IL CONTRATTO SOCIALE

contratto-sociale.jpgSi sente parlare molto in questi giorni di tasse, di evasione fiscale e di minacce di sciopero fiscale. Sappiamo bene come in Italia l’evasione fiscale sia una questione annosa e irrisolta. Ma sfugge spesso un aspetto più generale che mi pare possa essere ben chiarito dal richiamo ai concetti filosofico-politici di “contratto sociale” e di “volontà generale”. Cioè: dietro l’evasione fiscale diffusa – specie da parte dei lavoratori autonomi, degli esercenti e degli imprenditori, ma non solo – non c’è soltanto un comportamento illegale o immorale. C’è una scelta dichiaratamente antisociale e antipolitica: chi non sostiene lo Stato e ne riceve in cambio i servizi (efficienti o inefficienti che siano) mette se stesso e i propri interessi prima di ogni cosa e nel contempo si chiama fuori dal contratto sociale. Naturalmente è del tutto legittimo farlo, ma se si opera questa scelta si deve andare fino in fondo: o ci si mobilita per abbattere lo Stato e sciogliere il contratto sociale, oppure si abbandona tutto e si parte per un’isola deserta, e si fa come Robinson Crusoe, arrangiandosi e costruendosi la propria piccola monorepubblica o, se per caso si ha la “fortuna” di incappare nel servo Venerdì, si può provare addirittura la strada della monomonarchia.

Ma vediamo che cosa dice, in proposito, Rousseau, uno dei maggiori teorici del contratto sociale. Prenderò qui in esame brevemente il capitolo III del Libro secondo del Contratto sociale, intitolato “Se la volontà generale possa errare”. Rousseau, che pure non affronta mai di petto o sistematicamente il concetto di volontà generale, parlandone in genere in modo parziale o “tangenziale”, scrive che essa “è sempre retta e tende sempre all’utilità pubblica: non deriva però che le deliberazioni del popolo siano sempre ugualmente rette. Si vuole sempre il proprio bene, ma non sempre lo si vede”. A questo punto viene introdotta una distinzione sottile (come solo i filosofi sanno fare) e di capitale importanza: proprio perché talvolta il bene generale risulta opaco alla vista, non è detto che la volontà generale coincida con la volontà di tutti. Che è come dire che la volontà generale non è la somma della volontà di ciascun cittadino, ma qualcosa di diverso (e di più) di un mero dato quantitativo. 1+1+1 non fa 3 nella matematica sociale. Non solo: a rigore, se ne potrebbe ricavare la conseguenza estrema (e un po’ imbarazzante) che se anche tutti concordassero su che cosa è bene per loro potrebbe non essere quella la volontà generale. Faccio un solo esempio: tutti (o quasi) possono concordare sul fatto che avere 1 telefono cellulare e 1 automobile a testa sia un bene, ma non è detto che lo sia veramente. Bisognerebbe, per esempio, proiettare sulla linea del tempo la volontà generale e vedere se il concetto di bene attuale reggerà anche dal punto di vista delle future generazioni. Gli esempi potrebbero naturalmente moltiplicarsi.

A proposito poi dell’ingannarsi da parte dei cittadini di che cosa è bene per loro, Rousseau introduce due importanti condizioni: una sufficiente informazione (dunque la coscienza individuale e autonoma di che cosa è bene, ma su basi conoscitive appropriate) e l’assenza di corporazioni : “è necessario dunque, per avere veramente l’espressione della volontà generale, che non vi sia nello Stato nessuna società parziale e che ogni cittadino non pensi che secondo il suo giudizio”. Vi è qui una verità inespressa, a fare da sfondo al ragionamento: il vero bene, quello con la b maiuscola, non può essere diverso per il singolo o per la collettività: ciò che è bene per me è bene anche per la società, e viceversa. Una volta stabilita cioè la necessità della convivenza sociale, dello Stato e delle leggi, il bene non può più essere scisso. Questo non vuol dire, naturalmente, che non ci siano problemi: in nota, infatti, viene richiamato il Machiavelli delle Istorie fiorentine che ricorda come alcune divisioni possano giovare alle repubbliche, non però quelle settarie e partigiane. Una chiara rivendicazione, dunque, del valore del conflitto sociale (col che Rousseau e Machiavelli si pongono senz’altro alla sinistra di Veltroni, ma non è che ci volesse poi molto): il conflitto di classe fa bene alla società, il corporativismo no. Concorrere conflittualmente al bene comune rafforza la volontà generale e rafforza lo Stato. Se ne potrebbe anche derivare che in tale concorso sia anche inscritta la possibilità di rafforzare l’asse del bene individuale-sociale e, soprattutto, la crescita di coscienza tanto del singolo quanto della collettività. Sul fronte dell’ “essere informati” e del pensare con la propria testa, il discorso sarebbe così lungo e complesso che non provo nemmeno a cominciare, ma ci sarà occasione per ritornarci.

In sintesi: non pagare le tasse, secondo il filo di questo ragionamento, non è un atto conflittuale ma settario e corporativo, che porta fuori e lontano dalla volontà generale: è, come dicevo all’inizio, un porsi all’esterno del contratto sociale, un far valere in maniera esclusiva l’amor proprio. Nel Discorso sull’origine della disuguaglianza, Rousseau opera la distinzione tra amor proprio e amor di sé, ascrivendo solo al secondo una qualche legittimità sociale, laddove il primo, espressione esclusiva e narcisistica dell’ego, reca con sé tutti i guai delle società moderne: ingiustizia, proprietà privata e arricchimento smodati, guerra, tirannia e, infine, distruzione della vita sociale. Solo l’amor di sé, che non esclude il punto di vista dell’altro, può dar luogo ad un contratto sociale funzionante e non distruttivo.

(L’edizione citata del Contratto sociale è quella Einaudi del 1973).

p.s. Se poi in Italia tutti pagassero le tasse, oltre all’ovvietà di pagarne un po’ di meno, non assisteremmo periodicamente a questa vergognosa (e un po’ macabra) tregenda su pensioni, pensionati che non mollano l’osso e giovani cui si indicano come loro nemici e concorrenti i propri genitori, nonni e bisnonni – più o meno usurati da decenni di lavoro! Naturalmente le interessate metafore di torte e coperte, gli scintillanti grafici e le proiezioni che ogni giorno i media (con dietro banche e assicurazioni) ci somministrano, servono solo a nascondere la nuda e cruda verità. In altri, più coloriti, termini, ci stanno pigliando per il culo!

Annunci

Tag:

6 Risposte to “IL CONTRATTO SOCIALE”

  1. mi. Says:

    Molto interessante tutto questo: il problema come al solito è come riuscire a far coincidere l’ideale astratto alla realtà concreta complessa e frammentata. E’ un po’ come cercare di tenere a galla una barca che fa acqua da tutte le parti, dove l’immoralità e l’illegalità sono densamente popolate, anche nello stato (ho difficoltà a scrivere stato con la esse maiuscola).
    Ma se una soluzione c’è, probabilmente è proprio in quell’‘essere informati’, che per il momento hai tralasciato di affrontare, e che comprende l’educazione ad essere cittadini (moralmente informati e che si attengono alle regole di uno Stato giusto). Tant’è, che se sono i cittadini a formare lo stato, lo stato non è che l’immagine speculare, e sostanziale di ciò che i cittadini sono e di come la società si struttura attraverso di essi.
    Insomma, lo stato non cala giù dall’alto come una grazia ricevuta o una maledizione divina; ma sale dal basso e faticosamente ha da realizzarsi.
    Purtroppo si è realizzato nella forma di un corporativismo a delinquere densamente infiltrato anche nelle istituzioni statali. Le basi e i modelli di sviluppo sono marci fin dalle origini.
    A questo punto, e normalmente, sentirei la necessità di tirar fuori un coniglio dal cappello, o una colomba; ma ho ‘il morale’ sottoterra, oggi, e non ce la faccio. (o forse qualcuno si è mangiato anche quei teneri animaletti, e se li sta cucinando arrosto o allo spiedo, e intanto s’ingrassa).
    Comunque, chi non vuol pagare le tasse, più che un’isola deserta preferisce le Caiman, mi sembra… mentre il deserto si può trovare dappertutto, e magari in zone densamente popolate anche di più.
    Dalle mie parti però di ‘Venerdì’ nemmeno l’ombra: ma è anche vero che da qualche tempo sto cercando un ‘Mercoledì’ senza riuscirci. Sono piuttosto rari. Sembra.

  2. md Says:

    Volevo solo aggiungere che non intendo affatto fare l’apologia dello Stato: e infatti lo scrivo con la s maiuscola perché un po’ hobbesianamente lo considero un mostro – un mostro, però, ancora necessario, almeno fin quando l’autodeterminazione individuale sarà tale da non richiedere più dande e bavagli, e il rispetto per le vite altrui pari per lo meno a quello per la propria. Ma in epoca biopolitica ciò è ben lungi dall’essere possibile, se è vero che il Leviatano si è infilato fin dentro l’ultima delle nostre cellule.

  3. mi. Says:

    Caro Mario, ripensando al tuo commento sulla ‘negatività’ e tristezza degli argomenti che tratti nel nel blog, oggi ho verificato di averne fatto davvero una grande scorpacciata: eh sì, la misura è piena e sta straripando, soprattutto quando ho affrontato la ‘felicità’, sulla quale, dall’ultimo commento inserito, sono già andata molto oltre: nell’interogarmi sono passata attraverso la constatazione che anche dal punto di vista individuale le felicità è legata a filo doppio col piacere, per cominciare, e con la soddisfazione dei desideri primari sensibili ed affettivi. E via dicendo – ti risparmio per questa volta la lettura di quanto ne ho scritto: non ne vale la pena. Sappiamo già tutti all’incirca di che si tratta.
    In seguito mi son guardata attorno e mi sono accorta che siamo tutti quanti, più o meno, nella stessa condizione. Infatti mi sento devastata dalla realtà di non poter essere felice, non solo per me sola, ma finché anche uno solo non è felice: cosa praticamente impossibile. Naturalmente posso non pensarci, chiudere per bene occhi orecchie, porte e finestre sul mondo e sopravvivere facendo finta di niente, anche su me stessa. Fingere, appunto.
    Quindi la misura è piena, dicevo, e sono persino un po’ disarticolata che anche le parole non mi scorrono troppo bene.
    Ma quando straripa, io dico: benone! perché allora è anche arrivato il punto di rottura. Nel senso che non posso sopportare più a lungo questa situazione deprimente senza che mi venga in soccorso un qualche spunto e tentare una qualche azione per – se non ribaltare – almeno modificare un po’ gli squilibri delle cose.
    Il primo passo sta nell’accettare l’inevitabilità di questa condizione, che non è neppure il caso di farsi altre illusioni. Il secondo passo è darmi da fare anche con piccole cose. Cominciare: è meglio di niente.
    Primo spunto: questa mattina mi sono stata svegliata (letteralmente) da quella distinzione fra ‘amor proprio’ e ‘amor di sé’, ed è stato come aprire una finestra. Sì, perché è una distinzione fondamentale, e non mi capacito di essere arrivata a cinquant’anni e di averne sentito parlare solo ora. Non sarà che sono stata sorda in tutti questi anni? oppure che nessuno abbia diffuso per bene quest’idea in questi termini? forse entrambe le cose. Comunque l’ho trovata così illuminante che già da questa mattina ho cominciato a parlarne in giro, e continuerò nei prossimi giorni e finché non mi finirà la voce.

    Secondo spunto: oggi mentre lavavo i vetri ho ascoltato da radio popolare di un’iniziativa di clown a Milano in giro fra la gente di un quartiere (mi sembra fosse il quartiere ‘Isola’, pensa! ma non son troppo sicura, che ascoltavo un po’ a spezzoni).
    Comunque l’iniziativa s’intitola “Cento azioni d’amore”, e anche se non ho capito bene di cosa esattamente si tratta non è difficile immaginarlo, magari anche inventarlo. Già il titolo richiama il film “Cento chiodi”, che anche questo non l’ho visto ma ne ho sentito parlare: che i libri non risolvono i problemi della vita e non la migliorano, se non lo fa l’uomo, ecc. A me però ricorda anche quel ‘fate l’amore non fate la guerra’.
    Naturalmente ci saranno interpretazioni diverse del concetto di ‘azioni d’amore’, ma in ogni caso non saranno azioni odiose, rabbiose, o cattive – si spera. Ma magari neppure azioni di ‘buonismo’ all’acqua di rosa tipo elemosine o far attraversare la strada alla vecchietta: anche se, se capita, perché no? L’idea di fondo è che è inutile arrabbiarsi tanto – anche se è vero che siamo tutti pieni di rabbia e di dolore – ma che bisogna avere il coraggio di essere propositivi e positivi anche, se non soprattutto, nelle piccole comuni azioni quotidiane.
    Ho pensato che se si potesse diffondere questo gioco un po’ in giro, non sarebbe affatto male. Una specie di gioco dell’estate, insomma, ma anche per autunno, inverno e primavera. Ma quanto ci metterò io a compiere cento azioni d’amore?
    Certo che se fossimo in tanti a fare lo stesso gioco, si finirebbe prima. Poi si potrebbe ricominciare.
    Da parte mia – oltre naturalmente a sorvegliare che l’amore di me stessa non si tramuti, come così facilmente può accadere, in amor proprio – ho già in programma due cosette da realizzare questa settimana. Certo che da sola posso fare ben poco.
    Io l’ho buttata là, molto ingenuamente, perché quando l’ho sentita mi è piaciuta molto. Naturalmente non è detto che ciò che piace a me possa piacere anche ad altri o a tutti. Tu come la trovi? Una sciocchissima illusione, magari.
    In fondo non è molto diversa da quello che si fa al Critical Mass, solo che le ‘azioni d’amore’ può capitare di farle per tutti i giorni della settimana, e non solo il secondo mercoledì del mese. Di certo la cosa potrebbe essere studiata un po’ meglio, trovare le parole giuste per spiegarla, stamparci dei volantini e via dicendo. E non è neppure necessario essere vestiti da clown e mettersi i nasi di gomma. Poi ognuno potrebbe attaccare un simbolo o una frase che ricorda ognuna delle sue azioni d’amore su un muro. Invece del muro del pianto, o del muro con tutti i nomi dei ragazzi morti nel Vietnam, o dei muri d’Israele, o di Berlino, o della Cina: quanti muri di ci sono in giro? Usiamoli per qualcosa di meglio. Come la vedo io: proiettando la cosa nel futuro, e con l’‘esercito’ giusto, potrebbe diventare un movimento molto popolare.
    Aspetto il verdetto? Scherzo, naturalmente… comunque aspetto.

  4. mi. Says:

    Nell’attesa mi sono riletta quello che ho scritto ieri: bella roba da matti! non è vero?
    Vedo naturalmente che è un ‘problema mio’ o una mia necessità, quella di essere e cercare di realizzare, magari prima di morire, una ‘coerenza’ fra ciò che sono, sento, desidero, credo, aspiro – fra i contenuti del mio mondo interiore, e ciò che sono esteriormente -: come agisco e produco nella realtà esterna, insomma. Soffro per questa frattura: è ovvio. A questo punto non posso più trarre ‘piacere’ dal sentirmi ‘beatamente’ in pace con me stessa, o col soddisfare i più semplici ed istintivi, anche se legittimi, desideri personali. Non mi basta più, non mi può soddisfare: sono molto avida, probabilmente: forse desidero la luna? Magari è anche vero che esiste un abisso fra le mie aspirazioni e le mie capacità. Sono ‘piccola’, niente, quasi meno di niente. E non so fare granché.
    Però, e questo almeno mi consola, o può ‘giustificarmi’, sto accogliendo la sfida di accettare un cambiamento, qualsiasi esso sia, anche se non è ancora del tutto chiaro come si realizzerà. Sta solo cominciando a far capolino. Mi sento ad un bivio. Sarebbe invece sintomo di ottusità non accettare di modificare qualcosa di me. Sto cercando di mettere insieme tante cose: cuore-mente-corpo e la relazione col mondo esterno. Ed esserlo nella pratica quotidiana. Un giorno alla volta.
    Tanto per cominciare: non averti costretto a leggere proprio tutte le mie elucubrazioni mentali, di avertene risparmiate qualcuna, è già la mia prima azione d’amore di oggi. Per quel che valle. Seconda: devo votare per un concorso di raccontini del cavolo, tra i quali uno è mio, in un sito, e decido di aggiudicare un dieci a tutti, indifferentemente, tranne al mio che non posso votare. Così che nessuno rimarrà a quota zero e sarà escluso totalmente, tranne me magari – ma a me non importa. Lo so che è una piccolezza, ma così, per iniziare…

  5. md Says:

    mmm…ma se uno dei “raccontini del cavolo” è proprio brutto, quel dieci non mi sembra una vera azione d’amore, o no?
    tanto per rompere…

  6. mi. Says:

    A te non sembra, ma a me lo è. Io la considero un’azione d’amore perché serve a riequilibrare lo schema di giudizi di ‘merito’ di cui siamo tutti condizionati. Bello e brutto, sono concetti piuttosto relativi, soprattutto in questo caso di ‘guerra tra poveri’. Comunque io mi sono letta tutti i 28 racconti, e naturalmente ce ne sono alcuni che mi piacciono più di altri. Ma appena dopo mi sono chiesta: che senso ha? Preferisco scegliere di rispettarli tutti allo stesso modo, come espressione di ognuno. Tutto qui. In questo caso è una scelta che prende di vista esclusivamente il lato ‘umano’. Se tu leggessi quei raccontini, capiresti. In realtà non era nemmeno il caso di mettere in scena un concorso di questo tipo: quindi, quando invierò il miei voti scriverò anche due righe per spiegarne il significato. Mi potrebbero dire: allora non partecipare. E’ vero. Però, dal momento che ho partecipato, decido così: è vietato? Non mi sembra.
    Se poi invece vai a vedere cosa premiano allo Strega, allora sì: sembra di vivere in un mondo alla rovescia.
    Che poi, premiare qualcuno per bocciare qualcun altro, non ha lo stesso significato di condividere l’idea che un lavoro ha più valore di un altro? Che il lavoro di chi raccoglie le spazzature, per esempio, vale meno di quello del sindaco? Se ognuno di questi lavori viene svolto bene, valgono allo stesso modo. E al limite, se un sindaco svolge male il suo lavoro, può essere molto peggio che se lo svolge male un netturbino.
    Ogni caso comunque è diverso ed è meglio evitare paragoni semplicistici.
    Altra azione d’amore di oggi: ho costretto qualcuno qui in casa a spegnere la televisione, senza farmi impietosire dai capricci. E poi mi sono riposata: beninteso qualche azione d’amore le devo fare anche per me. Anch’io faccio parte del ‘tutto’: non sono esclusa. O no?
    Certo che passare dal generale al particolare le scelte non sono sempre facili e si può sbagliare. Chi possiede il ‘supremo giudizio’ di cosa ogni volta è bene o male? Fai una cosa pensando che sia un bene e questa produce male. Capita molto spesso. Ma può capitare anche il contrario.
    Per quel che riguarda un’azione d’amore, l’unica cosa che ne puoi sapere è che corrisponda davvero a quello che senti in relazione ad una data situazione; ma non solo: se devo compiere un certo lavoro e mi sintonizzo sull’idea di trasformarlo in un’azione d’amore, probabilmente mi costerà meno fatica. E’ un trucco, lo so: ma non è un trucco della mente anche il sentimento opposto? Se credo nella capacità di potermi determinare, non mi lascerò trascinare in giro da emozioni negative. Che fanno male: a me, a tutti.
    D’altra parte, in un rapporto dialogico, cercherò di non far subire ad un altro la mia coerenza ‘assoluta’, e di non subire la sua.
    Una botta al cerchio e uno alla botte, per tentare un’equilibrio, e nella ricerca di un compromesso.
    Anche oggi ti invio tutte queste parole: ma d’altronde, se tu mi stuzzichi, io rispondo. L’indifferenza non è una mia dote.
    Ora devo fare un’altra azione d’amore: cominciare a tagliare la siepe di lauroceraso. Mi sta chiamando. Certo che sono un po’ oberata da tutte queste azioni d’amore…
    Ma tu… non è che potresti fare un’azione d’amore per me, tipo procurarmi una bicicletta per domani sera?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: