20 LUGLIO

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(in memoria di Carlo G. e Stefano T., entrambi trafitti a morte dal sole di luglio, l’uno da piombo di stato, l’altro da maligna e cieca natura)

NOSTOS

Dio come mi mancheranno!
I mattini della domenica, quando ci si alza presto, perché si è evitato di uscire la sera prima, di gozzovigliare con gli amici, di bere e di fumare. E allora si può andare per boschi, magari con il proprio cane, ad annusare foglie, terriccio, odori umidi, e salutare quei rari vecchi di passaggio, in bicicletta, con un forcone sulla spalla o un falcetto nel pugno. Li si saluta con discrezione. Certe volte però si ha voglia di star da soli, di non incontrare nessuno, ma proprio nessuno. Ed è bello aprire i polmoni, magari urlare al cielo, ai grovigli di robinie, agli uccelli che volano radente.
Quei mattini mi mancheranno.

Dio come mi mancheranno!
Tutte quelle persone che si incontrano nel fitto della folla, per strada, quando è domenica o alla vigilia delle feste comandate, o di sabato pomeriggio. Tutte quelle facce uguali – e diverse; quelle meravigliose maschere, superfici agghindate, diafane, bianchicce, olivastre, nere come il carbone, arrossate, smunte, infuocate, pallide, arrugginite, belle, grottesche, armoniche, lisce, rugose, appesantite; quegli occhi ammiccanti, o spenti, o profondi, o acquosi; quelle mani nelle tasche, o libere di gesticolare, di parlare, di stringere altre mani, o di arrotolarsi in un sortilegio; il passo è diverso, lo sguardo è diverso, la voce è diversa, il movimento dei lombi è diverso, l’inclinazione del busto è diversa, la forma degli orecchi è diversa, dei capelli il colore la consistenza il numero la forma sono diversi, l’angolo che il ginocchio forma con la gamba è diversa – ma io lo so che sono eguali.
Quelle facce mi mancheranno.

Dio come mi mancheranno!
quegli occhi verdazzurro, persi sulle coste dell’Alto Salento, a cercare anfratti limpidi, pietre su cui affisarsi ad aspettare che dietro le foschie compaia l’Albania. O a correre lungo i papaveri sul ciglio della strada, infilandosi nella sterminata sterpaglia occhieggiante d’ogni colore – fino a trovare il bianco fiore che dà il sonno e il sogno e che lenisce il dolore. Mi mancheranno quelle scapole aguzze sotto il maglione a coste, la bocca che soffia parole di Rimbaud, di Neruda, di Artaud, di poeti orientali, di poesie che verranno o dei versi non ancora scritti – tutte le parole del mondo potranno colare dalla sua bocca d’oro. Il suo corpo sinuoso, che ha danzato nel vortice della mia immaginazione in una notte ghiacciata del primo inverno, oh se mi mancherà!

E persino la guerra mi mancherà,
la barbarie, la sopraffazione, i campi di sterminio, l’orrore profondo che s’accumula nei secoli, l’incredibile immaginazione con cui gli umani riescono a torturarsi e a massacrarsi a vicenda, le tecniche con cui si cavano gli occhi, si squarciano le carni, s’aprono fiori rossi sui crani, affossano donne dopo averle uccise due volte, la loro barocca concezione del dolore, la folle creatività con cui s’inventano bandiere, paure, patrie, colate identitarie, ossessioni ossessioni sempre ossessioni
tutta questa merda non mi mancherà certo perché ne avrei nostalgia, ma perché è bello e vitale urlarle contro la mia rabbia, disintossicarmi da quelle mie tossine che quegli stessi orrori alimentano, perché non esistono anime pure, né belle, scordatevelo una volta per tutte, esistono però anime sognanti, e allora mi mancherà di sognare un mondo senza quella merda
Dio se mi mancherà!

Altre cose mi mancheranno, più modeste. Una tazza di tè fumante, e la teiera sbreccata da tenere nelle mani per riscaldarsi, un biscotto che si immerge nel tepore e che cola nella bocca sogni e dolcezze, la tranquillità di un pomeriggio accomodato in poltrona a leggere la lettera di un caro amico, e guardare fuori dai vetri mentre piove.
Oh, sì, questo mi mancherà moltissimo: mala tempora che si alternano a giorni azzurri e luminosi. Il comparire del primo fiocco di neve, la notte calma di una fitta nevicata, il candore che cosparge tutte le cose, anche le più fetide, e che decide che il mondo deve diventare puro. I lunghi giorni di pioggia, il suo scrosciare senza fine e senza pietà, i rigagnoli e i fiumi che si gonfiano, la paura che le acque inondino tutto e che venga la fine del mondo. Il rombo di un tuono, e quella sensazione di terrore data da una folata improvvisa di vento, quando persino le ossa ti si ghiacciano, e si rimane muti e sospesi, in attesa di qualcosa di terribile che può scatenarsi da un momento all’altro, e poi la grandine si rovescia con violenza sui tetti e sui giardini, e si spera che duri poco, e che non rada al suolo quei bei filari di vite o che non devasti i succosi pomodori dell’orto. Ma poi, dopo ogni cielo scuro e gonfio, torna sempre il sereno, la mitezza e la dolcezza dell’aria, il sole, la beatitudine di stendersi su un prato e di godere di tutto questo, e vuoi che duri in eterno, e pensi che già questo è il paradiso, non c’è bisogno d’altro, magari mentre stringi la mano dell’amato o dell’amata, e ti prefiguri le squisitezze che potrebbero accadere rotolandoti con lei o con lui tra le lenzuola pulite e profumate del cielo e dei prati in fiore.
Anche questo finirà, non durerà, la tela si sfibrerà.
Ma persino quel suo lento disfarsi mi mancherà.
Il chiaroscuro del mondo, le sue chiazze e le sue macchie, le ombre e le luci, il bene e il male, il giorno e la notte, la pace e la guerra – il ruotare delle cose mi mancherà.
Oh se mi mancherà!

E più di tutti mi mancheranno le frotte di bambini.
Bambini petulanti
bambini dolci e zuccherosi
ragnetti appena nati
neonati sbavanti
ragazzotti ciondolanti
ragazze-pertiche con corpi incontrollati
fanciulle all’ombra di fiori
e fiori all’ombra di fanciulli
bimbetti che annaspano sull’acciottolato
piccoli corpi che devono ancora spiccare il volo
faccette rosse che smoccolano su maniche arrotolate
cervelli impazienti di crescere
e figli impazienti di pugnalare al cuore i genitori
enigmi e sfingi su fronti baciate dal sole del mattino
distanza incolmabile tra noi e loro
gli alieni, persino loro mi mancheranno
e si fotta la pretesa che noi si sia meglio di loro
è sempre falso
non è mai vero
che chi viene dopo decade da un’età dell’oro
è l’invenzione colata da mani di vecchi
che non sanno accettare la loro prossima marcescenza.
Che i bambini calpestino noi e la nostra pretesa di durare
al di là di ogni ragionevolezza
né mausolei né acerbi distruttori
solo
un incessante
succedersi
di increspature diverse della bocca
e di diverse inclinazioni delle ciglia
voci e accenti e modi alternativi di sorridere
che così sia
se anche questo voglia dire lasciare che la vita s’apra la strada a morsi!

Solo tu non mi mancherai,
Dio del cielo.
Tu no!
Tu e tutti i tuoi sicofanti-lestofanti al seguito
vestaglioni neroporporati
che dopo aver avuto da dire sulla vita
vorrebbero avere l’ultima definitiva parola sulla morte.
La mia vita, la mia morte.
Non te lo permetterò, non lo permetterò loro.
Levatevi dai coglioni, almeno in punto di morte.
Abbiate un ultimo rigurgito di dignità
e di rispetto
e la pietà che serve ad accompagnare un feretro composto
nel suo ultimo zoppicante viaggio,
laggiù, fino all’argine del fiume.
Voi tutti, dal primo all’ultimo, statevene alla larga.
Scenderò la corrente da solo. In religioso silenzio.
In perfetta solitudine.
Guaderò l’ultimo corso d’acqua
passerò sotto l’ultimo ponte
sfiorerò l’ultima barca rossa e luccicante
senza nostalgia.
Di nulla e di nessuno, infine, sentirò mancanza.
Sarà il lento viaggio che mi riporterà a casa.

6 Risposte to “20 LUGLIO”

  1. milena Says:

    senza parole

  2. Ares Says:

    ARES

    Bella, commovente.. sporca in alcuni punti, ma ci sta’ ..
    ..
    c’e’ qualcosa che non mi torna, ma ci devo pensare..

    a si ecco!… no, ma forse e’ voluta..
    ..
    be’ la dico come mi viene, tanto ormai avete capito che non controllo gli sfinteri, al limite mi manderete a cagare..(e non repplichero’)

    Vi sono 2 piani:

    – L’umanita’
    – Dio (il narrante e’ il raccordo tra i due piani)

    nel secondo piano pero’ e’ menzionato il clero che
    sporca, in qualche modo, lo spessore del tutto ..

    forse va separato ..

    .. sento quasi che non meriti di entrare in questo bellissimo pezzo…. ma forse e’ solo un mio sentire e va bene cosi’..
    ..
    c’e’ da dire pero’ che la presenza di questo “piano nel piano”
    .. istintivamente mi ha fatto pensare
    … ma Dio che cazzo c’entra?..
    eppure e’ uno dei piani fondamentali..

  3. Ares Says:

    Ci siete mai andati, o tornati nella piazza dove e’ morto Carlo G., io ci sono andato l’estate dopo..e mi sono messo a piagere come un bambino appena arrivato in piazza

  4. md Says:

    sì c’ero, e ho pianto come te

  5. ro_buk Says:

    …che dire…

  6. L’APPUNTAMENTO « La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] ma ho voluto farlo lo stesso per almeno due ragioni: ha a che fare con la data odierna, il 20 luglio, che per me è una data insieme atroce e densa di simboli, nella quale hanno finito per sovrapporsi […]

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