherebbe!
    Ah, l’orgoglio… uno dei sette peccati capitali – qualcuno sostiene che sia il peggiore! – e i bravi cristiani infatti fanno di tutto per non essere peccatori, e si impegnano molto ad estirparlo alla radice e a umiliarsi a più non posso – ma chissà (ahiahiahi) come fa male!
    Ma perché poi? e per chi? per far contento quel Dio misericordioso?
    Io modestamente credo che un pochino d’orgoglio anche nel mare della tranquillità si può conservare, che di quando in quando muove le acque stagnati e fa guizzar pure i pesci che altrimenti boccheggerebbero nel torpore – bisognerebbe intendersi sul significato della parola ‘orgoglio’, beninteso… che preferisco nell’accezione positiva del termine.
    Ciò che non ho compreso, comunque, è il significato degli aggettivi ‘positivo’ e ‘negativo’, in Hegel, che sembra opposto al senso che viene dato loro comunemente: o sbaglio?

  5. milena Says:

    Però ora leggo meglio, e mi dico: non è che abbiamo saltato un passaggio? perché, non so se ti sei accorto che, tra “compiaciuto, altero e pieno d’orgoglio”, e “tranquillo e quieto”, di mezzo c’è: “ironico e birichino come un folletto”?
    Sì, credo che fra i tre è quello che preferisco… e mi sembra già di vederlo… e sicuramente l’ho già visto!! – qui o là…

  6. md Says:

    Sul negativo in Hegel il discorso è lunghissimo: ti posso solo accennare che ha un posto centrale in tutto il suo sistema di interpretazione della realtà. Il “negativo” è il motore dialettico della storia, della filosofia, dello spirito. Senza non ci sarebbe vita.

  7. fiak Says:

    Direi “marchetta” più che mai adeguata! Grande md!

  8. Reiniku Says:

    Bello veramente il tuo blog, poliedrico come piace a me, anche la veste grafica è ok (inimitabile il formato wordpress!).
    Phaenomelogie des Geistes! Quanta ispirazione in quell’opera! Per me è un’opera poetica, profondamente poetica. Anch’io ho fatto l’esame con il testo di Hyppolite…un altro validissimo interprete di Hegel è Kojève sopratutto per quanto riguarda l’idea di morte.
    L’uomo, in quanto attività negatrice dell’essere dato oltrepassa i limiti della sua natura e in questo oltrepassare è racchiuso il divenire dello Spirito. Per emanciparsi dalla particolarità dell’esistenza l’uomo ha la possibilità di staccarsi dal suo hic et nunc ma questo distacco, per l’animale umano equivale alla sua morte.
    Comunque uno dei miei passi preferiti della Fenomenologia o meglio della Prefazione è questo “esempio botanico”:
    “La gemma scompare quando sboccia il fiore, e si potrebbe dire che ne viene confutata; allo stesso modo, quando sorge il frutto, il fiore viene, per così dire, denunciato come una falsa esistenza della pianta, e il frutto subentra al posto del fiore come sua verità”

  9. md Says:

    Grazie Reiniku. Sono d’accordo con te sulla poeticità della Fenomenologia dello spirito.
    Fiak: mi hai fatto arrossire…

  10. Milena Says:

    suvvia, md… ora non fare la mammoletta…
    …che tutti godiamo a mettere un po’ in mostra le piume… 😉

  11. Milena Says:

    Ahimé, non so come confessare una certa insofferenza verso il soggetto in questione -Hegel – con tutto il rispetto.
    In realtà la metafora botanica mi ha fatto ricordare una canzoncina che cantavano i bambini quando mi occupavo di loro al doposcuola.
    Non rammento né l’autore né il cantante, ma si sa: gli uomini passano e la musica qualche volta rimane…
    La canzoncina sembra proprio il percorso inverso e successivo, giusto un superamento di un idealismo che talvolta può essere infruttuoso.
    Eccola: provate a canticchiarla – mettendo voi le note.
    Vi farà bene.

    per fare un tavolo ci vuole il legno
    per fare il legno ci vuole l’albero
    per fare l’albero ci vuole il seme
    per fare il seme ci vuole il fiore
    (ergo:) per fare un tavolo ci vuole un fiore…

    Il percorso inverso e successivo, dicevo, che parte dal tavolo, molto concreto, per arrivare al fiore.
    E non viceversa.
    Una sintesi perfetta, almeno in teoria.
    Ma quale sarà quel fiore?

  12. Matteo Says:

    siamo cinque liceali,stiamo affrontando hegel durante il nostro ultimo anno prima della maturità.Prima di consegnarci la sintesi della prefazione della Fenomenologia in 13 punti ,il nostro insegnante si è chiesto se non sarebbe il caso di eliminare l’idealismo da i programmi scolastici.Con questa cattiva coscienza ci ha comunque consegnato il foglio. Leggendo il primo intervento ci siamo resi conto che esiste sempre qualcuno che legge la Fenomenologia dello spirito. Ci siamo chesti “perchè?” attendiamo risposte…Cordiali saluti,un residuo della classe quinta del liceo Galilei di Siena.

  13. md Says:

    Matteo – e amici liceali di Siena – mi hai posto una domanda piuttosto complicata, ma provo lo stesso a risponderti.
    Non più di un paio di settimane fa ho scritto un post a proposito della mia difficoltà nel parlare di Kant a un vostro coetaneo bisognoso di qualche lezione supplementare: probabilmente il vostro insegnante condivide le mie stesse perplessità. E’ vero però che se dovessimo assecondare i nostri dubbi, oltre all’idealismo, bisognerebbe forse eliminare il 90% di testi, pensatori e correnti filosofiche (per fermarsi alla filosofia, ma che dire di letteratura, storia o altre discipline umanistiche?).
    Potrei risponderti parlandoti di “concatenazione”, di “storicità”, di “nessi”, ecc. – senza Hegel non si capirebbe Marx e senza Marx non si capirebbe il Novecento, ecc. ecc. – ma mi limito a dirti qualcosa sulla mia esperienza personale.
    Non tutto quello che ho letto e studiato in generale, e in filosofia in particolare, mi è stato utile. Magari talvolta è stata una perdita di tempo, e avrei fatto bene a passare il mio tempo in altre faccende, magari più piacevoli o remunerative. Certo aver letto la Fenomenologia non mi ha reso una persona migliore o speciale. Sapere chi sono Schleiermacher o Jacobi non mi fa più felice o interessante. Farei il lavoro che attualmente svolgo anche senza essermi laureato in filosofia, o senza aver perso tempo sulla Scienza della logica o sul Timeo. Dunque, a che è servito? Rousseau diceva che l’intelligenza e la conoscenza sono cose contronatura, ebbene lo credo anch’io. Ma tuttavia ho scelto di fare esperienze contronatura, piuttosto che rimanere immobile, perché credo sia nella “natura” umana di mutare continuamente. Mi piace di più la turbolenza. E anche l’inutilità: se avessi deciso delle mie esperienze culturali (Fenomenologia compresa) ed esistenziali sulla base dell’utilità avrei vissuto meno della metà. Magari sarei più felice o più ricco, non saprei, ma, caso fortuna o stupidità, è andata così.
    E poi si trattava anche di una sfida: capire, capire, sempre e solo capire – “begierde”, brama di conoscere la chiamava il professorone tedesco.
    Non credo di averti risposto, ma forse avrai qualche risposta in più se leggi qua e là nel mio blog. La filosofia mi interessa solo se si innesta all’esistenza, ma l’esistenza è fatta di carne, di sangue, di dolore, di gioia e, poco poco, anche di intelligenza.

  14. Milena Says:

    se quando ero studente avessi conosciuto, e compreso, questa poesia di Brecht, probabilmente avrei studiato meglio, e qualsiasi cosa mi fosse toccato di studiare – fosse stata anche l’eneide, l’iliade, calderon de la barca, o la divina commedia -sarebbe stato oro filante come non mi sarebbe più capitato di afferrare con altrettanta facilità, e non sarei ancora qui adesso a studiare a fatica con la memoria ormai satura delle esperienze della vita.
    perché è ovvio che studiare, secondo me e prima di ogni cosa, serve per non farsi abbindolare.
    però, peccato che il vostro insegnante non ami gli idealisti o abbia dei pregiudizi. che invece io li trovo sempre molto amabili. certo, è anche vero che studio per diletto e nessuno mi deve interrogare.
    naturalmente non credo che qui ci sia qualcuno che “non voglia imparare niente”, anche perché, se non sbaglio, la doppia negazione afferma.

    “Ho sentito
    che non volete imparare niente”

    Ho sentito che non volete imparare niente.
    Deduco: siete milionari.
    Il vostro futuro è assicurato – esso è
    Davanti a voi in piena luce. I vostri genitori
    Hanno fatto sì che i vostri piedi
    Non urtino nessuna pietra. Allora non devi
    Imparare niente. Così come sei
    Puoi rimanere.
    E se, nonostante tutto, ci sono delle difficoltà,
    dato che i tempi,
    Come ho sentito, sono insicuri
    Hai i tuoi capi che ti dicono esattamente
    Ciò che devi fare affinché stiate bene.
    Essi hanno letto i libri di quelli
    Che sanno le verità
    Che hanno validità in tutti i tempi
    E le ricette che aiutano sempre.
    Dato che ci sono così tanti che pensano per te
    Non devi muovere un dito.
    Però, se non fosse così
    Allora dovresti studiare.
    (Bertold Brecht)

  15. L’IDEALISMO E IL LICEO GALILEI DI SIENA « LA BOTTE DI DIOGENE - blog filosofico a cura di Mario Domina Says:

    […] giorno fa Matteo, a nome di un gruppo di suoi compagni, ha commentato così un mio vecchio post su […]

  16. Ermes Says:

    “Quanta ispirazione in quell’opera! Per me è un’opera poetica, profondamente poetica.” Rispondendo a Reiniku, mi associo al giudizio, ma nei licei non arrivano più i pochi motivati, arrivano le masse, e queste andrebbero iniziate alla poeticità della Fenomenologia. Se “la forma intelligibile della scienza è aperta a tutti, e per tutti identica è la via che vi conduce” (md 21 mag ’07)cominciamo a far leggere la Fenomenologia ad una classe. A giugno poi se ne riparla.

  17. md Says:

    Non so che dire, io del resto non ho fatto il liceo ma l’istituto “tennico”, come si dice da queste parti; in 5^ geometri confondevo Hegel con Engels, e per me erano solo nomi. Non studiavo nessuna delle materie “tenniche”, detestavo Dante Alighieri, però avevo letto Dostoevskij dalla a alla z. Sei anni dopo sono (casualmente) approdato a Hegel perché ero curioso, testardo e, tra le varie motivazioni che mi hanno spinto ad iscrivermi a filosofia, oltre a quella di fare la rivoluzione e cambiare il mondo, c’era forse persino quella di riscattare me stesso e ancor più i miei genitori dalla povertà e dall’analfabetismo.
    Però in mezzo ci sono stati incontri meravigliosi con professori generosi e adulti disposti a raccontare, misurarsi e, talvolta, a mettersi persino in discussione. Tanti bei simposi fatti di vino, canzoni ed ebbre citazioni dagli idealisti tedeschi…

  18. Ermes Says:

    Anche in q

  19. Ermes Says:

    Il caso particolare non conferma il problema generale, che è di carattere istituzionale più che culturale. Mio suocero, preside delle Magistrali, mi metteva in guardia dal confondere scuola e ragione, e il mio amico, coetaneo, quello che mi aveva regalato i due tomi della Fenomenologia, andò, dieci anni fa, in pensione, per potersi finalmente dedicare alla lettura, e non più della filosofia, ma della letteratura. Il problema non è della filosofia, coltivata fra colleghi ed amici, ma della filosofia nella scuola. Che sia una disciplina vitale non lo metto in dubbio, dubito che possa essere ancora utile senza una svolta.

  20. Ares Says:

    Ares

    ufffffffffffffff.. questi filosofi pessimisti, in crisi di mezza eta’ inoltrata .. su, su un po’ di ottimismo, la svolta la si da giorno per giorno, ogni uno per quel che puo’ !!

  21. Fenomenologia dell’incredulità « Le ali della farfalla Says:

    […] analitico si era spinto sino al paradosso più eclatante. Aveva superato Zenone appoggiandosi a Hegel: sia Achille che la tartaruga difronte al suo paradosso dell’incredulità degradavano a […]

  22. lenin Says:

    “E si può vivere benone anche senza aver letto Die Phanemenologie des Geistes. Certo, anche senza la Nona di Beethoven o la Primavera di Botticelli o la Recherche di Proust…”

    sì ma non senza aver ascoltato almeno una volta Sticky Fingers dei Rolling Stones… 🙂

  23. paolo Says:

    che bello trovare in rete gente con gli stessi gusti!!!

    perche’ leggere hegel, chiedono gli studenti di siena (chiedevano: a un anno di distanza immagino il problema sia stato risolto).
    anch’io ho frequentato, tanti anni fa, trenta per l’esattezza, la coppia hippolyte / Fenomenologia (edizione nuova italia, due volumi di carta “povera”. l’ hyppolyte aveva le pagine da tagliare…). un anno passato a consumare 1500 pagine, annotare, scrivere, e poi andare a fine studio a riflettere, sul mare: le tre di notte, le libecciate, e intanto il turbinio dei per se’ e degli in se’…

    perche’ leggere la FdS…
    perche’ la piu’ bella descrizione della dialettica del rapporto d’ amore e’ quella della dialettica servo signore, poi ripresa -e un po’ volgarizzata, nella enorme dilatazione da poche pagine a qualche decina- da sartre ne l’ essere e il nulla…

    perche’ e’ il punto d’ arrivo, a me sembra, del pensiero occidentale, il tentativo di rendere immanente l’ infinito…

    perche’ la definizione di ironia che ci ho trovato (il “per se'” risolto) e’ quella che uso ancora oggi…

    perche’ la dialettica e’ il migliore metodo che conosca per capire le relazioni tra gli uomini e la storia…

    perche’ e’ tersa ed elegante come il piu’ perfetto degli specchi.

    a me hegel ha fatto l’ effetto opposto che a un altro degli intervenuti: dopo la fenomenologia dello spirito (che per me e’ arrivata dopo la filosofia del diritto) mi sono snetito col cervello “slargato”, piu’ capace di avvicinarsi agli abissi dell’ infinito.

    cero, in un liceo non e’ questo che si puo’ fare.
    ma se non ci si attrezza ad astrarre al liceo non lo si potra’ fare nemmeno all’ universita’ …

    grazie per quello che avete scritto.

  24. md Says:

    @lenin: sì!
    @paolo: sono totalmente d’accordo con te, la lettura della Fenomenologia dello spirito è stata una delle esperienze culturali, intellettuali e spirituali più belle e più intense della mia vita;
    che invidia, però: tu avevi il mare e il libeccio!!!

  25. Giovanni Says:

    Intervengo tardi e male nel dibattito e me ne scuso. Io penso che la Fenomenologia dello Spirito sia quanto di più alto sia mai stato prodotto dal nostro pensiero. È una lettura che ti segna, qualunque sia il giudizio complessivo su Hegel. Toglierla dai programmi scolastici è oggettivamente una sciocchezza che presumo sostengano in pochi. È vero però che studiare Hegel, un autore che richiede anni per essere letto, meditato e compreso, in una decina di giorni rischia di essere completamente inutile. Ma con Hegel si è chiusa la filosofia. Tutto il resto, al massimo, è una nota a pie’ di pagina

  26. md Says:

    Benvenuto Giovanni, concordo su tutto salvo l’ultima riga.

  27. niho Says:

    Salve a tutti,

    anche io mi interesso da anni del pensiero hegliano e antroposofico. Leggendo la questione dello studio di hegel al liceo non può che corrermi un brivido lungo la schiena.

    Chiunque abbia veramente compreso a fondo anche “solo” i temi e lo sviluppo interno della fenomenologia sa anche altrettanto bene che questa è ben più di un libro. E’ un cammino iniziatico della coscienza. La fenomenologia è uno sviluppo frattale del simbolo dell’infinito (il famoso otto in orizzontale) che si muove per continui sviluppi dialettici. Senza determinate visioni immaginative già esperite dalla coscienza del lettore, è davvero ostico penetrare nell’organizzazione complessiva dell’opera. E per avere questo occorre una particolarissima disposizione spirituale al pensare.

    Allora mi domando: come si può spiegare la fenomenologia ad un ragazzo di 18 anni, al quale tutto interessa fuorché la questione dell’asoluto e del movimento del sapere sé nel sapere la coscienza. Questo vale per tutta la filosofia sia inteso, ma in modo particolare per Hegel. Allora il brivido mi corre perché immagino come possa essere spiegata la fenomenologia: per riassuntini scadenti, schematizzazioni inconsistenti e drammaticamente impoverite, lontane da ogni reale sostanza di pensiero. Non c’è niente di peggio che parafrasere la filosofia (è solo peggio parafrasare la poesia) e allontanarla dal problema storico e umana da quale essa scaturisce. Ha ragione Heidegger quando dice che ormai abbiamo drasticamente perduto il senso dell’essere e che la filosofia antica vive ormai di ricostruzioni esteriori che celano la vera posizione metafisica di fondo. Prima occorre raggiungere il punto di vista del problema e viverlo entro il proprio essere per poi eventualmente trovare risposta o dialogo nei filosofi che l’hanno posto a tema prima di noi. Si capisce un filosofo, sopratutto idelista o esistenzialista solo se si vive la sua filosofia ancor prima di incontrarla. Partire dal porre a tema il problema senza il dramma conoscitivo che si cela nel suo fondo è una violenza a se stessi e alla filosofia.

    Quindi io non elimineri l’idelismo eliminerei la filosofia in toto dai licei, perchè quello che se ne ricava è solo un approcio cervellotico e misero ai problemi dell’essere. E questo ovviamente tanto più se parliamo del filosofo per eccellenza, cioè hegel.

  28. md Says:

    grazie per il tuo intervento niho, con il quale sostanzialmente concordo; avevo provato a rispondere sulla questione, anche se in maniera forse un po’ fuorviante, con un successivo post:
    https://mariodomina.wordpress.com/2007/12/03/lidealismo-e-il-liceo-galilei-di-siena/

  29. anna Says:

    Niho, non sono d’accordo con l’eliminare “la filosofia in toto dai licei”. Un vecchio amico, ormai scomparso, mi diceva che impariamo soltanto dalla vita, non dai libri, pieni di parole e pensieri che altro non sono che gabbie che ci impediscono di essere liberi. Credo avrebbe condiviso l’opinione di Rousseau “l’intellligenza e la conoscenza sono cose contronatura”, come ha scritto md. Per la mia insegnante di musica ascoltare Bach, Mozart o Beethoven , e così via, significa ricostruirli nota dopo nota. Dev’essere stupendo! Ciò nonostante fa ascoltare ai bambini il Requiem di Mozart. La nostra prof. di filosofia ci lesse pagine di Così parlò Zarathustra. Qualche anno fa il mio sguardo si è di nuovo posato su quel libro mentre, seduta su una panchina di un rifugio, ammiravo il Dom ed altre vette innevate poco distanti dal Monte Rosa. Credo che i ragazzi abbiano bisogno di tante belle camminate in montagna. E’ vero che spesso sembrano interessati soltanto a mettere i sassi nello zaino del compagno più ingenuo, a flirtare, alla polenta e gorgonzola con barbera o al fornellino che ha la pretesa di cuocere gli spaghetti con le vongole in alta montagna! Ma prima o poi arriva il momento in cui rammentano la bellezza di quelle vette ( anche se non le hanno raggiunte) soprattutto se i loro insegnanti li hanno fatti camminare sulla neve o guadare i ruscelli a piedi nudi, fare la doccia sotto una cascata gelida o appoggiare l’orecchio sull’erba per ascoltare il battito della Terra. Potrebbero scoprire che è possibile trovare “risposta e dialogo” anche in quei libri. Ho cinquant’anni, un po’ di cicatrici per quel che riguarda l’esistenzialismo e, dato che “la forma intellegibile della scienza è aperta a tutti, e per tutti identica è la via che vi conduce” inizio dalla ‘parafrasi’ del Dal Pra, per “prendere su di” me “la fatica del concetto” e poi… ma, grazie ai flashback che mi arrivano leggendo gli articoli di md e i vari commenti, mi sono resa conto che il ‘parafrasare’ della mia prof ha lasciato il segno dentro di me e non posso che esserle grata. So cos’è la montagna, anche se non la conosco a fondo, e il mare, anche se non sono una subacquea esperta, o almeno non li identifico con i barbecue nelle pinete o polenta e camoscio al ristorante, con spiagge, ombrelloni o tintarella (senza nulla togliere a tutto ciò)

  30. anna Says:

    un segno profondo che ha inciso sul mio modo di ‘essere’

  31. niho Says:

    Cara Anna,

    nostante da “buon Hegeliano” non ami esempi e metafore, capisco il senso del tuo pensiero. E’ senz’altro vero ciò che dici ed è l’unico motivo per il quale anziché condividuere con me stesso al 100% lo faccio solo al 90%. Quel 10%, è immerso nella speranza che tu abbia ragione e che leggere lo Zarathustra ad un 16enne possa un giorno fargli tornare alla mente che nella sua estraniante solitudine può confidarsi con quel magnifico “danzatore” e raggiungere così estasi insperate.

    Ma sempre da convinto hegeliano ti dico anche che quel 10% ha anche, come “in Sè”, nel suo “in quanto” il restante novanta, che è il suo “altro”. E io temo che questo “altro” sia assai pericoloso per il fatto che sia rappresentato dalla possibilità che questo ragazzo, non solo non capisca affatto lo Zarathustra, ma per di più lo prenda a modello e rappresentanza di una filosofia che non capisce, che gli è oscura, stramba e impenetrabile e che nella sua testa si formino generalizzazioni difensive, del tipo: “la filosofia (tutta quanta da ora in poi) E’ assurda e stramba ed io non ne voglio sapere nulla”

    Se poi leggesse Hegel sarebbe ancor più forte il pericolo che dica, come sempre bisogna sopportar di sentir dire dalla schiera degli ignoranti rampanti: “quell’Hegel si faceva delle storie veramente pese…la filosofia è roba per chi non ha niente da fare tutto il giorno…la filosofia è una montagana di chiacchere, non serve alla mia vita perchè io vado bene come sono e come Dio mi ha creato”.

    E allora di chi è la colpa di questa incomprensione, di Hegel o del sistema che glielo impone quando mai e poi mai potrà capirlo, tanto quanto un ragazzino delle medie non può comprendere il vero significato della relatività generale (magari può dimostrarla e ripeterla se è un genio, ma non comprenderla nel suo senso profondo).

    Io credo, cara Anna, e lo credo fortemente, che la Filosofia abbia valore solo quando se ne capisca il senso profondo, quando dopo essersi assunti la tua citata “fatica del concetto” si Viva il concetto puro nella coscienza, così che questa diventi più ricca prorpio di quello. E l’esperienza che se ne ricava, che non questione di ego o di autocompiacimento telo assicuro, è tale da farci sussultare e sudare freddo e farci esclamare: “Questo è vero!”.

    Si capisce la filosofia quando la si legge nel suo farsi storico, come espressione del compiersi della coscienza UMANA in generale. Ricordati la legge di Haeckel: “lo sviluppo ontogenetico dell’individuo, ripercorre lo sviluppo filogenetico dell’umanità”. Questo vale anche nell’epsressione più propria dell’individuo, che è il pensare, come filosofia e scienza.

    Rileggi la prefazione della fenomenologia, quando Hegel ci ricorda che la fatica del fare la storia è stata fatta ma quella della visione chiara del sapere assoluto spetta a noi. Ma la filosofia ci permette di incontrare presso di noi le tappe di questa storia dell’idea. Occorre però rielaborarle e farle divenire “per noi”, in quanto “in sè” ci sono come date come patrimonio di coscienza naturale.

    Allora mi permetto un’affermazione che suonerà boriosa ma che non lo è per chi la comprende. La filosofia esteriore, il collezzionare ciò che i filosofi hanno detto, è per tutti ed è relativamente facile quanto inutile. Ma la filosofia vera, quella che sorge dietro la filosofia esteriore, quella che sorge da esperienze viventi come quella della fenomenologia, o quella del seguire con un unico sguardo interiore l’intero cammino della filosofia, e sempre con Hegel concordare soprassalendo dallo stupore nel constatare che questa storia filosofica è il manifestarsi del movimento di un’autorealizzazione dell’idea pura – ecco che questa filoofia è davvero per pochi, ed è l’unica che abbia un senso ed un valore. E allora dubito che a questa filosofia, si possa accedere attraverso il mostrarsi del suo lato morto, attraverso lezioncine liceali sterili ed infantili che ne distocono il senso ed il valore per rendere comprensibile un contenuto, che proprio a fronte di ciò è mutato radicalmente.

    E allora troviamo ragazzi che ci dicono che Dio è morto, che la conoscenza è trascendentale (credendo che voglia dire spirituale) e che noi siamo entro la caverna platonica ad attuare la progettualità del nostro esserci per vivere autenticamente…magari da marxisti che impongono un malcompreso comunismo a bastonate. E questo è colpa della filsoofia popolare

    MD leggerò subito il tuo link.

    Verrò spesso qui al forum se la discussione si fa accesa! pensavo fosse ormai una discussione morta e non ci sono più ripassato.

  32. md Says:

    @niho: la cosa che mi piace di questo blog (ma sono di parte, ovviamente) è che le discussioni non si spengono mai, la brace cova ancora là sotto le ceneri anche a distanza di mesi

    mi piace anche quel “soprassalendo dallo stupore”

    ma lascio la parola ad Anna, se ne ha voglia…

  33. niho Says:

    Qui non si accende alcuna rissa filosofica…dai Anna fatti valere!

  34. milena Says:

    @ nido: immagina che come nel gioco del tavolo a tre gambe invece dello spirito richiesto ne appaia un altro che per cominciare è abbastanza spiritoso …
    … e che ti dice piuttosto convinto che nella scala delle priorità il vivere sta senz’altro prima del filosofare, ma che nel vivere qualche volta ci sta anche il mandar giù qualche bel cadavere, e che non necessariamente questo ti/ci farà morire.
    Nelle scuole, mi sa che più che filosofare si studi la Storia della filosofia (per lo più occidentale). Ma se nel frattempo ti capita la fortuna di avere un buon insegnante che ti addestri e assinistri a ragionare, allora è proprio culo. Un culo tanto (insisto), tanto che se mi dovessero proporre la scelta fra un tale culo e il culo di quella bella tipa che ho visto oggi nei corridoi dell’ospedale mentre andava e veniva tra i corridoi e gli ascensori, la mia istintiva e naturale domanda sarebbe, “Perché non tutte e due?” … meravigliose creature …

  35. niho Says:

    bell’intervento milena, complimenti…centrato e raffinato! Anche la sintassi mi ha molto colpito.

  36. niho Says:

    Si riesce a intavolare un discorso di senso compiuto su argomenti consoni al tema, invece di sproloquiare di fatti propri?

  37. md Says:

    @niho: perché, i fatti propri non sono consoni?
    ad ogni modo, per lo meno in questo blog, ciascuno è libero di seguire il tema o di sproloquiare, anche perché spesso gli sproloqui sono proprio variazioni sul tema…

  38. anna Says:

    @ niho: scusa se ti rispondo solo ora. Domenica sera ho letto il tuo commento, ma ero molto stanca e mi aspettava una settimana ricca di impegni. Alcune frasi dei tuoi commenti hanno attirato in modo particolare la mia attenzione: “Prima occorre raggiungere il punto di vista del problema e VIVERLO DENTRO IL PROPRIO ESSERE per poi eventualmente trovare risposta e dialogo nei filosofi che l’hanno posta a tema prima di noi. Si capisce un filosofo, soprattutto idealista o esistenzialista, SOLO SE SI VIVE LA SUA FILOSOFIA ANCOR PRIMA DI INCONTRARLA”. “La filosofia ci permette di incontrare presso di noi le tappe di questa storia dell’idea. Occorre però rielaborarle e farle divenire “per noi”, IN QUANTO IN SE’ CI SONO GIA’ DATE COME PATRIMONIO DI COSCIENZA NATURALE”. Ripensavo alla frase di Hegel citata da md “la forma intelleggibile della scienza è aperta a tutti”. Ho un dubbio per quel che riguarda il “partire dal porre a tema il problema senza il dramma conoscitivo che si cela nel suo fondo è una violenza a se stessi e alla filosofia”. A volte mi è capitato di comprendere attraverso la lettura esperienze già vissute, altre volte, invece, di vivere esperienze che avevo ‘incontrato’ nei libri e di avvertire il bisogno di rileggere, approfondire. La mia risposta ai tuoi commenti è prevalentemente autobiografica. Come ti ho già scritto, rimasi affascinata dalle parafrasi della mia prof al punto da iscrivermi alla Facoltà di Filosofia. Avevo bisogno di trovare risposte ai miei perchè. Io sono qui per sbaglio, al mio posto avrebbe dovuto nascere un bambino; ho sempre guardato gli altri, il mondo, i libri con gli occhi gonfi di lacrime e con la sensazione di “non esserci”. Anche per il mio compagno non ero parte della realtà, la realtà che cambia, che diviene; ero “un mazzo di fiori recisi che era bello trovare al suo rientro a casa”, un ideale, come disse il mio naturopata. Dopo qualche esame decisi di abbandonare gli studi. Ricordo che lessi tutto d’un fiato La nausea di Sartre e poi comprai L’essere e il nulla. Negli scorsi anni conobbi persone che mi parlavano di ‘corpo energetico, akasha, chakra’ e così via. Grazie alle esperienze vissute con loro iniziai a stare bene con me stessa, forse “creandomi storie”, come ha scritto md. Ti ho scritto tutto ciò perchè credo che le parafrasi della mia prof, soprattutto su Socrate e Kant, mi abbiano accompagnata in questo percorso, che ho cercato di seguire senza pregiudizi, ma anche con spirito critico ed un profondo senso di libertà interiore. Ora i miei occhi sono spesso sorridenti, ho la serenità necessaria per riprendere a studiare. Ogni tanto, mentre preparo lo zaino, do un’occhiata alle montagne. Nella realtà ho camminato molto in montagna e ricordo che all’inizio della salita quelle vette sembravano toccare il cielo. Tornante dopo tornante, riuscivo a raggiungerle e, quando mi sedevo ad ammirare il paesaggio, mi sembrava che il cielo fosse dentro di me. Mi è parso di leggere questo messaggio nei tuoi commenti. Non devo scordare la musica, i colori, la danza (adoro la danza classica), le passeggiate nel verde, il rilassamento, le visualizzazioni, qualche chiacchierata e qualche risata, polenta, formaggio e del buon vino rosso, in altre parole tanta leggerezza per contrastare l’eccessivo pensare e l’eccessiva sensibilità, come suggerisce il mio naturopata. Ho bisogno anche del silenzio che avvolge quel meraviglioso mondo marino, ricco di coralli e pesci variopinti, di toccare quelle vette sommerse che tutti possiamo raggiungere, anche coloro che, come me, conoscono poco il linguaggio filosofico e coloro che, come me, sono attratti dalle tue parole: “E’ un cammino iniziatico della coscienza”; “Credo che la filosofia abbia valore solo quando se ne capisca il senso profondo, quando dopo essersi assunti la fatica del concetto, si viva il concetto puro nella coscienza, così che questa diventi più ricca proprio di quello”; “La filosofia ‘vera’, quella del seguire con un unico sguardo interiore l’intero cammino della filosofia”; “questa storia filosofica è il manifestarsi del movimento di un’autorealizzazione dell’idea pura”. Per quel che riguarda le persone che amano soltanto la spiaggia o i barbecue nelle pinete, non intendevo esprimere giudizi, ma rammarico. Credo che chi, come me, non trova in famiglia degli stimoli che lo portino a fare qualche camminata in montagna o qualche nuotata sott’acqua, li debba almeno trovare a scuola. Lo scorso anno allontanai dalla mia vista tutto ciò che mi ricordava il passato. Faticai un po’ a separarmi da alcuni libri di filosofia e di psicanalisi; non ebbi il coraggio di toccarne due: I Dialoghi di Platone e Saggi sull’età adulta: l’approccio sistemico all’identità e alla formazione. Buona settimana!

  39. anna Says:

    comunque, giusto per mettere i puntini sulle “i”, si dice “sarebbe” e non “avrebbe” dovuto nascere! Anche se, come dice la mia grammatica, nella lingua parlata si sta diffondendo l’uso del verbo avere

  40. niho Says:

    @anna: Cara dolce Anna, (e di riflesso in risposta ad Md), io ascolto con tutto il rispetto il tuo racconto autobiografico, le tue disavventure interiori e non, ma torno a chiedermi – e perdonami se ti sembrerà insensibile – cosa c’entra questo con la filosofia e con Hegel?

    Mi parli di boschi di camminate ecc e sono cose bellissime però, apparte il bisogno legittimo di dirsi, non creano problemi e commenti diretti a quanto è stato scritto sin qui. Inoltre, ad uno sfogo biografico (e non biografico in senso di biografia intellettuale), non può che far seguito un altro sfogo autobiografico. E così, nella migliore delle tradizioni orientaleggianti di cui tu hai fatto cenno, risolviamo tutto con abbraccio e con qualche scambio di energie cosmiche, credendo di aver esercitato la compassione.

    Non fraintendermi: conosco molto bene quello di cui parli, perchè pratico e conosco l’antroposofia da molti anni, e so bene cosa sia il corpo astrale, l’akasha, i chakram ecc,..dato che di queste cose si può avere una diretta conoscenza, che in parte passa anche dalla Filosofia di Hegel (involontariamente). E conosco anche bene la psicologia analitica di Jung e so quindi che un tipo orientato funzionalmente al sentire ha nel pensare la sua funzione indifferenziata che rifiuta inconsciamente, cosa che rende difficile la reciproca comprensione.

    Ma come saprai, un accesso vero ai mondi spirituali, nella nostra epoca, DEVE passare dall’appropriarsi di ciò che si chiama pensiero immaginativo, la cui aquisizione è possibile sia attraverso una specifica pratica meditativa che attraverso lo studio filosofico delle opere di Hegel Steiner e in alcuni casi di Goethe.

    Questo perchè, la prima condizione è l’abbandono di ogni caratteristica sognante dell’anima senziente, visionaria, metafisica in senso generale. Non c’è nulla di metafisico nei mondi spirituali tanto quanto non ce n’é nell’analisi chimica dell’acqua. (per aristotele avrebbe potuto essere metafisica, una teoria chimica delle sostanze fatta 2000 anni fa, dipende solo dal livello conoscitivo effettivamente raggiunto. Puoi anche leggere Putnam a proposito del analitico e sintetico a priori inteso in questo senso).

    L’altra condizione è invece l’elevazione dalla prospettiva materiaslita della conoscenza ad una visione goethiana del mondo, una visione diretta ed effettiva dell’idea come archetipo delle struttre fisse del mondo sensibile. La sua pianta primordiale ne è un esempio.

    Quindi sia l’orientalismo, superato da 2000 anni e con lui tutto lo yoga e l’iniziazione del pensare-sentire con la via dell’ottuplice sentiero, sia la prosettiva positivista della scienza vanno radicalmente superate, pena l’inganno e seri danni al corpo animico ed eterico dell’iniziato.

    Quindi la filosofia, quella fatta con senso e comprensione è un’anticamenra rigorosa all’iniziazione. Platone come inzio e Hegel come fine, sono un circolo entro il quale si realizzano travagli conoscitivi e umani che adesso possono essere acquisiti, letti, riconosciuti e superati. Essi sono dunque un dono per l’umanità, che non deve più cercare nell’errore la verità, credendo ad un Kant o ad uno Hume ma può guardare avanti sulla scorta della possibilità di un rinnovamento dell’organo della conoscenza – il pensiero – che senza Hegel probabilmente sarebbe rimasto strumento del dubbio e della scissione infinita.

    Allora tra le righe voglio dirti: attenzione a mescolare sentimentalismo e cammini conoscitivi, perchè se mischiati addirittura a percorsi esoterici portano l’anima perdersi.

    Star bene per sé è una condizione molto relativa e relativamente semplice da acquisire. Ma quanto egoismo c’è nello “star bene per sé”? (ammesso poi che tu sappia cosa e quale sia questo “se” di cui parli). E’ un atteggiamento luciferico che allontana dal compito di portare il vero nella vita sociale, pratica. E per portare questo vero non basta agire con le buone intenzione ed il cuore in mano, a meno che tu non creda che il cancro si curi con una preghiera ed il solo interesse per gli altri o i disastri economici con l’appello alla fratellanza.

    Dubito che Hegel stesse bene, o che Steiner quando sacrificò il suo karma per la società antroposofica lo fece con serenità. Stare bene personalmente mi preoccupa, dato che in me risuonano due domande: Come faccio a stare bene e contemporaneamente stare male appena metto il naso fuori di casa e vedo lo sfacelo a cui è dirotto il mondo? Mi ritiro in me stesso, nel mio quotidiano e dico, cosa me ne importa? Per questo sono auotirizzato a stare bene e chiudermi nel mio studio a leggere per la mia brama conoscitiva?

    Come faccio a a stare bene quando il compito (di oguno) di portare un impulso di rnnovamento nel mondo è così foremente ostacolato in ogni senso e la preoccupazione del come fare è schiacciante in ogni anima che aneli in qualche modo al vero e al giusto universali?

    In ultimo ti vorrei dire a proposito delle tue perplessità sul linguaggio filosofico: il linguaggio filosofico, che può spesso suonare come vuota prosopopea linguistica è in realtà il tentativo di forzare i significanti per arrivare a specificare un signfificato che altrimenti andrebbe perso nei sinonimi. Tu avrai usato spesso la parola verità, umanità, ma forse mai la parola inseità e quindi mai ti sarai chiesta cosa sia l’essentità dell’ente, ciò che rende essente l’ente che è, nel modo specifico el suo essere. Questo perchè si tende a far con quello che si trova anche se cercare oltre sarebbe alla portata di tutti.

    Potrai invece non capire cosa sia l’autonoema e la categoria autosintesi, e allora il discorso è diverso. Se assumiamo che ad ogni parola si associ un concetto ideale che possiamo raggiungere non solo ostensivamente ma nel concetto puro, vuol dire che pensare il mondo con o senza quel concetto (e duqnue parola) cambia radicalmente. Un italiano non pensa in maniera neutra perchè non ha il neutro come nel latino o nel tedesco. Allora il linguaggio non è un un accessorio per fare i tromboni altezzosi ma un modo di segni per significare le idee. Posso avere la parola e poi arrivare al concetto o viceversa, fatto sta che acquisisco qualcosa di nuovo e di più alto. Chi non ha linguaggio e dunque non sa dell’esistenza di moltio concetti non penserà mai con quei concetti e purtroppo sarà tagliato fuori dall’acquisizione di molte cose che servono a stare bene. 🙂

    Scusa se mi sono dilungato!

  41. anna Says:

    @ niho, mi ha fatto molto piacere leggere il tuo ultimo commento. Non sei affatto insensibile quando parli del mio bisogno di dirmi che non crea commenti diretti e che non c’entra con la filosofia e con Hegel! Cercavo di esprimere il mio dissenso nei confronti del tuo suggerimento di eliminare la filosofia in toto dai licei, perchè per me non è stata “una montagna di chiacchiere che non servono nella vita”, anche se sono consapevole di non conoscere la vera filosofia. Per quel che riguarda gli “abbracci”, “lo scambio di energie cosmiche, hai ragione, non credo che si possa risolvere “tutto” così, ma anche gli abbracci, reiki ed altro servono a stare “meglio”. Interessantissimo: “non c’è nulla di metafisico nei mondi spirituali”; “guardare avanti sulla scorta della possibilità di un rinnovamento dell’organo della conoscenza” e “un tipo orientato funzionalmente al sentire ha nel pensare la sua funzione indifferenziata che rifiuta inconsciamente”. Sul come sia possibile star bene quando mettiamo il naso fuori di casa, penso che ognuno possa cercare di contrastare la “preoccupazione schiacciante” e gli ostacoli che incontra nel cercare di “portare un impulso di rinnovamento” cambiando e migliorando innanzitutto se stesso (tutti i sè: emotivo, morale, spirituale… sto scherzando!) per poter agire meglio (come insegnante nel mio caso). Pertanto un po’ di “egoismo”, inteso come studio, meditazione, arte e tutto ciò che far stare bene o “meno male” ognuno di noi, nel massimo rispetto degli altri e della loro libertà, credo sia “sano”, anche perchè creiamo in tal modo meno “energia dolore” nel nostro corpo emotivo, mentale e di conseguenza fisico (nostro e anche altrui; questo è quanto mi hanno insegnato). Ho letto che hai una conoscenza diretta di corpo astrale, akasha, chakram… Fantastico! Io ho fatto soltanto “piccole” esperienze che ora ho bisogno di comprendere e di riprendere a fare. Ho seguito un corso che credo aiuti ad appropriarsi del “pensiero immaginativo” e sto leggendo un libro sulla meditazione. Cosa intendi per “specifica” pratica meditativa e “appropriarsi del pensiero immaginativo”? Capisco il tuo “attenzione a non mescolare sentimentalismo e cammini conoscitivi, più percorsi esoterici.” Forse la mia parte “spirituale” ha aiutato quella “sentimentale” a “guarire” e quella “conoscitiva” a comprendere che è possibile una “conoscenza diretta” attraverso percorsi “interiori” (il mare e le vette sommerse). “Il maestro arriva quando l’allievo è pronto” In questo momento è stupendo conoscere una persona che ha conciliato la filosofia occidentale, Steiner e la meditazione! Oltre al Dal Pra ho messo in cima alla lista Steiner (che se ricordo bene da giovane amava Kant), Jung e Goethe (chissà cosa è rimasto della parafrasi della prof di tedesco!) più qualcosa dei “filosofi della mente”, che md ha citato in “affabili pensieri” qualche settimana fa ( e quindi nello zaino dovrò mettere ache vitamine, oligoelementi ecc…). Credo sia ora di apprendere linguaggio e concetti che, come hai scritto tu, permettono “l’acquisizione di molte cose che servono a stare bene”. Spero di leggere altri tuoi commenti e, in caso contrario, ti ringrazio davvero di cuore per questi. PS: mi scuso con Hegel per aver parlato un po’ di me, ma sono certa che mi perdonerà perchè ho intenzione di candidarmi come sua futura lettrice, con molte più rughe di adesso e i capelli grigi. Comunque, rileggendo quanto ho scritto nel commento precedente, mi sono resa conto che il mio bisogno di dirmi sta diminuendo. Segno che ho lasciato cadere parecchi pesi (anche grazie a questo blog) e ne sono estremamente felice

  42. niho Says:

    @anna: cara Anna, non sai che piacere leggere queste tue parole. Non certo perchè sono fiero di averti ispirato qualche buona lettura o dato qualche indirizzo e qualche suggerimento; sono felice sopratutto perchè sento un tono di consapevolezza. Leggere “mi sono resa conto” è sempre un qualcosa di emozionante, perchè rendersi conto, significa com-prendersi. E se ci com-prendiamo significa che il “chi” che comprende, nell’autocomprendersi si è elevato al dilà del punto nel quale fino a poco prima (anche solo attimi prima in alcuni casi) risiedeva. E’ salito di un livello. Guardati i teoremi di Goedel prorpio in quest’ottica.

    Così abbiamo una triade del tutto speciale: L’oggetto del comprendere, il soggetto della comprensione dell’oggetto ed infine l’Io puro che mette ad oggetto del suo conscoere il soggetto comprendente l’oggetto. Questa è autocoscenza, ed è il massimo gradino (tolto il cammino iniziatico, ma in parte anche per questo) raggiungibile dal pensare.

    Ti prego di leggere Gentile almeno una volta, in particolare “Sistemi di Logica come teoria del consocere” e ” Teoria generale dello spirito come atto puro”. Vedrai con grande stupore che un pensare chiaro e trasparente ha la possibilità di accogliere la verità ed il sentire che ne deriva è infitamente più profondo del comune sentimentalismo donnicciolo, mal compreso.

    Il dramma della Filosofia è quello di avere sempre (o quasi) inteso il pensare come funzione attiva. Da ciò, per logica conseguenza, può derivare solo il kantismo che è un baratro davvero profondo, dal quale è molto difficile uscire. Se il mio pensare anziché accogliere, si proietta sulle cose, da queste non posso che ricavare le strutture del pensare stesso che in precedenenza vi ho proiettato. E allora il mondo è un grande Io e smettere di essere un mondo pieno di cose sconosciute.

    In realtà i termini kantiani andrebbero del tutto ribaltati. La sensibilità è la vera funzione attiva, che proietta sulla realtà le sue limitate strutture innate (non possiamo vedere i raggi ultravioletti, non possaompo sentire oltre 20 Khz, non possiamo ricvere stimoli superiori a….se fossimo cani o pesci potremmo accogliere il mondo diversamente) mentre il pensare è passivo, in quanto accoglie, come strumento illimitato, la sostanza delle idee ed in pari tempo i loro contenuti. Qual’è l’istanza filosofica più pericolosa e meno dibattuta? L’intuizione. Addirittura Kant se l’è tolta di torno affermando semplicemente che non è cosa umana. Il pensare cerca invece di scomporre l’intuizione che ha in concetti e categorie, ma sempre guardando all’intuizione avuta come termine di paragone. Come potremmo dire: questo è vero o questo è falso? in rapporto a cosa? Ovvio la sto facendo semplice e banale, ma è tutto fuoché semplice. Kant, letto fino in fodno è un paradosso, perchè ha cercato un sistema gnoseologico nel quale è impossibile l’errore, dato che producendo l’oggetto trascendentale come derivato delle sue strutture a priori e dei suoi atti sintetici ha solo in se stesso il proprio paragone.

    Ecco allora perchè ti ho parlato di Hegel e Steiner, gli unici (dopo Platone) a capire che occorre ritornare ad un pensare immaginativo, che esce dal carattere rappresentativo e si affaccia al vero che nella sostanza eterica universale è già posto in essa non da noi. E’ l’idea che si autosvolge in noi. Ma il “noi” è funzione svolgente, non costitutiva; l’idea ha una sua intima necessità. Noi possiamo solo sbagliare, malcomprendere, mai realizzare il vero, in quanto il vero c’è già. (non parlo del “noi” come filosofi che intende Hegel).

    Un pesnare immaginativo è innanzi tutto mobile, in continua metamorfosi. Se ti dico pensa ad un triangolo tu penserai ad un trinangolo specifico, fisso nella tua mente. Se ti dicessi: prova a trasformarlo in tutti i triangoli possibili, il tuo pensare oppone resistenza. Se persisti in questo tentativo vedrai che lentamente riuscirai a “portare il triangolo sopra il capo fisico” ed esso prenderà vita da Sè metamorfosandosi fino a darsi al tuo pensiero come idea pura del triangolo, il suo archetipo ideale, che è tutti i trinagoli insieme e nessuno. Penserai l’idea vivente del triangolo che è tutti i triangoli insieme, cosa impossibile per l’ordianrio pensre. Ripeto: “farai l’esperienza”, e non “dirai a te stessa o ti convincerai che”. Vale a dire: dopo anni di esercizi concreti potrai forse speriementare cos’è l’idea nel suo esistere soprasensibile.

    Noi pensiamo per lo più ombre morte del pensare, sperimentiamo la sua distruzione entro l’organizzazione fisica, rappresentativa, soggettiva, ma questo pensare non è che un riflesso. Pensare che questa contingenza sia l’unica possibilità per il pensiero e per la filosofia è cosa ben misera ed occorre un rinnovamento, tanto quanto liquidare questa questione dicendo che roba orientale e mistica e va messa da parte. Non solo non è mistico ma è quanto di più moderno ed urgente possa esservi. Se poi sono il solito parruccone avvizzito, livido e normalista, dirò che la filosofia ha da occuparsi di altro e che essa è consipaevole dei suoi limiti e sta bene entro di essi e con ciò è chiuso il discorso.

    Hegel, Steiner, Goethe, Gentile sono i frutti per cominciare questo rinnovamento ed entrare forse in una nuova era della filosofia, che anzichè discendere (per suo intimo destino) dai mondi spirituali alla soggettività in cui il pensero logico muore nelle contraddizioni dell’intelletto, risale e diventa la nuova storia del pensiero che comprende se stesso come funzione passiva, come strumento non più atto a proiettare i propri contenuti ma ad accogliere le realtà ideali fuori dalla soggettività nella più alta oggettività possibile.

    Quanto ai libri sul meditare e non solo puoi leggere:

    Steiner: L’iniziazione, La scienza occulta. Saggi filosofici
    Claudio Gregorat: L’arte del meditare, L’ottuplice sentiero, Iniziziazione antica e moderna.
    Massimo Scaligero: tutto ciò che trovi va bene…
    Novalis: gli scritti filosofici per lo più…
    Goethe: La teoria dei colori
    Jung: Tipi psicologici
    Hegel: ovviamente tutto quello che riesci. Trovati una prima stesura dell’enciclopedia delle scienze filosofiche (1817).

    Spero di esserti stato in qualche modo utile e che potrai trovare in queste letture il senso di quanto ho cercato di dirti.

  43. niho Says:

    @Md, anna e tutti gli altri: Visto che siamo autobiografici perchè non mi dite di dove siete, quanti anni avete, che lavoro fate…magari scopriamo che siamo vicini di casa e che qualcuno lavora insieme ad un altro o cose simili…:-) sarebbe curioso…

  44. md Says:

    @niho: per quanto mi riguarda trovi tutte le informazioni nella pagina “Autore”, posta in alto a destra del blogroll

  45. anna Says:

    Niho: ma sei un tesoro! concordo perfettamente su “intuizioni”, innanzitutto, su autocoscienza (con la triade che hai descritto) e credo anche su “pensiero che comprende se stesso come funzione passiva (che io chiamo “ricettività”). Però, ora sono molto stanca! Ti risponderò con calma sabato o domenica. PS: io ho un nuovo collega che qualche giorno fa mi ha detto “bisogna lasciar scorrere un po’ di acqua sotto i ponti”. Ho intenzione di chiedergli o chiederti “io mi sono seduta in riva al fiume ad aspettare, ma, esattamente, quanta acqua devo lasciar scorrere”? Se sei tu, parlami di Steiner o Kandinsky, vedi tu

  46. milena Says:

    si racconta che Herman Hesse lastricasse i sentieri del suo giardino a Montagnola coi libri ormai inutilizzabili (secondo il suo parere) ad altro scopo. Naturalmente ogni anno marcivano, e ogni anno rinnovava il lastricato con quelli letti (o non letti) l’anno prima. Un modo come un altro per usare i libri, né più né meno. Tuttavia, così disposti rendevano più agevoli le passeggiate tra i fiori e le verzure, magari in compagnia di amici

  47. niho Says:

    Mi sfugge la morale dell’intervento…meglio buttare i libri perchè non servono? Con quel poco che ha trovato Hesse avrebbe fatto bene a leggerli

  48. milena Says:

    Nessuna morale. Soltanto immagino che nel suo percorso di vita Herman abbia ritenuto più utile usare (non buttare) alcuni o molti libri in quel modo. E non credo che questo significhi che non li abbia letti, anche se è indubbio che nessuno può leggere tutti i libri del mondo e non credo che qualcuno lo voglia fare. I libri casomai si scelgono, o qualche volta sono loro a scegliere noi.
    Questo gesto di ricoprire i sentieri del suo amato giardino coi libri a me era sembrata una metafora in azione, una visione tramutata in fatto. I libri così disposti impedivano alle erbacce di crescere e permettevano di camminare agevolmente, meglio che nel pantano. Come i sassi su cui appoggiamo i piedi per arrivare sull’altra sponda.
    Non credi che in fondo questa sia l’utilità di un libro? ma anche, più in generale, che la cultura dovrebbe essere al nostro servizio e non, viceversa, noi asservire lei?
    Nel mondo contadino poi, la “cultura” è la terra. E la terra è amata, curata e tenuta in grande considerazione, anche perché la terra ci nutre. E che la cultura umana, rappresentata dai libri, torni alla terra, mi era sembrato un gesto di grande umiltà di Herman verso la natura, anche considerando il fine ultimo di tutte le cose umane e di tutte le culture.
    Se poi tu dici “per quel poco che ha trovato”, io ti dico che magari quel poco a lui bastava e gli era d’avanzo. Oppure che quel che tu chiami “poco” per lui era un distillato essenziale e prezioso, frutto della fatica della sua vita. Ma potrebbe anche essere che tu non hai trovato in lui quello che vai cercando. Però se tu sei libero di scegliere i tuoi percorsi e le tue mete, molto probabilmente lo sono anche tutti gli altri. A piacere.
    Tuttavia, hai presente il film di Olmi “Cento chiodi”? bene, a me sembra che il senso del gesto sia molto simile. Soltanto, invece di inchiodarli, Herman ha pensato bene di lasciarli marcire lentamente, i libri.
    E in ogni caso qui si parla della scelta (o alternativa) fondamentale fra intelletto/ragione e cuore/sensi. Naturalmente non significa che non si possa sentire con la mente o capire col cuore, che la realtà è comunque l’integrazione, ma che potrebbe essere utile scegliere la predominanza della tonalità con cui si vuole vivere la propria vita. Cosa ci fa più bene, cosa ci rende più felici. E cosa rende felici e fa bene a coloro che ci vivono accanto, vicini o lontani

  49. anna Says:

    ciao, milena. Nei giorni scorsi ero a casa con la febbre; ho letto e scritto qualche frase qua e là, credo vaneggiando. Ora sto meglio e pertanto spero di non farneticare ancora! trovo bellissima la ‘metafora in azione’ : “i libri così disposti impedivano alle erbacce di crescere e permettevano di camminare meglio, come sassi su cui appoggiamo i piedi per arrivare sull’altra sponda”. Però, mi chiedevo: quale sponda? hai scritto “l’inverno dissiperà le ultime cose” e “di sicura c’è solo la morte”. Mi piace anche “che la cultura umana, rappresentata dai libri, torni alla terra… un gesto di grande umiltà di Herman verso la natura, anche considerando il fine ultimo di tutte le cose e di tutte le culture” Mi chiedevo: chissà se quelle foglie, di cui l’occhio coglie l’eterno, come ha scritto md, non rinascano in primavera! Lo so, abbiamo idee diverse! Forse potremmo trovare un ‘accordo’ su “qui si parla della scelta fondamentale fra intelletto/ragione e cuore/sensi “potrebbe essere utile scegliere la predominanza della tonalità con cui si vuole vivere la propria vita”. E se agissero sinergicamente per “rendere felici noi e le persone che vivono accanto?

  50. anna Says:

    dimenticavo! credo che il libro suggerito da niho “tutto ciò che trovi va bene…” di massimo scaligero sia in sintonia con quanto hai scritto “i libri si scelgono e a volte sono loro a scegliere noi”. tutti noi credo tendiamo a consigliare agli altri ciò che per noi è stato ” essenziale e prezioso”. Poi sta agli altri usare la loro testa e soprattutto il loro ‘intuito’. Vado a riposare un po’, perchè non sono ancora in forma. Vorrei rispondere a niho, che è stato molto gentile

  51. anna Says:

    milena : ricordo che qualche mese fa avevi esternato il tuo “odio” verso i “maestri”, mi avevi accusata di essere una principiante che rischiava di far cadere scalatori esperti, senza i quali non avremmo la divina commedia, ecc… e che ti avevo risposto che non cerco “maestri” e che non amo le cordate, ma preferisco camminare con i miei piedi, accanto ad altri principianti e anche ad esperti che vogliono offrire alle altre persone le loro esperienze e le loro conoscenze e continuare a crescere, proprio come hai fatto tu con tuo figlio riccardo. In un commento precedente ho scritto “il maestro arriva quando l’allievo è pronto”. “maestro” in questo senso: immagino che tu sia stata accanto a riccardo mentre imparava a gattonare e poi a camminare, ma che tu lo abbia anche lasciato libero di usare la sua testa, di sbagliare, di ascoltare il suo cuore, e così via, e che tu sia cresciuta “insegnandogli” tutto ciò. Da insegnante mi permetto di dire che si impara molto “insegnando”, soprattutto la gioia (l’emozionarsi di cui parla niho) nel vedere gli altri “crescere” e l’umiltà di ascoltarli e di imparare anche da loro. Credo che i grandi scalatori senza l’umiltà vadano molto in alto. C’era un bel libro di Ibsen, mi sembra. P.S. : chiedo umilmente perdono ad Hegel!! ma in fondo il titolo di questo post è “hegelastri”!

  52. anna Says:

    non vadano molto in alto, naturalmente!

  53. niho Says:

    @anna. Il libro di scaligero non si chiama “tutto ciò che trovi”, ma era per dire che andava bene quello che riuscivi a reperire. Forse mi hai frainteso non so…

  54. milena Says:

    Cara Anna, è sempre bello leggere i tuoi commenti. E anche i commenti di Niho, che ho trovato molto interessanti. E’ ovvio però che più si scrive più si corre il rischio di sbagliare o di essere fraintesi, oppure di essere di stimolo agli altri per farsi domande e provare risposte, e questo è un fatto che ci accomuna. Ma in ogni caso, come diceva il Sini, la verità potrebbe essere il “cammino dell’errore”.
    D’altronde io non credo di “avere delle idee”, almeno non tanto quanto temo di “subire delle idee”. E siccome sono consapevole di questa sudditanza, il mio obiettivo prioritario è piuttosto di liberarmene, o per lo meno diffidare di esse, perché è ovvio che non ne possiamo fare a meno.
    Quindi se devo, se posso scegliere, scelgo non “le idee per le idee”, ma le “idee per la vita”, finché c’è tempo. Avendo ben presente che nulla è certo tranne la morte (e le tasse), per cui la vita deve, può essere affermata, amata e conquistata quotidianamente. E se, come si dice, fra dire e il fare c’è di mezzo il mare, al di là del guado potremmo trovare appunto il “fare”. Idee che si trasformano in atti, fatti, e carne viva.

    Però dire che ho esternato il mio “odio verso i maestri” mi sembra eccessivo. Piuttosto a causa della mia esperienza personale il ricordo di “certi maestri” mi fa venire l’orticaria. E questo è un dato di fatto reale ma che riguarda solo me, mentre non c’è neppure da discutere sul fatto che ci sia da imparare da chiunque, insegnanti, figli, genitori, e qualunque cosa tra il cielo e la terra.
    Accusarti poi di essere una principiante … neanche in sogno … che soltanto potrei dire di me “sono una principiante” senza sbagliare molto. Conosco a malapena me stessa, quindi non ho alcun motivo per esprimere giudizi sullo stato altrui, ma se capita che fra un tragitto e l’altro ci si ritrovi a bivaccare scambiandoci le rispettive esperienze, è un piacere. Se non persino ci accorgiamo che giorno dopo giorno si cresce insieme … anche se qualche volta può capitare di de-crescere … e allora, perché no, sarebbe auspicabile una de-crescita felice.

    “Agire sinergicamente” era già compreso in “la realtà è l’integrazione”. Certo che se l’integrazione fra corpo e mente è comunque un dato di fatto, temo che spesso la mente tenda a separare, alzare barriere e prendere i sopravvento in modo non sempre utile alla vita. La mente è ingannevole, le idee sono finzioni, costruzioni umane, ed è meglio saperlo che credere ad esse fermamente. Potrebbero essere paragonate ai colori coi quali dipingiamo un quadro. Ma quali colori usare? che quadro voglio realizzare? se anche i quadri mutano come cambiano i paesaggi
    Oppure paragonate agli ingredienti per mettere insieme un pasto, una cena
    Ma ora la sto facendo troppo lunga, che infatti mi sono ricordata che devo impastare la pasta perché questa sera voglio fare la pizza. Un’altra pizza, dirà qualcuno … ma mi sa che ci si dovrà accontentare …
    Ciao anna e ciao Niho. Buona serata, buona domenica, e alla prossima

  55. niho Says:

    @milena. L’atteggiamento del maestro di cui avete fatto cenno tu e Anna, per quanto mi riguarda, dovrebbe essere ben inteso. Non considerare Hegel, Freud o chi volete maestri significa ignorare grossolanamente la sotria e credere come dei bambini piccoli che noi possiamo realizzare la sotia per conto nostro, vale a dire, fondare la psicoanalisi, scrivere la Divina Commedia, da soli. Anche se vivessimo in eterno e potessimo realizzare tutto, lo troverei tremendamente idiota, oltre che presuntuoso. Allora, di fornte a questi maestre occorre inchinarsi intellettualmente e ringraziarli per averci dato modo di leggere capire e averci dato una prospettiva nuova di fornte alla saturazione di quella vecchia.

    Se invece per maestro si parla in senso orientale, cioè di un’anima che da sola non riesce a sopravvivere alla propria pochezza e cerca nell’altro il senso della propria vita pregandolo di viverla per lei, allora avrei davvero qualche remora. Oggi questo non può avere senso né valore, dato che dopo il Cristo, l’Io umano di deve autodeterminare da Sè.

  56. niho Says:

    scusate gli errori..ero di fretta

  57. anna Says:

    niho: ho proprio frainteso!! Dal momento che credo davvero nell’intuito, ho letto quel che volevo io!! sto ridendo da sola!! aAvevo intenzione di scriverti nel pomeriggio ma ho avuto visite, e tra poco arriva un’altra amica. a domani. @ milena : a domani

  58. niho Says:

    anna…Hegel proprio ti sgriderebbe nel sentirti inneggiare all’intuito sul suo forum!! 🙂

  59. anna Says:

    niho, eccomi qui. Hegel mi sgriderebbe? Iniziamo bene! perchè? @ innanzitutto non amo la figura del maestro orientale. I “maestri” che ho conosciuto, che non vogliono essere considerati tali, mi hanno insegnato a cercare una sorta di maestro interiore e a scoprire la nostra ricchezza interiore (dovrei aprire una parentesi, ma non oggi. Comunque, presto leggerò Steiner!) Grazie a loro ho perfino smesso di cercare fuori di me quello che avvertivo come bisogno di completamento, l’anima gemella. (ora sono un androgino, in senso lato, siamo due in uno. sto scherzando). Scrivendo “il maestro arriva quando l’allievo è pronto” intendevo per maestri sia Steiner, Goethe, ecc.. sia il Niho-Socrate che dialogando esercita l’arte maieutica. Ricordo (almeno credo) che il prof di filosofia con il quale sostenni l’esame su Platone disse che alcune frasi ci colpiscono perchè sono già in noi, le ri-conosciamo. Alcune delle tue parole sono “perle preziose”, e lo dico con il cuore, le riconosco come “vere”, forse perchè mi ricordano esperienze o letture per me significative (ma credo ci sia un’altra spiegazione. @ Per quel che riguarda Scaligero “tutto ciò che trovi va bene…” innanzitutto non avevo visto i puntini, ho la tendenza ad usare l’emisfero destro e quindi a non osservare i particolari, ma l’insieme. Inoltre sono d’accordo con quanto hai scritto “dopo il Cristo, l’Io umano si deve determinare da Sè”. Credo che un ruolo importante in questo autodeterminarsi lo giochi l’intuito-volontà. L’intuito: una sorta di impulso che, a volte in contrasto con i nostri condizionamenti culturali, sociali…, ci guida verso ciò che è giusto per noi per “evolvere”. (questo è quello che sosteneva uno dei miei maestri). Non so nulla di fisica quantistica, ma di certo non credo nel caso. L’altra notte, in uno stato di rilassamento, si è accesa una lampadina (una candelina di quelle che si mettono sulla torta di compleanno): ho colto il filo conduttore del percorso seguito “intuitivamente” negli scorsi anni ma che, in realtà, rispondeva alle mie richieste di cambiamento, che pian piano si sono concretizzate, realizzate. Con la nostra volontà e i nostri pensieri creiamo il nostro futuro? (Hegel, sii comprensivo! Sono solo all’inizio del mio cammino). @ Nei giorni scorsi ripensavo al tuo invito a non mescolare cammini conoscitivi, sentimenti e percorsi “spirituali”, non direi esoterici. Nonostante il mio emisfero destro mi porti ad una visione d’insieme, hai ragione, è ora di usare di più quello sinistro, imparare nuovi vocaboli e nuovi concetti perchè, come avevi scritto tu, un tipo orientato al sentire rifiuta “inconsciamente” il pensare. Quindi dovrebbe essere vero anche il contrario: un tipo orientato al pensare rifiuta “inconsciamente” il sentire (o “sentimentalismo donnicciolo mal compreso”?), l’immaginazione, e anche l’intuizione, giusto? @ a proposito di cammini conoscitivi e della tua affermazione “non c’è nulla di metafisico nei mondi spirituali”, pensavo all’energia che produciamo attraverso i chakra. In Occidente si parla solo di onde cerebrali, vero? L’energia che produciamo rimane in eterno fuori di noi? Perciò possiamo ricevere informazioni-energia dal mondo “spirituale”? Saremmo simili a “Dio” perchè creiamo energia attraverso i nostri pensieri, E non solo? Mi hanno colpito alcune frasi che ho letto poco fa “la totalità concreta (l’assoluto) di Severino è senz’altro immanente a tutto (il finito) in tutti i sensi ma non può anche non trascenderlo in tutti i sensi”. “è proprio questo ritorno… di una sorta di potenzialità del finito (che non cessa però d’essere sè) in rapporto all’assoluto”. @ sento (o voglio) che prima di leggere i libri che mi hai consigliato o mentre li leggerò, è bene rileggere libri e appunti che ho in casa per avere le idee più chiare. Andrei però a scrivere in coda ad altri post di md. Spero tanto di leggere il tuo commento a quanto scriverò. Immaginerò di dialogare camminando nei cortili- chiostri della Statale, o tra le guglie del Duomo o nel broletto. spero a presto e grazie

  60. md Says:

    @anna: bella quest’ultima immagine…

  61. anna Says:

    @ milena : mi sto godendo le ultime ore di “libertà”! Dopo ricomincio a lavorare! Stavo ripensando alle tue parole “subire delle idee” e mi è venuto in mente Cartesio. Se ricordo bene, nella prefazione al Discorso sul metodo parlava della necessità di fare tabula rasa delle conoscenze che aveva in precedenza acquisito. Penso che ogni tanto farebbe bene a tutti fare un po’ di tabula rasa delle nostre idee, che spesso sono frutto di condizionamenti di cui non ci rendiamo conto. Io non parlerei di decrescita, a parte quella del corpo e delle cellule cerebrali (però a cinquant’anni mi sembra prematuro parlarne). Siamo abituati a considerare soltanto la crescita del corpo e della mente, mentre in realtà cresciamo anche a livello introspettivo, affettivo, morale, estetico e così via. E più che di crescita a spirale, parlerei di crescita “a caleidoscopio”. @ md : dimenticavo quattro passi al parco per sgranocchiare qualcosa seduta su una panchina. Alcuni esperti di chakra mi hanno detto che vivo troppo in quelli alti e mi dimentico di mangiare!!

  62. anna Says:

    volevo dire “domani ricomincio a lavorare”. @ Hegel: “… ” (non ho più parole)

  63. milena Says:

    Nella mia pochezza, capisco cosa dici, Niho. Come dire “procediamo sulle spalle dei giganti”, per semplificare. Fatto sta che non a tutti è concesso questo privilegio, anche se, più esattamente, il mondo è permeato – di più – costruito dalla cultura, dai traguardi raggiunti dai giganti ma, ahimé, anche da quelli dei nani.
    Ma ti devo dire che se mi sta bene di mettermi di quando in quando a cavalcioni, vuoi per età o per carattere, se potessi scegliere preferirei più la parte della lupacchiotta che della pecorina. E la devozione, sì, capisco cosa intendi, e sono del parere che la mia devozione sia per chi, invece di volermi china, mi dicesse piuttosto “alzati cretina”.
    E ringraziare, sì, ma non solo per tante cose belle e buone, ma anche per tanta zavorra. Che se il progresso umano del pensiero e della storia fosse stato tutto bello e buono e giusto ora non saremmo al punto in cui siamo.
    Ma prova ad immaginare un Hegel o un Freud, che tu hai nominato, se potessero essere ancora qui ora, vivi e vegeti e pimpanti coi loro cervelli straordinari e geniali, pensi davvero che rifarebbero gli stessi passi, ancora e ancora, o muoverebbero dei passi in avanti, ma anche, perché no, anche indietro o oltre? Sarebbe divertente, per esempio, trovare un redivivo Hegel che ripensi il determinismo storico e si dica “forse non regge”. O un Freud che leggendo Yung si chieda se in fondo anche lui non avesse qualche ragione e si metta a riscrivere la sua opera magna dall’inizio.
    Guarda che sto scherzando (e mi piace anche farlo, e appena posso cerco di non prendere le cose troppo sul Serio, che qualche volta conviene prenderle sul Ticino). Ma non voglio essere presuntuosa, che l’unica cosa che so è di non sapere quasi niente. Se però io fossi anche presuntuosa non sarebbe un problema grave perché la mia presunzione finirebbe dove finisco io, mentre dovremmo piuttosto temere la presuntuosità di certa cultura

  64. milena Says:

    Ciao anna, ma no, ma no, mi sa che la tabula rasa sia un’illusione, e neppure un bambino è appena nato è una tabulala rasa o un vaso vuoto.
    … quando dipingevo e ad un certo punto non mi piaceva il quadro che stavo facendo, quando proprio lo detestavo … mi veniva voglia di passare su tutto una bella mano di biacca e ricominciare daccapo.
    L’insegnante però mi diceva “Certo, lo puoi fare, ma quel che è stato fatto prima rimane solo nascosto sotto, mica scompare.”

    Però qualche giorno fa mio figlio mi raccontava che al liceo, quando stava dipingendo un quadro che oggettivamente, anche rispetto a quelli di alcuni suoi compagni più dotati, appariva brutto, ma brutto per davvero … arrivava l’insegnante e con qualche tocco esperto di colore qua e là, glielo salvava. Così che il suo dipinto, anche se non sarebbe stato bello come quello dei compagni più bravi, nel complesso diventava accettabile e lui tirava un sospiro di sollievo. Anche questa volta con l’aiuto dell’insegnante ce l’ho fatta, diceva.
    E il giorno o la settimana seguente iniziava un altro quadro

  65. anna Says:

    @ niho : ho pochi minuti per darti una bella notizia. Avevo ragione: il maestro arriva quando l’allievo è pronto! Lunedì ho riaperto la vecchia storia della filosofia del Dal Pra ed ho trascorso gran parte della giornata a leggere seduta sul divano, accanto ai miei micioni e alla teiera fumante. Era una giornata piovosa. C’era nell’aria un’atmosfera speciale. Sono felice. Questo era il fine del tuo dialogare. Un abbraccio virtuale. P.S.: da bambina ero affascinata dallo sguardo di alcune persone, uno sguardo particolarmente luminoso, dal quale traspariva armonia, bellezza, pace profonda. Credo che crescere esteticamente significhi riuscire a vederlo, soltanto per qualche istante, anche nelle persone non conoscono quel tipo di bellezza e immaginare che forse un giorno anche per loro possa avvenire il miracolo della castagna.

  66. anna Says:

    Ciao, Milena, ma no, ma no, avevo scritto “un po’ ” di tabula rasa! (una faccina sorridente, non ironica, solo sorridente, perchè riflette il mio stato d’animo). Buona continuazione!

  67. anna Says:

    @ niho: dimenticavo! un’ultima frase che ho letto lunedì in questo blog “i nostri occhi, come quelli delle nottole, faticano ad aprirsi alla luce, e la verità ci rimane nascosta per un eccesso di evidenza che la rende inconscia”.

  68. niho Says:

    Care donne, qui si fa poetica la faccenda e sempre più sbrodolante…

  69. anna Says:

    @ ciao niho: “poetica” “e sempre più sbrodolante…”! cambierei solo il tempo del verbo, è una “faccenda” conclusa. L’importante è che io abbia iniziato a studiare! E’ da qualche mese che parlo, parlo ma… Comunque, ribadisco che non toglierei la filosofia in toto dai licei (md parla di filosofia ai bambini della scuola primaria!) e quando leggerò Hegel (se sarò ancora viva), ti dirò cosa ne penso. P.S.: non ricordo di aver letto il tuo nome in coda ad altri post di md

  70. anna Says:

    Ho appena riletto i commenti delle scorse settimane. Ci sarebbero parecchi punti da approfondire. Pian piano comprenderò. P.S.: bisognerebbe correggere anche le mie parole “ribadisco che..” ribadisco la mia opinione di non togliere la filosofia in toto dai licei”. Vado a lavorare.

  71. fernando pessoa Says:

    Se a voi non spiace io preferisco la poesia di Fernando Pessoa e concordo con lui quando fa dire ad uno dei suoi eteronimi “c’è più metafisica nell’esistere di una pianta che in tutti i libri dei filosofi”.

    Quanto a Hegel e alla Fenomenologia, penso si tratti di una delle più contorcinate esercitazioni dialettiche _ del tutto lontane però da quella razionalità reale in cui pure il filosofo tedesco credeva – che mai mente umana abbia prodotto.
    Del tutto inutile, in una parola.

  72. anna Says:

    bellissima questa frase di Pessoa! Stavo leggendo alcuni sonetti “Quando penso che la mia più miserevole impronta Resterà nel Tempo più che tutto il mio essere, Che occhi futuri più chiaro mi percepiranno in questa pagina vergata che nell’anima mia, E quando io immagino di mettermi a rimirare I miei buoni lettori di un qualche giorno futuro, Riconoscenti per qualche idea del mio essere Che non fa neppure rima con la mia anima perduta Una rabbia per la stessa propria essenza del mondo, Che questo fa, o sol’anche questo rende pensabile, Avvinghia l’anima mia per la gola e la rotola Negli orrori notturni di disperate ipotesi, E io divento un puro sentimento di furia Cui mancan parole che, perse, la placherebbero”.

  73. anna Says:

    “Colui che torna indietro, poichè procede, avanza – Anche se colui che indietro procede non avanza – E colui che ricerca , anche se in nulla s’imbatte, – Ben si potrebbe dire che un nulla abbia trovato. – Questo paradosso del possedere, – che è il nulla – Nascosto nel significato delle cose mondane, – E’ la vera sostanza del puro pensiero – E dunque – qualcosa significa per il nulla che significa. – Nel pensare il nulla al nulla si dà esistenza – Così come il non dare è l’atto di non dare, – Per lo stesso vero pensiero incorrotto, errare – E’ trovare il vero, anche se nel suo contrario. – Perchè dunque accusare questo mondo d’essere falso – Quando la finzione è qualcosa e perciò Esiste?”

  74. md Says:

    caro fernando pessoa, in qualità di amante tanto dei filosofi quanto del mondo vegetale, mi verrebbe da risponderti che anche la “metafisica dell’esistenza della pianta” è perfettamente inutile, per lo meno nella stessa misura in cui lo sono i libri che hanno evocato quelle parole e quei concetti…
    Naturalmente dovremmo prima intenderci sul significato di “inutile“.

  75. fernandopessoa Says:

    Caro md, spero tu non ti offenda ma la frase di Fernando Pessoa va intensa in tutt’altro senso….se ti va potresti leggere ( o rileggere, non so ) “O guardador de rebanhos”, raccolta di poesie attribuite all’eteronimo Alberto Caeiro, dove rifulge il sentimento limpido di un’esistenza semplice e al tempo stesso profondissima…

  76. md Says:

    nessuna offesa, come sempre è il pericolo che si corre con le estrapolazioni…
    Ho letto tempo fa alcune (in verità poche) cose di Pessoa, magari può essere l’occasione per riprenderne la lettura
    dunque, grazie!

  77. md Says:

    “Perciò prendo l’infelicità e la felicità
    naturalmente, come chi non si sorprende
    che esistano monti e pianure,
    che esistano rocce ed erba…”

    “Non so cosa sia la Natura: la canto.
    Vivo in cima ad un colle
    in una casa imbiancata e solitaria,
    e questa è la mia definizione”

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