DISCORSO AD UN BAMBINO

“Se ti dicono che sei bravo, sta in guardia: qualcuno cercherà di sfruttarti.
Se ti dicono sempre che sei intelligente, sta in guardia: qualcuno cercherà di farti schiavo.
Ma, se ti dicono studia, non temere: tu potrai fare un mondo senza scuole.
Se ti dicono taci, non temere: tu potrai fare un mondo senza bavagli.
Se ti dicono obbedisci, non temere: tu potrai fare un mondo senza padroni.”

(Marcello Bernardi, Discorso ad un bambino)

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10 Risposte to “DISCORSO AD UN BAMBINO”

  1. Flo Says:

    Discorso a un bambino

    Se ti dicono sempre che sei bravo, sta’ in guardia:
    qualcuno cercherà di sfruttarti.
    Se ti dicono sempre che sei intelligente, sta’ in guardia:
    qualcuno cercherà di farti schiavo.
    Se ti dicono sempre che sei buono, sta’ in guardia:
    qualcuno cercherà di opprimerti.
    Ma
    Se ti dicono Studia, non temere;
    tu potrai fare un mondo senza scuole;
    se ti dicono Taci, non temere;
    tu potrai fare un mondo senza bavagli;
    se ti dicono Obbedisci, non temere;
    tu potrai fare un mondo senza padroni;
    se ti dicono Chiedi perdono, non temere:
    tu potrai fare un mondo senza inferni.
    Non credere
    A chi ti comanda, a chi ti punisce,
    a chi ti ammaestra, a chi ti insulta, a chi ti deride,
    a chi ti lusinga, a chi ti inganna, a chi ti disprezza.
    Essi non sanno che tu sei ancora un uomo libero.
    (Marcello Bernardi: versione integrale dallo stesso…)

  2. Mi. Says:

    Il post di oggi riporta alcune frasi da un testo poetico di Marcello Bernardi, a me sconosciuto, che mi ha spinto a fare una piccola ricerca sul suo autore, e di cui riporto gli stralci che mi sono sembrati significativi (giusto nell’attesa di aver tra le mani qualche suo libro!):

    Marcello Bernardi, pediatra di professione ma pedagogista per passione, è stato per decenni il referente italiano di quella pedagogia radicale rappresentata negli USA da Ivan Illich e da Paulo Freire – mentre, storicamente, lo è stata da Godwin in Inghilterra, Leone Tolstoj in Russia e da Francisco Ferrer in Spagna.
    Egli ritiene che, scopo dell’educazione comunemente e ancora ora molto spesso intesa o praticata – e dunque della scuola – non sia quello di far evolvere un individuo verso la propria realizzazione al fine di renderlo felice ma far sì che l’individuo si adatti a quel tanto di infelicità che gli è imposto da un sistema dato e considerato immutabile. In altri termini, come direbbe Marcuse, l’educazione tende a fare in modo che l’uomo viva liberamente la propria mancanza di libertà.
    Ne consegue che il cittadino bene educato non è colui che cerca di rendere felice la propria ed altrui esistenza e che lotta a questo scopo anche contro la situazione esistente, ma bensì colui che si è bene adattato al sistema dominante, che lo accetta e che, per sua scelta, vi partecipa, evitando i conflitti con l’ambiente in cui vive e i problemi collegati alle manifestazioni di dissenso.
    Ben altra cosa è l’educazione libertaria auspicata da Marcello Bernardi, testimoniata dal suo impegno militante e dai suoi scritti: essa comprende quell’insieme d’atteggiamenti e di comportamenti che aiutano un individuo ad essere se stesso, a realizzare pienamente la propria personalità, a progredire secondo le proprie linee evolutive; e che cerchi insomma di rendere felice sé stesso e gli altri, lottando a tale scopo anche contro la situazione esistente.

    Inoltre: “L’accordo, fra conservatori, esiste solo sul valore-autorità, che tutti giudicano fondamentale e inviolabile. Infine c’è chi nonostante tutto crede in alcuni valori di rango ‘inferiore’ come la fratellanza fra gli uomini e la libertà. Ma, trattandosi di valori capaci di sovvertire l’Ordine stabilito ove siano presi troppo sul serio, non entrano generalmente in alcun discorso.”

    L’assunzione delle proprie responsabilità contro i condizionamenti del potere, della società, del consumismo, è elemento peculiare del pensiero di Bernardi, che ha individuato nell’infanzia il momento adatto per intervenire, in quanto in una società adulta ormai i giochi sono fatti e le opportunità di cambiamento sono impossibili – se non in casi isolati.
    Eppure “(…) credo che l’adulto che si rapporti a un bambino debba veramente rovesciare se stesso come un vestito, deve cambiare stoffa, svincolarsi da questa mentalità che ci sommerge. (…)

    Un bambino fa scoppiare le contraddizioni del sistema più di quanto possa fare un adulto, ormai assuefatto alla dipendenza e all’accettazione del sistema in cui vive. In una delle sue ultime interviste, ad un giornalista che gli chiedeva se ci siano vie di uscita dall’egemonia di una scuola inadatta a far crescere un individuo libero, Bernardi rispose : Vorrei ricordare ai genitori le parole di un famoso pedagogo olandese: “ogni bambino è un principe della luce che poi con l’educazione diventa una sorta di cretino”. In tanti anni di lavoro mi è capitato di vedere molti ragazzini, quasi tutti dotati di immaginazione, coraggio, sete di conoscere, e pochi, quasi nessuno, provvisti della virtù di quell’obbedienza cieca, pronta e assoluta che molti educatori e genitori vorrebbero. Ma poi, mediante l’educazione, sono stati corretti, svuotati, di immaginazione e di coraggio e riempiti di obbedienza. Voglio dire che bisogna fare in modo che ogni persona, anche in età infantile, sia libera di essere ciò che è e non subisca quel processo di smantellamento della libertà a cui tutti continuiamo ad essere sottoposti».

    Bibliografia:
    Il nuovo bambino (Fabbri 1972)
    La maleducazione sessuale (Emme Edizioni 1978)
    Educazione e libertà (De Vecchi 1980)
    Gli imperfetti genitori (Rizzoli)
    L’infanzia tra due mondi (Fabbri 1999)
    Inoltre:
    Il problema inventato (Emme, Milano, 1971),
    La tenerezza e la paura (Salani, Firenze, 1996)
    Adolescenza (Fabbri Milano, 1998)
    Conversazioni con Marcello Berardi, di R. Denti (Eleuthèra, Milano, 1991)

  3. Milù Says:

    Forse qualcuno si chiederà il motivo per cui inserisco così svariati e numerosi commenti su questo blog. Bene, me lo sto chiedendo anch’io. Forse perché ho del tempo a disposizione, prima di tutto, che se fossi impegnata in una professione ‘seria’, questa assorbirebbe tutto il mio tempo, e dovrei dirmi fortunata se ne valesse poi la pena – ad essere impegnata in una professione ‘seria’, voglio dire.
    Quindi, deduciamolo pure, ho dello spazio libero, e se non ce l’ho, me lo prendo. Nel senso che mi sono proprio scocciata di essere al servizio di tutte le professioni ‘serie’ degli altri, quelle per cui anch’io devolvo, volente o nolente, la mia piccola partecipazione. Ma solo fino ad un certo punto, ossia il minimo indispensabile, e non vado oltre – anche perché, detto tra parentesi, non tutte le professioni che sono ritenute serie dagli altri per me lo sono veramente e fino al punto da sacrificare tutto il resto.
    Quando ero adolescente mi era capitato di leggere la vita di Spinoza – sentite che bel nome? – in un testo scolastico di filosofia e, tra le altre cose, mi aveva particolarmente colpito il fatto che il filosofo, perseguitato per molti motivi in gran parte della sua vita, dedicava al lavoro pratico, quello cioè legato alla sua sussistenza materiale, non più del tempo necessario: ovvero circa la metà o meno della sua giornata di veglia, dedicando la restante parte del suo tempo allo studio e alla scrittura – e alla meditazione, naturalmente, ché senza meditazione nessuno ne caverebbe un ragno dal buco.
    Ora, io non so se mi riesce qualche volta di cavare qualche ragno dal buco o se azzecco davvero qualcosa che valga davvero la pena di leggere e di approfondire di tutta l’immensa biblioteca di babele che è il mondo della cultura, ma di sicuro ho l’impressione di non sprecare tutto quanto il mio tempo in cose che non mi piacerebbe fare, e che in fin dei conti mi renderebbero ancora più infelice.
    Inoltre – e anche se vi sembrerà strano quello che state per leggere… portate pazienza e non desistete – da bambina desideravo con tutta me stessa di imparare a suonare il pianoforte: cosa che non è stata possibile perché i miei genitori, in vece di mettermi a disposizione lo strumento che io desideravo, avevano pensato bene che mi dovessi accontentare di una chitarra – in realtà sussisteva un conflitto d’interessi fra me e mia madre, la quale desiderava, anche lei con tutta se stessa, di collocare, in luogo del discordante o ambito pianoforte, un preziosissimo mobile intarsiato coniugato ad orribili zampe di belva feroce. L’ebbe vinta lei: era più risoluta: o forse io ero stata educata ad essere troppo ‘buona’, a non fare capricci e ad obbedire – ero una bambina perfetta, finché lo sono stata!
    Ma non importa, è acqua passata e quindi la faccio breve: credo che al momento quello che mi interessi è, come sempre, aver modo di esercitare i miei polpastrelli; sì, in definitiva e sotto sotto credo che il più preponderante motivo sia ancora quello, visto che non si va mai molto lontano da dove fin dall’inizio giravano i propri desideri e in modo o nell’altro ci si ritorna sempre.
    Ma non è un pianoforte! mi direte. E’ chiaro che non è un pianoforte, ma chi se ne frega! poteva andare anche peggio: magari col pianoforte avrei potuto suonare musica in modo pessimo e deprimermi ed essere un vero impiastro; mentre così, quasi quasi non se ne accorge nessuno e faccio minor danno – riuscite a sentire che bel silenzio? – e nello stesso tempo la funzione primaria viene coronata con successo.
    Senza contare che mentre batto sui tasti di tanto in tanto ascolto anche buona musica – da chi la musica la sa suonare davvero – e inoltre mi capita di sentire il canto degli uccellini e qualche volta anche quello dei cucù – non sto scherzando, dovete credermi: su questo sono assolutamente seria.
    Però, ve lo confesso, ho un problema: mentre scrivo fumo qualche sigaretta di troppo e soprattutto mi dimentico di bere – bere acqua, s’intende, non pensate male – così che poi mi ammalo un pochetto; tanto che quando mia madre mi vede non si trattiene dal chiedermi: “Perché lo fai…?” – e non vi ricorda il refrain della famosa canzone di Masini?
    Vabbé… io però non so mai cosa risponderle: è troppo difficile spiegarglielo… e d’altronde, in un modo o nell’altro ci si ammala sempre.
    E chi se ne frega! magari poi accade uno o l’altro miracolo…
    Milù.
    (a proposito: vi saluta anche Flora)

  4. md Says:

    “Ogni bambino è un principe della luce che poi con l’educazione diventa una sorta di cretino”: magnifico, la userò!
    Grazie per la nota biografica su Bernardi, che io praticamente non conoscevo (un pò di più le sue frequentazioni: Illich e Freire), visto che non ho mai fatto studi pedagogici seri – l’unico testo serio letto è l’Emilio di Rousseau.
    Ho scoperto Bernardi grazie a un librino per bambini (“scritto da nonno a nipote”) pubblicato postumo da Fabbri qualche mese fa e intitolato “La palla perduta”. Grazie Milena.

    http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/884514075X/La_palla_perduta.htm

  5. Mi. Says:

    Grazie anche a te. Anch’io non lo conoscevo: ma da cosa nasce cosa, o una ciliegia tira l’altra, come si dice…
    Eh sì, la frase è ad effetto, comunque io mi auguro che si possa scongiurare tale pericolo.
    Mi ero dimenticata di segnalare il sito da cui ho preso alcune informazioni su Bernardi:
    http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/270/20.htm dove compare una sua foto che trovo molto bella. Mi ricorda un altro ‘vecchietto’ molto interessante che ho avuto modo di ascoltare l’anno scorso: Ferruccio Parazzoli, direttore editoriale, in pensione, alla Mondadori. Ero rimasta incantata soprattutto dai suoi ‘tempi’ di comunicazione, dalla sua delicatezza e sensibilità, che però non si lasciava scalfire dagli sguardi annoiati o impazienti del pubblico attorno. Quando avevo scritto ‘assomiglia forse a una limpida giornata d’inverno, sguardo lontano fin sulle alpi, teneri azzurri, grigi e rosa, aria fredda e pulita’, stavo pensando a lui?
    Certo che se poi non trovassi il modo di giustificarle, fra me e Flora ne scriviamo di cavolate… porta pazienza…
    Mi.

  6. Flo Says:

    Certo che il problema dell’adattamento è un bel problema!

    Chi si deve adattare? tu – piccolo fringuello – al mondo
    o il mondo – con le sue griglie a maglie storte
    e gabbie che non hanno porte – a te?
    Fatti piccino, allora, e passa
    tra una griglia e l’altra e vola-cip
    a traverso.
    (anonimousse)

  7. md Says:

    A propostito di ciliegie, Roberto Denti, fondatore della Libreria dei ragazzi, autore dell’articolo su Bernardi, è un altro grande vecchio, maestro per me importantissimo…

  8. Milena Says:

    Una delle caratteristiche dell’uomo è di essere imitativo, cosa che è anche alla base di ogni essere sociale. Quando siamo di fronte ad un altro essere umano, la prima azione che mettiamo in atto è di imitare l’altro come se fossimo davanti ad uno specchio.
    Non importa chi comincia e dove si va a finire, visto che quando le cose funzionano nel migliore dei modi, ovvero non ci si fissa in un ruolo predefinito, accade facilmente anche uno scambio di ruoli.
    Questa è l’essenza, o la descrizione o la definizione – chiamatela come vi pare – del libero gioco del mondo, quindi di un libero processo creativo. L’uomo, da solo, è ben poca cosa: non può conoscersi, non può definirsi, non può riconoscere i suoi limiti – dove finisce lui e comincia l’altro – e le sue possibilità; quindi l’uomo ha bisogno dei suoi simili. Avete presente quel film in cui Tom Hanks trovandosi da solo su un’isola deserta s’inventò un amico disegnandone la faccia su una palla di gomma? Certo… in mancanza d’altro… lo sanno fare anche i bambini, quando s’inventano un amico immaginario; cosa che a mio parere è più interessante di quando si collocano, o li collochiamo, di fronte allo schermo della televisione, con la quale non è possibile avere uno scambio e dove la creatività viene abbondantemente paralizzata.
    Tutto questo preambolo per giungere dove? ora lo dico: ho letto le Note sull’autore scritte da Mario, e istantaneamente mi è venuta voglia d’imitarlo, ossia di provare a parlare di me stessa in modo sistematico (?).
    Come se non parlassi sempre di me stessa! sì, è vero, sono persino logorroica. Infatti è ormai più di un anno, senza contare tutti i tentativi precedenti, che mi sono messa di buona lena a definire me stessa attraverso le parole di questa nostra lingua madre, e mi ci sono applicata così assiduamente da trovarmi sempre più spesso oltre il confine dove inizia la riconciliazione col mondo, con la vita, persino con mia madre.
    Ovviamente non sarebbe stato così facile se le fratture fossero state profonde come voragini. Non posso misurare la profondità delle mie voragini, né quelle degli altri: credo però sia possibile spalare tante di quelle parole per riempire con queste il vuoto, la mancanza, l’incomprensione; spalare qualche volta per scoprire cosa è stato sepolto e nascosto negli anni; e spalarne ancora per ricoprirle o buttarne via altre una volta per tutte.
    Chi lavora la terra sa bene che dissodandola vengono in superficie i sassi. Che bisogna levare quelli più grossi e costruire con essi dei muretti a secco, come se ne trovano ancora in certe campagne, che delimitano i confini; ma che non tutti i sassi vanno tolti, che altrimenti la terra diventerebbe dura come il cemento, senza contare che i sassi hanno la caratteristica di accumulare il calore e di rilasciarlo piano piano.
    Qui la metafora sarebbe un po’ ardita: infatti voglio solo dire che nel mondo mi piace anche l’imperfezione, visto che è anche vero che sarebbe difficile mettersi d’accordo sul suo contrario – la perfezione.
    Quindi mi piace anche l’imperfezione, dicevo, come la diversità, il caos, il vento – pensate che noia dev’essere essere dio! immutabile e perfetto.
    Detto questo non potete aspettarvi che io vi parli di me in modo ordinato.
    Io sono il disordine fatto persona – no, non è vero, sto esagerando. Però quasi, ovvero mi lascio trasportare dalla corrente, da ricordi e sensazioni. O meglio: quello che io sono, fisicamente, se ne sta ferma sulla riva e osserva scorrere il fiume della mente (?), e mentre questo scorre, lei cerca di tirare a riva qualche bel pesce (è solo una metafora, non preoccupatevi per i pesci), e non ha nemmeno la presunzione di credere che il fiume sia tutto suo o di voler tenere tutto per sé quello che ne ricava. Chi sono io? o lui? o lei? quasi niente. Io e lui e lei siamo solo coloro che si divertono a scorrere, a star fermi o a pescare. (E questo finché non si sarà prosciugato il conto in banca. Poi si vedrà.)

    Ecco: qualcuno penserà che sono pazza. Mah… pazza – o pazzo visto che parlo di me in entrambi i generi – è una definizione eccessiva; però sono quasi certa di essere meteoropatica, cosa che da molti è ritenuto segno di un cattivo carattere, insomma di colui sul quale non si può fare affidamento. Lasciate però che lo giudichi anche chi ne è affetto, visto che, se è vero che in giorni di bassa pressione cerco in tutti i modi di non farmi vedere e di non guardarmi allo specchio, in giorni come questo, che c’è un bel vento, mi sento davvero al settimo cielo. Però adesso cosa succede? ecco: cambio di scenario: si sta mettendo a piovere… Comunque un giorno o l’altro riuscirò anche ad essere ordinata, non ne dubito.
    (Milena)

  9. Mi. Says:

    Ho letto le note sull’autore: quindi sei nato nel ‘62: come mio fratello! solo che quello là è uno stronzo e tu sei molto più bello. Peccato però che la foto è così piccolina…

    Per l’occasione tiro fuori un’ultima cosa – anche perché fra poco devo ripartire per il mare e non so quando ci risentiremo – che ho scritto la scorsa estate e che poi mi sono divertita a spezzettare come fosse una poesia, ma siccome non me ne intendo molto magari ho sbagliato tutto un’altra volta, quindi ognuno la spezzetti pure come gli pare: senza contare che sembra un polpettone all’antica rispetto al genere di poesia che va ora di moda: e parla d’amore, o ammore con due emme (?), ma quando la leggerai/leggerete, salterà all’occhio che forse non è la parola più indicata, solo che non son riuscita a trovarne una alternativa.

    Coriandoli

    L’amore è sparso nella mia vita come una manciata
    di coriandoli che cerco di riacciuffare ad uno
    ad uno e riunire in un collage multicolore.
    I ricordi più belli che ho sono della mia infanzia.

    La voce le cure gli abbracci della nonna, la grande
    marmitta di maiolica bianca colma all’orlo del latte
    cagliato con la panna sulla superficie da togliere
    prima e mettere da parte per fare il burro e poi
    affondare il cucchiaio ripetutamente fino a non
    poterne più con la pancia fresca e tonda come
    la luna piena di luglio.

    I risvegli nelle mattine ancora buie
    gelide e terse nel letto tiepido dei nonni, e la nonna
    che dice “guarda, è la stella del mattino, dormi
    ancora, intanto il nonno va a mungere la mucca”.

    I giochi nel cortile con un piccolo cane da poco
    valore, e con la gabbia ormai vuota dei pulcini
    già cresciuti, che mi trascino sulla testa e poi
    faccio finta di non poterne uscire
    per sollevarla con una sola piccola mano
    e dire ‘ora sono libera’.

    I tracciati di un nuovo mondo sulla terra
    battuta per giocarvi con gli amici sulla via
    venuti come tutti da ogni regione
    e di un nuovo progetto di casa in un angolo
    riparato all’ombra umida del nocciolo
    con finestre e porte d’entrata e d’uscita
    bagno e cucina e camera da letto e non
    molto di più.

    (Milena Rozzoni., 7 luglio 2006)

    C’era la luna piena quando l’avevo scritta, e voglio ricordare che si narra che il Bhudda si illuminò nella luna piena di luglio non so dirvi di quale anno, ma consideratela una casuale licenza poetica…
    Ciao a tutti, e buona estate.
    Mi.

  10. md Says:

    Anche a te, buona estate!

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