EUDAIMONIA

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“Che cos’è la felicità?” – questa la domanda che qualche mese fa avevo rivolto ai miei enfants prodiges-philosophes, che diligentemente hanno risposto. La domanda è astratta e, com’è evidente, richiede una risposta altrettanto astratta. I filosofi nel corso della storia se la sono posta e hanno diversamente risposto, sempre in maniera astratta. Ma la vera domanda è: io sono felice?

Il mio amico Matia mi ha spedito un racconto molto bello e mi ha scritto di “essere felice” (perché innamorato), augurandomi altrettanto. I miei amici e le mie amiche in procinto di riprodursi mi sembrano felici. Specie le dirette interessate che, com’è noto, in maternità assumono quell’aspetto particolarmente serafico che fa sempre venire tanta invidia agli uomini. La pace serale di questo fine giugno, le rondini che schiamazzano gioiosamente nel cielo rosato, persino le nottole che le seguono subito dopo (le nottole di Minerva di hegeliana memoria!), il colore del liquore alla cannella che talvolta sorseggio sulla sdraio, i colori, l’aria fresca e pulita, la brezza della sera – tutto pare evocare scenari felici. Tutti sono (o sembrano) felici. Io no. Pur essendo “felice” per la loro felicità, io no, non lo sono.

Proprio qualche giorno fa, prima che tutte queste immagini e pensieri mi rimbalzassero addosso, in perfetta autonomia e solitudine dopo una “felice” corsa serale in mezzo ai boschi mi sono fatto la fatidica domanda: ma io sono felice? In realtà conoscevo già la risposta prima di formularla, prima ancora che essa sorgesse nei precordi della mia mente. Eppure date le circostanze avrei dovuto rispondere senza imbarazzo o indugio alcuno: , semplicemente. Dato che: sto bene di salute, faccio un lavoro che mi piace, negli ultimi mesi ho fatto esperienze molto belle e istruttive, ho degli amici meravigliosi, non mi è morto il gatto… Ma la risposta rimane pervicacemente no, non sono felice. Posso dirmi pago, soddisfatto, sereno, questo sì, ma non felice.

I Greci chiamavano la felicità eudaimonìa, letteralmente la condizione di uno “spirito buono”(eu=bene, daimon=spirito), cioè di chi è posseduto da un buon demone, da una buona sorte che gli permette di prosperare: l’effetto è una tonalità dell’anima lieta, positiva e stabilmente piacevole. Ogni filosofo dava poi la sua ricetta per raggiungerla: chi per addizione (Aristotele: la felicità è la perfetta beatitudine della contemplazione teorica), chi per sottrazione (gli epicurei, gli stoici: la felicità è ataraxìa, imperturbabilità, specie nei confronti dei beni materiali che, per definizione, sono effimeri e transitori); Diogene la faceva coincidere con la libertà, Socrate con la virtù, gli scettici pensavano fosse illusoria…

Anche in epoca moderna sono molte le teorie sulla felicità, in verità non molto più originali di quelle antiche. Se c’è una differenza, forse, è dovuta al peso che la socialità ha nella sua realizzazione: partendo dal presupposto che non si può essere felici da soli – un presupposto che tiene conto della naturale disposizione degli umani alla vita sociale – fa la sua comparsa il principio dell’utilità. Bisogna cioè operare affinché il maggior numero sia felice. La felicità è anche una questione collettiva, e ogni individuo ne è responsabile. Tale tesi, presente anche in qualche modo nella teoria marxista, omette però di dire due cose: che fine fa il minor numero infelice (fosse anche uno solo), e, soprattutto, glissa sulla domanda fondamentale, e cioè quale deve essere il contenuto di questa felicità. Anche il “bene” kantiano glissava, dato che rimaneva vuoto e formale.

Ma si tratta pur sempre di teorie… Il fossato che c’è tra la loro astrattezza e quello che io sento rimane ben divaricato. E così l’impressione che alla fine ne ricavo è che sì, in certi periodi della propria vita si può essere sereni, paghi, beati, soddisfatti (persino mentre la nave affonda), e in altri momenti, al contrario, trafitti dalla più cupa infelicità, mentre magari tutti attorno ballano e sorridono. Dal punto di vista emozionale (o umorale) così è. Ma stabilmente felici, nemmeno per sogno.

L’unica condizione possibile di “felicità” stabile e non caduca che ci rimane è allora forse quella intellettuale (la beatitudine che deriva dalla contemplazione teorica di cui parlava Aristotele nell’Etica nicomachea), ma è gelida come l’acqua di un lago di montagna:

“…se l’attività dell’intelletto – scrive Aristotele – essendo contemplativa, sembra eccellere per dignità e non mirare a nessun altro fine all’infuori di se stessa e ad avere un proprio piacere perfetto (che accresce l’attività) ed essere autosufficiente, agevole, ininterrotta per quanto è possibile all’uomo e sembra che in tale attività si trovino tutte le qualità che si attribuiscono all’uomo beato: allora questa sarà la felicità perfetta dell’uomo, se avrà la durata intera della vita” (EN, X, 7).

Delle due l’una: o felici a singhiozzo, e in maniera sinusoidale (per un amore, per una nascita, per una cosa bella capitata, per puro piacere di esistere – ma dura sempre poco); o stabilmente beati, ma in maniera del tutto incolore e insapore. Tertium?

(Foto: Felicità-2006©B@Imagine, Flickr)

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28 Risposte to “EUDAIMONIA”

  1. Mi. Says:

    La vera domanda è: io sono felice? provo a giocare un po’ su questa domanda, ma non passa molto che mi accorgo che pensandoci, se c’era, già svanisce o si allontana.

    La felicità non sopporta domande indiscrete. Non sopporta di essera trattata razionalmente, analizzata, sezionata, non puoi fargli l’autopsia, che appena cominci ha già esalato sull’acciaio il suo ultimo respiro. La felicità è un soufflé o una mousse di cioccolata. E’ una piuma mossa dall’aria, per caso ti passa vicino e ti carezza la fronte. E’ la scia di una lumaca che se n’è già andata, lentamente. Non sai dov’è sparita, e ti divorerà l’insalata non oggi ma la prossima volta. E’ quando ti alzi presto e sarà una bella giornata, che ci sia il sole o la nebbia, non importa. La felicità ha un cuore delicato che si diparte attorno fin sulla punta delle dita e le palme dei piedi e oltre. E ti fa volare sugli scogli come sulla schiuma. E’ polvere sospesa che non puoi catturare se non aspetti che si posi. E’ vapore che imperla i vetri e cola nella tua stanza calda. E tutto il resto è fuori, e non potrà entrare lì dentro almeno fino a domani mattina.

    Potrei allungare la lista all’infinito, ma per oggi basta così. Domani ricomincio daccapo.

  2. Flora Says:

    A parte quel gioco di parole che ho buttato giù ieri, guarda Mario: oggi voglio essere sincera, ce la metto tutta. Sì perché, ho scoperto che non c’è cosa peggiore che parlare di felicità, per far che quella se la dia a gambe: porta sfiga, direbbe mio figlio.
    E non so com’è e come non è, ma sembra proprio che ogni parola tiri al suo seguito il suo contrario. Quindi, insomma, interrogaci pure sulla morte, disastri, guerre, inquinamento, infelicità, ma non toccare la felicità, né tutto ciò che potrebbe mandarci in crisi, così, appena di ritorno da una vacanza con l’abbronzatura fresca e il sale sulla pelle.
    Ieri nella biblioteca sul mare ho dato una rapida lettura al post, che come al solito è molto ben fatto e interessante, e spiega tutto nei minimi particolari tanto che sembra un rompighiaccio di quelli ben congegnati, di più, un dispositivo ad orologeria che si arrota tra le sinapsi e gira gira inesorabile… che se nascondi ancora una qualche illusione nascosta tra le pieghe della pia madre, te le scrosta come il dentista il tartaro, e via.
    Ho tentato, te lo giuro, di lottare fino alla fine, schermarmi dietro le tende e appiattirmi contro i muri, salvare il salvabile di tutta la frutta che diventa marcia al solo toccarla, imboscare caramelle nelle tasche dei pantaloni, mettermi lo smalto sulle unghie, tingermi i capelli e tenere quel palloncino colorato attaccato a un filo.
    Ma va bene, ora mi arrendo, ce l’hai fatta. Sono col culo per terra. E il palloncino è volato in alto e non so chi lo ritroverà floscio da qualche parte. Tanto non serve più.
    E poi oggi ho letto quello che ne pensano i bambini della felicità: è vero, sanno già tutto prima di noi, prima di studiarlo o pensarci sopra. Quindi cosa serve girarci tanto attorno?
    Eppure… ero ancora ‘felice’ ieri mattina, dopo una corsa in bicicletta fino alla biblioteca, e poi al mare per l’ultimo bagno nell’acqua fredda e sorprendentemente pulita, ieri. Ed ero così felice che chiunque mi vedeva non poteva non rallegrarsene, o guardarmi incuriosito, o invidiarmi anche, perché no? (cos’avrà quella matta oggi, non si riesce proprio a capire), anche se avevo il torcicollo e non solo, ma quello non si vedeva e lo sentivo solo io.
    Ed ero relativamente felice anche mentre pulivo casa, preparavo la valigia, e durante le cinque ore in treno; e di solito quando sono sola amo i viaggi in treno, ma non ieri: c’era con me mia figlia e non era di ottimo umore: aveva fatto le ore piccole la notte prima. Così ho cercato di… inutilmente, senza riuscirci. Non mi piace vedere quella sua faccina triste, mi rende infelice. E le avrei allungato anche un bel pizzicotto, così avrebbe avuto un motivo concreto per piangersi addosso – sai, come nei monasteri buddisti, che appena ti svegli ti danno uno scappellotto perchè così capisci che la vita dopo di quello è anche più bella -, ma eravamo in mezzo ad altra gente, e non l’ho fatto. E così la felicità ha cominciato a sciogliersi come il sorriso della gioconda sulla tela. Senza alcun motivo apparente: ma c’è sempre, eccome!
    Ci sono più motivi per renderci infelici che viceversa, pare. Tanto che qualche volta in mancanza d’altro inventiamo una felicità che non esiste: una bella costruzione della mente, un castello di carte nell’aria e cerchiamo di farci vivere anche gli altri che ci stanno assieme, ma non regge il peso della realtà e basta poco a farlo crollare. Splash!
    E tutti col culo per terra.
    Ma ora da questa posizione vedo le cose da un altro punto di vista, è ovvio, dal punto di vista di una che è per terra, o rasoterra, ma non ancora sottoterra.
    Quale significato diamo alla felicità lo possiamo decidere anche da noi, senza che ci venga offerto in pasto su un vassoio a un vernissage, o direttamente nel trogolo dei maiali, e non stare ora a chiederti cosa esso sia che andremmo per le lunghe. Quindi, bando a tutte le interpretazioni umorali ed emotivo sanguigne ormonali, od estetiche e morali, la felicità è l‘essere’ stesso senza determinazioni.
    Tutto il resto sono orpelli superflui come i fiocchi nei capelli.
    E le emozioni e le sensazioni sono stati passeggeri, qualche volta divertenti gradevoli piacevoli, o dolorosi e terribili, qualche volta anche noiosi, o frizzanti e rabbrividenti, o gai e lieti o quieti. Ma sotto tutto questo, e sopra e dentro e fuori e attraverso, è: l’essere. E attraverso l’essere puoi attingere tutte le gradazioni possibili.
    Se la felicità è una faccia di un poliedro dalle centomila facce, l’essere è il poliedro stesso. Essere felici è una possibilità, ma pensa che noia se fossimo indifferentemente felici: sarebbe un limite persino insopportabile che finirebbe per distruggere la vita stessa. Essere qualche volta infelici è anche meglio di niente. Senza contare che puoi essere triste o melanconico, allegro o contento, tranquillo o sereno, eccetera eccetera.
    Quando dici: io non sono felice, per esempio, ti credo: infatti tu sei Mario, e Mario di sicuro ha molte altre e più svariate possibilità, come tutti e forse anche di più.
    Pensa che mio nonno si chiamava Felice, e qualche volta mi diceva che lui era felice di nome ma non sempre lo era di fatto. E con questo riusciva a farmi ridere. Perciò lui era molto più che felice perché lo ero anch’io.
    Quindi: ridi, Mario, e sii anche tu felice se e quando lo vuoi. E quando non lo vuoi, o non ti riesce proprio così facile, non esserlo, fai qualcos’altro, vai in bicicletta, accarezza il gatto, beviti il liquore alla cannella; insomma, fai tutte le cose che ti piace fare o mandami una mail e dimmi che sono una stronza. Mi divertirei moltissimo.
    Comunque se mi dicessi che da queste parti si vive male e che se il cielo sopra di noi fosse un po’ più frizzante potremmo stazionare un po’ più a lungo nel tassello della felicità, sarei d’accordissimissimo con te. Sono certa che questa sia una realtà oggettiva imprescindibilissimissima.
    Caspiterina, cosa è successo nel frattempo? ho un altro palloncino tra le mani, e anche se non lo vado a cercare è lui che trova me. Non me ne libererò mai?

  3. md Says:

    Belle ed efficaci le tue metafore.
    Se “essere” e “felicità” sono categorie, allora sì, possiamo dire che coincidono: si è – pienezza vitale, senza determinazioni, si vive, si esiste, e tutto quel che conta è durare, perdurare, conservarsi in questa condizione. Esti gar einai; la verità è un cuore non tremante: così diceva perentorio Parmenide.
    Non appena, però, si esce dall’astrattezza categoriale si rientra nel gioco delle tonalità emotive, ma hai ragione tu: vi sono gradazioni diverse del sentire, dalla disperazione nera al cuore che scoppia di una gioia incontenibile – tutti stati da cui, per fortuna, si transita.

  4. md Says:

    Dimenticavo, a proposito della tua frase “interrogaci pure sulla morte, disastri, guerre, inquinamento, infelicità, ma non toccare la felicità”… ogni tanto mi pongo il problema della “negatività” e tristezza degli argomenti che tratto nel blog (eccetto il capitolo felice con i bambini, ma anche lì morte e dolore hanno fatto capolino ad un certo punto). Del resto vivere è avere a che fare con ostacoli, sforzo e fatica, leopardianamente e darwiniananamente non c’è proprio nulla di felice nella natura. C’è, dunque, l’essere. Punto. Ogni tanto, però, a noi umani è dato di emergere da quella faticosa necessità e di far splendere qualche perla, magari solo per i porci, ma sempre di perle si tratta…

  5. ro_buk Says:

    Forse la felicità si vive ,non si ricorda.Io non ricordo l’ultima volta in cui sono stato felice ma non posso affermare di non esserlo mai stato.Come poter afferrare uno stato d’animo se non nel momento in cui lo si vive? Spesso però se stai vivendo un particolare momento di felicità non è che ti fermi e dici a te stesso “ora sono felice”,vivi,semplicemente…
    Io ad esempio sono felice perchè tra poco la mia compagna avrà la nostra bambina ma non è che non vivo le angosce di tutti i giorni da sei mesi a questa parte.Forse la felicità di cui parli la proverò il giorno del parto ma sicuramente mi scorderò di chiedermi se sono felice,forse sarò occupato a viverla la felicità.

  6. md Says:

    Vero!!! A volte si finisce per intellettualizzare troppo! L’effetto è quel che cantavano i CSI qualche anno fa: “densamente spopolata è la felicità”.

  7. Flora Says:

    @ md: a proposito della frase che riporti, caro Mario, posso solo aggiungere che se avessi qualche remora ad interrogarmi su quello che di volta in volta ci proponi, non ti seguirei con attenzione come cerco di fare, anche se talvolta vado per la mia strada, sperimento e rispondo in modo che può non piacere. Ieri sono stata un po’ brusca, per esempio, o passionale o ironica o provocatoria: non so cosa ci hai trovato. Comunque pare ovvio che abbia smosso un bel casino (si puo dire, spero), visto che se è ovvio che la morte è certa, la felicità non lo è altrettanto.
    Ho scritto molto fra ieri e oggi, e inserirò qualcos’altro in risposta al tuo precedente commento, ma in tono più pacato, anche se forse un po’ troppo intellettualizzato. Se è così, scusami dal principio. E grazie, non solo per le perle ma anche per i diamanti.

  8. Milena Says:

    Quando qualcuno mi dice che ho ragione, è sicuro che cominceranno a sorgermi dei dubbi.
    La verità è un cuore non tremante… diceva Parmenide: è bella questa frase immagine, che appena l’ho vista e ascoltata ha rallentato il flusso caotico dei pensieri e degli stati emotivi altalenanti ai quali non val la pena di dar troppo credito. Infatti, se ognuno di quegli stati passa così velocemente e si trumuta in altro, forse nessuno è abbastanza reale da essere considerato più del tempo che dura.

    Nello stesso tempo è una frase che mi provoca un sentimento opposto: infatti si è, ma si è anche spesso lontani dal coincidere con quell’ideale, quel dover essere, anche se sarebbe bello essere in sifatto modo, ossia ‘un cuore non tremante’. E siccome so per certo di coincidere talvolta anche un cuore tremolante, mi sento anch’io frustrata dallo scarto fra l’ideale e la realtà. Senza contare che un cuore tremante potrebbe nascondere falsità: affermare di essere ciò che non è, dire di essere felice per nascondere di essere infelice, o viceversa; e via dicendo.

    Ma anche quell’aggettivo ‘perentorio’ la dice lunga sul tono assoluto di un’affermazione che subito provoca dei sospetti e che avrebbe almeno bisogno di essere spiegata o interpretata. Non so cosa intendesse esattamente Parmenide, non l’ho mai studiato, e forse Mario potrebbe spiegarci qualcosa di più. Ma nel frattempo, e anche se probabilmente mi arrampicherò sui vetri, voglio provare ad interpretarla a modo mio.
    Per esempio potrei dare a quel ‘cuore’ il significato di ‘centro’, un centro che è immobile anche quando tutto attorno ruota in modo più o meno vorticoso. Qualcosa che somiglia all’occhio del ciclone, che anche quando capitano situazioni estreme rimane calmo e quieto. Quindi, anche in situazioni estreme, il trucco sarebbe riuscire a posizionarsi in quel centro. Viverle, naturalmente, ma non identificarsi nelle sensazioni esterne sensibili e fluttuanti, e coincidere col nocciolo del proprio essere. E’ abbastanza certo che questo mi renderebbe più felice, o meno infelice: meno in balia dei mutamenti esterni.
    Vedo che quest’immagine potrebbe descrivere quella situazione, pur sempre ideale, in modo abbastanza chiaro, sempreché l’essere umano fosse dotato realmente di un centro calmo e quieto. Naturalmente a questo punto, e perché sia reale, non vedo alternativa possibile che il volerlo essere. E che quindi sta ad ognuno di noi determinare chi è e dove vuole essere: frammentato in mille e una sensazione sulla superficie esterna? o al centro?
    Può darsi che non si possa avere il controllo di tutti gli aspetti della propria vita o di tutto il caos che gira attorno, ma arrivare al centro di se stessi, questo si può fare, se lo si vuole. Forse è più difficile dirlo che volerlo ed esserlo.
    O perlomeno: se devo scegliere cosa cercare, preferisco cercare di essere al centro di me stesso in modo sereno e non tremolante, che cercare la felicità – che è un concetto eccessivamente sfuggente per i miei gusti e per la mia condizione.

    Infatti mi chiedo: un cuore non tremante, non somiglia forse più alla serenità che alla felicità?
    A furia di pensarci sto maturando una specie di diffidenza per il concetto di ‘felicità’.
    Mi ricorda la costituzione americana, con l’idea del diritto alla ricerca della felicità: mi suona come un’idea ambigua che alla fine può produrre molta infelicità. Forse mi sbaglio, ma se penso che la felicità è un mio diritto, prima o poi potrei arrivare al punto di arrabbiarmi per non averla, o per non sentirmici in possesso in modo continuativo, e per considerare la sua vera o presunta mancanza, un’ingiustizia per la quale facilmente addosserò la responsabilità a qualcun altro, in particolare, o al mondo in generale, o di cui m’incolperò persino. Ma in ogni caso questo mi renderà sicuramente più infelice.
    Si potrebbe essere infelici per tutta la vita ricercando una felicità che non esiste o che ha la consistenza di un sogno. Inoltre qualcuno potrebbe rendere infelici molti altri esseri umani mentre cerca la propria felicità senza mai trovarla.
    Tutt’al più posso considerare la felicità come un dovere, un dovere comprensivo dell’idea di compiacermi dei diversi gradi di realizzazione della felicità.
    Alla fine anche oggi sono tornata al punto di partenza. E non vorrò nemmeno chiedermi ancora se sono felice: non mi interessa e non mi renderà più felice. Invece continuerò a chiedermi: chi sono, dove sono, e dove sto andando. Ovvero: sono al centro? E se mi accorgo di non esserlo ancora, dovrò cercare di arrivarci. E se non oggi, domani. O mai.
    Non esiste alcuna certezza. Quasi nessuna.
    Siamo quasi certi che sorgerà il sole, domani, ma non che saremo qui a vederlo. Da parte mia, e finché son qui, ci provo. Senza far troppo affidamento sul fatto, o meno, di riuscire ad essere felice.

    Naturalmente io parlo così perché ‘una patria l’ho già avuta’, ovvero credo di aver ricevuto, magari anche dato, la mia parte di felicità insieme alla mia parte di infelicità, ovvio. Qualche volta riesco persino ad essere sempre e gradualmente un po’ più ‘felice’, anche se forse non è esatto usare questo termine. Ma qualche volta ho l’impressione di vivere di rendita. Attraverso la memoria i momenti di ‘felicità’ si sommano l’uno all’altro formando uno strana specie di substrato che scioglie a poco a poco il risentimento di ciò che ho sperimentato come contrario.

  9. Mile Says:

    oggi ho fatto un patto col diavolo e non s’è neppure accorto che l’ho imbrogliato.
    che anche lui si dev’essere stufato di portarmi tutte quelle nuvole sopra la testa.
    gli ho detto: ma chi te lo fa fare, non sarebbe ora che te ne vai un po’ in vacanza, a rilassarti, a divertirti, a fare un po’ quel cazzo che ti pare? tanto, guarda, puoi star tranquillo, che ormai me lo hai insegnato bene ad essere infelice per tutto il tempo, che anche non ci sei tu, lo posso fare anche da sola.
    lui mi ha guardato di sottecchi e devo aver fatto proprio la faccia giusta che senza pensarci troppo a lungo si è convinto. ha trascinato qui un blocco di nuvole spesse e pesanti come un grattacielo da bastare per quindici giorni e se n’è andato a far villeggiatura.
    e io sono rimasta sola soffocata da tutto questo grigiore. ma avevo un piano. ho riacceso tutte le più belle giornate di sole che avevo in deposito nella memoria. una dopo l’altra che è persino un’esagerazione. all’improvviso la mia giornata è illuminata come un campo di calcio. dà persino fastidio. devo mettermi gli occhiali scuri per riuscire a pelare le patate.
    detto fra noi, ora si svelo il segreto. il segreto è nella matematica. sì, non l’avreste mai immaginato. bisogna ricominciare daccapo e imparare di nuovo a far le somme. come al principio. al massimo le moltiplicazioni. e farla finita una buona volta con tutte le divisioni.

  10. Flora Says:

    A proposito di quella mia scorribanda in cui, alla fine, mi ritrovavo ancora tra le mani un palloncino… mi sono accorta che non era affatto chiaro il significato che io stessa davo a ‘quel palloncino’. Infatti, se è vero che a volte certe immagini sorgono spontanee e rappresentano un contenuto inconscio che ci appare all’improvviso, anch’esse hanno bisogno di essere interpretate, come qualsiasi testo, evento, foto.
    Oggi sono giunta a dare a ‘quel palloncino’ il significato di ‘illusione di felicità’: ossia una felicità effimera e precaria, vuota come può essere il contenuto di un palloncino, e che di conseguenza con facilità può andare smarrita.
    La felicità di per sé potrebbe essere – e di fatto lo ‘sembra’ essere – un bene effimero e transeunte, uno stato dell’essere che per un attimo ho la sensazione di tenere, magari appeso ad un filo, un attimo dopo mi è già sfuggito di mano.
    Ma potrebbe anche essere altro.
    Infatti, non sarà che faccio qualche confusione su ciò che è o dovrebbe essere l’oggetto o il contenuto del mio desiderio?
    Non sarà che ripongo i miei appetiti, appetiti della mia mente e non solo del corpo, in qualcosa che non riuscirà e che di fatto non riesce a darmi soddisfacimento durevole e progressivo? In beni e oggetti e contenuti effimeri, per esempio. Una felicità giocattolo, che può magari soddisfare un bambino… Ma io? come posso accontentarmi di un palloncino? – fanculo il palloncino!
    Flora

  11. Reiniku Says:

    Penso che la felicità esista, esista eccome.
    Ma nessuno può dire cosa sia, intendo dire, nessuno la può fermare-cementificare con le parole.
    O comunque nel momento in cui si tenta questa impresa…la felicità è già altrove…

  12. ippo Says:

    Felicità è accettare i cambiamenti.

  13. mario Says:

    Molto bella la la fotografia in apertura,radiosa si accarezza con lo sguardo.
    Ogni volta che Vi leggo mi” intrippate.”
    Provo anche io a esprimere un pensiero.
    Ritengo molto soddisfacente la definizione che ne da Aristotile specie se data in senso teorico. Si dice che San Francesco d’Assisi un giorno,al culmine probabilmente di una sofferenza interiore gridasse “PARLAMI” In quel momento ritengo egli scavalcò
    i monti,le Umanità e quant’altro da noi conosciuto proiettandosi attraverso porte aperte nel cuore del “PADRE”. Per quanto conosciamo infatti nessun padre ad una simile e accorata e disperata invocazione potrebbe assumere ancora il silenzio.
    Questa a parer mio è la felicita. Noi nella nostra esistenza ne proviamo le briciole,in alcuni casi alcune di esse sono talmente vivificanti che ci riempiono dl luce,di calore,di ghiaccio caldo,è una sensazione talmente forte e permeante che ci lascia per antitesi spossati. Anche l’appagamento di cui sopra si è scritto produce le stesse sensazioni anche se in forma diversa e quindi meno reali.
    Avete notato che quando si finisce “con il culo per terra” specie se in gruppo scatta
    una irrefrenabile risata?

  14. nana Says:

    io penso che la felicità sia un’emozione, una particolare sensazione che non può essere espressa a parole e nemmeno analizzata, ma bisogna sentirla con il cuore.
    Sono attimi brevissimi durante i quali il cuore si riempe di gioia ma spesso sono le cose piu semplici che comportantano questa breve emozione ed è per questo che la nostra mente a volte nemmeno si accorge della felicità d’animo perchè è una sensazione troppo complessa e breve e di conseguenza quando ci chiediamo “ma io sono felice?” la risposta è sempre ‘no’. Perchè i rari momenti in cui siamo veramente felici non ce ne accorgiamo nemmeno.
    Ce ne rendiamo conto solo alla fine. quante volte ci capita di sentire come un vuoto dentro, anche se hai tutto davanti a te? e non sappiamo spiegarci cosa ci manca. ecco è allora che ci accorgiamo che siamo stati felici e ora quella felicità ci manca.
    Ma tornerà, si tornerà. ma non bisogna aspettarla, non bisogna sprecare tempo. perchè piu ci pensi e piu’ non la senti quando cè.
    è inutile spiegarsi cosa sia la felicità. la felicità sta dentro il cuore.
    e purtroppo il cuore e la mente sono incompatibili.

  15. mario Says:

    al contrario di”nana” io penso che la mente ne registra l’esistenza e il cuore la rende fisicamente reale.

  16. federica Says:

    Ciau a tutti sono 1 ragazza di 17 anni e sono capitata per caso qui dato che ho inserito la parola felicità su google in quanto ho deciso di portare un percorso sulla felicità all’esame.Innanzitutto volevo fare i complimenti a Flora,mi è piaciuta la sua prima teoria della felicità come il semplice “essere”,poi vabbè ho letto il commento successivo e mi è piaciuto un pò meno:D….Io credo che a noi piace cullarci in qst infelicità costante,proviamo gusto a crogiolarci in questo stato di inappagamento continuo.Ora mi fermo 1 sec. e parto dall’inizio.Ho scelto la felicità come argomento da portare all’esame perchè in genere tutti dicono che ho un’espressione sempre triste ed arrabbiata,ed è vero solo che in raltà nn sono arrabbiata o triste,o forse si, ma nn sempre e qll’espressione è data da 1 fatto ereditario ovvero dalle guanciotte che mi ha trasmesso mio padre(ma qst è 1 altra cosa).Qualche mese fa sono andata in vacanza con i miei e cn degli amici di famiglia,e c’era un ragazzo di nome Sergio,che qnd aveva pochi mesi è stato colpito da 1 virus che gli ha procurato danni irreversibili al cervello.E lui ora ha tutti i motivi per nn essere felice,però è cosi’ allegro e cosi’ solare ed inoltre qnd mi vede mi insulta dicendo che sono 1 tapiro perchè ho sempre il muso.in particolare mi ha colpito 1 frase che mi disse:<>e io li’ mi sono sentita piccolissima,nn sapevo che dire e nn nascondo che mi veniva da piangere.E da allora ho iniziato a pensare e a chiedermi cosa fosse realmente la felicità,e perchè ovunque mi giri in qst mondo vedo molte persone tristi e poche felici,e perchè quelle poche persone felici sono le più improbabili.e nn sono giunta ad 1 conclusione ma penso che la felicità nn può essere definita e che sia nel bacio al proprio ragazzo,nell’abbraccio ad un amico,nella litigata cn i genitori,nelle carezze,nei pianti,insomma che la felicità è la vita stessa con i suoi pregi e con i suoi difetti.I decadenti dicevano che ormai tutto era già stato scoperto e quindi erano infelici e sperimentavano l’assurdo perchè si sentivano infelici,e io penso che nn siamo molto diversi da loro,perchè siamo privi di obbiettivi abbiamo tutto,e sopravvalutiamo le cose semplici che alla fine sono qll che ci danno piu’ gioia.Però penso anche che ci sguazziamo in qst stato per avere una giustifica a tutte le nostre azioni.Penso che l’uomo per sua natura sia portato a reputarsi infelice,perchè noi in realtà non siamo mai soddisfatti di nulla.Studiando la filosofia ho visto come la ricerca della felicità sia stata sempre la molla che ha fatto scattare varie teorie che identificavano la felicità talvolta cn l’assenza di dolore,talvolta con Dio,talvolta con 1 società migliore…ma ora? cos’è che ci fa essere infelici?secondo me nulla,è tutto 1 pretesto!!!
    mi scuso visto che nn sono molto brava a scrivere,e mi scusa anche perchè sec me sono 1 pò confusa a riguardo….^-^

  17. federica Says:

    la frase è “tu devi essere felice,la vita è bella”

  18. md Says:

    Federica, ho apprezzato molto il tuo intervento, dicono (secondo me a torto) che i ragazzi di oggi sono vuoti, senza ideali, che non pensano e si limitano a consumare, ecc., e mi pare che quel che hai scritto ne sia una radicale smentita. E’ proprio vero che sulla felicità ci sono più incertezze che altro, che sempre ci sfugge, ma è altrettanto vero che spesso nell’infelicità ci crogioliamo.
    In bocca al lupo per i tuoi studi e torna quando vuoi.
    (p.s. sto preparando un pezzo sul concetto di gioia, anche se è meglio sentirla che parlarne…)

  19. INNO ALLA GIOIA « La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] di getto il pezzo “Eudaimonia” dopo averlo fissato mentalmente durante una corsa tra i boschi. Non immaginavo che […]

  20. Alessandra Says:

    è quasi inquietante il fatto ke io mi trovi a scrivere a nn so’ ki in qsta notte kn il pc sulla pancia mentre nn trovo pace per dormire…
    Cmq mi chiamo Alessandra e studio all’istituto di scienze religiose dell’italia settentrionale..Non sono una suora nessuno pensi male..ma nella mia facolta’ il 90 per cento delle materie sono un continuo filosofare…
    da sempre mi affascina e mi assilla la domanda “ma io sn felice”…
    persini nella tesina della maturita’ mi ero sforzata di creare delle ipotetike tesi per giungere a qlkosa di kiaro e definito…
    la condanna e la bellezza dell’uomo è il suo essere capace di dare senso…
    purtroppo questa capacita’ ci porta molte , troppe responsabilita’…
    vi lancio una provocazione..
    puo’ davvero essere felice un uomo nella sua finitudine??? o la continua ricerca di trascendenza lo lascera’ sempre insoddisfatto??

  21. md Says:

    cara Alessandra mi pare tu abbia già risposto: non so cosa tu intenda per “trascendenza”, io la considero un continuo autosuperamento, un forzare sempre i propri limiti, e dunque – come tu dici – una “condanna” eterna all’insoddisfazione, d’altra parte solo così possiamo produrre qualcosa di bello, anche se non eterno, altrimenti ci limiteremmo a riprodurre l’identico, e sai che noia…
    cmq ti auguro notti meno inquiete e giorni un po’ più felici
    torna a trovarci quando vuoi

  22. Il pieno transindividuale: tentativo numero 3 di definire la felicità (con qualche incursione nel misticismo e nella geometria) « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] la felicità e la gioia, provo a definire un sentimento contiguo a quelli, cui però mi risulta difficile […]

  23. Muzero Says:

    No alessandra, dipende dal tipo di trascendenza che tu ricerchi.
    C’e’ chi riceve un totale appagamento dalla sua ricerca di trascendenza… come quando i buddhisti raggiungono lo stato del samadhi…
    http://en.wikipedia.org/wiki/Samadhi

    beati loro.

  24. Liu Says:

    Ciao, mi sono decisa e sono andata dallo psicologo. Dopo una serie di non facili incontri, è giunto alla diagnosi. Non ho nessuna patologia psicologica. Dovrei essere allegra. Ho solo la mancanza di eudaemonia e di un motivo latente (positivo) che in qualche modo orienti la mia vita verso una via soddisfacente. Chissà perchè ve lo stò scrivendo. I post precedenti sono piuttosto datati. Non riesco a dormire. Tutti gli altri dormono.
    Io, intanto, cerco. Se solo sapessi dove cercare. La diagnosi è calzante. Tutto è passeggero, momentaneo e non latente. Infine nulla ha veramente importanza. Anche adesso.

  25. md Says:

    @Liu, beh tu hai importanza, così come il disagio che esprimi.
    Che però, credo sia il disagio di tutti.
    Buona ricerca.

  26. stefano degli abbati Says:

    ci sto scrivendo sopra un libro ragazzi…poi, se vi interessa vi farò sapere…penso che vi citerò…ciao,sda

  27. md Says:

    Certo Stefano, tienici informati!

  28. carla Says:

    se è vero, come sosteneva Aristotele, che la felicità è gelida come un lago di montagna
    allora sì, è possibile essere felici da soli.

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