UOMINI-TONNO

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A proposito di “natura umana”, di animali e di mattanze…

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11 Risposte to “UOMINI-TONNO”

  1. Mi. Says:

    Ciao Mario: davvero hai 44 anni? non si direbbe proprio: dev’essere la nuova dieta che hai intrapreso a farti sembrare ancor più giovane di quel che sei! stai attento a non ringiovanire troppo, però! e scusa i miei lazzi, mi piace scherzare…
    Ma è anche vero che il problema ‘dieta’ tocca punti nevralgici che, andando a fondo, possono sollevare veri e propri vespai.
    E’ bello quel mare blu, visto da lontano: ma appena ci si avvicina, sia al mare che alla terra, ci si accorge che è impregnata di dolore e violenza e lotta per la sopravvivenza in ogni dove. E fosse solo lotta per la sopravvivenza, passi; ma ho anche sentito dire che l’uomo trae piacere non solo dalla bellezza e dall’amore, ma anche dalla violenza, al punto che sembra trarre piacere persino ad uccidere: ché altrimenti non si spiegherebbero le plurimattanze perpetuate dall’uomo nel corso della storia (l tuo “cosmologie della guerra’ è molto illuminante, a proposito).
    Ma anche senza giungere alla guerra o alle mattanze, basta osservare il ‘lavoro’, per accorgersi su quale violenza si strutturi, e quanta aggressività sia necessaria per portarlo a termine.
    E, tornando alla dieta, sembra proprio che essa sia abbastanza determinata dal tipo di lavoro che ognuno svolge all’interno di una società, tant’è che in alcune società, come quella indiana, suddivisa in caste – ma non è l’unica di quel tipo, e dovunque anche oggi osservando quello che un uomo mangia si possono ricavare molte informazioni sul suo stile di vita – solo i brahamani potevano permettersi il ‘privilegio’ di seguire una dieta rigorosamente ‘pura’.
    Insomma, te lo immagini un muratore – o chiunque debba eseguire lavori prettamente fisici – che si fa degli scrupoli su quello che è corretto mangiare? lì è ancora pura lotta per la sopravvivenza! e qualcosa di ‘puro’ c’è anche lì, non neghiamoglielo.
    E non è nemmeno un caso che la società occidentale sia stata, e sia diventata così forte e aggressiva, grazie appunto al consumo di cibo animale – è solo una constatazione.
    Ho anche sentito dire (fonte: Sini, ma non ho preso appunti precisi), che se tutti gli abitanti del pianeta avessero lo stile di vita e consumassero tutti quanti come gli abitanti della Francia, avremmo bisogno di CINQUE pianeti come al terra, per poter sopravvivere (o forse aveva detto VENTI? vabbé, cinque più o cinque meno, a questi livelli non fa molta differenza, anche perché di terra ce n’è solo UNA).
    Tant’è che il tentativo di esportare altrove il nostro modello di società dei consumi, è un perfetto tentativo di suicidio che capovolge pure pulsioni di vita in pure pulsioni di morte. Quando una società ha raggiunto il suo apice, gli stessi motivi che l’hanno condotta a quel punto di massimo splendore, la distruggeranno anche, e senza dubbio.
    Mi.

  2. md Says:

    Anch’io da qualche parte avevo letto che il consumo di energia elettrica in una sola notte a Las Vegas corrisponde alla somma di quella consumata da alcuni stati africani in un anno – compreso forse quello da cui sono fuggiti i disperati aggrappati a quelle gabbie in mezzo al mar Mediterraneo.
    A tal proposito c’è un bell’articolo di Francesco Merlo sulla Repubblica di oggi.

  3. Flora Says:

    Oggi nell’insalata ho trovato una farfalla color cipria che tremava…

    (Flora)

  4. Mi. Says:

    @ Flora: Spiazzante questa frase (buttata là?) di Flora: ci introduce in un mondo sempre più piccolo, dove anche ogni minima azione quotidiana non è mai innocua. Un mondo impregnato di dolore e di lotta per la sopravvivenza; ma questo è già stato detto, e si sa, anche senza bisogno di leggerlo o di dirlo ancora. Mentre l’allegra combricola umana continua festosamente nelle sue scorribande.

    @ md: Va bene, allora: spero di non aver dato l’impressione di voler/dover insegnare qualcosa a qualcuno e non credo proprio di aver letto abbastanza libri e di saper con precisione chi abbia detto la tal cosa o l’altra di tutte le cose che son state dette, scritte e fatte, anche le più scientifiche e documentate, che anche dopo averle lette o conosciute me ne dimentico poco dopo. Forse qualcosa rimane, filtrato da una rete a maglie non troppo strette, ma poche cose, e perlopiù inutilizzabili; o forse qualcosa risale dal fondo e torna in superficie. Sono qui per imparare: che altro? e forse imparo più nell’orto che altrove, perché si impara ciò che si tocca con le proprie mani e soprattutto lo si può verificare di persona. Per il resto?
    Da qualche giorno ho ricominciato ad andare nell’orto, a raccogliere, che è già il tempo, quello che il mio giardiniere si è preso cura di seminare, che essendo stata io indisposta non l’ho potuto fare come gli altri anni, e mi rammarico di non aver potuto dare il mio contributo che forse avrebbe potuto andare po’ meglio.
    Oggi in mezz’ora ho raccolto due etti di piselli, con le bucce, e mezzo chilo di fagiolini.
    Poca cosa: non rende molto quest’orto, affatto sufficiente per il bisogno di una famiglia. – ma poi ci saranno momenti in cui la verdura sarà persino da buttare.
    Un hobby, più o meno, la raccolta è quasi solo meta-fisica, non molto più di questo: ma quanta fatica anche per questa piccola cosa.
    E quando comincierà a far caldo avrò terrore ad uscire ancora sotto il sole, e mi vedrò costretta a scontrarmi ancora coi miei limiti.
    Mi.

  5. Flora Says:

    Che cos’è? (Tae Bi [alias Sergio Zaccone])

    C’è qualcosa che l’acqua non può imparare.
    Che cos’è?
    E’ quel suo scendere a valle,
    trasformarsi in cascate e ruscelli.
    E’ il suo unirsi al mare.
    Scendere è la sua natura
    non lo può imparare,
    nessuno glielo può insegnare.

    C’è qualcosa che il fuoco non può imparare.
    Che cos’è?
    E’ quel suo brillare, illuminare, rifulgere.
    Far luce è la sua natura
    non lo può imparare,
    nessuno glielo può insegnare.

    C’è qualcosa che lo spazio non può imparare.
    Che cos’è?
    E’ quel suo restare uno e indiviso anche se trafitto,
    quel suo lasciarsi attraversare senza resistere,
    quel suo accogliere senza esaurirsi.
    Esser vuoto è la sua natura
    non lo può imparare,
    nessuno glielo può insegnare.

    C’è qualcosa che tu non puoi imparare.
    Che cos’è?

    (Flora)

  6. Milena Says:

    E cosa non posso imparare? non lo so, mi dispiace, ma non lo so. Mi sembra che c’è da imparare persino ad essere se stessi…
    Comunque: prendendo spunto dal bellissimo racconto di Mario sul suo esperimento di filosofia con i bambini, cerco di trarre le mie conclusioni sul problema dieta che, come avrete capito, mi coinvolge molto: in parte per la mia storia personale costellata da una miriade di esperimenti in questo campo, in parte perché mi sono occupata per anni dell’alimentazione della famiglia. Ma non solo: con diete vegetariane ho visto amici deperire, diventare anoressici e perdere la salute, altri invece stare a meraviglia: i casi sono variabili.
    Nei giorni scorsi, dagli e ridagli, a furia di girovagare tra le parole, credo di aver toccato un punto cruciale che da sempre m’attanaglia. E questo punto cruciale sono appunto i ‘limiti’, che possiamo/vogliamo riconoscere, scoprire, magari superare. I limiti intrinsechi alle ‘cose’, ogni qualsivolglia cosa, ma soprattutto i nostri propri limiti personali, od umani in genere. Ma siccome non posso conoscere che, a malapena, me stesso; e non posso che fare esperimenti che su me stesso; e poiché per prima cosa sono interessato a conoscere i limiti miei propri, non posso che partire che da me stesso e regolarmi su quello che il mio corpo sente/vede/prova, e la mia mente interpreta, e da lì trarre le relative considerazioni/valutazioni. I limiti degli altri, invece, non dovrebbero essere affar mio, almeno non quelli di coloro che non dipendono da me.

    Questo, perciò, è quanto ho deciso riguardo al problema dieta, e ripeto che sono ‘mie’ decisoni, che valgono per me solo, come ho già anticipato:
    rispettare i limiti del mio corpo, di quello che sento rispetto ai suoi bisogni, senza farmi condizionare da mode di alcun genere, culturali o religiose che siano – nonostante vedo bene che i condizionamenti sono il mio pane quotidiano che quotidianamente e magari illusoriamente cerco di superare;
    in gni caso – per ragioni che si possono rintracciare nel post di Mario “in punta di piedi sul pianeta” – ridurre il consumo di carne e proteine animali, come sempre, e sempre però nel rispetto della mia popria carne, che, anche se le mie intenzioni fossero di viver d’aria, essa ha bisogno di abituarsi per gradi a vivere di puro spirito. Finché vive.

    Come si può ben capire, pongo l’accento sull’adattabilità alle condizioni personali e ambientali, anziché sulla rigida intransigenza a decisioni-convinzioni. Cosa che, nel caso di trasferte, viaggi, malattie, bruschi cambiamenti di temperatura, situazioni critiche, cene con amici di varia natura, o fratelli e famigliari rompiglioni, può tornare utile a non mettermi in crisi.
    In una parola: flessibilità: la dieta non è una fede religiosa! e questo varrebbe la pena di sottolinearlo. Ed anche se è vero che ognuno può riporre la propria fede in ciò che desidera, io no: non metto la mia fede in ciò che desidero, ma in ciò che è ragionevole.
    E se è vero che l’uomo cerca sempre di superare i suoi limiti, è anche vero che non sempre i suoi desideri sono ragionevoli o realizzabili.
    Indago allora sulle situazioni limite: quando si apportano delle modifiche al proprio stile di vita, in questo caso è il regime alimentare, è ovvio che non si possono evitare tutti i nodi che verranno al pettine.

    Un esempio pratico: se vado a casa di un amico e lui mi offre una bistecca, perché è quello che lui mangia e non ha altro da ofrirmi, mangerò una bistecca senza far tante storie, perché per me è più importante un amico, o l’occasionale momento conviviale, di un cavoletto di dieta.
    Naturalmente, e beninteso, chi viene a casa mia mangia quello che gli posso offrire io, che, se non gli sta bene e quindi non mi accetta per quel che sono, può sempre girare i tacchi e andare a mangiare in pizzeria.

    La domanda quindi è: cosa sono disposta a tollerare, in casi estremi? la mia risposta è: accetterei di mangiarmi anche un serpente, se necessario, mentre se mi fosse posta l’alternativa: vivere o mangiare una lumaca, non lo so, forse sceglierei di morire di fame. Ma non è detto, mi ci dovrei trovare. Spero comunque di non dovermici trovare.

    Una parentesi andrebbe poi aperta sul problema ‘tossicità’ di cibi e bevande industriali, che a parer mio sono molto peggio di una bistecca di pesce, in tutti i sensi: merendine, gelati, cibi pronti, alcolici, bibite, vino, birre… l’elenco è lungo.
    In venti parole: se l’uomo è ciò che mangia, è meglio sapere cosa stiamo mangiando, e se è spazzatura è meglio buttarla via!
    Ovvero: non tutto quello che si trova nei supermercati va sempre bene.
    (a proposito: PIOVE! e non ho nemmeno visto il gatto pulirsi il retro delle orecchie… me lo sono perso?)
    Milena.

  7. Tonio Says:

    Curiosa la tua risposta, che nel caso in questione si allarga fino alla possibilità di mangiare un serpente! Non riesco del tutto a capire cosa intendi, ma mi ha ricordato, se la memoria non mi inganna, il morso del serpente nello Zarathustra nietzschiano.
    Quindi ho fatto una piccola ricerca, e ho trovato un testo di Graziano Biondi (L’enigma della serpe secondo Nietzsche, manifestolibri), in un articolo di Augusto Illuminati: ‘Dolce come il veleno,’ dal quale estrapolo i seguenti stralci. Buona lettura.

    “Zarathustra, nella navigazione di ritorno alla sua caverna sottopone ai marinai un enigma da interpretare – nel racconto intitolato La visione e l’enigma.
    Il profeta e un nano salgono per un ripido sentiero montano fino a una porta carraia, dove convergono i due cammini infiniti che vanno verso il passato e verso il futuro e sulla quale sta scritto Attimo.
    Dopo un intermezzo in cui l’ululato di un cane ricorda un doloroso episodio infantile, Zarathustra scorge un pastore agonizzante, soffocato da una serpe nera che gli è entrata in bocca durante il sonno, cerca di strapparla via e non riuscendoci lo esorta a morderne la testa. Il pastore segue il consiglio, sputa il pezzo e balza in piedi salvo e ridente.
    L’episodio è stato ripetutamente commentato da Martin Heidegger, dai suoi allievi Eugen Fink e Karl Lowith, da Gianni Vattimo e molti altri, ma Biondi osserva che tutti l’hanno interpretato come comunicazione simbolica di una teoria concettuale, una specie di rebus costruito a tavolino, scorciando di brutto la fitta rete, più o meno consapevole, di ricordi, citazioni, immagini latenti che lo avviluppano e collegano ad altri episodi del libro.
    Per Biondi, il serpente in primo luogo è simbolo dionisiaco della vita che porta in sé la morte. Il pastore simboleggia la malattia storica dell’uomo moderno, indebolito dal pessimismo e dal dubbio.
    La metamorfosi del malato riguarda la sua interiorità, non gli avvenimenti della società o il tempo storico. Egli è tentato dalla pastorale redenzione cristiana, che si nutre di dolore e di morte, ma viene risvegliato dal veleno a un tempo balsamico e mortifero. Chi l’assapora e lo supera ne è immunizzato, passa per una morte alchemica e purificatrice.
    L’incontro con il serpente trasforma il pastore in senso opposto a quello di Adamo, lo porta al di là del bene e del male e gli fa ritrovare il gusto di vivere nell’esposizione rischiosa rivelandogli la perennità della natura attraverso la morte individuale.
    Rinascita della vita ritrovata e accolta così com’è dopo l’esperienza del disgusto e del pericolo, ritorno a qualcosa che non è differente da prima ma ora è amato perché lo si vuole ancora e per sempre.
    La vittoria sul serpente è iniziazione dionisiaca, in una dimensione psicologico-esistenziale più vicina agli schemi junghiani che alla deriva del postmoderno debolista. Eccetera eccetera.”
    Ma è solo uno spunto per invitarci a rileggere Nietzsche.
    Certo, se riesci ad afferrare il serpente a dargli un bel morso, auguri… poi magari dimmi come si fa!
    (Tonio)

  8. Milena Says:

    @Tonio, ma anche a tutti gli altri: grazie per l’invito a ri-leggere Nietzsche, che nel mio caso non si è trattato di ‘ri-’, ma di leggere ex-novo.
    Sì, incredibile ma vero: non avevo mai letto libri di Nietzsche; e anche se in passato mi è capitato di averne uno tra le mani – al di là del bene e del male, mi sembra di ricordare -, mi era stata oltremodo incomprensibile la sua lettura.
    Qualche giorno fa, nel paesotto di mare dove sono stata, ho trovato in libreria, non lo Zarathustra ma l’Ecce Homo in edizione economica; ed è ovvio che dopo averlo letto, ovvero essermi immersa nelle acque sonore del suo pensiero, nulla sarà più come prima – e quando mai d’altronde passa un solo Attimo e tutto è uguale a prima?
    Ho solo un rammarico: che le sue rivelazioni, così a portata di mano e così economiche – solo 5 euro – mi impediranno di scoprire le stesse cose da me sola, ché il piacere sarebbe stato anche maggiore.
    Ma era inevitabile: a gran voce e da non so dove Lui mi stava attirando nella sua rete, e io ci sono cascata come un pesce palla, o luna, fa lo stesso: ed era anche ora, ché da un po’ continuavo a rigirarmi in particolari poco chiari senza trovare il coraggio di buttar via gli ultimi rimasugli, bruciare gli avanzi dei cadaveri.
    Mi ha fatto una grandissima impressione la Sua voce: e mi piacerebbe sapere, se fosse possibile, se la voce che tu ascolti è la stessa che sento anch’io: che mi sveglia anche di notte e non mi lascia dormire.
    Non so però se leggerò, per il momento, altri Suoi libri; per un po’ voglio andare per la mia strada, sola, o in compagnia dei miei amici – quelli che sono vivi , perlopiù – anche se sbaglierò ancora o sbaglieremo insieme, o magari insieme cercheremo di correggere la rotta.
    Accettare qualche suggerimento, va bene, soprattutto se a posteriori; ma non mi va proprio di prendere quell’atteggiamento troppo servile di chi si fa portare in carrozza sapendo che può benissimo camminare con le sue gambe.
    Grazie però per la bella spinta!
    anzi, se non Vi costa molto, ne accetto volentieri anche tante altre. E chissà se qualche volta mi capiterà di ricambiare.
    Mi consola però che – come Lui stesso dice – solo ciò che si sa già… si riesce a capire.
    Che poi è anche vero che i risultati raggiunti in compagnia, non tolgono nulla a quelli di ognuno.
    Accompagnando al mare i miei vecchi, che insieme hanno circa 160 anni, ho scoperto, ad esempio, la pasta di SANO EGOISMO di cui sono fatti, tanto che il loro essere stati così sani ha impedito forse a me di esserlo altrettanto. Un sano egoismo, il loro, che dopo aver divorato tutto il divorabile per essere abbondantemente paghi delle loro vite, ha permesso loro il lusso di essere anche ‘altruisti’, in sovrappiù, e forse non solo come puro abbellimento estetico o consolatorio o per mitigare eventuali sensi di colpa – che non voglio neppure sindacare le loro motivazioni e la necessità che ci hanno fatto essere quello che siamo stati – ma senza che per altro abbiano, o abbiamo, in senso più esteso e continuativo, favorito autenticamente la vita.
    Ma così è stato non si può cambiare: chi voglio essere io, però, e d’ora in poi, non me lo deve dire nessuno.
    Tuttavia, essi sono un ottimo esempio, in senso lato; e ciò che mi collega a loro, o che da loro discende, o procede o sale, attraversa la mia esistenza, tanto che non c’è da temere che io non ne abbia parte, e che non sia allacciata alla stessa fonte da cui scaturisce la stessa energia vitale connotata da quel sano egoismo originario.
    E mi sta bene… oh, come mi sta bene: saperlo ma soprattutto sentirlo…
    Ma quanto tempo sprecato! e cosa ho fatto, nel frattempo? questo, sì, è stato un peccato!
    Interrogandomi poi su come sia successo e da dove sia partita quella mia debolezza di spirito e di corpo, non posso ovviamente non individuare nella stessa idea di ‘colpevolezza’ l’origine di quella menzogna che mortifica lo stesso spirito, lo stesso corpo e la stessa vita, mia e di tutti quanti.
    Ora però è chiaro e lampante che non mi farò più fregare! così come mi farebbe piacere che non lo facesse nessuno.
    Ed è anche certo che noi, noi come donne intendo, il sesso debole – ma anche tutti i deboli ed oppressi della terra – siamo state educate ancor di più ad essere buone, ad arrenderci ancor prima di combattere, a non lottare affatto, a lasciar le scelta, e la scena, prima a tutti gli altri – che sono più forti o se lo meritano o ne hanno più bisogno, forse – gli altri che sempre si prendono la fetta più grossa della torta: e noi sempre lì ad accontentarci persino delle briciole sporche e sudate.
    E’ anche vero però che non sono una che mangia molto: ma la mia parte, per quanto piccola sia – cioè ciò che io sono – quella non me la può togliere nessuno!
    E che si ingozzino pure con tutte le torte del mondo: il cibo che io voglio e di cui ho bisogno è di altro genere: e non manca, e non si può pagare né rubare, ma solo scoprire e sperimentare.
    Concludo inviandovi il testo di quella cartolina che non Vi ho spedito – in parte perché non ho trovato l’immagine adatta, in parte perché sono andata e tornata molto in fretta – e poi: a quale indirizzo? -:
    “Oggi me ne sto qui a scaldarmi su questa pietra,
    come un leone marino,
    a pancia in giù e la punta del naso all’orizzonte.”
    Milena.

  9. Milena Says:

    “Il genio del cuore, quale lo possiede quel grande incognito, il dio-tentatore ed accalappiatore delle coscienze, la cui voce discende fin nell’oltretomba dell’anima, che non dice una parola, che non lancia uno sguardo in cui non ci sia un allettamento, la cui speciale maestria è quella di saper apparire, non come egli è, ma nella forma in cui egli diventa per coloro che lo seguono una costrizione in più per stringersi attorno a lui, per seguirlo più intimamente e radicalmente… Il genio del cuore che fa ammutolire tutte le voci alte e vanitose e insegna loro ad ascoltare in silenzio, che spiana le anime ruvide e insegna loro un nuovo desiderio: il desiderio si starsene quieti a giacere, come uno specchio d’acqua, così che il cielo profondo si rispecchi in esso… Il genio del cuore che sa trattenere una mano goffa e troppo frettolosa insegnandole ad essere più delicata; che sa indovinare il tesoro nascosto e dimenticato, la goccia di bontà e di dolce spiritualità racchiusa sotto la crosta indurita del ghiaccio; che è una verga magica per ogni granello d’oro imprigionato a lungo nel fango e nella sabbia… Il genio del cuore dal cui contatto ognuno esce più ricco, non beneficato o sorpreso, non felice ed oppresso per aver ottenuto una cosa non sua, ma più ricco in se stesso, rinnovato, sbocciato, baciato e compenetrato quasi dal soffio di un vento, più tenero, più fragile, più affranto di prima, ma pieno di speranze ancora senza nome, pieno di nuove volontà e di nuove energie, pieno di nuovi sdegni e di nuove reazioni…”
    (Nietzsche, Hecce Homo, ed. Rusconi).

  10. valerio Says:

    Vi invito a leggere il bellissimo libro di Graziano Biondi, professore di storia della filosofia antica all’universtà di Urbino. La ricerca prende in considerazione ” La visione e l’enigma ” e legge i molteplici smboli del racconto ( il nano, il serpente, il pastore, ecc. ) mettendoli in rapporto con la tragedia greca, con la religione dei misteri, con Paracelso, con il Mozart del ” Flauto magico “, con gli archetipi junghiani, al fine di ribaltare la interpretazione di un Nietzsche ultimo metafisico propria di Heidegger. veramente un bel libro.
    Scusate le lungaggini e saluti!

  11. Sergio Taebi Says:

    C’è qualcosa che tu non puoi imparare.
    Che cos’è?

    <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<

    La domanda è aperta.
    Ma è qualcosa che siamo.
    E ciò che già siamo, non può essere "imparato".

    Un abbraccio,

    _/|\_
    Taebi

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