LA BELLEZZA

museo32.jpgL’occhio non vedrebbe mai il sole
se non fosse simile al sole
né l’anima vedrebbe il Bello
se non fosse bella.

(Plotino)

Sabato pomeriggio passeggiavo nel parco-museo Pagani di Castellanza, e ammirando per l’ennesima volta le opere lì esposte mi chiedevo se quella che stavo facendo non fosse un’esperienza di “bellezza”.

E’ da sempre che mi chiedo “cos’è la bellezza” e ho dato risposte diverse nel tempo – così come i filosofi, i non filosofi e le persone cosiddette “comuni” (perché poi “comuni”? mah…). La bellezza qui, la bellezza là. La nascita, lo sbocciare delle cose, ma anche il loro compimento, la loro perfezione. E poi: la forma o il contenuto? o tutte e due? Bellezza e bontà; bellezza e verità; il tralucere sensibile dell’intelligibile o dell’Idea – nientemeno! E ancora: il gusto, la percezione, l’arte, l’estetica… e poi l’eros… uuuh, quante implicazioni!
Ma non voglio qui disquisire del concetto di bellezza, darne conto e definizioni, voglio solo riportare le impressioni di una passeggiata di fine luglio tra sculture e mosaici, con linee, forme e colori ficcati negli occhi entro la cornice di un bellissimo giardino. Sono stato molte volte al museo Pagani, ma ogni volta che ci torno c’è qualcosa di nuovo che mi colpisce. Banale. Ovvio, si dirà. Del resto sono centinaia le opere esposte, può ben capitare che non uno ma mille particolari sfuggano. Già solo un’opera vista molte volte può produrre questo effetto, figuriamoci così tante messe insieme. Ma quella non l’avevo mai vista! Mio Dio, com’è possibile? E’ bellissima! Quel rosso smagliante, quel nero luccicante, quei materiali con cui è fatta, quel volto, quell’espressione, quella postura, quella forma, quell’armonia o disarmonia… mi si mozza il fiato! O forse… magari non me la ricordo, l’altra volta l’occhio le è scivolato sopra… o è solo cambiata la prospettiva, ora le sto per la prima volta dinanzi, oppure dietro, di lato, di sghimbescio, sopra, sotto… ora chiudo gli occhi…
La bellezza – questa parola che già era affiorata altre volte (com’è ovvio dato che si tratta di arte) mi si pianta nel cervello, non se ne vuole andare. La bellezza, la bellezza! Sempre, di nuovo.
Ma perché, dov’è? – mi chiedo.
In che cosa, nel guardare queste opere, la scorgo?
“Diversità, molteplicità, possibilità” – sono le prime parole che mi vengono in mente.
Ma come? La bellezza non dovrebbe essere qualcosa di fisso, di stabile, qualcosa che sfugge al tempo, alla caducità? E allora, com’è che mi vien da pensare che proprio nella novità che ogni volta sorge dallo sguardo e dalla contemplazione di questi oggetti si nasconde quella magica parola?
Dunque è soggettiva, sono io che trovo belle queste cose perché ogni volta mi suggeriscono nuove emozioni, nuove sensazioni – anche nuove conoscenze.
Oppure no, sono loro che nascondono gran parte di sé per rivelarsi piano piano, a piccole gocce, a brevi sorsi, mostrando una sola faccia del poliedro, un solo raggio della propria luminosità, concedendosi poco alla volta, senza mai cedere e svelare il proprio segreto – i misteri di cui sono ammantate – una volta per tutte…
“La natura ama nascondersi” diceva il grande Eraclito.
Ma ancor più, mi permetto di chiosare, è la bellezza che ama nascondersi.
Ma allora, che cos’è la bellezza?
Chi sa rispondere?

MORTE E VITA DELLE PAROLE

Così muoiono
le parole antiche:
come fiocchi di neve
che dopo aver esitato nell’aria
cadono al suolo
senza un lamento.
Dovrei dire: tacendo.

Così muoiono
le parole antiche:
come fiocchi di neve
che dopo aver esitato nell’aria
cadono al suolo
senza un lamento.
Dovrei dire: tacendo.

Dove sono ora i cento
modi di dire farfalla?
Sulla costa di Biarritz raccolse
Nabokov uno di quei
nomi: miresicoletea.
Guarda, ora è sotto la sabbia,
come il frammento d’una conchiglia.

E le labbra si mossero
e dissero proprio miresicoletea
quelle di quei bambini
che furono i padri
dei nostri padri,
quelle labbra dormono.

Dici: un giorno di pioggia
mentre camminavo
su una strada della Grecia
vidi che le guide di un tempio
indossavano impermeabili gialli
con un gran disegno di Mickey Mouse.
Anche gli antichi dèi dormono.

Le nuove parole, aggiungi,
sono fatte con materiali volgari.
E parli di plastica, di poliuretano,
di caucciù sintetico, e dici
che finiranno tutte assai presto
nel cassonetto dell’immondizia.
Sembri un po’ triste.

Ma guarda le bambine
che strillano e giocano
davanti alla porta di casa,
ascolta attentamente quel che dicono:
Il cavallo è andato a Garatare.
Cos’è Garatare? domando.
Una parola nuova, rispondono.

Vedi, le parole non sempre sorgono
in solitarie aree industriali;
non sono necessariamente prodotto
degli uffici per la pubblicità.
Sorgono a volte tra le risate,
e sembrano pollini al vento.
Guarda come vanno verso il cielo,
come nevica verso l’alto.

(Bernardo Atxaga, Il libro di mio fratello)

LA SPECIE, LA STORIA, IL DESTINO

storia-e-destino.jpgFa venir voglia di proiettarsi nel futuro, almeno di un secolo o di 3-4 generazioni più in là, questo piccolo e prezioso saggio di Aldo Schiavone intitolato Storia e destino, recentemente pubblicato da Einaudi. Le righe di copertina, in effetti, ci promettono grandi cose: “La tecnica, la natura, la specie: esercizi di futuro e di speranza per prepararsi al tempo che ci aspetta. Il manifesto di un nuovo umanesimo”. Niente meno! Eppure la promessa viene mantenuta, per lo meno in termini teorici, se è vero, come ho già detto, che la sua lettura suscita questo strano desiderio di saltare oltre il presente, in un futuro ignoto e affascinante. E proprio da alcune considerazioni sul tempo parte il ragionamento di Schiavone. Proverò qui a schizzarne i punti secondo me più salienti.

1. La rimozione del futuro
Schiavone coglie nel cortocircuito temporale il vero male, il grande vuoto dei nostri tempi: la banalizzazione del passato, un vero e proprio oblio di sé, insieme all’assenza di progettualità e di speranza ci hanno consegnato ad un “presente indecifrato”, un misto di irresponsabilità e di terrore per la propria potenza. Il paradosso sta proprio qui: quanto più la scienza e le nostre conoscenze ci dicono a chiare lettere come tutto sia “storia”, “processo”, “incessante trasformazione”, tanto più noi ci sottraiamo alla responsabilità che ciò comporta. Rischiando così di mancare ad un appuntamento cruciale con la storia della nostra specie.

2. Una specie fortunata (e scissa)
Ma dove sta l’eccezionalità della nostra attuale condizione?
Schiavone svolge nei primi capitoli un rapido schizzo della nostra storia evolutiva – noi umani in quanto specie, all’interno di una natura in perenne movimento, entro il quadro di un universo a sua volta in lenta ma inesorabile trasformazione. L’occhio che ci vuole per guardare a questi movimenti innestati l’uno nell’altro è quello della lunga durata, del “tempo profondo”, cui non sfugge però una evidente verità: l’accelerazione che la specie umana ha impresso al tempo e alla storia a partire dalla sua comparsa sul pianeta. Una storia di fortuna, casi, necessità evolutiva che alla fine ha decretato il nostro successo come mai sarebbe stato possibile prevedere. “Ci è andata davvero bene”, è l’espressione calzante, sebbene poco scientifica, che usa l’autore. Con un risultato, però, al quanto paradossale: mentre pensiero e azioni (lo “spirito”) della specie sono usciti ben presto dal tempo profondo, vi rimangono immersi gli aspetti biologici e morfologici, creando così due livelli, una vera e propria scomposizione tra invariante biologico (per citare Virno) e artificialità tecnica e sociale. A dire il vero anche su quest’ultimo fronte il movimento presenta una certa disomogeneità: fino ad un certo punto la specie è “progredita” in maniera pressoché omogenea, con pause, rallentamenti e improvvise accelerazioni, con l’esito dell’attuale scissione culturale ed economica (non ancora ricomposta) prodotta dalle successive rivoluzioni industriali – “la tempesta” che ci sta travolgendo da due secoli e che non accenna a placarsi, i cui tempi della progressione risultano, anzi, sempre più contratti e accelerati.

postumano.jpg

3. Oltre la specie
Ma siamo ora a una svolta, una sorta di “punto di non ritorno”. Scrive Schiavone: “Noi stiamo appena entrando in una nuova rivoluzione tecnologica – la terza della nostra storia, dopo quella agricola e quella industriale, ormai completamente esaurita”. Si tratta ora non di una corsa ma di una vera e propria esplosione, “l’improvviso sfondarsi di una soglia”, “una freccia lanciata verso l’ignoto” – le metafore utilizzate cercano di descrivere l’epocalità del momento. Il punto è questo: per la prima volta saremo in grado di governare la scissione che fino ad ora ha caratterizzato la nostra specie, quella cioè tra vita e intelligenza. Le due storie, finora separate, potranno finalmente essere riunite: “Le basi naturali della nostra esistenza smetteranno presto di essere un presupposto immodificabile dell’agire umano, e diventeranno un risultato storicamente determinato della nostra cultura”. Quella che si apre di fronte a noi, con le nascenti rivoluzioni biologica e informatica, è la bioepoca (Schiavone in verità non utilizza questo termine ma quello di bioconvergenza), l’epoca in cui non solo la nostra mente ma anche il nostro corpo, le condizioni biologiche della specie, il sostrato che credevamo immutabile viene ricondotto alla dinamica della storicità e trasformabilità. Il nostro bios diventa anche il nostro destino – “espressione di una tendenza non più arrestabile”.

bioe1.jpg4. La “natura umana”
Tutto ciò evoca naturalmente l’attuale dibattito (e scontro) a proposito del concetto di “natura umana”. Per la verità, ne scombina radicalmente le coordinate: dimostrare che nulla è immutabile – la sostanza della ricerca scientifica dell’ultimo secolo, da Einstein in poi – e che tutto è storia e mutamento, che la storia della specie ha in sé il principio della modificabilità e dell’autoproduzione, che è anzi il cardine del suo sviluppo, ebbene queste tesi, suffragate dal ritmo evolutivo, rischiano di mettere in luce come “cattiva ideologia” tutte quelle posizioni etiche, religiose, politiche che si frappongono al realizzarsi del “destino” umano. E, soprattutto, mostrano come dietro a ciò il nodo vero sia quello del potere, della biopolitica direbbe Foucault. In particolare, lo scontro riguarda il controllo dell’ingresso e dell’uscita nel nostro percorso vitale, come nasciamo e come moriamo. Ciò che ci aspetta, d’altra parte, è la possibilità di superare ogni antica dicotomia: quella tra natura e cultura, naturale e artificiale, corpo e mente, storia evolutiva e storia dell’intelligenza, non umano e umano. Sarebbe la fine dell’infanzia della specie, e l’ingresso nella sua fase adulta e matura. Come dice Wilson: “noi ci stiamo congedando dalla selezione naturale. Stiamo per guardare in noi stessi, e decidere cosa vogliamo diventare”.

5. La configurazione post-naturale
I mutamenti sono solo appena immaginabili. Tuttavia se ne possono delineare alcuni: il superamento della morte così come l’abbiamo finora conosciuta; la minore rilevanza della differenza sessuale e dell’identità di genere; un incredibile potenziale di liberazione e di autodeterminazione; la reale programmazione delle nascite sottratte per sempre alla logica della selezione naturale; l’allargamento delle frontiere etiche fino a comprendervi tutto il vivente. Una vera e propria “deposizione dell’animalità” e della fissità dei tratti biologici in favore di una straordinaria crescita della sfera spirituale e dell’autocoscienza.
Il problema che a questo punto si pone è però quello dell’unità della specie: non tutti sul pianeta varcheranno insieme la soglia della transizione. D’altra parte tale soglia sarà il passaggio più stretto della nostra storia, l’azzardo più ardito.
Sarebbe del tutto inutile cercare di arrestare la forza e l’impatto della tecnica: è un processo inarrestabile, un “destino” appunto – il “destino” che la specie allo stadio in cui è arrivata è in potere di darsi. Sarà allora necessario promuovere la fondazione di un’antropologia culturale, etica e politica dell’uomo tecnologico, capace di condurci dall’altra parte del guado.
Un’etica per il miglioramento e il superamento della specie, che ne preservi però l’unità durante la transizione; un’etica che disinneschi il potenziale di violenza e di aggressività; un’etica per la difesa del pianeta; una nuova politica dell’eguaglianza, “come illimitata possibilità di ricercare la propria diversità”.
“Come mantenere aperta questa prospettiva per tutta la specie e non solo per quella sua parte privilegiata dallo sviluppo storico degli ultimi secoli (un niente nella comune storia della vita) sarà la grande sfida cui dovremo dare una risposta”. D’altro canto le differenze culturali e sociali scompaiono se osservate con l’occhio della lunga durata: tra qualche migliaio di anni, come ci insegna Levi-Strauss, allo scienziato sociale che dovesse studiare le rivoluzioni di questi secoli, poco importerà sapere dove sono nate, qual è stato il punto di origine dell’incendio.
L’attuale epoca neoimperiale caratterizzata dalla “guerra globale” in veste di “scontro di civiltà” può così apparire come una sorta di fase di transizione, un periodo di sanguinosa guerra civile, in un mondo che tende ad integrarsi e a unificarsi.

infinito.jpeg6. Finito e infinito
Le ultime pagine del saggio si dedicano brevemente alla riconnessione di tutto il precedente ragionamento con le basi filosofiche che in qualche maniera lo sostenevano (“non è questo un saggio scientifico, né storico, né filosofico”, ci aveva avvertito l’autore in principio). Ma il piccolo esperimento che inseguiva una traccia, quell’esercizio di immaginazione (e di speranza) trova infine un suo apparente fondamento ontologico, metafisico, persino religioso.
Uno dei pensieri cruciali della Logica hegeliana è quello dell’inserzione dell’infinito nel finito – un rovello che accomunerà anche il pensiero di Marx e di Nietzsche. Ma quello che era solo un termine teorico, con la potenza tecnoscientifica dispiegata diventa una possibilità pratica: davvero l’uomo si va equiparando a Dio, destinato com’è a farsi a sua immagine e somiglianza. Egli, sempre più, hegelianamente è l’espandersi indefinito della sua coscienza e autocoscienza; marxianamente la specie che per essenza (Gattungswesen) si autodetermina storicamente e determina altresì le basi della propria storicità, plasma sé e il mondo; niccianamente è volontà di potenza e Ubermensch, oltreuomo.

images.jpeg7. Nodi e vertigini
Tutto ciò può anche mettere i brividi, scatenare scenari terrorizzanti, essere un “salto nel vuoto”. Lo si è paventato a lungo per tutto il Novecento: nella letteratura, nel cinema, nell’arte, nelle cosiddette “distopie” (dal Mondo nuovo di Huxley a Gattaca), attraverso la sindrome di Frankenstein. Ma la specie così come si è determinata, con una lunga serie di tentativi ed errori, con il caso fortunato di trovarsi al punto in cui è (l’intelligenza in grado di dare forma al mondo e a se stessa), non sembra più potersi sottrarre al compiersi del suo “destino”. Un destino che non è il frutto di una necessità preordinata, di un piano o di un disegno, ma di un accaduto necessitante che si trova alle sue spalle (“le carte in tavola” che non possono non essere giocate).
Non è ancora chiaro come sciogliere tutti i nodi; sembra anzi esserci una distanza incolmabile tra l’utopia post-umana disegnata da Schiavone e il disperante attimo in cui ci troviamo con i suoi grovigli di guerre, orrori, ingiustizie, con il disastro ambientale alle porte, con la sensazione di una diffusa (in)cultura in cui sembrano prevalere le pulsioni più basse, egoistiche e violente. Per non parlare dell’abisso che separa i singoli – ciascuno di noi, nella sua finitezza e fragilità – dalle strutture e dai processi evocati. Roba da far tremare i polsi!
Schiavone non confida molto nella forma politica, sembra anzi scettico sulla sua capacità di conduzione, progettualità, ricomposizione. L’impressione è che tra la fulmineità del mondo tecnico e l’inerzia della sfera politica si sia consumata una frattura quasi insanabile. Si tratterà dunque di trovare nuove forme (nuove “tecniche”), una nuova etica che ci indirizzi verso una sorta di “tecnodemocrazia”, senza precipitarci nel baratro di un tecnoincubo, mi verrebbe da aggiungere. L’assoluta indeterminatezza del futuro dà le vertigini al solo pensarla, conclude Schiavone, ma a quel futuro non possiamo (né dobbiamo) sottrarci.

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Postille

1. La surreale foto in coda è di Ro_buk, la scala verso quel cielo così denso di ignoto mi è parsa piuttosto evocativa e in tema! Per ingrandirla basta cliccarci sopra.

2. Schiavone nelle prime pagine del libro ricorda il fatto straordinario che noi umani , gli ultimi arrivati in ordine di tempo, siamo però in grado di essere “spettatori dell’inizio”, dell’infanzia dell’universo. La pagina web della Nasa citata è http://map.gsfc.nasa.gov/m_mm.html

20 LUGLIO

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(in memoria di Carlo G. e Stefano T., entrambi trafitti a morte dal sole di luglio, l’uno da piombo di stato, l’altro da maligna e cieca natura)

NOSTOS

Dio come mi mancheranno!
I mattini della domenica, quando ci si alza presto, perché si è evitato di uscire la sera prima, di gozzovigliare con gli amici, di bere e di fumare. E allora si può andare per boschi, magari con il proprio cane, ad annusare foglie, terriccio, odori umidi, e salutare quei rari vecchi di passaggio, in bicicletta, con un forcone sulla spalla o un falcetto nel pugno. Li si saluta con discrezione. Certe volte però si ha voglia di star da soli, di non incontrare nessuno, ma proprio nessuno. Ed è bello aprire i polmoni, magari urlare al cielo, ai grovigli di robinie, agli uccelli che volano radente.
Quei mattini mi mancheranno.

Dio come mi mancheranno!
Tutte quelle persone che si incontrano nel fitto della folla, per strada, quando è domenica o alla vigilia delle feste comandate, o di sabato pomeriggio. Tutte quelle facce uguali – e diverse; quelle meravigliose maschere, superfici agghindate, diafane, bianchicce, olivastre, nere come il carbone, arrossate, smunte, infuocate, pallide, arrugginite, belle, grottesche, armoniche, lisce, rugose, appesantite; quegli occhi ammiccanti, o spenti, o profondi, o acquosi; quelle mani nelle tasche, o libere di gesticolare, di parlare, di stringere altre mani, o di arrotolarsi in un sortilegio; il passo è diverso, lo sguardo è diverso, la voce è diversa, il movimento dei lombi è diverso, l’inclinazione del busto è diversa, la forma degli orecchi è diversa, dei capelli il colore la consistenza il numero la forma sono diversi, l’angolo che il ginocchio forma con la gamba è diversa – ma io lo so che sono eguali.
Quelle facce mi mancheranno.

Dio come mi mancheranno!
quegli occhi verdazzurro, persi sulle coste dell’Alto Salento, a cercare anfratti limpidi, pietre su cui affisarsi ad aspettare che dietro le foschie compaia l’Albania. O a correre lungo i papaveri sul ciglio della strada, infilandosi nella sterminata sterpaglia occhieggiante d’ogni colore – fino a trovare il bianco fiore che dà il sonno e il sogno e che lenisce il dolore. Mi mancheranno quelle scapole aguzze sotto il maglione a coste, la bocca che soffia parole di Rimbaud, di Neruda, di Artaud, di poeti orientali, di poesie che verranno o dei versi non ancora scritti – tutte le parole del mondo potranno colare dalla sua bocca d’oro. Il suo corpo sinuoso, che ha danzato nel vortice della mia immaginazione in una notte ghiacciata del primo inverno, oh se mi mancherà!

E persino la guerra mi mancherà,
la barbarie, la sopraffazione, i campi di sterminio, l’orrore profondo che s’accumula nei secoli, l’incredibile immaginazione con cui gli umani riescono a torturarsi e a massacrarsi a vicenda, le tecniche con cui si cavano gli occhi, si squarciano le carni, s’aprono fiori rossi sui crani, affossano donne dopo averle uccise due volte, la loro barocca concezione del dolore, la folle creatività con cui s’inventano bandiere, paure, patrie, colate identitarie, ossessioni ossessioni sempre ossessioni
tutta questa merda non mi mancherà certo perché ne avrei nostalgia, ma perché è bello e vitale urlarle contro la mia rabbia, disintossicarmi da quelle mie tossine che quegli stessi orrori alimentano, perché non esistono anime pure, né belle, scordatevelo una volta per tutte, esistono però anime sognanti, e allora mi mancherà di sognare un mondo senza quella merda
Dio se mi mancherà!

Altre cose mi mancheranno, più modeste. Una tazza di tè fumante, e la teiera sbreccata da tenere nelle mani per riscaldarsi, un biscotto che si immerge nel tepore e che cola nella bocca sogni e dolcezze, la tranquillità di un pomeriggio accomodato in poltrona a leggere la lettera di un caro amico, e guardare fuori dai vetri mentre piove.
Oh, sì, questo mi mancherà moltissimo: mala tempora che si alternano a giorni azzurri e luminosi. Il comparire del primo fiocco di neve, la notte calma di una fitta nevicata, il candore che cosparge tutte le cose, anche le più fetide, e che decide che il mondo deve diventare puro. I lunghi giorni di pioggia, il suo scrosciare senza fine e senza pietà, i rigagnoli e i fiumi che si gonfiano, la paura che le acque inondino tutto e che venga la fine del mondo. Il rombo di un tuono, e quella sensazione di terrore data da una folata improvvisa di vento, quando persino le ossa ti si ghiacciano, e si rimane muti e sospesi, in attesa di qualcosa di terribile che può scatenarsi da un momento all’altro, e poi la grandine si rovescia con violenza sui tetti e sui giardini, e si spera che duri poco, e che non rada al suolo quei bei filari di vite o che non devasti i succosi pomodori dell’orto. Ma poi, dopo ogni cielo scuro e gonfio, torna sempre il sereno, la mitezza e la dolcezza dell’aria, il sole, la beatitudine di stendersi su un prato e di godere di tutto questo, e vuoi che duri in eterno, e pensi che già questo è il paradiso, non c’è bisogno d’altro, magari mentre stringi la mano dell’amato o dell’amata, e ti prefiguri le squisitezze che potrebbero accadere rotolandoti con lei o con lui tra le lenzuola pulite e profumate del cielo e dei prati in fiore.
Anche questo finirà, non durerà, la tela si sfibrerà.
Ma persino quel suo lento disfarsi mi mancherà.
Il chiaroscuro del mondo, le sue chiazze e le sue macchie, le ombre e le luci, il bene e il male, il giorno e la notte, la pace e la guerra – il ruotare delle cose mi mancherà.
Oh se mi mancherà!

E più di tutti mi mancheranno le frotte di bambini.
Bambini petulanti
bambini dolci e zuccherosi
ragnetti appena nati
neonati sbavanti
ragazzotti ciondolanti
ragazze-pertiche con corpi incontrollati
fanciulle all’ombra di fiori
e fiori all’ombra di fanciulli
bimbetti che annaspano sull’acciottolato
piccoli corpi che devono ancora spiccare il volo
faccette rosse che smoccolano su maniche arrotolate
cervelli impazienti di crescere
e figli impazienti di pugnalare al cuore i genitori
enigmi e sfingi su fronti baciate dal sole del mattino
distanza incolmabile tra noi e loro
gli alieni, persino loro mi mancheranno
e si fotta la pretesa che noi si sia meglio di loro
è sempre falso
non è mai vero
che chi viene dopo decade da un’età dell’oro
è l’invenzione colata da mani di vecchi
che non sanno accettare la loro prossima marcescenza.
Che i bambini calpestino noi e la nostra pretesa di durare
al di là di ogni ragionevolezza
né mausolei né acerbi distruttori
solo
un incessante
succedersi
di increspature diverse della bocca
e di diverse inclinazioni delle ciglia
voci e accenti e modi alternativi di sorridere
che così sia
se anche questo voglia dire lasciare che la vita s’apra la strada a morsi!

Solo tu non mi mancherai,
Dio del cielo.
Tu no!
Tu e tutti i tuoi sicofanti-lestofanti al seguito
vestaglioni neroporporati
che dopo aver avuto da dire sulla vita
vorrebbero avere l’ultima definitiva parola sulla morte.
La mia vita, la mia morte.
Non te lo permetterò, non lo permetterò loro.
Levatevi dai coglioni, almeno in punto di morte.
Abbiate un ultimo rigurgito di dignità
e di rispetto
e la pietà che serve ad accompagnare un feretro composto
nel suo ultimo zoppicante viaggio,
laggiù, fino all’argine del fiume.
Voi tutti, dal primo all’ultimo, statevene alla larga.
Scenderò la corrente da solo. In religioso silenzio.
In perfetta solitudine.
Guaderò l’ultimo corso d’acqua
passerò sotto l’ultimo ponte
sfiorerò l’ultima barca rossa e luccicante
senza nostalgia.
Di nulla e di nessuno, infine, sentirò mancanza.
Sarà il lento viaggio che mi riporterà a casa.

DIO E’ VEGETARIANO (e forse pure androgino)

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Sollecitato dal libro di Aldo Schiavone Storia e destino (di cui parlerò in un prossimo post), mi sono riletto l’inizio del “libro dei libri”, e ho scoperto alcune cose molto interessanti. E’ incredibile quanto una rilettura di passi noti e memorizzati da sempre, possa a volte essere sorprendente. Comunque, si prenda quel che sto per dire per una liberissima interpretazione di un non credente, nonché di un profano – non essendo io esegeta o esperto di sacre scritture. Del resto la Bibbia non è un testo scientifico, né vi si discetta di teorie fisiche o di teoremi matematici da dimostrare, e dunque non si può far altro che interpretare.

Ma vediamo un po’ cosa succede in principio. Nel primo capitolo della Genesi si racconta, come tutti sanno, di come Dio abbia creato il mondo. La prima cosa che colpisce è il nesso che si viene a istituire tra il dire, il fare e il contemplare: il creatore usa sempre questa sequenza, quasi in maniera meccanica, per forgiare il mondo. Prima la parola (una sorta di abracadabra, che infatti è un termine di probabile derivazione aramaica: Avrah KaDabra che significa Io creerò come parlo….), poi l’azione (o il lavoro), infine il fermarsi a guardare: e Dio vide che era cosa buona, è il ritornello con cui sempre l’atto si conclude.

Dunque, Dio crea in successione (poco importa se logica) i cieli, la terra; la luce, le tenebre; il firmamento; la terra asciutta e i mari; i vegetali (si insiste qui sull’ingegnoso sistema della riproduzione tramite semenza, dunque sul concetto ante litteram di Dna!); è quindi la volta dei “luminari” o delle luci: la luna, il sole, le stelle; poi è il turno degli animali: prima quelli marini (mostri compresi), poi i volatili, infine i terrestri (sembra quasi il ciclo evolutivo in epitome); e finalmente si arriva all’uomo, cui viene assegnato il compito di dominare sulle altre specie.

Ma è a questo punto che vanno fatte due importanti precisazioni: il versetto 27 dice che Dio lo fece a sua immagine e che maschio e femmina li creò. Ciò è in contraddizione con quanto raccontato dal successivo capitolo 2, versetto 22, che racconta la famosa storia della costola. Ma io, nella mia liberissima interpretazione, propenderei per la tesi della priorità ontologica: i giochi vengono decisi in principio, nel tempo dei sei giorni della creazione. E siccome maschio e femmina, e a sua immagine li fece, ergo: Dio è senz’altro androgino!

A proposito poi del dominio sugli animali di cui si parla nei versetti 26 e 28, ciò non riguarda affatto il cibarsene. Infatti il versetto 29 recita: “E Dio disse: ‘Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, ed ogni albero fruttifero che fa seme: questo vi servirà di nutrimento”. Il versetto 30, poi, estende il vegetarianesimo a tutto il regno animale (tutte le creature che hanno “soffio vitale”, e dunque dotate di “anima”). Se ne può dedurre che in origine gli animali che popolano l’Eden si nutrono soltanto di vegetali, senza divorarsi tra di loro.

Tutto ciò viene realizzato e fissato sul limitar del sesto giorno – quando dunque la creazione è compiuta e perfetta. E i giochi sono fatti, rien ne va plus potremmo dire! A quel punto Dio – vedendo che tutto ciò – il tutto! – è buono, decide di riposarsi. Quello che succede dopo è un’altra storia…

IL SOGNO DI MATTEO

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C’era una volta Leo Lionni, uno dei più grandi illustratori contemporanei… La casa editrice Babalibri, che Dio la benedica, ne sta ripubblicando gli albi. L’ultimo, Il sogno di Matteo, è un piccolo gioiello, come tutti gli altri del resto. Lionni lo ha scritto e illustrato nel 1991. Con la semplicità del tratto e del testo che lo contraddistinguono, riesce qui a costruire una storia di livello altissimo in cui si intrecciano il tema della povertà, del riscatto sociale, del rapporto tra arte e realtà, tra sogno e realtà, la trasfigurazione della mediocrità del reale in bellezza, l’importanza dello studio, ecc. Da non credere come abbia fatto a fare tutto ciò in poche pagine. Le tavole sono straordinarie! Il libro si presta anche per essere utilizzato come introduzione all’arte per bambini molto piccoli. Ma è godibilissimo da tutti, grandi e piccini, come si suol dire…

Qualche brano, giusto per dare l’idea:

“Nella penombra di una soffitta polverosa tappezzata di ragnatele, viveva una coppia di topi e il loro unico figlio Matteo. In un angolo, fra mucchi di vecchi giornali, pile di libri sfasciati, una lampada rotta e quella che una volta era stata una bambola, c’era il giaciglio di Matteo. I topi erano poverissimi e il piccolo Matteo era la loro unica speranza. Andava bene a scuola e chissà…”
La stessa stanza, qualche pagina dopo, farà dire a un Matteo appena risvegliatosi da un sogno bellissimo che si svolge all’interno di un quadro: “Come è brutto il mondo!”. “Ma ecco che, – continua Lionni – come per magia, tutto cominciò a cambiare: le forme si abbracciarono teneramente, i colori emersero dal disordine e acquistarono una nuova vivezza…”.

Indovinate un po’ che cosa corse a dire subito Matteo ai suoi genitori a proposito di quello che avrebbe fatto da grande!

ORRORISMO

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Nel suo ultimo libro intitolato Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme, la filosofa Adriana Cavarero, figura di spicco del pensiero della differenza e studiosa di Hanna Arendt, sostiene come il termine “terrorismo” non sia più sufficiente o adeguato per spiegare alcuni fenomeni legati alla guerra globale e alle sue odierne dinamiche violente. C’è un di più che ne eccede il significato e che va portato in luce e indagato.

L’orrore non è certo una novità nella storia umana, ma proprio per il suo ripresentarsi oggi in modo sistematico occorre darne una spiegazione filosofica. La Cavarero parte dalla distinzione semantica tra terrore e orrore e dalla radicale diversità del punto di vista da assumere nella lettura dei due fenomeni: il terrore implica fin nella sua radice etimologica (dai verbi latini terreo e tremo) l’atto del tremare e del fuggire; laddove horreo evoca invece l’agghiacciarsi, la paralisi, l’impietrire e insieme la ripugnanza di fronte a ciò che accade. L’orrore viene incarnato dalla figura mitologica di Medusa – che ha gli occhi torti, la bocca atteggiata ad un urlo senza suono e la testa staccata dal corpo, così come viene ad esempio rappresentata nel celebre quadro di Caravaggio – e viene associato, non a caso, alla pratica dello smembramento. medusa-1.gifAncora più importante è la rotazione del punto di vista: se nell’atto terroristico è la figura del guerriero, del combattente a dettare le coordinate del significato di quel che accade (la strategia), nella scena orrorista contemporanea è invece la figura della vittima inerme a venire in primo piano. E’ propriamente la vulnerabilità dell’inerme l’obiettivo che l’orrore mette a segno: il volto deturpato e il corpo smembrato tanto della vittima quanto del carnefice (che spesso si confondono) sono elementi centrali dell’attuale “strategia” dell’orrore, come accade, per esempio, in quelli che in Italia vengono impropriamente definiti attentati-kamikaze.

Cavarero, rifacendosi in ciò alle riflessioni di Hanna Arendt, parla giustamente di crimine ontologico: l’obiettivo non è più, come nella tradizione della guerra e del terrorismo, quello dell’ottenimento di un fine attraverso il mezzo dell’uccisione del nemico o dell’avversario, sempre più spesso senza distinzione alcuna tra militari e civili. Quel che ora viene colpito – nel vulnus (taglio, ferita) dell’inerme, dell’individuo-qualunque, attraverso il suo smembramento e lo sfiguramento del volto – non è tanto un singolo individuo, quanto la natura umana nelle sue basi ontologiche, nella sua essenza, nei suoi fondamenti. Naturalmente non è una novità. La scena orrorista ha una lunga storia, di orrore è densamente popolata la guerra in ogni tempo. Ma il ‘900, e il secolo orrorista che lo va a seguire, ha raggiunto livelli senz’altro inauditi, a partire da quell’enorme fabbrica dell’orrore che è stato il campo di sterminio nazista, dove gli inermi venivano scientificamente prodotti (si vedano in proposito le illuminanti analisi di Primo Levi e di Giorgio Agamben). A partire da queste premesse (e dall’evocazione delle antiche figure di Medusa e di Medea), la Cavarero svolge una disamina della scena orrorista contemporanea, riflettendo sulla fenomenologia dell’orrore globale che la contraddistingue: dalle trasformazioni in corso della guerra e della strategia terrorista, col jihaddismo e la guerra asimmetrica in primo piano, alle torture di Abu Ghraib, dai body-bombers (così più correttamente definiti) ai corpi-bomba di donne. Quest’ultimo aspetto, l’inserzione della figura femminile nella logica dell’orrore, viene particolarmente sottolineato (c’è del resto il precedente di Medea che uccide coloro cui ha dato la vita). Una certa attenzione viene poi rivolta all’immaginario e al lato iconografico. Va da sé che, da quanto detto, l’orrore non è una specialità del terrorismo islamico o un appannaggio esclusivo di Al Qaeda, ma risiede anche nelle spire profonde dell’Occidente, come ben sapeva il Conrad di Cuore di tenebra.

L’ontologia della vulnerabilità che viene così prospettata, proprio assumendo il punto di vista dell’inerme, della vittima, ci propone una riflessione sulla condizione umana che vede il singolo, nell’unicità del suo volto, come colui che si espone all’altro e che dall’altro può ricevere tanto la cura quanto il colpo che lo può sfigurare, disumanizzare, fino a distruggerlo nella sua essenza. Essere consegnati a questa duplice possibilità sembra il nostro destino (fin da bambini, quando essere vulnerabili e essere inermi coincidono; dopo di che si può smettere di essere inermi, vulnerabili mai); pensare al modo di imboccare politicamente la strada della cura reciproca e della relazione e non quella del vulnus, della guerra, dell’orrore, questo invece il compito che ci è assegnato.

IL CONTRATTO SOCIALE

contratto-sociale.jpgSi sente parlare molto in questi giorni di tasse, di evasione fiscale e di minacce di sciopero fiscale. Sappiamo bene come in Italia l’evasione fiscale sia una questione annosa e irrisolta. Ma sfugge spesso un aspetto più generale che mi pare possa essere ben chiarito dal richiamo ai concetti filosofico-politici di “contratto sociale” e di “volontà generale”. Cioè: dietro l’evasione fiscale diffusa – specie da parte dei lavoratori autonomi, degli esercenti e degli imprenditori, ma non solo – non c’è soltanto un comportamento illegale o immorale. C’è una scelta dichiaratamente antisociale e antipolitica: chi non sostiene lo Stato e ne riceve in cambio i servizi (efficienti o inefficienti che siano) mette se stesso e i propri interessi prima di ogni cosa e nel contempo si chiama fuori dal contratto sociale. Naturalmente è del tutto legittimo farlo, ma se si opera questa scelta si deve andare fino in fondo: o ci si mobilita per abbattere lo Stato e sciogliere il contratto sociale, oppure si abbandona tutto e si parte per un’isola deserta, e si fa come Robinson Crusoe, arrangiandosi e costruendosi la propria piccola monorepubblica o, se per caso si ha la “fortuna” di incappare nel servo Venerdì, si può provare addirittura la strada della monomonarchia.

Ma vediamo che cosa dice, in proposito, Rousseau, uno dei maggiori teorici del contratto sociale. Prenderò qui in esame brevemente il capitolo III del Libro secondo del Contratto sociale, intitolato “Se la volontà generale possa errare”. Rousseau, che pure non affronta mai di petto o sistematicamente il concetto di volontà generale, parlandone in genere in modo parziale o “tangenziale”, scrive che essa “è sempre retta e tende sempre all’utilità pubblica: non deriva però che le deliberazioni del popolo siano sempre ugualmente rette. Si vuole sempre il proprio bene, ma non sempre lo si vede”. A questo punto viene introdotta una distinzione sottile (come solo i filosofi sanno fare) e di capitale importanza: proprio perché talvolta il bene generale risulta opaco alla vista, non è detto che la volontà generale coincida con la volontà di tutti. Che è come dire che la volontà generale non è la somma della volontà di ciascun cittadino, ma qualcosa di diverso (e di più) di un mero dato quantitativo. 1+1+1 non fa 3 nella matematica sociale. Non solo: a rigore, se ne potrebbe ricavare la conseguenza estrema (e un po’ imbarazzante) che se anche tutti concordassero su che cosa è bene per loro potrebbe non essere quella la volontà generale. Faccio un solo esempio: tutti (o quasi) possono concordare sul fatto che avere 1 telefono cellulare e 1 automobile a testa sia un bene, ma non è detto che lo sia veramente. Bisognerebbe, per esempio, proiettare sulla linea del tempo la volontà generale e vedere se il concetto di bene attuale reggerà anche dal punto di vista delle future generazioni. Gli esempi potrebbero naturalmente moltiplicarsi.

A proposito poi dell’ingannarsi da parte dei cittadini di che cosa è bene per loro, Rousseau introduce due importanti condizioni: una sufficiente informazione (dunque la coscienza individuale e autonoma di che cosa è bene, ma su basi conoscitive appropriate) e l’assenza di corporazioni : “è necessario dunque, per avere veramente l’espressione della volontà generale, che non vi sia nello Stato nessuna società parziale e che ogni cittadino non pensi che secondo il suo giudizio”. Vi è qui una verità inespressa, a fare da sfondo al ragionamento: il vero bene, quello con la b maiuscola, non può essere diverso per il singolo o per la collettività: ciò che è bene per me è bene anche per la società, e viceversa. Una volta stabilita cioè la necessità della convivenza sociale, dello Stato e delle leggi, il bene non può più essere scisso. Questo non vuol dire, naturalmente, che non ci siano problemi: in nota, infatti, viene richiamato il Machiavelli delle Istorie fiorentine che ricorda come alcune divisioni possano giovare alle repubbliche, non però quelle settarie e partigiane. Una chiara rivendicazione, dunque, del valore del conflitto sociale (col che Rousseau e Machiavelli si pongono senz’altro alla sinistra di Veltroni, ma non è che ci volesse poi molto): il conflitto di classe fa bene alla società, il corporativismo no. Concorrere conflittualmente al bene comune rafforza la volontà generale e rafforza lo Stato. Se ne potrebbe anche derivare che in tale concorso sia anche inscritta la possibilità di rafforzare l’asse del bene individuale-sociale e, soprattutto, la crescita di coscienza tanto del singolo quanto della collettività. Sul fronte dell’ “essere informati” e del pensare con la propria testa, il discorso sarebbe così lungo e complesso che non provo nemmeno a cominciare, ma ci sarà occasione per ritornarci.

In sintesi: non pagare le tasse, secondo il filo di questo ragionamento, non è un atto conflittuale ma settario e corporativo, che porta fuori e lontano dalla volontà generale: è, come dicevo all’inizio, un porsi all’esterno del contratto sociale, un far valere in maniera esclusiva l’amor proprio. Nel Discorso sull’origine della disuguaglianza, Rousseau opera la distinzione tra amor proprio e amor di sé, ascrivendo solo al secondo una qualche legittimità sociale, laddove il primo, espressione esclusiva e narcisistica dell’ego, reca con sé tutti i guai delle società moderne: ingiustizia, proprietà privata e arricchimento smodati, guerra, tirannia e, infine, distruzione della vita sociale. Solo l’amor di sé, che non esclude il punto di vista dell’altro, può dar luogo ad un contratto sociale funzionante e non distruttivo.

(L’edizione citata del Contratto sociale è quella Einaudi del 1973).

p.s. Se poi in Italia tutti pagassero le tasse, oltre all’ovvietà di pagarne un po’ di meno, non assisteremmo periodicamente a questa vergognosa (e un po’ macabra) tregenda su pensioni, pensionati che non mollano l’osso e giovani cui si indicano come loro nemici e concorrenti i propri genitori, nonni e bisnonni – più o meno usurati da decenni di lavoro! Naturalmente le interessate metafore di torte e coperte, gli scintillanti grafici e le proiezioni che ogni giorno i media (con dietro banche e assicurazioni) ci somministrano, servono solo a nascondere la nuda e cruda verità. In altri, più coloriti, termini, ci stanno pigliando per il culo!

MYSTERIOUS SKIN

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Ho sempre avuto una grande devozione per i bambini e i vecchi – l’inizio e la fine della vita, l’alfa e l’omega, l’apertura onnilaterale delle possibilità e il loro compimento. Ecco perché avere rivisto ieri sera il film di Greg Araki Mysterious skin mi ha nuovamente inferto un colpo al cuore, come la prima volta.

Si fa un gran parlare di questi tempi di pedofilia, di orchi e mostri cattivi, di protezione dell’innocenza (che è in verità più un essere inermi che innocenti) dei bambini. Quel film dice crudamente come coloro che violano l’infanzia, e che quindi feriscono, talvolta mortalmente, il gioco delle possibilità, si nascondano molto più spesso di quanto non si voglia ammettere nelle pieghe della quotidianità e della “normalità”. Magari in famiglia, negli ambienti sportivi, educativi o religiosi. Con adulti distratti quando non complici. Dice poi anche coraggiosamente (e problematicamente, senza falsi moralismi) che il desiderio erotico non è cosa esclusiva del mondo adulto. A maggior ragione l’abusarne implica qualcosa di molto simile a un delitto estremo, una sorta di “crimine ontologico”, di disarticolazione e di chiusura delle possibilità inscritte in quell’inizio luminoso. E’ come sfregiare un volto, renderlo irriconoscibile.

In molti casi la ferita continuerà a sanguinare a lungo, e allora non resterà che spiccare il volo, come fanno i due ragazzi protagonisti alla fine del film, per lasciarsi dietro questo “mondo di merda”, e immaginare di volare come angeli nella notte, con il pianeta che sotto i loro piedi si fa sempre più piccolo.

(A proposito poi di religione, giova ricordare come Gesù, grande amante dei bambini, abbia detto “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”).

Il film, uscito nel 2004, è tratto dal romanzo di Scott Heim, pubblicato ora anche in Italia da Playground.

http://www.playgroundlibri.it/libri.php?lid=23