EUDAIMONIA

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“Che cos’è la felicità?” – questa la domanda che qualche mese fa avevo rivolto ai miei enfants prodiges-philosophes, che diligentemente hanno risposto. La domanda è astratta e, com’è evidente, richiede una risposta altrettanto astratta. I filosofi nel corso della storia se la sono posta e hanno diversamente risposto, sempre in maniera astratta. Ma la vera domanda è: io sono felice?

Il mio amico Matia mi ha spedito un racconto molto bello e mi ha scritto di “essere felice” (perché innamorato), augurandomi altrettanto. I miei amici e le mie amiche in procinto di riprodursi mi sembrano felici. Specie le dirette interessate che, com’è noto, in maternità assumono quell’aspetto particolarmente serafico che fa sempre venire tanta invidia agli uomini. La pace serale di questo fine giugno, le rondini che schiamazzano gioiosamente nel cielo rosato, persino le nottole che le seguono subito dopo (le nottole di Minerva di hegeliana memoria!), il colore del liquore alla cannella che talvolta sorseggio sulla sdraio, i colori, l’aria fresca e pulita, la brezza della sera – tutto pare evocare scenari felici. Tutti sono (o sembrano) felici. Io no. Pur essendo “felice” per la loro felicità, io no, non lo sono.

Proprio qualche giorno fa, prima che tutte queste immagini e pensieri mi rimbalzassero addosso, in perfetta autonomia e solitudine dopo una “felice” corsa serale in mezzo ai boschi mi sono fatto la fatidica domanda: ma io sono felice? In realtà conoscevo già la risposta prima di formularla, prima ancora che essa sorgesse nei precordi della mia mente. Eppure date le circostanze avrei dovuto rispondere senza imbarazzo o indugio alcuno: , semplicemente. Dato che: sto bene di salute, faccio un lavoro che mi piace, negli ultimi mesi ho fatto esperienze molto belle e istruttive, ho degli amici meravigliosi, non mi è morto il gatto… Ma la risposta rimane pervicacemente no, non sono felice. Posso dirmi pago, soddisfatto, sereno, questo sì, ma non felice.

I Greci chiamavano la felicità eudaimonìa, letteralmente la condizione di uno “spirito buono”(eu=bene, daimon=spirito), cioè di chi è posseduto da un buon demone, da una buona sorte che gli permette di prosperare: l’effetto è una tonalità dell’anima lieta, positiva e stabilmente piacevole. Ogni filosofo dava poi la sua ricetta per raggiungerla: chi per addizione (Aristotele: la felicità è la perfetta beatitudine della contemplazione teorica), chi per sottrazione (gli epicurei, gli stoici: la felicità è ataraxìa, imperturbabilità, specie nei confronti dei beni materiali che, per definizione, sono effimeri e transitori); Diogene la faceva coincidere con la libertà, Socrate con la virtù, gli scettici pensavano fosse illusoria…

Anche in epoca moderna sono molte le teorie sulla felicità, in verità non molto più originali di quelle antiche. Se c’è una differenza, forse, è dovuta al peso che la socialità ha nella sua realizzazione: partendo dal presupposto che non si può essere felici da soli – un presupposto che tiene conto della naturale disposizione degli umani alla vita sociale – fa la sua comparsa il principio dell’utilità. Bisogna cioè operare affinché il maggior numero sia felice. La felicità è anche una questione collettiva, e ogni individuo ne è responsabile. Tale tesi, presente anche in qualche modo nella teoria marxista, omette però di dire due cose: che fine fa il minor numero infelice (fosse anche uno solo), e, soprattutto, glissa sulla domanda fondamentale, e cioè quale deve essere il contenuto di questa felicità. Anche il “bene” kantiano glissava, dato che rimaneva vuoto e formale.

Ma si tratta pur sempre di teorie… Il fossato che c’è tra la loro astrattezza e quello che io sento rimane ben divaricato. E così l’impressione che alla fine ne ricavo è che sì, in certi periodi della propria vita si può essere sereni, paghi, beati, soddisfatti (persino mentre la nave affonda), e in altri momenti, al contrario, trafitti dalla più cupa infelicità, mentre magari tutti attorno ballano e sorridono. Dal punto di vista emozionale (o umorale) così è. Ma stabilmente felici, nemmeno per sogno.

L’unica condizione possibile di “felicità” stabile e non caduca che ci rimane è allora forse quella intellettuale (la beatitudine che deriva dalla contemplazione teorica di cui parlava Aristotele nell’Etica nicomachea), ma è gelida come l’acqua di un lago di montagna:

“…se l’attività dell’intelletto – scrive Aristotele – essendo contemplativa, sembra eccellere per dignità e non mirare a nessun altro fine all’infuori di se stessa e ad avere un proprio piacere perfetto (che accresce l’attività) ed essere autosufficiente, agevole, ininterrotta per quanto è possibile all’uomo e sembra che in tale attività si trovino tutte le qualità che si attribuiscono all’uomo beato: allora questa sarà la felicità perfetta dell’uomo, se avrà la durata intera della vita” (EN, X, 7).

Delle due l’una: o felici a singhiozzo, e in maniera sinusoidale (per un amore, per una nascita, per una cosa bella capitata, per puro piacere di esistere – ma dura sempre poco); o stabilmente beati, ma in maniera del tutto incolore e insapore. Tertium?

(Foto: Felicità-2006©B@Imagine, Flickr)

CATALOGARE IL VIVENTE

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E’ una “naturale” tendenza della ragione umana quella di classificare, catalogare, incasellare tutte le cose, appiccicare loro un’etichetta, metterle in ordine. Oltre alla valenza conoscitiva generale, funzionale anche alla “prassi” e alla tecnica, ciò ha un importante significato psicologico: se tutto quello che hanno intorno è noto e conosciuto, “in ordine” per l’appunto, gli umani si sentono meno minacciati, più sicuri. E poi vi sarebbe in loro una sorta di Begierde, di brama incontenibile di conoscere, come la definiva Hegel, senza la quale la loro pretesa di controllare e dominare il pianeta sarebbe piccola cosa.

Ricordo che da bambino, un’estate, ero stato preso da tale mania classificatoria: mi ero così munito di penna e blocco notes e avevo cominciato a segnare le caratteristiche di ogni vegetale presente nel mio giardino di casa, elencandone le caratteristiche e riproducendolo con degli schizzi. Intendevo poi allargare il territorio di ricerca ai campi e ai boschi vicini per poi passare anche al mondo animale. Naturalmente mi fermai quasi subito: l’impresa era immane.

Una bella notizia, a proposito di catalogazione del vivente, viene da San Diego, in California: sarà infatti collocato lì il potentissimo computer che conterrà la gigantesca Encyclopedia of Life, una enciclopedia on-line costruita sul modello di Wikipedia che conterrà testi, foto, video, tutte le informazioni disponibili riguardanti tutte le specie viventi conosciute. I numeri sono impressionanti: 1.800.000 le specie note, ma molte di più (le stime oscillano dai 3 ai 15 milioni) quelle effettivamente esistenti sul nostro pianeta. E’ stato poi calcolato che se tale compilazione dovesse avvenire su carta occorrerebbero circa 300 milioni di pagine! Si valuta infine in 10 anni il tempo necessario per portare a termine la prima parte del lavoro.

Oltre all’aspetto faraonico dell’impresa, vi è però un aspetto etico da non sottovalutare: il direttore del progetto, James Edwards, ha infatti auspicato che l’opera serva anche a sensibilizzare e rendere tutti partecipi del dramma che molte specie stanno vivendo a causa dei cambiamenti climatici e dell’impatto antropico (si calcola che ogni anno scompaiono 40.000 specie viventi!). E’ il lato etico della conoscenza, da non sottovalutare mai. L’essere è bello, ricco, vario, molteplice, conoscerlo ci dà gioia e soddisfazione (oltre a una strana sensazione di ebbra potenza), ci serve per vivere, ma di tutto ciò noi siamo e dobbiamo essere responsabili. Oltre che dell’essere e delle altre specie, ne va di noi e della nostra sopravvivenza sul pianeta.

Il sito esiste già, in veste dimostrativa, alla pagina http://www.eol.org/

(Fotografia pubblicata su Flickr da MirkoA)

DISCORSO AD UN BAMBINO

“Se ti dicono che sei bravo, sta in guardia: qualcuno cercherà di sfruttarti.
Se ti dicono sempre che sei intelligente, sta in guardia: qualcuno cercherà di farti schiavo.
Ma, se ti dicono studia, non temere: tu potrai fare un mondo senza scuole.
Se ti dicono taci, non temere: tu potrai fare un mondo senza bavagli.
Se ti dicono obbedisci, non temere: tu potrai fare un mondo senza padroni.”

(Marcello Bernardi, Discorso ad un bambino)

IL BOSS-FILOSOFO

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Proprio due giorni fa, ricordando Peppino Impastato, scrivevo di una Sicilia bella e impossibile. Ma chi frequenta da qualche tempo gli usi e i costumi, la cultura e l’antropologia dell’isola, dovrebbe ormai sapere che circolano da quelle parti parecchie “cose stramme” con una certa dose di pazzia. La Sicilia intera potrebbe essere una scena perfetta per il teatro dell’assurdo.

Leggo sul Corriere della Sera di oggi che l’allarmante ammazzatina del boss Nicola Ingarao si tinge di… beh, non saprei trovare un colore. Comunque il titolo dell’articolo è il seguente: “Il boss che amava Kant. Prima di essere ucciso un esame all’università. Il suo prof di filosofia: uno studente modello”. Francamente non so se essere più divertito o preoccupato. Un mafioso-filosofo mi mancava. Ma approfondendo l’argomento scopro anche che uno dei filosofi più amati dal boss era un certo Santino Caramella. A questo punto decido che è proprio il caso di sorridere. Non per l’ammazzatina, per carità, si tratta sempre di una vita, e poi ho sempre trovato odiosa la tesi che “finché si ammazzano tra di loro…”, anche perché l’omicidio mafioso e la guerra di mafia sono determinanti per la logica di potere con cui Cosa Nostra governa la Sicilia e non solo. Ma torniamo a Santino Caramella. Ora, i più non sanno chi è: si trattava di un filosofo genovese della prima metà del Novecento, trasferitosi poi in Sicilia dove ha insegnato per molti anni nei vari Atenei dell’isola. Di lui ricordo solo due cose (vado a memoria, dunque potrei essere impreciso): primo, che si è cimentato nel tentativo di operare una sintesi delle filosofie di Croce e Gentile (!); secondo – e qui sta l’aneddoto – si narra che era venuto all’orecchio di Mussolini che questo Santino Caramella era filosofo non molto in linea col regime e con la sua politica culturale. La risposta del duce a chi gli chiedeva quali provvedimenti restrittivi prendere pare sia stata la seguente “ma voi credete veramente che uno che si chiama Santino e per di più Caramella possa darci delle noie?”. Io e alcuni miei amici d’università, da perfidi quali eravamo, ci siamo fatti un sacco di ghignate a spese del povero Caramella… che senz’altro era persona degnissima, serissima e studiosissima.

Tornando al boss-filosofo che frequentava con lodevoli risultati l’università dove Santino Caramella mezzo secolo prima aveva insegnato; che in carcere leggeva, oltre alla Bibbia, Kant, Marx e Hegel; che era uno studente modello, curioso e appassionato… beh, ho cercato di immaginare come questo signore risolvesse il problema del rapporto teoria-prassi: ad esempio, prima di ordinare una qualche esecuzione, o di ammazzare qualcuno con le sue mani a sangue freddo, da quale pensiero o idea o principio etico si faceva ispirare? A meno che… nell’articolo non si parla di Platone, ma adesso che ci penso Platone teorizzava che dovessero essere i filosofi a governare. La ricetta era semplice: o i re diventano filosofi, oppure i filosofi diventano re. Guarda caso, Platone venne proprio in Sicilia per ben tre volte a tentare, senza alcun successo, di applicare le sue teorie politico-filosofiche in quel di Siracusa. In uno dei suoi viaggi se la vide veramente brutta, pare infatti l’avessero ridotto in schiavitù. Chissà, magari in Sicilia qualche nostalgico sta pensando a una “Repubblica filosofica dei mafiosi”…

Intanto una buona notizia c’è: leggo or ora dalle agenzie di stampa che i texani hanno rinunciato alle trivellazioni in Val di Noto!

PEPPINO IMPASTATO E LE BELLE RADICI

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Con il post di oggi inauguro una nuova sezione del blog, intitolata alla “Sicilia”. Io non ho patrie e non mi faccio certo incantare dalle sirene identitarie oggi tanto di moda. Credo piuttosto nei “radicamenti” molteplici e plurali da cui ciascuno di noi proviene, che non devono diventare gabbie ma risorse da mettere in comune: variopinte varianti, collocate nello spazio e nel tempo, di un’unica condizione di partenza, quella di esseri sensibili prima ancora che umani. Detto questo, credo anche che ci si possa permettere di sputare sulle patrie quando almeno una la si è avuta.

Uno dei miei tanti radicamenti è quello che casualmente mi ha portato a nascere in quella terra bellissima e impossibile che è la Sicilia, in una località del suo polmone verde, i Nebrodi. Una delle mie tante identità è dunque quella di siciliano.

Proprio in questi giorni è stato attaccato per l’ennesima volta un simbolo nel quale mi riconosco pienamente e che mi fa essere fiero di appartenere a quella terra. Peppino Impastato è una delle persone più belle cui la Sicilia abbia mai dato i natali, e il solo sapere di condividere queste radici mi rende orgoglioso. La violenza, la sopraffazione e le ingiustizie sono condizioni antiche dell’isola. Per fortuna c’è sempre qualcuno che solleva il capo, che dice di no, che si ribella. Anche a costo della vita. Peppino è stato uno di questi. Oggi suo fratello e altri volonterosi continuano la sua battaglia. Sono convinto però di una cosa: ogni volta che un popolo o una società hanno bisogno di eroi, significa che non se li meritano. L’auspicio e la speranza è che prima o poi la Sicilia intera torni ad alzare la testa, se è vero, come diceva Lessing, che le vere (buone) azioni “mirano a questo, a rendere superflue, per la massima parte, tutte quelle azioni che comunemente si usa definire buone”, e a non aver più bisogno di eroi.

http://www.peppinoimpastato.com/

http://www.centroimpastato.it/

EVERYMAN – Note sulla morte

Mi tocca tornare sul tema della morte. Me ne dà lo spunto l’ultimo romanzo di Philip Roth, intitolato Everyman.
In verità da tempo ritengo che sia buona abitudine pensare ogni giorno alla “morte”, meditare sulla nostra mortalità e fragilità, sul fatto inequivocabile che pur sentendoci una sorta di semidèi più o meno ben piazzati su piedistalli di diverse fogge e lunghezze, siamo destinati prima o poi a caderne rovinosamente. Ma già qui sta la prima contraddizione, il primo paradosso: è veramente pensabile la morte? D’altra parte, per contrasto, mi verrebbe subito da dire: non è forse solo pensabile? E poi di quale morte stiamo parlando: la mia (futura) morte o la morte in generale? La morte come rappresentazione, anticipazione, o l’esperienza che se ne fa quotidianamente? La morte come vittoria della specie sull’individuo o l’odore della morte che si respira negli ospedali, nelle camere mortuarie, nei cimiteri?
Sul terreno della morte si scontrano proprio queste due modalità: l’idea di morte, la sua astrattezza (qualcosa che riguarda i viventi in generale, gli altri, everyman appunto), e, dall’altra parte, la percezione della mia morte (già dire propria o di se stessi sarebbe troppo astratto). Ma quest’ultima, se vista meglio, ci appare logicamente (ma non psicologicamente) impossibile, se è vero che, come sosteneva Epicuro nella sua celebre Lettera sulla felicità, avere paura della morte è del tutto insensato: quando io esisto lei non c’è, quando lei arriva io già non esisto più. Come due entità che si sfiorano senza mai toccarsi. Dunque sul piano sensibile ci sarebbe una vera e propria impercettibilità della morte: non ci può essere esperienza di essa, dato il suo coincidere con la cessazione di ogni sensibilità.
E pur tuttavia il pensiero, l’idea, la paura della morte ci affliggono. Paura della propria morte (mediata dalla paura molto più palpabile della malattia, della decadenza, del dolore), paura della morte dei propri cari, paura della morte in generale – lungo un vettore che va come sempre dal centro alla periferia, dalla pregnanza del mio personale sentire all’astrattezza concettuale.

Roth affronta tale groviglio di contraddizioni che avvolge il tema della morte con grande coerenza e lucidità. Vale in questo caso la tesi che un romanzo riesce a volte ad essere più filosofico, profondo ed essenziale, a centrare il bersaglio, più e meglio di molti trattati e saggi su un certo argomento.
Ma vediamone gli elementi più interessanti. Ovviamente la prima cosa che colpisce è il titolo: quell’every dà subito la misura, che dovrebbe essere scontata ma che non sempre lo è, che la morte è la condizione fondamentale che tutti indistintamente ci lega. Si è umani, dunque si è mortali. Logico, tutti lo sanno, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Ma se veramente tutti ne fossero coscienti, lo sapessero cioè fin dentro il midollo delle loro ossa, ne dovrebbero derivare alcune drastiche conseguenze sul modo di intendere la vita, sul vivere e sul con-vivere, specialmente quindi nella relazione con gli altri viventi, umani e non umani.
Altra cosa di cui quasi non ci si accorge leggendolo è che quell’every indicato dal titolo viene mantenuto sempre lungo tutto il romanzo: noi non sapremo mai il nome del protagonista, che del resto è morto fin dall’inizio, dato che la vicenda comincia proprio con il suo funerale.
C’è poi un’immagine che mi ha particolarmente colpito. La storia di quest’uomo qualsiasi è la storia della sua inesorabile decadenza fisica – intervento dopo intervento, bypass dopo bypass, con tutto il contorno di stent, chirurgia cardiovascolare, cliniche, esami e quant’altro (molte di queste faccende mi sono note per esperienza diretta, visto che mio padre ha una storia medica molto simile, così come quella di molti altri anziani delle nostre opulente società che, grazieaddio, ha raggiunto indici di speranza di vita notevoli, senonché: “a questo punto le loro biografie personali erano diventate identiche alle loro cartelle cliniche”).
L’immagine cui alludevo, e che contrasta radicalmente con questo lento decadere ospedalizzato, è quella del protagonista che nuota nella baia. La potente vitalità che si sprigiona da gesti come questi, fino a sentire i propri organi guizzare, i muscoli, i tendini, le ossa, le giunture, un corpo che si espande libero nel cosmo, che vibra e fluisce nel mezzo dei flutti, il cuore e i polmoni che pompano sangue e ossigeno come perfette macchine idrauliche (ma potrebbe essere la corsa su un prato o in un bosco, il salto da un albero, l’arrampicarsi su una roccia, ecc.), ebbene il contrasto tra momenti come questi e quell’inesorabile decadere punge nelle nostre anime come uno stiletto arroventato.
Ma è fin dentro quelle vette vitali, quegli scoppi di vita gioiosa, di irrefrenabile voglia di vivere che il pensiero di lei si annida: “Attraversavano a nuoto una baia fino a una catena di dune dove potevano sdraiarsi senza essere visti da nessuno e scopare in pieno sole…”, eppure “la profusione di stelle gli diceva senza ambiguità che era destinato a morire”.
Torna il nodo cruciale: la morte è un concetto, un’idea, un’astrazione – riguarda tutti, la specie, e dunque in quanto tale è allontanabile, riguarda sempre un altro; ma la morte è anche e sempre la mia stessa morte, la mia condizione di finitezza, fragilità, la condizione e il confine della mia esistenza e da questo punto di vista nulla mi è più vicino.
Tutta la vita di ogni essere umano si riduce infine a questo, al “corrosivo sconforto di un uomo che una volta era al centro delle cose e adesso era al centro del nulla. Era ormai lui stesso il nulla, nient’altro che uno zero immobile in rabbiosa attesa della grazia di uno sradicamento definitivo e assoluto”.
Si può sempre pensare che la “vitalità di quel ragazzo dal corpo liscio come un piccolo siluro che un tempo, arrivato a cento metri dalla costa nell’oceano tempestoso, si lasciava portare a riva dai cavalloni dell’Atlantico” sia l’immagine stessa della vita che sempre ci accompagna. Ma la nuda verità è un’altra.

IL TERRORISTA GLOBALE

Il Fuhrer vi racconterà: la guerra
dura quattro settimane. Quando verrà l’autunno
sarete di ritorno. Ma
l’autunno verrà e se ne andrà
e verrà ancora e se ne andrà molte volte, e voi non
sarete di ritorno.
L’Imbianchino vi racconterà: le macchine
ce la faranno per noi. Ben pochi
dovranno morire. Ma
voi morrete a centinaia di migliaia, quanti
mai in nessun luogo se n’è visti morire.
Quando sentirò che siete al Capo Nord
e in India e nel Transvaal, saprò tutt’al più
dove un giorno si potranno trovare le vostre tombe.
(B. Brecht)

LA POLITICA, LA SINISTRA E L’OMBELICO

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Non riesco ad immaginare la mia vita lontana dalla politica. Senza voler scomodare Aristotele – che ebbe a dire che l’essere umano è per sua natura zoon politikòn, animale politico – è abbastanza evidente che, tranne rarissime eccezioni, se non siamo noi ad occuparci della politica è lei che si occupa di noi. Non possiamo non abitare la dimensione politica, volenti o nolenti.
Eppure non ho mai avuto così tanta nausea della politica come in questo periodo. Se oggi ci fossero elezioni, di qualsiasi genere, non andrei a votare nemmeno con la canna di una pistola puntata alla tempia. Sto cercando di capire qual è l’origine di questo rigetto – un malessere diffuso, tra molti amici, compagni, conoscenti – lasciando perdere le facili semplificazioni massmediatiche (la crisi dei partiti, la distanza tra paese reale e classe politica, la casta che ci governa, tutti argomenti molto fondati), oppure i ricorrenti ritornelli del senso comune (sono tutti uguali, sono ladri, aumentano le tasse, pensano solo agli affari loro…).
Il motivo, almeno nel mio caso, è un altro. Ho sempre pensato che “fare politica” fosse tutt’uno con l’essere di “sinistra” – laddove ho sempre identificato l’essere di destra come un lasciar stare le cose come sono o, al limite, con il qualunquismo. In Italia, per lo meno, ciò ha delle ragioni oggettive: una destra impresentabile e spesso clericofascista, ieri in forma di balena democristiana oggi di berlusconismo, più votata alla difesa piccina dei propri interessi e del proprio ombelico (la fabbrichetta, la villetta, la proprietà, con tutti i correlati ideologici tipici del perbenismo e dell’ipocrisia piccolo-borghese: il familismo, il favoritismo, l’evasione fiscale) che all’interesse generale.
Sinistra – e quindi alternativa all’Italietta di sempre – significava un tempo il PCI, poi, rotto il collateralismo con il mostro sovietico, l’area antagonista dei movimenti che si sono susseguiti dopo il ’68, e per me era chiaro come il sole che “fare politica” equivaleva a stare da quella parte, dalla parte degli operai, degli sfruttati, dei diseredati, degli studenti: la scommessa era quella di una società più giusta, dove a regnare fossero l’uguaglianza e la libertà. Non, si badi, le libertates medievali stile diccì o casa delle libertà – cioè la libertà corporativa di fare quel cazzo che si vuole – ma la libertà vera, quella che si misura con il bene sociale e che mentre realizza il bene di ciascuno realizza quello di tutti. Tutto ciò mi era chiaro e lampante, fin dall’età di 12 anni, quando, dopo aver preso coscienza di che cosa fossero i “proletari” e che io ne facevo parte, cominciai a dichiararmi di fronte ai miei amici e compagni “socialista”, poi via via “anarchico”, infine “comunista”.
In tutto questo, naturalmente, c’erano il sogno e l’utopia marxista della liberazione dall’alienazione capitalistica, la rottura cioè del sistema che mercificava gli esseri umani e le loro facoltà, rendendoli cose, per restituirli alla dimensione della libera realizzazione di sé.
C’era una volta tutto questo…
Poi è morto il PCI. I movimenti, si sa, per loro natura vanno e vengono – sono “carsici”, dice qualcuno; il comunismo ha bisogno di rivedere alcune categorie e di “rifondarsi” – anche se nel frattempo è caduto in letargo; la forma-partito deve essere rivista e il modo di fare politica deve cambiare; sono sorte nuove figure: non più il militante (o militonto, come veniva sbeffeggiato da noi critici-critici) ma il volontario, non più il partito ma l’associazionismo, non più gli intellettuali ma i tecnici, e così via. Bisogna poi tener conto degli scherzi della storia: il crollo dell’URSS e dei regimi autoritari a Est, la globalizzazione e la reazione dei movimenti no global, il discrimine dell’11 settembre e la guerra globale. (Detto per inciso e in modo lapidario: se a cavallo dei due millenni la passione politica e la speranza rinascono a Seattle con i movimenti, ci hanno pensato l’11 settembre e quel che ne è seguito a spazzar via entrambe).
Ma torno al punto essenziale. E per farlo mi tocca andare indietro di quasi 2500 anni e citare un altro filosofo greco (del resto la categoria occidentale di “politica” nasce lì). Platone, che riteneva missione principale del filosofo quella di riformare la pòlis, cambiando insieme la società e la natura umana, utilizza spesso quando parla di politica termini legati all’arte del “tessere” o anche a quella del “plasmare”. Si tratta di immagini che chiariscono bene quale sia la sua concezione della politica e dei politici: un’idea, cioè, forte, che plasma la società e i cittadini, mettendo però sempre in primo piano il bene comune. La politica è progetto, “tessitura sociale”.
In epoca moderna anche la “sinistra”, a partire dalla rivoluzione francese, fa sua questa idea forte di politica: la sfida è quella di cambiare il corso della storia, rivoluzionandolo – ma, diversamente da Platone che aveva una concezione aristocratica e autoritaria della politica – questa volta a partire dal basso, dai bisogni e dai desideri popolari.
Si parla oggi di “identità” della sinistra, di programmi, di progetti – o meglio della totale assenza di tutto ciò. La nausea che sento montare sta proprio qui: se intervenire sulla realtà per cambiarla si riduce ad “amministrarla” (peraltro male, visti i cumuli di monnezza in Campania o la camera a gas in cui l’area milanese si è trasformata, per fare solo due esempi); se poi il 90% della discussione riguarda i capi e i capetti, chi deve dirigere cosa; se su tutti i grandi temi, i fronti caldi, le questioni forti (la giustizia, il lavoro, i diritti delle minoranze, la laicità dello stato, l’etica, ecc.) c’è la debacle generale; se nella politica anche a sinistra imperversano l’elettoralismo, il clientelismo, il settarismo, il particolarismo, il personalismo; se i tempi della politica sono l’oggi televisivo senza un futuro che vada al di là delle scadenze elettorali… beh, allora…
Il discrimine è tutto qui: la “sinistra” (e la politica in generale) non crede più nell’idea forte della “trasformazione” e del cambiamento, e il disincanto per miti e utopie quasi sempre finiti malamente, l’ha come svuotata dall’interno: ora si tratta di “amministrare” e “governare”, come se la società fosse una specie di condominio o di azienda.
Tutte quelle cose che mi pare possano essere oggi ritenute di “sinistra” (l’insofferenza per i leader e ogni forma di autoritarismo, l’autodeterminazione dei soggetti, la centralità degli stili di vita alternativi ed ecocompatibili, l’uguaglianza come uguaglianza di diversi e di possibilità, non come omologazione-mercificazione, il superamento di tutte le forme identitarie chiuse e di tutte le “chiese” in favore di una scietà plurale e moltitudinaria), di tutto ciò non è rimasta quasi traccia, è tutto sparito, risucchiato dal blabla del chiacchiericcio quotidiano – o, per essere più precisi, tutto ciò non ha più nessuna forma politica, non è rappresentato, non abita più le organizzazioni, non ha una struttura progettuale.
Anche sulla progettualità e sul tempo della politica ci sarebbe molto da dire: se la sinistra non ha una prospettiva spaziotemporale ampia, che guardi al futuro (le generazioni) e al pianeta – la giustizia e l’uguaglianza o sono globali o non sono! – allora non può più dirsi sinistra. Anche in ciò la sinistra è diventata tragicamente inadeguata.
C’è poi un’altra questione, non ultima in ordine di importanza, molto più legata alla psicologia soggettiva: l’individuo dell’odierna società dei consumi (che è un narciso e vorrebbe vivere per sempre in un eterno presente), non è più in grado di reggere la tensione e lo scarto che c’erano in passato tra ansia della trasformazione e tempo dell’attesa: se il sol dell’avvenire verrà quando io non ci sarò più, a che pro battermi? Nello spazio esistente tra progetto di lungo periodo e amministrazione del quotidiano c’è lo scarto intollerabile tra storia e vita di tutti i giorni. Meglio allora che il singolo stia buono buono ad occuparsi del proprio orticello (tanto ci penseranno i “leaders” a fare la storia, papi e capi di stato, managers e direttori di banca). Come concludeva Voltaire un suo famoso racconto: “Voi dite bene, rispondeva Candido, ma noi bisogna che lavoriamo il nostro orto”.

Il centro… qualcuno mi sa dare una definizione di “centro” più corposa del suo significato geometrico? Il centro è la casa dei “moderati”, si sente dire. Ma cos’è la moderazione? Fumare poco o niente del tutto, bere poco, mangiare in modo corretto, rispettare i limiti di velocità, non alzare la voce, essere cortese… cose così. Ma allora anch’io sono (o mi sforzo di essere) di centro. Ma mi sovviene un sospetto: che la moderazione non abbia a che fare con la dinamica della paura? Mi modero perché ho paura di… e giù un elenco che non finisce più…? Sarà mica questo il segreto del centro e la sua presunta forza d’attrazione, per cui tutti son lì ad affollarlo?

Che dire della destra…? Quella italiana poi… La destra canta sempre la solita canzone, non ci si illuda e non ci si faccia ingannare dalle “novità” francesi o nostrane: dietro i pretesi valori “forti” c’è sempre la medesima cianfrusaglia ideologica. Gratta gratta, e sotto troverai sempre patria, famiglia, ordine, libertà (di trafficare) e – naturalmente – l’immarcescibile propensione piccolo-borghese di far finire il mondo dove finisce il proprio ombelico.
Il rischio, però, è che l’ombelico diventi la cifra stilistica della politica tutta, di destra, di centro, di sinistra, dei moderati e degli estremisti.

D’altra parte anch’io, sempre più spesso, me lo sto a rimirare…

FILOSOFIA CON I BAMBINI 3 – Atto finale

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Si conclude oggi il progetto di “Filosofia con i bambini” della V B della scuola elementare Manzoni di Rescalda. Gli ultimi incontri sono stati piuttosto movimentati. L’emergere spontaneo di temi “scottanti” (quali la morte e l’immortalità, il dolore, la paura, il male, ecc.), richiedeva una contromossa sdrammatizzante, senza con questo volerne sminuire l’importanza. Abbiamo così inventato alcuni “giochi”.

Prima di tutto “Il gioco della caverna”.
Poiché in un incontro era stato loro raccontato il “mito della caverna” attraverso la lettura di uno dei libri delle avventure di Spallone (si veda la bibliografia), abbiamo pensato di costruire in classe una vera e propria caverna dove i bambini potessero collocare, all’insaputa degli altri, degli oggetti-simbolo che rappresentassero tutti quei temi scottanti precedentemente emersi. L’oggetto poteva essere qualsiasi cosa, anche una frase, un libro, un disegno. Naturalmente ciò è servito a far aumentare la curiosità e la partecipazione dei ragazzi – che infatti erano molto eccitati da tutte queste novità. E’ poi arrivato il momento di tirar fuori dalla caverna (luogo delle ombre, delle paure, del buio, dell’inconscio, ecc.) gli oggetti, e di esaminarli alla “luce” della ragione e della discussione pubblica. Il gioco è stato reso ancor più intrigante dall’idea di non rivelare subito l’autore dell’oggetto, affinché gli altri provassero a risalire a lui tramite il simbolo scelto. Ciò è anche servito per verificare il grado di reciproca conoscenza. Non è il caso di elencare qui gli oggetti e i vissuti rappresentati, anche perché significherebbe violare l’intimità, prima ancora della privacy, dei ragazzi. Posso però assicurare che tutti hanno scelto con molta attenzione, cura e perspicacia, entrando perfettamente nello spirito dell’esperimento.

“Caccia al tesoro filosofica”.
Il lavoro della caverna ci è servito a tessere la trama di un ulteriore gioco, una vera e propria caccia al tesoro in cui venissero utilizzati tutti i concetti, i temi e i simboli emersi. La caccia è stata organizzata da un gruppo di lavoro costituito da me e Donatella (l’insegnante) con il preziosissimo contributo di Roberto e Gabriele (rispettivamente il marito e il figlio di Donatella). Si è svolta lo scorso 14 maggio e i ragazzi, divisi in tre squadre, hanno partecipato con entusiasmo. E’ stato utilizzato tutto il perimetro della scuola, sia all’interno che all’esterno: tra insegnanti travestite da Pizie (io stesso ad un certo punto mi sono ritrovato nei panni di Diogene!), indovinelli filosofici, cruciverbi, prove di abilità e quant’altro, si trattava di arrivare a un tesoro (un vero e proprio forziere costruito da Roberto) contenente 9 libri filosofici per ragazzi e… ciliegie. Sì, perché la metafora utilizzata è stata quella delle domande che sono come le ciliegie, una tira l’altra (purtroppo l’idea non è mia, ma viene dall’esperimento svoltosi in una scuola toscana, mi pare di Pietrasanta, alcuni anni fa, i cui risultati sono poi stati pubblicati con il titolo Le domande sono ciliege: filosofia alle elementari).

Costituzione di una sezione filosofica nella biblioteca scolastica.
Naturalmente c’era il trucco. Ci è venuta l’idea di inaugurare una sezione di “filosofia per i bambini” all’interno della biblioteca scolastica. Così ai ragazzi è stato chiesto di scegliere tra i libri del forziere, in modo da recensirli successivamente e costruire dei segnalibri che verranno lasciati in eredità alla biblioteca , insieme ai libri stessi. Una sorta di testamento per i bambini delle classi future, che troveranno così traccia di questo lavoro. Lunedì scorso i libri e i rispettivi segnalibri sono stati presentati dai tre gruppi a me e alla classe, cerimonia con la quale il lavoro si sarebbe dovuto concludere. E invece…

Mappa finale.
Invece no! I bambini hanno insistito affinché ci fosse un ulteriore ultimo incontro – quello di oggi – in cui tirare le conclusioni attraverso una mappa che riassuma tutto il percorso fatto e che vada a costituire il capitolo “didattico” del progetto. A questo punto io mi limiterò ad assistere, mentre a lavorare saranno loro.

Alla fine consegnerò una lettera che verrà aperta solo quando me ne sarò andato. Il testo è il seguente (posso trascriverla, non è segreta, e poi a quest’ora l’avranno già letta):

Rescalda, 29 maggio 2007
Cari bambini della V B,
ho deciso di salutarvi scrivendovi anch’io una lettera.
La nostra “avventura filosofica”, infatti, è cominciata il 16 gennaio scorso, con una lettera scritta da voi “bambini di V B”. Sono sicuro che ormai la parola “bambini” vi sta un po’ stretta, e che forse preferiate essere chiamati “ragazzi”, un po’ perché magari siete cresciuti in altezza e corporatura, ma non solo… E allora ricomincio da capo.

Care ragazze e cari ragazzi della V B,
devo confessarvi che sono nello stesso tempo triste e contento (questo è un paradosso, vero? Ormai dovreste conoscere bene il significato di questa parola…).
Triste, perché la nostra avventura finisce qui. Ma contento perché ho avuto la fortuna di condividerla con voi. Sapete, non ci sono poi tante classi delle scuole elementari in Italia che fanno filosofia, anzi sono proprio pochissime e la vostra è una di queste.
(Sta però a voi decidere se sia stata una fortuna o una disgrazia…).
Spero comunque che questo “esperimento” vi sia piaciuto.
Abbiamo scoperto insieme il significato della parola “filosofia” (e di altre parole filosofiche); abbiamo conosciuto alcuni filosofi greci e le loro teorie; abbiamo cercato di discuterle e di capirci insieme qualcosa.
Abbiamo poi scoperto che una delle attività fondamentali della filosofia è quella di “fare domande”. E la sorpresa è stata che i bambini (ops! volevo dire i ragazzi) sono “filosofici” per loro natura, perché chi più di loro ha diritto di fare domande (anche quelle più difficili, “da grandi”) e di cercare risposte?
Un’altra sorpresa è stata la scoperta che voi, già alla vostra età, avete tutti gli attrezzi adatti per fare filosofia: l’intelligenza, l’immaginazione, il pensiero, il linguaggio, i desideri, le emozioni. Non vi manca proprio niente! Basta esercitarsi, così come si fa con gli sport, lo studio, il gioco e tutte le attività.
Ora andrete alle medie e poi continuerete con gli studi superiori, mi auguro fino all’università. Caspita, vi verrà richiesto un sacco di impegno e di lavoro nei prossimi anni! Magari incontrerete ancora la “filosofia” come materia. O magari no. La cosa importante, però, è che conserviate il “tesoro” che già avete scoperto e che vi permetterà di andare alla caccia di tutti i tesori del mondo: pensare sempre con la vostra testa, farvi domande su tutto e – piano piano – trovare le risposte giuste. Fa niente se poi non piaceranno a qualcuno, sono le vostre risposte, quelle giuste per voi. E poi ai filosofi, come avete potuto notare, piacciono la varietà e la diversità, altrimenti si annoiano. Meglio discutere e qualche volta persino litigare – senza mai alzare troppo la voce, men che meno le mani, però – che pensarla tutti nello stesso modo, non trovate? Ognuno di voi, per fortuna, è diverso dagli altri, unico, prezioso, insostituibile. Ma tutti voi avete la stessa libertà e la stessa capacità di cercare la vostra strada e i vostri tesori nel mondo.
Ed è questo il mio augurio.

Grazie a voi, uno per uno, e alle vostre insegnanti per la bellissima esperienza fatta insieme. Anche se, alla fine, a pensarci bene, sono forse io quello che ha imparato di più…

Un abbraccio

Mario

p.s. L’ultimo incontro, in verità, si è trasformato in una festa. I ragazzi mi hanno fatto una sorpresa, preparando a mia insaputa un rinfresco con torte e dolci (buonissimi) fatti da loro e dalle loro mamme, e facendomi anche dei bellissimi regali (un bonsai e del mirto fatto in casa…). Sono rimasto senza parole. Il clima festoso non ci ha impedito di condurre un ultimo esperimento: far emergere dal silenzio pensieri, impressioni, desideri in libertà… Per finire ho loro mostrato questo blog, e così il circolo si è chiuso.

FILOSOFIA CON I BAMBINI – Bibliografia

Qui la bibliografia aggiornata.

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Quella che segue non è una bibliografia ragionata e sistematica, ma semplicemente l’elenco dei libri per bambini e per ragazzi che sono stati utilizzati nelle attività di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, da me, dalle insegnanti e dai bambini stessi.

Questi libri andranno a far parte della sezione filosofica per bambini e ragazzi tanto della Biblioteca comunale di Rescaldina (di cui sono bibliotecario), quanto della biblioteca scolastica – con l’auspicio che diventino uno strumento per ulteriori esperimenti e per altri bambini, insegnanti e -perché no? – genitori.

1. N. Celora, La storia dei filosofi antichi spiegata ai ragazzi, Ares 2004. Un’ottima introduzione alla filosofia greca e ai suoi protagonisti, da Talete ad Aristotele. Ben scritto con buone illustrazioni.

2. E. Di Marco, collana “Storie di piccoli filosofi”, ed. La Nuova frontiera:
L’uomo più saggio del mondo, 2006
Spallone nel paese dei paradossi, 2006
Il meraviglioso regno di Atlantide, 2006
La caverna misteriosa, 2006
Il Simposio di Spallone, 2007
La vendetta di Atena, 2007.
Sono i testi che abbiamo utilizzato di più. Ottima collana con protagonista Spallone (Platone bambino) e il suo maestro Socrate. Spallone si imbatte via via nelle più affascinanti avventure filosofiche e culturali del mondo greco (la ricerca della saggezza, il mito della caverna, la logica e i paradossi, i misteri di Atlantide, le leggi, l’amore, ecc.). La filosofia è figlia della meraviglia e i bambini sanno ancora meravigliarsi molto più degli adulti, di fronte alla ricchezza e varietà del mondo. Volumetti agili, scritti con humour e ben illustrati.

3. M. Laffon, I più strani importanti perché?, Il Castoro 2006
M. Laffon, I più strani importanti come?, Il Castoro 2007.
Libri divertenti, che partono dalla considerazione che non esistono domande stupide e che fare domande è una delle attività fondamentali dei bambini. Chiedere allora “perché c’è vita sulla terra?” o “perché quando siamo dall’altra parte della Terra non camminiamo a testa in giù?” o “perché chiudiamo le porte?” o “le piante si parlano tra loro?” è ugualmente intelligente.
Sono una settantina per ciascun libro: è aperta la gara per trovare la più importante…

4. O. Brenifier, collana “Piccole grandi domande”, ed. Giunti
Che cos’è il bene? e il male?, 2006
Che cos’è la vita?, 2006
Che cosa sono i sentimenti?, 2006
Chi sono io?, 2006
Che cos’è la libertà?, 2007
Sono adatti anche per bambini di 6-7 anni. I libri sono costituiti da rubriche con parole-chiave (ad esempio: volontà, gli altri, parola, gentilezza, crescere, ecc.) e da una concatenazione di domande da cui si dipartono controdomande, ipotesi alternative, ecc. La formula usata sempre è quella del “si, ma…”.

5. M. Piquemal, Piccoli e grandi racconti di Sophìos, EL 2005
M. Piquemal, Storie per apprendisti saggi, EL 2006.
Si tratta di brevi storie, spesso orientali, in forma di apologo, di favola o di racconto, mai più lunghi di una pagina, che si prestano ad essere utilizzate per parlare di argomenti vari (amore, odio, potere, morte, identità, comunicazione, giustizia, ecc.).
Nelle Storie per apprendisti saggi ogni storia è seguita da una breve riflessione intitolata “nella bottega del filosofo”.

6. B. Labbè, M. Puech, collana “Piccoli filosofi”, ed. Ape junior
La vita e la morte
La guerra e la pace
La felicità e l’infelicità
La giustizia e l’ingiustizia
Il bene e il male
Le femmine e i maschi
La violenza e la non violenza
Il bello e il brutto
E’ stata forse la prima collana filosofica per bambini uscita in Italia, tra il 2002 e il 2004, proveniente dalla Francia. Sono stati pubblicati una quindicina di titoli, tutti con lo schema binario-oppositivo. In ogni albo sono presenti numerosi esempi e storie che illustrano i vari argomenti.

7. W. Erlbruch, La grande domanda, e/o 2004. La grande domanda è, naturalmente, “perché esisto?”. Erlbruch, un vero genio dell’illustrazione e della narrazione filosofica, fa rispondere persone, animali, oggetti con una straordinaria capacità di rotazione del punto di vista. Può essere utilizzato anche con bambini molto piccoli.

8. W. Erlbruch, L’anatra, la morte e il tulipano, e/o 2007. (Si veda il mio post su questo blog in data 16 maggio).

9. R. Casati, A. Varzi, Il pianeta dove scomparivano le cose, Einaudi 2006. Come recita il sottotitolo si tratta di “esercizi di immaginazione filosofica”, in campo logico o sui concetti di causa, verità, possibilità, ecc. E’ concepito per essere utilizzato dagli adulti come strumento didattico.

10. S. Ruiz Mignone, Mi sentite?, Salani 2006. Un libro di narrativa sul tema della morte. La storia ci racconta di Andrea che si trova solo in una casa vuota. Nessuno lo cerca, nemmeno i genitori. Come mai? Un libro commovente, delicato che, pur non eludendo la tragica realtà della morte, l’affronta attraverso alcune sottili metafore: l’invisibilità, la neve, il silenzio. Il risultato è la pelle d’oca e la pensosità che solo la grande scrittura e i grandi libri sanno provocare. Inutile definire una fascia d’età, è da consigliare individualmente. Sarebbe bello che bambini e genitori lo leggessero insieme!