MYSTERIOUS SKIN

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Ho sempre avuto una grande devozione per i bambini e i vecchi – l’inizio e la fine della vita, l’alfa e l’omega, l’apertura onnilaterale delle possibilità e il loro compimento. Ecco perché avere rivisto ieri sera il film di Greg Araki Mysterious skin mi ha nuovamente inferto un colpo al cuore, come la prima volta.

Si fa un gran parlare di questi tempi di pedofilia, di orchi e mostri cattivi, di protezione dell’innocenza (che è in verità più un essere inermi che innocenti) dei bambini. Quel film dice crudamente come coloro che violano l’infanzia, e che quindi feriscono, talvolta mortalmente, il gioco delle possibilità, si nascondano molto più spesso di quanto non si voglia ammettere nelle pieghe della quotidianità e della “normalità”. Magari in famiglia, negli ambienti sportivi, educativi o religiosi. Con adulti distratti quando non complici. Dice poi anche coraggiosamente (e problematicamente, senza falsi moralismi) che il desiderio erotico non è cosa esclusiva del mondo adulto. A maggior ragione l’abusarne implica qualcosa di molto simile a un delitto estremo, una sorta di “crimine ontologico”, di disarticolazione e di chiusura delle possibilità inscritte in quell’inizio luminoso. E’ come sfregiare un volto, renderlo irriconoscibile.

In molti casi la ferita continuerà a sanguinare a lungo, e allora non resterà che spiccare il volo, come fanno i due ragazzi protagonisti alla fine del film, per lasciarsi dietro questo “mondo di merda”, e immaginare di volare come angeli nella notte, con il pianeta che sotto i loro piedi si fa sempre più piccolo.

(A proposito poi di religione, giova ricordare come Gesù, grande amante dei bambini, abbia detto “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”).

Il film, uscito nel 2004, è tratto dal romanzo di Scott Heim, pubblicato ora anche in Italia da Playground.

http://www.playgroundlibri.it/libri.php?lid=23

2 Risposte to “MYSTERIOUS SKIN”

  1. milena Says:

    “(…) quello che c’è da sapere sulla storia della razza umana: gli spietati e gli indifesi. Non aveva bisogno di date e di nomi: gli spietati e gli indifesi: cazzo, la storia era tutta qui.”
    (Da “La macchia umana” di Philip Roth, ed. Einaudi, mi pare; letto a fine giugno)

    e ancora…
    “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo una nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia e la salvezza o la redenzione. E’ in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del tuo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frusta ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. E’ folle. Cos’è questa brama di purificazione se non l’aggiunta di nuove impurità?”
    (idem, come sopra)

    Da parte mia, e di solito, cerco di non giungere a questo pessimismo estremo, infatti credo, so, che gli esseri umani possano lasciare ‘anche’ tracce di genere diverso: o no? ma forse ci sono ‘tali’ macchie che ci fanno perdere la speranza nel genere ‘umano’ a cui apparteniamo. Umano? la specie più ‘evoluta’?

    Sto anche leggendo ‘Leggere Lolita a Teheran’ di Azar Nafisi (ed. gli Adelphi), che nella prima parte tratta della ‘Lolita’ di Nobokov, altro caso ‘letterario’ di abuso all’infanzia.
    Qualche riga:
    “Quando penso a Lolita, la associo a quella farfalla mezza morta infilzata al muro. In tal senso la farfalla è un simbolo, pur se non del tutto ovvio: Humbert inchioda Lolita nello stesso modo; vuole che lei, un essere umano che vive e respira, diventi qualcosa di statico, immobile, rinunci alla sua vita in cambio dell’esistenza sempre immobile che le offre lui. Nella mente dei lettori l’immagine di Lolita resta costantemente legata a quella del suo carceriere. La ragazza da sola non ha alcun significato; se appare viva è solo dietro le sbarre della sua prigione.”.
    Qui l’intento della scrittrice è di accomunare la condizione di Lolita al popolo iraniano – e le donne iraniane – dopo la ‘rivoluzione’ khomeinista.
    E’ sempre la stessa storia (schiavi e padroni, oppressi e oppressori) fino a gl’infimi gradi: vittime e carnefici, spietati e indifesi.

    *DOMANDE AL MURO*

    se scrostassi un po’ l’intonaco, mi sai dire
    cosa troverei sotto? pietre o mattoni?
    – Cemento armato.
    e di chi è quest’ombra sul muro?
    – Col sole in faccia non ti riesco a vedere.
    e da dove parte quest’eco?
    – Non ti sento.
    (milena r.)

  2. tango Says:

    Only preteen.
    L’urlo di noi rudi bambini vessati
    s’udì lontano.
    Gli adulti,
    specie anonima senza dote alcuna,
    miope e sorda,
    non ascoltarono.
    L’ispirò l’innocenza,
    il senza peccato.
    L’invogliò l’istinto:
    bestia informe gravida d’egoismo.

    Tango

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