ORRORISMO

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Nel suo ultimo libro intitolato Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme, la filosofa Adriana Cavarero, figura di spicco del pensiero della differenza e studiosa di Hanna Arendt, sostiene come il termine “terrorismo” non sia più sufficiente o adeguato per spiegare alcuni fenomeni legati alla guerra globale e alle sue odierne dinamiche violente. C’è un di più che ne eccede il significato e che va portato in luce e indagato.

L’orrore non è certo una novità nella storia umana, ma proprio per il suo ripresentarsi oggi in modo sistematico occorre darne una spiegazione filosofica. La Cavarero parte dalla distinzione semantica tra terrore e orrore e dalla radicale diversità del punto di vista da assumere nella lettura dei due fenomeni: il terrore implica fin nella sua radice etimologica (dai verbi latini terreo e tremo) l’atto del tremare e del fuggire; laddove horreo evoca invece l’agghiacciarsi, la paralisi, l’impietrire e insieme la ripugnanza di fronte a ciò che accade. L’orrore viene incarnato dalla figura mitologica di Medusa – che ha gli occhi torti, la bocca atteggiata ad un urlo senza suono e la testa staccata dal corpo, così come viene ad esempio rappresentata nel celebre quadro di Caravaggio – e viene associato, non a caso, alla pratica dello smembramento. medusa-1.gifAncora più importante è la rotazione del punto di vista: se nell’atto terroristico è la figura del guerriero, del combattente a dettare le coordinate del significato di quel che accade (la strategia), nella scena orrorista contemporanea è invece la figura della vittima inerme a venire in primo piano. E’ propriamente la vulnerabilità dell’inerme l’obiettivo che l’orrore mette a segno: il volto deturpato e il corpo smembrato tanto della vittima quanto del carnefice (che spesso si confondono) sono elementi centrali dell’attuale “strategia” dell’orrore, come accade, per esempio, in quelli che in Italia vengono impropriamente definiti attentati-kamikaze.

Cavarero, rifacendosi in ciò alle riflessioni di Hanna Arendt, parla giustamente di crimine ontologico: l’obiettivo non è più, come nella tradizione della guerra e del terrorismo, quello dell’ottenimento di un fine attraverso il mezzo dell’uccisione del nemico o dell’avversario, sempre più spesso senza distinzione alcuna tra militari e civili. Quel che ora viene colpito – nel vulnus (taglio, ferita) dell’inerme, dell’individuo-qualunque, attraverso il suo smembramento e lo sfiguramento del volto – non è tanto un singolo individuo, quanto la natura umana nelle sue basi ontologiche, nella sua essenza, nei suoi fondamenti. Naturalmente non è una novità. La scena orrorista ha una lunga storia, di orrore è densamente popolata la guerra in ogni tempo. Ma il ‘900, e il secolo orrorista che lo va a seguire, ha raggiunto livelli senz’altro inauditi, a partire da quell’enorme fabbrica dell’orrore che è stato il campo di sterminio nazista, dove gli inermi venivano scientificamente prodotti (si vedano in proposito le illuminanti analisi di Primo Levi e di Giorgio Agamben). A partire da queste premesse (e dall’evocazione delle antiche figure di Medusa e di Medea), la Cavarero svolge una disamina della scena orrorista contemporanea, riflettendo sulla fenomenologia dell’orrore globale che la contraddistingue: dalle trasformazioni in corso della guerra e della strategia terrorista, col jihaddismo e la guerra asimmetrica in primo piano, alle torture di Abu Ghraib, dai body-bombers (così più correttamente definiti) ai corpi-bomba di donne. Quest’ultimo aspetto, l’inserzione della figura femminile nella logica dell’orrore, viene particolarmente sottolineato (c’è del resto il precedente di Medea che uccide coloro cui ha dato la vita). Una certa attenzione viene poi rivolta all’immaginario e al lato iconografico. Va da sé che, da quanto detto, l’orrore non è una specialità del terrorismo islamico o un appannaggio esclusivo di Al Qaeda, ma risiede anche nelle spire profonde dell’Occidente, come ben sapeva il Conrad di Cuore di tenebra.

L’ontologia della vulnerabilità che viene così prospettata, proprio assumendo il punto di vista dell’inerme, della vittima, ci propone una riflessione sulla condizione umana che vede il singolo, nell’unicità del suo volto, come colui che si espone all’altro e che dall’altro può ricevere tanto la cura quanto il colpo che lo può sfigurare, disumanizzare, fino a distruggerlo nella sua essenza. Essere consegnati a questa duplice possibilità sembra il nostro destino (fin da bambini, quando essere vulnerabili e essere inermi coincidono; dopo di che si può smettere di essere inermi, vulnerabili mai); pensare al modo di imboccare politicamente la strada della cura reciproca e della relazione e non quella del vulnus, della guerra, dell’orrore, questo invece il compito che ci è assegnato.