LA SPECIE, LA STORIA, IL DESTINO

storia-e-destino.jpgFa venir voglia di proiettarsi nel futuro, almeno di un secolo o di 3-4 generazioni più in là, questo piccolo e prezioso saggio di Aldo Schiavone intitolato Storia e destino, recentemente pubblicato da Einaudi. Le righe di copertina, in effetti, ci promettono grandi cose: “La tecnica, la natura, la specie: esercizi di futuro e di speranza per prepararsi al tempo che ci aspetta. Il manifesto di un nuovo umanesimo”. Niente meno! Eppure la promessa viene mantenuta, per lo meno in termini teorici, se è vero, come ho già detto, che la sua lettura suscita questo strano desiderio di saltare oltre il presente, in un futuro ignoto e affascinante. E proprio da alcune considerazioni sul tempo parte il ragionamento di Schiavone. Proverò qui a schizzarne i punti secondo me più salienti.

1. La rimozione del futuro
Schiavone coglie nel cortocircuito temporale il vero male, il grande vuoto dei nostri tempi: la banalizzazione del passato, un vero e proprio oblio di sé, insieme all’assenza di progettualità e di speranza ci hanno consegnato ad un “presente indecifrato”, un misto di irresponsabilità e di terrore per la propria potenza. Il paradosso sta proprio qui: quanto più la scienza e le nostre conoscenze ci dicono a chiare lettere come tutto sia “storia”, “processo”, “incessante trasformazione”, tanto più noi ci sottraiamo alla responsabilità che ciò comporta. Rischiando così di mancare ad un appuntamento cruciale con la storia della nostra specie.

2. Una specie fortunata (e scissa)
Ma dove sta l’eccezionalità della nostra attuale condizione?
Schiavone svolge nei primi capitoli un rapido schizzo della nostra storia evolutiva – noi umani in quanto specie, all’interno di una natura in perenne movimento, entro il quadro di un universo a sua volta in lenta ma inesorabile trasformazione. L’occhio che ci vuole per guardare a questi movimenti innestati l’uno nell’altro è quello della lunga durata, del “tempo profondo”, cui non sfugge però una evidente verità: l’accelerazione che la specie umana ha impresso al tempo e alla storia a partire dalla sua comparsa sul pianeta. Una storia di fortuna, casi, necessità evolutiva che alla fine ha decretato il nostro successo come mai sarebbe stato possibile prevedere. “Ci è andata davvero bene”, è l’espressione calzante, sebbene poco scientifica, che usa l’autore. Con un risultato, però, al quanto paradossale: mentre pensiero e azioni (lo “spirito”) della specie sono usciti ben presto dal tempo profondo, vi rimangono immersi gli aspetti biologici e morfologici, creando così due livelli, una vera e propria scomposizione tra invariante biologico (per citare Virno) e artificialità tecnica e sociale. A dire il vero anche su quest’ultimo fronte il movimento presenta una certa disomogeneità: fino ad un certo punto la specie è “progredita” in maniera pressoché omogenea, con pause, rallentamenti e improvvise accelerazioni, con l’esito dell’attuale scissione culturale ed economica (non ancora ricomposta) prodotta dalle successive rivoluzioni industriali – “la tempesta” che ci sta travolgendo da due secoli e che non accenna a placarsi, i cui tempi della progressione risultano, anzi, sempre più contratti e accelerati.

postumano.jpg

3. Oltre la specie
Ma siamo ora a una svolta, una sorta di “punto di non ritorno”. Scrive Schiavone: “Noi stiamo appena entrando in una nuova rivoluzione tecnologica – la terza della nostra storia, dopo quella agricola e quella industriale, ormai completamente esaurita”. Si tratta ora non di una corsa ma di una vera e propria esplosione, “l’improvviso sfondarsi di una soglia”, “una freccia lanciata verso l’ignoto” – le metafore utilizzate cercano di descrivere l’epocalità del momento. Il punto è questo: per la prima volta saremo in grado di governare la scissione che fino ad ora ha caratterizzato la nostra specie, quella cioè tra vita e intelligenza. Le due storie, finora separate, potranno finalmente essere riunite: “Le basi naturali della nostra esistenza smetteranno presto di essere un presupposto immodificabile dell’agire umano, e diventeranno un risultato storicamente determinato della nostra cultura”. Quella che si apre di fronte a noi, con le nascenti rivoluzioni biologica e informatica, è la bioepoca (Schiavone in verità non utilizza questo termine ma quello di bioconvergenza), l’epoca in cui non solo la nostra mente ma anche il nostro corpo, le condizioni biologiche della specie, il sostrato che credevamo immutabile viene ricondotto alla dinamica della storicità e trasformabilità. Il nostro bios diventa anche il nostro destino – “espressione di una tendenza non più arrestabile”.

bioe1.jpg4. La “natura umana”
Tutto ciò evoca naturalmente l’attuale dibattito (e scontro) a proposito del concetto di “natura umana”. Per la verità, ne scombina radicalmente le coordinate: dimostrare che nulla è immutabile – la sostanza della ricerca scientifica dell’ultimo secolo, da Einstein in poi – e che tutto è storia e mutamento, che la storia della specie ha in sé il principio della modificabilità e dell’autoproduzione, che è anzi il cardine del suo sviluppo, ebbene queste tesi, suffragate dal ritmo evolutivo, rischiano di mettere in luce come “cattiva ideologia” tutte quelle posizioni etiche, religiose, politiche che si frappongono al realizzarsi del “destino” umano. E, soprattutto, mostrano come dietro a ciò il nodo vero sia quello del potere, della biopolitica direbbe Foucault. In particolare, lo scontro riguarda il controllo dell’ingresso e dell’uscita nel nostro percorso vitale, come nasciamo e come moriamo. Ciò che ci aspetta, d’altra parte, è la possibilità di superare ogni antica dicotomia: quella tra natura e cultura, naturale e artificiale, corpo e mente, storia evolutiva e storia dell’intelligenza, non umano e umano. Sarebbe la fine dell’infanzia della specie, e l’ingresso nella sua fase adulta e matura. Come dice Wilson: “noi ci stiamo congedando dalla selezione naturale. Stiamo per guardare in noi stessi, e decidere cosa vogliamo diventare”.

5. La configurazione post-naturale
I mutamenti sono solo appena immaginabili. Tuttavia se ne possono delineare alcuni: il superamento della morte così come l’abbiamo finora conosciuta; la minore rilevanza della differenza sessuale e dell’identità di genere; un incredibile potenziale di liberazione e di autodeterminazione; la reale programmazione delle nascite sottratte per sempre alla logica della selezione naturale; l’allargamento delle frontiere etiche fino a comprendervi tutto il vivente. Una vera e propria “deposizione dell’animalità” e della fissità dei tratti biologici in favore di una straordinaria crescita della sfera spirituale e dell’autocoscienza.
Il problema che a questo punto si pone è però quello dell’unità della specie: non tutti sul pianeta varcheranno insieme la soglia della transizione. D’altra parte tale soglia sarà il passaggio più stretto della nostra storia, l’azzardo più ardito.
Sarebbe del tutto inutile cercare di arrestare la forza e l’impatto della tecnica: è un processo inarrestabile, un “destino” appunto – il “destino” che la specie allo stadio in cui è arrivata è in potere di darsi. Sarà allora necessario promuovere la fondazione di un’antropologia culturale, etica e politica dell’uomo tecnologico, capace di condurci dall’altra parte del guado.
Un’etica per il miglioramento e il superamento della specie, che ne preservi però l’unità durante la transizione; un’etica che disinneschi il potenziale di violenza e di aggressività; un’etica per la difesa del pianeta; una nuova politica dell’eguaglianza, “come illimitata possibilità di ricercare la propria diversità”.
“Come mantenere aperta questa prospettiva per tutta la specie e non solo per quella sua parte privilegiata dallo sviluppo storico degli ultimi secoli (un niente nella comune storia della vita) sarà la grande sfida cui dovremo dare una risposta”. D’altro canto le differenze culturali e sociali scompaiono se osservate con l’occhio della lunga durata: tra qualche migliaio di anni, come ci insegna Levi-Strauss, allo scienziato sociale che dovesse studiare le rivoluzioni di questi secoli, poco importerà sapere dove sono nate, qual è stato il punto di origine dell’incendio.
L’attuale epoca neoimperiale caratterizzata dalla “guerra globale” in veste di “scontro di civiltà” può così apparire come una sorta di fase di transizione, un periodo di sanguinosa guerra civile, in un mondo che tende ad integrarsi e a unificarsi.

infinito.jpeg6. Finito e infinito
Le ultime pagine del saggio si dedicano brevemente alla riconnessione di tutto il precedente ragionamento con le basi filosofiche che in qualche maniera lo sostenevano (“non è questo un saggio scientifico, né storico, né filosofico”, ci aveva avvertito l’autore in principio). Ma il piccolo esperimento che inseguiva una traccia, quell’esercizio di immaginazione (e di speranza) trova infine un suo apparente fondamento ontologico, metafisico, persino religioso.
Uno dei pensieri cruciali della Logica hegeliana è quello dell’inserzione dell’infinito nel finito – un rovello che accomunerà anche il pensiero di Marx e di Nietzsche. Ma quello che era solo un termine teorico, con la potenza tecnoscientifica dispiegata diventa una possibilità pratica: davvero l’uomo si va equiparando a Dio, destinato com’è a farsi a sua immagine e somiglianza. Egli, sempre più, hegelianamente è l’espandersi indefinito della sua coscienza e autocoscienza; marxianamente la specie che per essenza (Gattungswesen) si autodetermina storicamente e determina altresì le basi della propria storicità, plasma sé e il mondo; niccianamente è volontà di potenza e Ubermensch, oltreuomo.

images.jpeg7. Nodi e vertigini
Tutto ciò può anche mettere i brividi, scatenare scenari terrorizzanti, essere un “salto nel vuoto”. Lo si è paventato a lungo per tutto il Novecento: nella letteratura, nel cinema, nell’arte, nelle cosiddette “distopie” (dal Mondo nuovo di Huxley a Gattaca), attraverso la sindrome di Frankenstein. Ma la specie così come si è determinata, con una lunga serie di tentativi ed errori, con il caso fortunato di trovarsi al punto in cui è (l’intelligenza in grado di dare forma al mondo e a se stessa), non sembra più potersi sottrarre al compiersi del suo “destino”. Un destino che non è il frutto di una necessità preordinata, di un piano o di un disegno, ma di un accaduto necessitante che si trova alle sue spalle (“le carte in tavola” che non possono non essere giocate).
Non è ancora chiaro come sciogliere tutti i nodi; sembra anzi esserci una distanza incolmabile tra l’utopia post-umana disegnata da Schiavone e il disperante attimo in cui ci troviamo con i suoi grovigli di guerre, orrori, ingiustizie, con il disastro ambientale alle porte, con la sensazione di una diffusa (in)cultura in cui sembrano prevalere le pulsioni più basse, egoistiche e violente. Per non parlare dell’abisso che separa i singoli – ciascuno di noi, nella sua finitezza e fragilità – dalle strutture e dai processi evocati. Roba da far tremare i polsi!
Schiavone non confida molto nella forma politica, sembra anzi scettico sulla sua capacità di conduzione, progettualità, ricomposizione. L’impressione è che tra la fulmineità del mondo tecnico e l’inerzia della sfera politica si sia consumata una frattura quasi insanabile. Si tratterà dunque di trovare nuove forme (nuove “tecniche”), una nuova etica che ci indirizzi verso una sorta di “tecnodemocrazia”, senza precipitarci nel baratro di un tecnoincubo, mi verrebbe da aggiungere. L’assoluta indeterminatezza del futuro dà le vertigini al solo pensarla, conclude Schiavone, ma a quel futuro non possiamo (né dobbiamo) sottrarci.

gruppo13.jpg

Postille

1. La surreale foto in coda è di Ro_buk, la scala verso quel cielo così denso di ignoto mi è parsa piuttosto evocativa e in tema! Per ingrandirla basta cliccarci sopra.

2. Schiavone nelle prime pagine del libro ricorda il fatto straordinario che noi umani , gli ultimi arrivati in ordine di tempo, siamo però in grado di essere “spettatori dell’inizio”, dell’infanzia dell’universo. La pagina web della Nasa citata è http://map.gsfc.nasa.gov/m_mm.html

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44 Risposte to “LA SPECIE, LA STORIA, IL DESTINO”

  1. Ares Says:

    Ares

    mi sa che questo lo devo leggere..
    .. non ho capito niente!
    .. uffa.. mi innervosisce non capire subito!

    potete aiutarmi a fare la sintesi della sintesi dei paragrafi.. md al limite ci da la sua conferma e fa eventuali precisazioni..

    .. mi sa che Schiavone e’ uno di quei costruttori di immaginari futuri, che purtroppo sono duri a morire, che pensano che l’uomo sia ingrado di auto determinarsi in modo collettivo..

  2. Ares Says:

    Ares

    RIMOZIONE DEL FUTURO

    Siamo conservatori, ci fa paura il nuovo(tecnologico – sociale), e per questo o per ignoranza, non siamo ingrado di oggettivare il “nuovo” per poterlo regolamentare.

    UNA SPECIE FORTUNATA (e scissa)

    -Teorizzazione del “culo evolutivo”.. hem “fortuna evolutiva”
    -Essere umano: specie scissa tra “invariante biologico” e “artificialità tecnica e sociale”

    OLTRE LA SPECIE

    .. non ho capito niente ..
    perche’ la nostra vita non sara’ piu’ scissa dalla nostra iteligenza?
    .. solo perche’ vi sono le bio tecnologie e l’informatica?
    e che diamine quanta fiducia!!;
    secondo me saranno sempre scisse e in perenne rincorsa..reciproca.. come sono andate fino adesso d’altronde.

  3. md Says:

    La tesi di Schiavone, che io condivido pur con qualche riserva (è sempre un esercizio immaginativo, per quanto suffragato da dati e tendenze) è grosso modo la seguente: la mente volava in alto da millenni mentre il corpo rimaneva a terra, ben ancorato alle sue basi animali e biologiche. Ora la tecnoscienza è già (e lo sarà sempre di più) in grado di intervenire su quelle basi che per millenni sono sembrate immutabili (come la “natura”, che pure non lo è), modificandole e forse rivoluzionandole. Tempo due-tre generazioni (questo il suo pronostico) e niente sarà più come prima: la nascita, la morte, la durata della vita, l’alimentazione, la differenza di genere, tutto sarà investito dalla bioconvergenza.
    Tu, Ares, dici: “solo perché vi sono le bio tecnologie e l’informatica?” Prova a pensare a quanto la nostra vita è stata rivoluzionata da quel “solo” in così pochi anni: in ambiti quali lavoro, comunicazione, relazioni, allungamento della vita, medicina, gravidanza, ecc. Confrontalo con l’impatto tecnologico del passato e proiettalo sul futuro, già solo in termini di tempo. Il ritmo che potrebbe assumere la trasformazione è da infarto!

  4. Ares Says:

    ARES

    Sono daccordo con te, anche se il mio “solo” era riferito al fatto che dubito che le tecnologie/bio tecnologie e l’informatica riescano a far coincidere l’inteligenza e la vita.

    Io spero che siano sempre in rincorsa reciproca .. quello che mi azzardo a prevedere e’ che vi sara’ un sorpasso tra le due e un cambio di rotta.. che forse e’ gia’ in atto:

    piu’ la tecnologia crescerà e piu’ alcune capacita’ della mente e del corpo si anichiliranno .. ultimamente mi pare che l’inteligenza si stia adeguando hai nuovi dettami tecnologici..e non viceversa

    Ultimamente alcune bio tecnologie sono nate per riparare i danni causati della pseudo evoluzione tecnologica e bio tecnologica..

    Ci stiamo accingendo e sviluppare tecnologie che riparano i danni causati da altre tecnologie..

    Se andiamo avanti cosi’ ci infileremo in una spirale tecnologica riparatrice tesa alla necrosi dell’individuo.

    E nasceranno sempre nuove discipline mediche “d’emergenza”

    L’attuale inteligenza umana non sembra ingrado di valutare la tecnologia inutile, se non addirittura dannosa, da quella utile, e pensa che tutto cio’ che e’ evoluzione tecnologica sia “evoluzione”.

    Siamo sicuri che la tecnologia si sia avvicinata alla vita e ne abbia migliorato la qualita’ rispetto al passato??.. io non lo so non c’ero… ma i miei nonni dicono che ora siamo piu’ tristi, soli e malati e deboli..la vita si e’ allungata ma la qualita’ non e’ migliore.

  5. md Says:

    Concordo pienamente. Come sempre i processi, le strutture e il tempo sommergono le sofferenze individuali (quanto sono costate le rivoluzioni tecnologiche del passato?).
    Senza contare che, come tu dici, progrediscono alcune parti di noi mentre altre magari regrediscono. Sensi che si potenziano a dismisura contro altri che spariscono, facoltà che si amplificano a prezzo della perdita di altre. L’integrale medicalizzazione della vita, ad esempio, scinde i nostri corpi in tante parti quante sono le specializzazioni, sottraendoli spesso al nostro controllo, ecc. (però mio padre senza la tecnomedicina sarebbe morto circa 25 anni fa…)
    Tuttavia mi piace pensare che l’essere umano del futuro sappia governare meglio tutte queste scissioni.
    Non c’è niente da fare, sono malato di speranza, utopia, palingenesi.. e, anch’io come Schiavone, sono “uno di quei costruttori di immaginari futuri” purtroppo duri a morire…

  6. Ares Says:

    ARES
    forse tra le virgole messe a caso qualcuna e’ finita nel posto sbagliato: .. WivawwwwWWWwwwWWW i costruttori di immaginari futuri(anch’io lo solo)… ma che non confidino nella capacita’ umana di “autodeterminarsi collettivamente”

    .. inoltre non credo che bastino 3 generazioni per raggiungere gli scenari tracciati da Schiavone..

    Non credo che la biotecnologia .. sia stata ingrado di fare questi “gran passi da gigante” e di raggiungere i livelli d’eccelleza di cui si parla..
    Sono parole dette per alimentare economicamente un certo tipo di ricerca a discapito di altra.. alcune bio tecnologie sono diventati dei “salva vita” .. ma privilegiando quest’ultime si sono sottatti fonti per altre ricerche “realmente innovative” paradossalmente “naturali” e non tecnologiche oltre che economiche.

    lo studio del DNA: mi dice un mio amico ricercatore,…gli scenziati sono in contrasto e talvolta in antitesi.. andiamoci cauti!.. prima di poter pensare che vi sia un reale progresso biotecnologico bisogna spazzare via dalla terra l’80% di tecnologie inutili..

    Ci vogliono piu’ di 3 generazioni(sempre che l’uomo sopravviva a se stesso)..
    ..non facciamo l’errore di valutazione di Kubrick quando scrisse “2001 odissea nello spazio”.
    se siamo fortunati il vero progresso tecnologico e’ del 10%

  7. Ares Says:

    Ares

    Ma in questo scenario di Schiavone..e’ precisato che ruolo avra’ il denaro… e il solipsismo e’ trattato?.. e l’etnocentrismo?

  8. md Says:

    No Ares, è un libretto di un centinaio di pagine dove viene fatto il punto sull’evoluzione della specie e sui possibili futuri scenari. E’ più un quadro sintetico che un testo analitico, più un pamphlet che un trattato. Qindi c’è poco spazio per temi specifici, seppure di grande importanza.
    Sull’etnocentrismo mi verrebbe però da dire che l’autore ritiene che presto o tardi verrà definitivamente superato. Ad un certo punto dice infatti: “Un ragazzo di Roma o di Parigi è oggi più vicino a un coetaneo di Shanghai che a suo nonno quando aveva la sua età”. La spinta all’osmosi e all’uniformità è a parer suo irrefrenabile.

  9. Ares Says:

    Ares
    Grazie, a stasera :O)

  10. md Says:

    ???

  11. Ares Says:

    hem.. poi ieri sera non sono riuscito ad entrare per dare un’occhiata… ma vedo che neanche voi siete entrati.. hihihiihih … siete gia’ in vacanza ?

  12. milena Says:

    “Un ragazzo di Roma o di Parigi è oggi più vicino a un coetaneo di Shanghai che a suo nonno quando aveva la sua età”?… cosa significa??
    Essere vicini solo perché possono comunicare pensieri attraverso la rete???

    naaaaaaaaaaaaaa

    O perché possono condividere mode, merci, tecnologie????

    naaaaaaaaaaaaaa

    Essere vicini è un’altra cosa!! essere vicini è “guardarsi sentirsi toccarsi odorarsi gustarsi” ossia usare i cinque sensi del corpo, fisico, per cominciare… e magari anche i sensi dei corpi eterici ed emotivi ecc.

    Il corpo è la ‘vera’ soglia, il trampolino da cui lanciarsi!!

  13. Ares Says:

    a si?

  14. Ares Says:

    ARES
    il corpo e’ solo uno degli aspetti, E’ NON IL FONDAMENTALE PER SENTIRSI VICINO A UN PERSONA.. i tocaccioni sono dei profanatori di individualita’ alla quale io credo come diritto assoluto..
    Il corpo sono le mura ALLE QUALI SI PUO’ ACCEDERE solo dopo aver trovato il portone d’ingresso e dopo aver BUSSATO e aver ricevuto il permesso di entrare.

    Comunque concordo con te su fatto che un ragazzo francese e uno di Shanghai non sono poi così vicini ad oggi.. ma concordo con md sul fatto che lo saranno sempre di piu’.

  15. Ares Says:

    Ma come mai questo blog diventa bianco ogni tanto?

  16. md Says:

    @ Milena.
    E’ quel che desiderano, il loro immaginario – buono o cattivo che sia, che ci piacciano o no – ciò che li avvicina sempre di più.
    E le linee di convergenza possono essere le più diverse: da quelle più esteriori ed effimere (le mode, i gusti), a quelle più profonde: altrimenti non si spiegherebbe Seattle e il movimento no-global che è stato il primo vero movimento globale dopo quello comunista, e non si spiegherebbero nemmeno, ahimé, le ideologie jihaddiste. La rete, poi, è uno dei linguaggi accomunanti (koiné, dicevano i greci), il simbolo di qualcosa che potrebbe essere letto come una vibrazione e un sentire comuni.
    E il linguaggio non è mai qualcosa di secondario!
    Sul corpo: preferirei pensare agli individui come ad un’unità indivisibile, ad una totalità: scontiamo ancora fin troppo la dannata scissione (religiosa e filosofica) tra anima e corpo, spirito e carne, materiale e simbolico.

    (@Ares: in che senso diventa bianco? a me non è mai capitato…)

  17. Ares Says:

    In questo momento lo sfondo e’ bianco, il testo e’ distibuito su tutta la pagina da sinistra a destra.. e i paragrafi del blog invece che essere dispostoi a sinista e incolonnati(pagine,categorie,archivi, fotografie) sono infondo… ma tutto funziona perfettamente anche se piu’ scomodo…. ma se a voi non capita… deve essere solo un problema mio.. forse l’azienda per cui lavoro mi sta monitorando

  18. Ares Says:

    ARES
    comunque, proprio perche’ considero il corpo e l’anima idissolubili credo che il toccare il corpo significhi un po’ prendersi la liberta’ di toccare l’anima … brrrr che brivido!

    potremmo mettere su un luogo dove toccarci tutti con il libero consenso di tutti…

    cosi’ i toccaccioni del mondo trovano appagamento…
    .. lo chiamiamo TOCCACCIATOIO

  19. milena Says:

    Ho inserito Il commento precedente senza spiegare (ero un po’ occupata): in parte era una provocazione, o una sintesi, o un salto oltre la tematica proposta, o una messa a fuoco? (ascolta, Ares, anche il mio punto di vista, per favore…) Non so se riuscirò ad essere abbastanza chiara… è solo un’intuizione che si va formando… (e non sono molto ferrata in linguaggi così specialistici).
    Ci provo: “In particolare, lo scontro riguarda il controllo dell’ingresso e dell’uscita nel nostro percorso vitale, come nasciamo e come moriamo”: e infatti la maggior parte delle problematiche gira attorno ai bisogni del corpo (non necessariamente ‘solo’ corpo fisico) dell’essere umano.
    Il corpo dell’uomo è il luogo delle forze. Cosa ce ne facciamo del corpo? Come nasciamo, come mangiamo, come copuliamo, come scambiamo affetti, come ci divertiamo, come ci vestiamo, come ci muoviamo, come ci ammaliamo, come ci curiamo, come moriamo. Il corpo è il luogo della verità che si fa.
    La tecnica dell’ultimo secolo ha modificato velocemente tutti questi aspetti, e la tecnica medica manipola il corpo dell’uomo e, se vogliamo, ancora di più il corpo della donna (altro che muro, Ares, quando entri nel girone dell’ospedalizzazione! lì sì che il muro si sgretola e diventi un oggetto, alla stregua di una merce qualsiasi!).

    “Sarà allora necessario promuovere la fondazione di un’antropologia culturale, etica e politica dell’uomo tecnologico, capace di condurci dall’altra parte del guado.”
    Quindi anch’io, nel mio piccolo, mi son fatta un’idea su queste fondamenta.
    E lo ripeto: IL CORPO È LA ‘VERA’ SOGLIA, IL TRAMPOLINO DA CUI LANCIARSI!!

    A questo punto voglio fare un excursus (copia-incolla) sulla mia storia personale:
    “ho iniziato a fare una cosa solo mia quando ho cominciato a praticare lo yoga. Non ridete: per me è stata una cosa assolutamente seria. Perché se c’è stata una cosa che mi ha tirato fuori dal mio pantano, che mi ha impedito di accontentarmi dell’infelicità e dell’ottundimento, è stato proprio lo yoga, molto molto fisico, e la meditazione. Solo che, al contrario di quanto mi consigliava il mio ‘maestro’, ovvero che non è importante capire cosa succede e perché soffriamo, ma che basta bruciare la sofferenza direttamente con la pratica sul corpo e che la mente può tranquillamente stare a guardare, io ho detto NO! Gli ho proprio detto ‘questo può andar bene per te, caro il mio maestro: io ho bisogno di capire’. ‘E allora buona fortuna!’, mi ha risposto, ‘in questo io non posso aiutarti: devi farcela da sola.’.”
    Così che ho mollato anche lo yoga. E mi sono messa a leggere, studiare, scrivere, pensare, immaginare: in una parola: razionalizzare! E naturalmente il linguaggio è molto importante in tutto questo, e che sia benedetto.
    In ogni modo, non so se si capisce, ma sono passata da un estremo all’altro. Che d’altronde la mente è il mezzo interpretativo ed elaborativo dei dati di fatto del reale: sia che consideriamo il mondo esterno che noi stessi, all’interno e all’esterno.
    Ma ora ho l’impressione di aver superato il limite e di essere tornata al punto di partenza, da un maggior grado di consapevolezza, però, o almeno spero…

    Poiché, se tutto il disagio sociale (non solo il mio, personale) ha origine dall’educazione culturale e sociale che abbiamo ricevuto per generazioni nell’ultimo millennio, che ha penalizzato il rapporto naturale col corpo per questioni religiose – il corpo come tentazione e peccato, con conseguenti viscerali sensi di colpa in relazione al piacere, accettato e condiviso pubblicamente solo se relegato a funzioni socialmente accettabili – ho l’impressione che tutto l’industriarsi dell’uomo, con aggressività, violenza, e rabbia, connesse alla modalità del suo lavoro, provenga dall’aver perduto di vista e soffocato, ciò che lo avrebbe potuto rendere ‘veramente’ felice.
    Quindi, chi è l’uomo, cosa vuole, cosa gli manca per essere felice, mi sembra sempre il punto cruciale da indagare, anche rispetto a possibili scenari futuri. E per non essere preda di un destino ineluttabile che ci potrebbe consegnare inermi nelle mani della tecnica… di qualsiasi genere.
    Se poi ci si potrà determinare collettivamente, dipende dai movimenti che si metteranno in moto per imprimere un cambiamento di rotta…
    In fondo, se i ‘gusti’ e i desideri della gente cambiassero, persino le tecnologie, come le pubblicità e le mode, sarebbero costrette ad adeguarsi. O no?
    Molto dipende da quanto siamo condizionali dagli agenti esterni, e quanto invece riusciamo ad aver in vista obiettivi precisi e non lasciarcene distogliere…

    In realtà volevo dire molto di più… e diversamente… ma non potete aspettarvi che con questo caldo… centri il bersaglio: oggi sono un po’ svagata…

  20. milena Says:

    @Ares:
    … impara l’arte del toccare con profonda umilta’, preghiera.. E’ la miglior cosa da imparare e quando l’avrai appresa…avrai trovato la strada per tornare a casa…

  21. milena Says:

    Lo sapevate che il tatto e’ uno dei primi sensi a svilupparsi?
    Quando siamo dentro l’utero le nostre mani toccano, sentono, conoscono.
    Quando nasciamo sono le mani di chi ci prende in braccio per darci nutrimento, pulizia, coccole….a comunicarci quanto e quando siamo amati, desiderati, protetti.
    Quanto e quando….
    Le mani, poi, diventano il prolungamento dei nostri moti emozionali.
    Avete mai osservato i bambini? Se le mettono in bocca, toccano tutto, le protendono verso chi amano e verso quelle persone da cui voglio essere amati…..

  22. milena Says:

    …e poi cosa succede? la ‘buona’ educazione… ci lega le mani dietro la schiena?
    ci incatena?
    ci fa sedere composti nel nostro banco?
    ci fa stare per ore seduti al computer o davanti alla televisione?
    ci fa accettare un lavoro che non ci piace?
    ci mortifica?
    ci umilia?
    ci fa accettare qualsiasi cosa perché così fan tutti?
    ci fa mangiare carne marcia?
    taglia alla radice i desideri? i sogni? le speranze?
    … di un futuro migliore…

  23. milena Says:

    Mi ‘tocca’ aggiungere cosa intendo per corpo, perché forse non s’è capito: corpo come unità di ‘corpo-mente-emozioni’: può bastare?
    Il guaio è che, naturalmente, non credo che questa unità si possa dare per scontata. E’ un’unità da realizzare. E come mi sembra sia stato detto anche nel post, l’essere umano è tendenzialmente scisso, e le tecnologie tendono a scinderlo sempre di più. Come spezzettano il tempo e lo spazio. Un essere umano sempre più lontano dallo stato naturale in cui, forse, era un tutt’uno anche con la natura, e con i suoi simili?

  24. md Says:

    Un tempo anch’io ero molto nostalgico dello “stato di natura” (la tesi su Rousseau non è casuale), ora molto meno, anche perché sono sempre più convinto di due cose: la “natura” è un concetto del tutto artificiale e anche ammettendo che uno “stato di natura” esista dubito che vi si possa tornare; della tecnica non possiamo disfarci, anzi, dirò di più: noi siamo umani in quanto tecnici, il linguaggio è tecnica, la politica è tecnica, il modo in cui abbiamo “scolpito” il nostro corpo è tecnica, il lavoro è tecnica.
    Noi siamo animali tecnici, e non si torna indietro.
    Naturalmente siamo anche (talvolta) raziocinanti e dunque possiamo fermarci a ragionare su bene, felicità, interezza, scissioni, ecc. in relazione alla tecnica. Non sono così ingenuo da pensare che la tecnica sia neutrale, dunque è buona se usata bene, malvagia se usata male. La tecnica è oggi “tecnoscienza”, “tecnoeconomia”, “apparato tecnico”, “megamacchina”, “tecnocrazia”, “il destino dell’Occidente” e via nominando (filosofi e sociologi, specie quelli apocalittici, si sono sbizzarriti). E’ potenza allo stato puro, e il problema del controllo si pone, eccome! Donde l’urgenza etica invocata anche da Schiavone. Ma senza la tecnica, semplicemente, ci estingueremmo. Nel tempo di un “clic”!

  25. milena Says:

    Claro che sì! che si pone il controllo della tecnica, e come no!
    Ma, come dici, Schiavone non confida neppure “nella forma politica, sembra anzi scettico sulla sua capacità di conduzione, progettualità, ricomposizione. L’impressione è che tra la fulmineità del mondo tecnico e l’inerzia della sfera politica si sia consumata una frattura quasi insanabile. Si tratterà dunque di trovare nuove forme (nuove “tecniche”), una nuova etica che ci indirizzi verso una sorta di “tecnodemocrazia” senza precipitarci nel baratro di un tecnoincubo”…..
    …e quali sono queste nuove ‘forme’ (nuove tecniche), nuove etiche, nuova tecnodemocrazia? E chi le ha da realizzare?
    In fondo non vedo che indichi alcunché di alternativo. Dice solo: dobbiamo fare qualcosa!
    Ah bene, fin lì ci ero arrivata anch’io! e tanti tanti altri. O no?
    Quindi: cosa significa immaginare scenari futuri? uno scenario in cui sia al centro l’uomo e il suo benessere psicofisico, ad esempio, al posto delle necessità economico-finanziarie?
    Anche qui niente di nuovo…
    Non facciamo che piangere sul latte versato? o giriamo nella ruota come il topolino dello scienziato pazzo?
    Poi dici: “la “natura” è un concetto del tutto artificiale”, e non è la prima volta che mi capita di leggere questa frase. Forse è solo un problema di intendersi sul significato: ma a me sembra che un bambino quando nasce è un essere, magari non solo, ma anche ‘naturale’, persino se entra in un mondo che naturale non lo è più – tanto che un bambino su tre anche qui in Italia nasce col parto cesareo… E perché?
    L’unica speranza che riesco ad intravedere, è che si faccia qualche passo avanti e indietro nello stesso tempo… mettendo al centro il benessere dell’uomo, insomma.
    Anche perché la prima domanda che mi sboccia è: chi pagherà il conto di questo “destino’ che è stato messo in moto e che è necessitato al compimento?
    Tutte le civiltà nella storia hanno attraversato tre stadi: infanzia, età matura e declino, dopodiché sono scomparse, o fuse o assorbite da altre; e gli elementi che le hanno condotte all’apice del loro sviluppo sano stati gli stessi che le hanno portate alla rovina. Mi riesce difficile immaginare che la nostra civiltà occidentale, così com’è, possa avere qualche chance per evitare la dissoluzione. Saremo noi stessi a fare clik, se proseguiremo su questa via, e faremo clik per gli stessi motivi che ci hanno condotto al massimo sviluppo.
    Forse l’unica possibilità è che dallo scontro fra culture possa sorgere qualcosa di nuovo?
    Nuovi obiettivi, nuove etiche, nuovi valori?
    Un esempio: i cinesi non hanno neppure la parola ‘scrivere’: loro usano ‘dipingere’!
    Riesci ad immaginarti un mondo in cui non si scrive ma si dipinge? Altri colori… non trovi?
    Altre forme altri suoni e altri odori… (forse smetto di scrivere e mi rimetto a dipingere… magari anche un corso di massaggio abyangam…)

    (Comunque, “cosa ne facciamo del corpo?” e, “il corpo è il luogo della verità che si fa” sono parole che ho ascoltato dal Sini.
    Solo ciò che accade… solo i fatti sono reali… producono mutamento reale.
    … diceva anche che “lo specialista è un pervertito” e anche “prima vivere… poi filosofare…”.

    … quindi… in-tanto forse è meglio farsi un giro in bicicletta… sì, perché la bicicletta nuova è quello che davvero conta… trovare la giusta posizione… appoggiare il culo sulla sella e pedalare, e alzarlo per non sentire i salti dell’asfalto…)

  26. Giulio Prisco Says:

    Questo libro potrebbe rappresentare una svolta e un punto di non ritorno per cio’ che riguarda l’ accettazione, o almeno la presa di conoscenza, delle idee transumaniste da parte dell’ ambiente culturale mainstream in Italia. Come si vede dalla recensione della Stampa che segue l’ autore, un noto storico ed autorevole intellettuale che “non è uno scienziato pazzo né un guru new age”, prende decisamente posizione in favore del nostro diritto, e forse dovere, di fare pieno uso delle tecnologie in via di sviluppo per prendere in mano le redini dell’ evoluzione della nostra specie (per dirla alla Fukuyama). Con un sobrio linguaggio accademico, Schiavone esprime il suo interesse e appoggio per le idee transumaniste riferendosi a concetti come l’ inarrestabile accelerazione esponenziale delle nostre capacita’ tecnologiche, la possibilita’ dell’ immortalita’ biologica e cibernetica (mind uploading), l’ ammissibilita’ dei radicali sviluppi che saranno presto realizzabili, e il rifiuto delle interferenze clericali nella ricerca e nella sperimentazione biotecnologica e bioinformatica. Tali interferenze clericali sono riconosciute, giustamente, come un tentativo di preservare le attuali strutture di potere. Purtroppo non ho ancora letto il libro (non vivo in Italia), ma non vedo l’ ora di leggerlo.

    Recensione della Stampa:

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=953&ID_sezione=80&sezione=

    Associazione Italiana Transumanisti:

    http://transumanisti.it/

  27. md Says:

    @ Giulio Prisco
    Grazie per la segnalazione!

  28. mario Says:

    Come in tutte le epoche di transizione vi è sempre uno scollamento fra la realtà dell’oggi e quella del divenire. Non si riesce ad assimilare immediatamente le nuove possibilità che creano le nuove scoperte con la vita contemporanea,anche perchè la pluralità dei punti di vista,quasi mai obiettivi e sopra tutto informati
    . ostacoli inopportuni
    Il nonno aveva ragione di affermare che “una volta” si viveva meglio
    peccato che questo era dovuto al fatto che vi era una acquiescenza collettiva a demandare a qualche altro le decisioni da prendere per la propria vita.
    Era più comodo,salvo poi criticare aspramente quelle decisioni. In tutti i casi comunque la quantità di innovazioni nel passato erano molto molto diluite nel tempo e quindi più assimilabili. In questi ultimi cinquant’anni l’accelerazione
    delle innovazioni è stata esponenziale mentre le consuetudini del pensiero a livello globale è rimasto al palo. L’uomo odierno è chiamato a responsabilmente decidere in tempi brevi cosa ne vuol fare di queste innovazioni,per se e per le generazioni a venire. Ci si è resi conto che non è più possibile demandare ad altri le scelte per la nostra vita. Una naturale pigrizia
    accompagnata alla paura delle implicazioni negative sull’uso di queste innovazioni fanno da freno alle reali possibilità di sviluppo dell’umanità. Non dimentichiamo che l’umanità a ben presente i disastri compiuti dai poteri e interessi dominanti. Questa è la vera sfida che si pone a noi davanti: come potremo,cosa dovremo porre in atto per limitare almeno i danni dovuti alle errate interpretazioni di coloro a cui affideremo la nostra vita e quali modi
    dovremo attuare per rendere inefficaci le assurde vanità e desideri di potere
    degli “Interessi particolari”.

  29. ELOI’, ELOI’, LAMA’ SABACTANI? « La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] Schiavone a tal proposito, nel saggio di cui abbiamo già avuto modo di discutere, avanza la tesi che quelli dell’entrata e […]

  30. domenico Says:

    E’ l’ultima demenziale pillola sulle ‘magnifiche sorti e progressive’.

  31. bruno Says:

    tristi i giorni in cui le carrozze non sarano più trainate dai cavalli, non ricordo chi disse questa frase, ma anticipava eloquentemente il presente, l’uomo si allontana sempre più dalla natura che la generato l’eccesso della conosenza se non in sintonia a un ordine universale porta alla fine dell’umanità, già oggi si possono vedere i primi sintomi, disastri ecologici, un triste passato nucleare, consumismo sfrenato, globalizzazione. Il male che stà appropiandosi dell’uomo snaturandone quell’essenza vitale denominata civiltà, a favore dell’invidia motore trainante con l’egosmo umano connubio perfetto. L’uomo deve rimanere natura perchè tale e non usare come sue quelle conoscenze che ha solo rilevato da un creato già esistente e definito non è lo spazio e il tempo dove la relatività a aperto nuove frontiere non deve inquetarci la velocità della vita temporale perchè la parte di noi pensiero, coscienza, o meglio l’anima che chissà anno origine da quel soffio iniziale e per loro tempo e spazio poco conta.

  32. md Says:

    @domenico: sarà anche come tu dici, anch’io non sono un cantore entusiasta (e di solito un po’ idiota) delle “magnifiche sorti e progressive”, però è un processo avviato, e secondo me non arrestabile, con una porta stretta di fronte…
    @bruno: non ho molto capito il tuo commento, soprattutto non mi torna il concetto di natura che tu evochi – sarà che sono convinto che la nostra “natura” sia quella di negarci in quanto semplice natura

  33. bruno Says:

    Vorrei risponderti con parole mie, ma dopo aver letto parte del libro “L’anima e il suo destino” di Vito Mancuso, credo che la risposta sia contenuta a pag. 10 ripeterla mi sembra di profanare pensieri altrui e se l’hai già letto ti chiedo se lo condividi, certo oggi la conoscenza ha aperto orizzonti nuovi, mai come oggi si ritorna a parlare della morte dell’anima e della sua continuità dopo l’esaurimento vitale delle nostre cellule, certo sempre che abbia inteso bene, nel libro di Aldo Schiavone “Storia e destino” dove l’uomo si troverà al limite della civiltà e quella conoscenza acquisita che per assurdo e spero di no personalmente possa sovverchiare la natura, oppure affiancarsi a qualcosa di superiore ed è qullo il salto nel vuoto????????????????

  34. Ares Says:

    Ares

    Non ho capito..

  35. md Says:

    anch’io, francamente, ho riletto due volte e non ho capito

  36. Milena Says:

    idem

  37. domenico Says:

    L’idea che la tecnica vincerà la morte è un’idea ‘disumana’: mutatis mutandis, è la filosofia del non-limite, la filosofia dell’onnipotenza umana, la filosofia del totalitarismo (nazista o comunista non importa).

  38. md Says:

    Perché mai? Soprattutto non capisco il nesso tra immortalità e totalitarismo. Il problema del limite, poi, è che una volta posto inevitabilmente deve essere superato. Una volta avviata la dialettica del limite o dell’ostacolo non si torna indietro – probabilmente questa è una conseguenza della nostra uscita dalla circolarità e dalla necessità naturali, abbiamo imboccato una soglia e una strada senza ritorno.
    Certo che ci sono rischi e pericoli, il tecnoincubo è sempre in agguato, solo il controllo e la discussione pubblica, una forma radicale di democrazia (ma anche di comunismo inteso come eguaglianza assoluta tra gli esseri umani e redistribuzione planetaria delle risorse), l’autodeterminazione dei soggetti, ecc. – solo questi principi ci potranno garantire in futuro contro la banda di folli e le consorterie che comandano il pianeta.

  39. domenico Says:

    L’immortalità è una cosa seria e non attiene il corpo, come ritengono i capi totalitari e i cronicamente insoddisfatti della vita (ossia i loro seguaci), ma la mente… il pensiero. Questa immortalità non si acquisisce con la tecnica ed è costutivamente ‘inattingibile’ alle inciviltà totalitarie.
    La dialettica ‘io-non io’ prelude alla dialettica ‘assolutistica’ di Hegel, dove il limite non esiste per principio: è la dialettica dell’energumeno/bestia (mutatis mutandis, è la dialettica del profitto e del dominio). Solo una filosofia del limite, come sapevano bene i Greci, è una filosofia ‘umana’.

    Condivido il secondo capoverso e il suo carattere ‘militante’.

  40. domenico Says:

    «Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto» (Arendt, Le origini del totalitarismo, p. 628)

  41. Transanimali « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] un paio d’anni fa mi baloccavo con la prospettiva del transumanesimo, sono ora tornato alla questione umano-animale: altro che trovarsi al di là dell’umano, […]

  42. La torta e la glassa. Note sulla natura umana « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] nel suo saggio Storia e destino, che mi limito ad accennare, visto che vi avevo dedicato una lunga riflessione (cui rinvio) alla sua uscita. Si può ritenere tale prospettiva un “salto nel buio”, […]

  43. Bioepoca – seconda parte « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] La prima parte è stata pubblicata qui. Per ulteriori approfondimenti si vedano i seguenti post: La torta e la glassa. Note sulla natura umana Biopotere, bioetiche, biodubbi Eutanasia La specie, la storia, il destino […]

  44. Dopo Homo sapiens | La Botte di Diogene - blog filosofico Says:

    […] anticipato non ha nulla a che fare con altre configurazioni post-umane, soprattutto con quella del transumanesimo o del superomismo nietzcheano, così come, puntualizza Caffo, nemmeno con il post-umanesimo […]

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