ORRORISMO

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Nel suo ultimo libro intitolato Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme, la filosofa Adriana Cavarero, figura di spicco del pensiero della differenza e studiosa di Hanna Arendt, sostiene come il termine “terrorismo” non sia più sufficiente o adeguato per spiegare alcuni fenomeni legati alla guerra globale e alle sue odierne dinamiche violente. C’è un di più che ne eccede il significato e che va portato in luce e indagato.

L’orrore non è certo una novità nella storia umana, ma proprio per il suo ripresentarsi oggi in modo sistematico occorre darne una spiegazione filosofica. La Cavarero parte dalla distinzione semantica tra terrore e orrore e dalla radicale diversità del punto di vista da assumere nella lettura dei due fenomeni: il terrore implica fin nella sua radice etimologica (dai verbi latini terreo e tremo) l’atto del tremare e del fuggire; laddove horreo evoca invece l’agghiacciarsi, la paralisi, l’impietrire e insieme la ripugnanza di fronte a ciò che accade. L’orrore viene incarnato dalla figura mitologica di Medusa – che ha gli occhi torti, la bocca atteggiata ad un urlo senza suono e la testa staccata dal corpo, così come viene ad esempio rappresentata nel celebre quadro di Caravaggio – e viene associato, non a caso, alla pratica dello smembramento. medusa-1.gifAncora più importante è la rotazione del punto di vista: se nell’atto terroristico è la figura del guerriero, del combattente a dettare le coordinate del significato di quel che accade (la strategia), nella scena orrorista contemporanea è invece la figura della vittima inerme a venire in primo piano. E’ propriamente la vulnerabilità dell’inerme l’obiettivo che l’orrore mette a segno: il volto deturpato e il corpo smembrato tanto della vittima quanto del carnefice (che spesso si confondono) sono elementi centrali dell’attuale “strategia” dell’orrore, come accade, per esempio, in quelli che in Italia vengono impropriamente definiti attentati-kamikaze.

Cavarero, rifacendosi in ciò alle riflessioni di Hanna Arendt, parla giustamente di crimine ontologico: l’obiettivo non è più, come nella tradizione della guerra e del terrorismo, quello dell’ottenimento di un fine attraverso il mezzo dell’uccisione del nemico o dell’avversario, sempre più spesso senza distinzione alcuna tra militari e civili. Quel che ora viene colpito – nel vulnus (taglio, ferita) dell’inerme, dell’individuo-qualunque, attraverso il suo smembramento e lo sfiguramento del volto – non è tanto un singolo individuo, quanto la natura umana nelle sue basi ontologiche, nella sua essenza, nei suoi fondamenti. Naturalmente non è una novità. La scena orrorista ha una lunga storia, di orrore è densamente popolata la guerra in ogni tempo. Ma il ‘900, e il secolo orrorista che lo va a seguire, ha raggiunto livelli senz’altro inauditi, a partire da quell’enorme fabbrica dell’orrore che è stato il campo di sterminio nazista, dove gli inermi venivano scientificamente prodotti (si vedano in proposito le illuminanti analisi di Primo Levi e di Giorgio Agamben). A partire da queste premesse (e dall’evocazione delle antiche figure di Medusa e di Medea), la Cavarero svolge una disamina della scena orrorista contemporanea, riflettendo sulla fenomenologia dell’orrore globale che la contraddistingue: dalle trasformazioni in corso della guerra e della strategia terrorista, col jihaddismo e la guerra asimmetrica in primo piano, alle torture di Abu Ghraib, dai body-bombers (così più correttamente definiti) ai corpi-bomba di donne. Quest’ultimo aspetto, l’inserzione della figura femminile nella logica dell’orrore, viene particolarmente sottolineato (c’è del resto il precedente di Medea che uccide coloro cui ha dato la vita). Una certa attenzione viene poi rivolta all’immaginario e al lato iconografico. Va da sé che, da quanto detto, l’orrore non è una specialità del terrorismo islamico o un appannaggio esclusivo di Al Qaeda, ma risiede anche nelle spire profonde dell’Occidente, come ben sapeva il Conrad di Cuore di tenebra.

L’ontologia della vulnerabilità che viene così prospettata, proprio assumendo il punto di vista dell’inerme, della vittima, ci propone una riflessione sulla condizione umana che vede il singolo, nell’unicità del suo volto, come colui che si espone all’altro e che dall’altro può ricevere tanto la cura quanto il colpo che lo può sfigurare, disumanizzare, fino a distruggerlo nella sua essenza. Essere consegnati a questa duplice possibilità sembra il nostro destino (fin da bambini, quando essere vulnerabili e essere inermi coincidono; dopo di che si può smettere di essere inermi, vulnerabili mai); pensare al modo di imboccare politicamente la strada della cura reciproca e della relazione e non quella del vulnus, della guerra, dell’orrore, questo invece il compito che ci è assegnato.

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34 Risposte to “ORRORISMO”

  1. Flora Says:

    Belle parole. Quindi grazie.
    Le domande che mi sbocciano: se lo smembramento è un fatto già avvenuto, a chi è assegnato il ‘compito’?
    Non potrà più essere un compito di chi è già stato smembrato, né di chi ha provocato lo smembramento (anche se le parti nella carneficina possono confondersi, tanto che sarà difficile dare loro una sepoltura separata), visto che entrambi non saranno più qui.
    Mi viene in mente un’idea scandalosa: che lo spettacolo è ‘offerto in sacrificio’ dalla storia, per quelli che rimangono, o rimarranno, vivi.
    E per costringere gli ‘spettatori’ a prendere una decisione che sia, davvero, senza alcun dubbio.
    La domanda che mi pongo, finché son viva, è: quando smetto di essere uno spettatore, quale parte decido di interpretare sulla scena del mondo? Qui si inserisce la responsabilità personale, la scelta. Il copione del presente e del futuro, e questo è l’unico spiraglio, è una pagina non ancora scritta. Ma certo le variabili di una scrittura a più mani dipendono dalla decisione e dalla scelta di ogni ‘scrittore’ coinvolto nell’opera.
    In ogni attimo la cura reciproca e la relazione corrono il rischio di rimanere, ancora e per sempre, una bandiera calpestata nella polvere e nel sangue.
    Inoltre, fra essere inermi o vulverabili, non vedo una gran differenza. Cambia solo il punto di vista, più o meno sensibile, di chi decide di poter infliggere ferite, non di chi le sente.
    Flora.

  2. md Says:

    @Flora
    Il problema del “risarcimento” è serio, se non ricordo male se lo pose con forza Walter Benjamin: come si viene risarciti del male che si è subito? Non ho risposta (credo non l’avesse nemmeno lui). Solo una spiegazione extramondana potrebbe fornirla.
    Sullo “spettacolo” dell’orrore: la Cavarero nel libro ne parla, così come parla del sadismo e di altri aspetti piuttosto complessi e non liquidabili in poche righe. Ricordo che Stockhausen, sollevando uno scandalo enorme, ebbe a definire l’11 settembre “la più grande opera d’arte mai realizzata” (un bell’articolo in proposito è stato di recente pubblicato su Nazione Indiana
    http://www.nazioneindiana.com/2007/07/09/il-tuffo/)
    Infine: la differenza tra essere inermi e vulnerabilità è di capitale importanza: chi è inerme è, come dice la parola, “senz’armi”, non può difendersi, mentre a chi è solo vulnerabile viene per lo meno data questa possibilità. L’essere umano è vulnerabile dal concepimento alla morte. Il bambino oltre che vulnerabile è anche inerme. Si ridiventa poi, durante la vita, inermi in alcuni casi: quando si è malati, quando si invecchia, ecc. Sulla scena orrorista la differenza si dissolve e l’inerme e il vulnerabile tornano a fondersi: chi viene colpito è l’essere umano qualunque nella sua totale (e casuale) esposizione al vulnus. Non si capirebbe altrimenti l’attuale specificità della guerra orrorista – “danni collaterali” e vittime dei bombardamenti umanitari e democratici compresi.

  3. Flora Says:

    Va bene, sulla differenza fra inermi e vulnerabili: inermi significa ‘senz’armi’.
    Io prendevo in considerazione l’uomo comune, che anche se apparentemente non-armato può ferire in molti modi: nel qual caso è l’istinto di crudeltà, incontrollato, a prendere talora il posto delle armi, e questo è sadismo o espressione di potere; ma anche la paura può indurre a reagire a scopo di difesa, e a ferire. Meccanismi psicologici incontrollati che prendono il sopravvento sulla ragione. A volte rimaniamo inermi anche rispetto ai nostri stessi istinti.
    Non vedo come l’orrore non provenga dalla mente stessa dell’uomo e non scaturisca dalle relazioni fra uomo e uomo, o gruppi, e uomo e natura.
    Ma ora sto pensando anche ad armi improprie, come mezzi di trasporto, sostanze chimiche e molto altro ancora. Di fronte anche a queste ‘armi’, l’uomo comune è pressoché inerme, e non solo le categorie deboli.

    ‘Sembra un nostro destino’: ‘destino’ è una parola che andrebbe eliminata dal vocabolario, o tenuta presente solo come arcaismo. Io mi rifiuto di considerare la storia umana preda di un destino. Non lo è.
    Il ‘destino’ è l’alibi di cui molti si fanno scudo per scagionare anche le cose più truci (tanto con c’è niente da fare: è destino!), per cedere alla rassegnazione o alla disperazione, e per dare vieppiù un contributo. Credere nel destino significa abdicare alla propria scelta (non si può scegliere: è destino!). Credere nel destino è già consegnargli le chiavi di casa, è il terreno su cui si possono edificare molti altri piccoli e grandi orrori.
    Il destino non esiste: è una costruzione della mente. I ‘mostri’ nascono nella mente umana, e una volontà debole o crudele dà loro credito. E’ l’orrore vacuo che non reagisce, che non si assume il compito di ricreare i significati che sono stati usurpati, e non ha la forza di imprimere una svolta. Cosa che l’Arte potrebbe fare.

    Ho letto l’articolo su nazione indiana e commenti: molto istruttivo, molte cose ben scritte. Ma non posso considerare le immagini e i documenti con cui entriamo in contatto visivo e che testimoniano del ‘dolore degli altri’, come opere d’arte: sono testimonianze, e in parte mi sta bene di vederle, d’altra parte ho l’impressione che l’orrore si moltiplichi in un gioco di specchi infinito che può anche produrre assefuazione, soprattutto per le immagini che vengono trasmesse in TV: un polpettone indistinto di orrori all’ennesima.
    Non solo: è in atto una ricerca spasmodica a proiettare tutto ciò che può dar raccapriccio, e anche l’‘arte’ si dà da fare in tal senso. Tanto che non rimane quasi più spazio, tempo, per immagini e contenuti che potrebbero aiutarci a lenire le ferite, creare possibilità alternative, poesia.
    Aprire gli occhi mi sta bene; il gusto per l’orrore: no. Per ora.
    Ma c’è anche un bell’articolo che in qualche modo tratta della ‘felicità’: >: vale, divertente e ironico.

  4. Flora Says:

    http://www.nazioneindiana.com/2007/07/10/cio-che-non-siamo-cio-che-non-vogliamo/#more-4146

    Ops: errore!

  5. Flora Says:

    *OTTO RIGHE* (non di coca) per dimenticare, per qualche minuto, gli orrori.

    Questo pomeriggio
    una siesta insieme
    sullo stoino singolo
    le punte dei piedi nell’erba.

    E’ luglio. La magnolia sta
    perdendo le foglie
    il soffio di eolo le fa
    rotolare – clap clap – sull’asfalto.
    mr.

  6. md Says:

    A proposito di destino: dico, infatti, “sembra”, e poi parlo di “compito politico”. Il “destino” è categoria complessa e, proprio perché produzione della mente, esiste ed è potente! Ne ho già parlato in relazione al fenomeno guerra, partendo dalla critica del concetto greco di “fato”, nel mio scritto “Cosmologie della guerra”.

  7. md Says:

    Un’altra precisazione: fissare l’attenzione sull’inerme vuol dire assumere integralmente il punto di vista della vittima, guardare l’orrore con i suoi occhi. E’ fondamentale perché altrimenti si sarebbe tentati sempre di cercare una giustificazione nel comportamento del carnefice (secondo la logica mezzi/fini). Il punto di vista dell’inerme toglie di mezzo l’ambiguità: la guerra, il terrore, l’orrore si alimentano a vicenda, perpetrando il “crimine ontologico”. Se non si spezza quella spirale “ne va dell’umano”.

  8. md Says:

    Ulteriore precisazione: quel “sembra un destino” va letto in chiave di “finitezza” e, soprattutto, va collegato con il termine “consegna”. I limiti dell’umano – un dato inaggirabile, dunque un destino – stanno nella sua vulnerabilità-mortalità. E’ il dato “naturale” o se si preferisce “ontologico” (cio che è e non può non essere) da cui si deve partire e che costituisce l’orizzonte entro il quale si costituiscono il senso e la libertà umane.

  9. Flora Says:

    Grazie per le precisazioni. E non avevo dubbi che avessi scritto ‘sembra’, anche se non conosco tutte le implicazioni e i significati delle parole e non ho letto il libro. Posso solo dire che col le mie ‘limitate capacità’, ho cercato di trovare delle risposte per quanto fin qui conosco. Naturalmente mi rendo anche conto dei miei limiti appena mi muovo e rileggo le risposte che ne do, e che non mi soddisfano, me per prima. Proprio oggi sono giunta a questo punto: la condizione dell’autodidatta ha dei limiti oggettivi: è come guardare il mondo dallo spiraglio di una porta. Tutto è limitato al proprio personale sentire, e più si procede più la situazione appare ingarbugliata. Perciò mi devo mettere a studiare più seriamente e smetterla di arrampicarmi sui vetri. Non è necessario. Mentre mi sarà più utile studiare di più invece di parlare a vanvera su ciò che conosco troppo poco. Quindi leggerò e studierò i libri che hai consigliato.

  10. md Says:

    Questo non deve implicare però autoesclusione dalla discussione. Anche se una discussione scritta, in un mezzo veloce come il blog, è altra cosa da una discussione orale, che è altra cosa ancora dallo scambio epistolare di un tempo, ecc. E del resto è molto facile fraintendere (che è un intendere “fra” – potrebbe anche essere tra le pieghe dell’inespresso o tra le righe…).
    Sullo studio e sulla lettura: c’è sempre una montagna immensa da scalare di fronte a me, e se mi guardo indietro il cammino fatto è così poca cosa…

  11. Flora Says:

    Figurati il mio! che poi se non ho delle basi sicure, ossia se non ho ben chiari i concetti fondamentali, ovvero se non ho imparato la tecnica di ‘scalare’, ho anche la sensazione di scivolare sul ghiaccio. Quello che dici sulla discussione, va bene, ma per argomentare bisogna essere in possesso di dati certi su un dato argomento, e padroneggiare un vocabolario concordato. In ogni caso per quanto riguarda il ‘destino’, ho solo espresso ciò che finora personalmente ho elaborato su di esso.

    Per quanto riguarda il fraintendere, hai ragione, ma credo che funzioni sempre un po’ così, nel senso che interpretiamo le parole secondo l’esperienza che abbiamo di quelle. Qualche volta il testo funge da specchio e ci svela quello che non riusciamo a capire su noi stessi, sulla vita, sul mondo. Il mondo è un enigma da interpretare. Il testo lo è altrettanto. L’interpretazione è una cosa che riguarda quasi esclusivamente chi legge e molto meno chi scrive. Anche se chi scrive può sempre replicare: non intendevo dire questo, per me ha un altro significato. O anche: il significato è questo. Punto.
    Ma, se nell’interpretazione di una ‘poesia’ o di frasi libere, è lecito interpretare liberamente, lo è altrettanto in argomenti filosofici? o forse non lo è mai e dovremmo tendere ad uniformarci?

  12. md Says:

    Bel problemino! Leggere un testo, quale esso sia, è sempre interpretarlo. Il vero problema è che tra noi e il testo (in particolare quello filosofico) c’è talvolta una distanza siderale (basti pensare ai testi dei filosofi greci o medievali, scritti in contesti con mentalità e concezioni del mondo radicalmente diverse dalla nostra); ma ciò che rende ancor più complicato leggere un testo filosofico è la tradizione interpretativa che gli si è sovrapposta nel tempo. Come se su un quadro si fossero depositati via via le pennellate di altri pittori (o, peggio, contraffattori). Mentre, per esempio, leggo Spinoza leggo anche i secoli di lavorìo che su di lui altri interpreti e studiosi hanno fatto – comprese censure, lacune e distorsioni. Ora, è possibile restituire l’originalità del testo e scrostar via le varie sovrapposizioni? E come faccio ad immergermi in un testo scritto secoli fa, per di più in latino o in olandese, senza nemmeno conoscere colui che lo ha redatto, le sue intenzioni – il contesto, appunto?
    Ma cosa me ne faccio di Spinoza oggi? – questa la vera domanda.

  13. md Says:

    A proposito di destino, proprio stamattina ho cominciato a leggere il libro di Aldo Schiavone “Storia e destino”, che si annuncia come un libretto piuttosto importante.

  14. Ares Says:

    ARES
    Qualcuno sa spiegarmi quando – d’ora in poi – potro’ usare il termine terrorismo e quando Orrorismo?
    e quando invece potro’ usare il termine terrorista e quando Orrorista?

  15. Flora Says:

    Oggi ho riletto meglio il post e le precisazioni. Il fatto è che anch’io, come molti, preferirei non vedere e non affrontare il problema. Stare alla larga, non farmi sfiorare, restarmene incolume, magari a rimirarmi, evitanto in ogni modo di entrare, anche solo in visita, nel girone di quest’inferno. Perché fa male. Molto.
    Tanto per cominciare rettifico quanto ho scritto ieri su quella foto – la foto del tuffo dell’uomo dalle Twin Tower. Di per sé non sarebbe un’opera d’arte, ma lo diventa nel momento in cui l’uomo che la guarda entra in quest’immagine, si mette al posto della vittima, rimane straziato dall’orrore di quell’essere sospeso nel vuoto, ancora solo per pochi istanti. Quindi è l’interpretazione che, semmai, la rende un’opera d’arte, ovvero quando induce l’uomo che guarda ad identificarsi con la vittima.
    Il beneficio: quando accadrà che anche il carnefice si toglierà le bende dagli occhi.
    L’impotenza dell’opera d’arte: quando non riesce a scalfire il muro nel quale il carnefice ha murato il proprio cuore. (muro, ma anche specchio in cui il carnefice vede e sente solo se stesso)
    Che poi, se non si apre ad una reazione di pietà, di fatto è già morto.

    – Conducici in un altro girone, adesso, Caronte, perché questo ci sta straziando.
    Però, non ce l’avevi mica detto dove ci avresti portato… prima di iniziare questa gita (vita). Se l’avessi saputo prima, forse avrei preferito restarmene nel limbo.
    A quando il paradiso?

  16. md Says:

    @Ares
    La stessa Cavarero si pone il problema della proliferazione dei termini e del suo uso corretto.
    Il problema, qui, riguarda il fatto che il termine “terrorismo” è quantomai ambiguo (infatti nemmeno all’ONU sono riusciti a trovare una definizione condivisa). Un esempio: vengono indifferentemente definiti “terroristi” sia i partigiani o coloro che resistono ad una occupazione militare, sia gli attentatori suicidi, sia i vecchi militanti dell’ETA o dell’IRA, ecc.ecc. Esiste poi una lunga tradizione del terrorismo di stato. C’è poi il terrore rivoluzionario…Insomma, è una questione di punti di vista.
    Tradizionalmente, però, il terrore è leggibile all’interno di una strategia politica: fare degli attentati per raggiungere determinati scopi.
    Oggi – secondo l’analisi di Cavarero, che io condivido ma che può anche essere sbagliata – ci troviamo di fronte ad un’eccedenza rispetto alla categoria tradizionale: farsi a pezzi per smembrare e sfigurare altri corpi in maniera casuale e del tutto indiscriminata sembra andare al di là della tradizionale dinamica terroristica.
    In quell’eccesso/eccedenza si annida l’orrore. Che è poi, anche, il punto di vista della vittima. Per la vittima è sempre “orrore” – in quanto inerme, paralizzata, agghiacciata. Medusa è lo specchio di quella ripugnanza.
    Cavarero parla infine di “delitto o crimine ontologico” (riprendendo Hanna Arendt): non vengono uccisi solo degli individui, ciò che viene minato è il significato stesso della natura umana simbolizzata dal volto. Smembrare un corpo, sfigurare un volto vuol dire cancellare alla radice l’umano.

  17. Flora Says:

    @ md: grazie per il commento precedente, sull’interpretazione dei testi: lo rileggerò dieci venti volte, come cercherò di fare – d’ora in poi.
    (anche le parole sono come le bottiglie di vino, il cui sapore colore profumo, cambia a seconda del momento in cui vengono aperte. bisognerebbe aprirle sempre delicatamente).

  18. Mi. Says:

    @ Flora: sarebbe bello ma non è così: una parola come ‘orrorismo’, è infatti un po’ indigesta da digerire. Capisco che ti piacerebbe sempre sentir parlare di fiorellini palloncini e amorini, ma la realtà è molto diversa. Devi ammetterlo.
    ‘Orrorismo’, dunque, è una nuova parola: si può dire che è un neologismo? e saremo costretti a doverla usare? e fino a quando?

  19. Flora Says:

    Oggi stavo leggendo che Hegel quando vide Napoleone entrare a Jena scrisse: “Oggi ho visto lo spirito del mondo a cavallo”.
    Parafrasando, non potremmo anche dire – sulla foto del tuffo dalle Twin Tower -: “Stiamo vedendo lo spirito del mondo che precipita, da molto in alto”? Bisognerebbe però provare a dimostrare il contrario!
    Comunque ho letto i commenti su Nazione Indiana: qualcuno dice che Stockhausen abbia definito l’11 settembre: “la più grande opera d’arte mai realizzata da LUCIFERO”.
    Non so se è meglio.
    Flora.

  20. Ares Says:

    ARES
    Perdonatemi ma queste idee della Cavarero.. mi sembrano piene di lacune.. anche il termine scelto mi pare inappropriato..
    ..metterlo come titolo del libro e’ invece un’idea commercialmente interessante..

    .. Affemare che gli attentatori (orroristi?) siano individui senza fini politiche che hanno come unico scopo “smembrare corpi e sfigurare individui”.. mi pare assurdo e impossibile in un area culturale non occidentalizzata, senza retaggi culturali misantropici come l’olocausto.

    In quell’area sarebbe pura follia – e forse gli attentatori in quel momento folli lo sono davvero – ma c’e’ da dire che gli attentatori spesso sono persone deboli, poverissimi per eta’ o condizione sociale, facilmente condizionabili.. psicologicamente vulnerabili .. e sono il mezzo di cui si servono i reali attentatori.. i loro mandanti..sicuramente piu’ efferati e con scopi politici e personali ben precisi:

    in quell’area il vecchio potere dominante vuole riappropriarsi del potere che ha perso,
    e per farlo usa mezzi cruenti, che devono servire a destabilizzare il potere nemico che si fa portavoce di un nuoco assetto “civile” la cui parola d’ordine e’ “normalizzazione dell’area”

    Creare “Terrore” . e’ il mezzo piu’ efficace, non sotteso a regole comportamentali civili, per affermare che questo nuovo assetto sociale, voluto dagli occidentali e una parte di quel popolo che vede nell’invasione occidentale un occasione di liberta’ e ricollocazione dei poteri,
    non e’ attuabile.

    Dare la morte al nemico, ma anche al popolo “dissidente” su larga scala – e in modo visibile al mondo , attraverso lo sfruttamento del mezzo televisivoe’- e’ la modalita’ che si e’ scelta.. per superare i continenti e arrivare al cuore e allo stomaco del nemico (siamo in querra ragazzi!!)

    Non vogliono smambrare corpi tanto per smembrarli..

    Il materiale d’offesa utilizzato e’ quello detonante, solo perche’ di facile reperibilità in quell’area..
    ..un alternativa altrettanto valida quale potrebbe essere?..non la vedo!.. non certamente del materiale chimico non visivamente cruento forse, ma di difficile produzione ..artigianale (sono necessarie competenze scentifiche e luoghi di conservazione protetti, dispendiosi da mantenere).. io credo che il materiale detonante abbia, in quell’area, una piu’ facile reperibilita’ e modalita’ di conservazione ….
    e poi ..l’effetto della detonazione e’ lo smembramento dei corpi coinvolti, e’ tecnicamente inevitabile!.. .
    Non riesco a considerare lo smembramento dei corpi come il fine ultimo, ma solo come l’inevitabile effetto ..della scelta -obbligata-.. del materiale d’offesa

    Ma ETA e l’IRA i terroristi Rossi e Neri non adottavano gli stessi metodi?.. non mi pare che andassero a casa degli avversari politici
    suonando il campanello..

    Inoltre contesto che l’errore sia il punto di vista delle vittime:

    ..non credo che le vittime abbiano avuto il tempo di provare orrore o terrore …

    L’orrore e’ il nostro punto di vista.. e’ il punto di vista dello spettatore .. distante miglioni di chilometri.. ;
    forse se sei stato vittima di un attentato e se sei stato fortunato, puoi provare orrore, ma solo per un attimo (per un immagine) poi provi terrore e se sei fortunato scappi piu’ lontano possibile. e vivrai nel terrore per le prossime ore, giorni, anni.
    L’orrore e’ il sentimento che puo’ provare un sopravvissuto che ha avuto il tempo di guarsi intorno, mentre fugge terrorizzato.

    L’orrore e solo cio’ che rimane addosso a una filosofa occidentale, che spenta la televisione o chiuso il giornale, si mette a speculare intellettualmente sull’orrore provato nell’aver visto quelle immagini.. perche’ sul terrore non puo’ scrivere nulla, non essendosi mai trovata vittima di un attentato.

  21. md Says:

    Critiche interessanti, che non credo tolgano però alcun valore al testo della Cavarero.
    Solo un paio di appunti: nessuno dice che i “terroristi” non abbiano alcun fine (l’attacco alle Twin Towers è stata una delle azioni più calcolate e finalistiche della storia).
    Non mi pare poi che il “retaggio culturale” dell’olocausto stia molto funzionando in Occidente. In ogni caso nella “guerra globale” non è più possibile separare tra strategie o culture della guerra occidentali e non occidentali.
    E’ ovvio poi che l'”orrore” è una categoria interpretativa, un concetto, non un sentimento o un’emozione. Sull’essere o non essere stati vittime di attentati: fattualmente il maggior numero non lo è stato (e per fortuna, e tra questi credo ci sia anche la Cavarero). Ma l’obiettivo della nuova strategia del terrore (o orrore che sia) è il chiunque in qualsiasi luogo, in modo indifferenziato, non individui o categorie o classi sociali o etnie particolari.

  22. Ares Says:

    Ares
    1) la frase che mi ha fatto pensare che sostenessi che non vi fossero fini politici nei nuovi attentatori e’ la seguente:
    “Tradizionalmente, però, il terrore è leggibile all’interno di una strategia politica” quasi sottointendessi che l’orrorismo non fosse assoggettato alla stessa strategia.

    2)sul retaggio culturale dell’olocausto.. sostengo la stessa cosa che sostieni tu… infatti intendevo dire che solo la cultura occidentale sarebbe ingrado di creare “dissolutori di esseri umani o di umanita’”
    … e non sono daccordo sull’indistinguibilita’ tra culture militari nel mondo della globalizzazione .. gli americani non si fanno esplodere nelle piazze Irakene ma sganciano bombe “inteligenti”(la trovo una cosa altrettanto malata forse piu’ malata e’ cinica: guardare i tuo nemico dall’alto e massacrarlo affermando poi che la bomba ha colpito solo obbiettivi militari circoscritti e non centinaia di civili accanto al luogo dello sgancio.. trovo patologicamente folle andare in televisione a spiegare che e’ un operazione necessaria..e vedere un intervistatore che annuisce senza avere il ben che minimo urto di vomito del l’ascoltare queste parole); che il mondo sia globalizzato e’ l’idea che l’occidente vuole far passare agli occidentali.. solo i mercati si stanno globalizzando non le culture ..tantomeno quelle militari.

    3) Si puo’ affermare che l’orrore sia un elemento del nuovo terrorismo(anche se tanto nuovo non mi pare) altra cosa e’ affermare che l’orrore e’ la categoria interpretativa unica del fenomeno.. tanto da autorizzare la Cavarero a battezzarla come termine assoluto d’identificazione del fenomeno.

  23. Ares Says:

    Ares
    .. e poi non mi pare che gli attentati siano casuali; normalmente gli attentati hanno come obbiettivo nazioni, citta’ e luoghi ben precisi: nel centro economico londinese difficilmente trovi un bracciante dell’Essex.

  24. md Says:

    Concordo con gran parte delle cose che dici; tuttavia: la casualità, ovviamente, riguarda le persone, non gli obiettivi: nelle Twin Towers c’erano anche dei sottoproletari, e il bracciante dell’Essex si può sempre trovare, per caso, a prendere la metropolitana in centro, magari perché va a fare una visita specialistica…
    Naturalmente quello della globalizzazione è un processo: al capitale ci sono voluti secoli per affermarsi, ma credo (o temo?) che gli attuali processi in corso saranno molto ma molto più rapidi, ci piacciano o no.
    Certo è, da come stiamo vedendo, non saranno indolori o privi di spargimenti di sangue.

  25. Ares Says:

    Mi sono meritato una torta di more e mirtilli?

  26. md Says:

    ???

  27. md Says:

    i mirtilli però sono una sorta di toccasana universale…

  28. Flora Says:

    @ Ares:
    quando dici: “L’orrore e’ il nostro punto di vista.. e’ il punto di vista dello spettatore .. distante miglioni di chilometri..”: … è certo che siamo spettatori, che se fossimo vittime saremmo già morti; ma non siamo molto distanti, perché ne siamo tutti informati ed entra nelle nostre case, anche nelle nostre vite, insomma, ci tocca!
    Ed è anche certo le vittime hanno poco tempo per provare questo orrore, o terrore, che dir si voglia. Non è una questione di termini. E anche se md. sostiene che l’orrore è una categoria interpretativa, non un sentimento o un’emozione, be’ io dico che possono essere entrambe le cose: per un intellettuale sarà una categoria interpretativa, per l’uomo comune, no. E l’uomo comune o tiene gli occhi chiusi, o si immedesima di fronte al dolore degli altri, e ha una qualche reazione. Gli accadimenti non ci scivolano addosso come l’acqua sul marmo… o sì?
    Ma anch’io non credo che l’obiettivo degli attentatori sia l’orrore. I loro obiettivi sono altri, l’orrore è la conseguenza… ed è anche una nostra interpretazione. Che sia utile o meno interpretare in questo modo, è un altro discorso.
    Comunque, tanto per parlare, mia figlia era davvero sul “the tube” quella mattina, il 7 di luglio. Era salita a Kilburn Park, ed passata per Edgware Road intorno alle 9:10. Quando ha cambiato in Oxford Circus ha sentito odore di bruciato, c’era fumo. Poi ha preso la Piccadilly Line fino a Victoria. Ma lì hanno fatto scendere tutti e risalire in superficie. Edgware Road era stata colpita alle ore 9:17 del 7 luglio 2005. Pochi minuti fanno la differenza. Anche qualche parola, qualche volta… anzi, quasi sempre.

    “..metterlo come titolo del libro e’ invece un’idea commercialmente interessante..”
    Infatti anche le parole vengono spesso usate per scopi commerciali.
    Mentre un intellettuale dovrebbe chiedersi: a che scopo inventare un’altra parola? sarà utile? ovvero sarà utile analizzare la cosa in questi termini? o non farà che ‘confermare’ l’orrore? che magari avevamo qualche sospetto di provare? Sarebbe meglio valutare una cosa, un libro, un’idea contenuta in un libro, dagli effetti che essa potrà produrre. Io non ho letto il libro, ma ho il sospetto che come altri molti libri, non arriva ad indicare alcuna ‘via d’uscita’. O sbaglio? Se così, è solo uno spreco di carta! e di tempo.
    Non dimentichiamo, in ogni modo, che ha fatto in modo che ne parlassimo… magari per decidere di smetterla di scivere libri che servono a poco. Quindi, forse nulla è mai del tutto sprecato. Dipende dall’uso che ne facciamo.

  29. Ares Says:

    ARES

    Le mie osservazioni puntavano a demolire la tesi che vi sia la necessita’ di rinominare il “Terrorismo” con il nuovo termine “Orrorismo” perche’ considero il termine dal quale proviene(orrore) non distintivo del fenomeno ne’ il punto di vista della vittima (cosi come enunciato da md:
    .. “In quell’eccesso/eccedenza si annida l’orrore. Che è poi, anche, il punto di vista della vittima.” ..).

    Ho infatti sostenuto che e’ un termine inappropriato perche’ l’orrore e’ solo un componente del fenomeno, che peraltro e’ presente anche nel Terrorismo politico “classico” di qualche tempo fa..

    Inoltre contestavo che l’orrore fosse in qulche modo il punto di vista della vittima, perche’ la vittima non ha il tempo di provare orrore o se lo ha e’ perche’ e’ sopravvissuta e ha avuto il tempo di rendersi conto di quel che gli stava succedendo intorno.. sostenendo che, semmai, chi prova orrore siamo noi che seduti in poltrona vediamo le immagini dei telegiornali passarci davanti.

    Contestavo anche il “crimine ontologico” che mi pare essere una prerorativa occidentale (per ora!): lo smembramento dei corpi e’ la conseguenza inevitabile della defragrazione, che considero l’unico mezzo -obbligato- d’offesa in quell’area.

    E contestavo anche l’elemento casuale degli attacchi.

    Ora cercando di mettere un po’ d’ordine, gli unici elementi distintivi di questo nuovo terrorismo mi sembrano:

    1) il carnefice si lascia morire con la vittima(SACRIFICIO).
    2) l’uso mediatico(meno efficace nel passato perche’ meno diffusi gli strumenti di diffusione))(GUERRA MEDIATICA)
    3) l’attentato come mezzo bellico classico (UOMO BOMBA, uomo sganciato come bomba)
    4) la strumentalizzazione della religione (GUERRA RELIGIOSA)

    Il nuovo terrorismo sembra raccogliere spunti e suggerimenti, da vecchi modi fi fare guerra: dalla guerra corpo a corpo, dal nuovo modo mediatico fi fare guerra(visto gua’ durante la guerra del golfo ad opera degli americani), dal terrorismo “classico”, dalle crociate, tutto pervaso dall’aura del SACRIFICIO (stranamente, di cattolica ispirazione)

    Termini papabili(senza offesa):
    GUERRA TERRORISTICA
    GUERRA TERRORISTICORELIGIOSA
    TERRORISMI DI MATRICE ISLAMICA
    GUERRISMO
    GUERRA MEDIATICA
    TERRORE MEDIATICO
    TERRORISMO SACRIFICALE

    be’… aiutatemi non state li a giuardare..E’ APERTO IL TOTO NOME!!!

  30. md Says:

    Curiosità un po’ maligna: ma hai letto il libro della Cavarero?

  31. Ares Says:

    hem… a si fifurati certo!..
    vuoi che ti dico com’era fatta la copertina ??

  32. Ippolito Says:

    Che temi importanti !

  33. milena Says:

    *FRA OGGI E DOMANI*

    Oggi
    non mangiare per tutto il giorno
    metti
    un lenzuolo fra te e il sole
    senti
    l’urlo del vento nella bottiglia
    avvita
    il tappo prima di sera
    svitalo
    adagio domani mattina.

    E’ finita la guerra.

    milena r.

  34. VULNUS (ovvero del filo spinato nei corpi e nelle menti) « La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] anche agli aspetti psicologici ed emotivi). Avevamo già ragionato di questo (si veda il post Orrorismo), stabilendo che la vulnerabilità è un tratto caratteristico e permanente dell’umano in […]

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