METTA SUTRA

More than 100,000 people protested against the junta in Rangoon today.

Ho sempre pensato che in ogni rivolta, jacquerie, sollevazione popolare, a maggior ragione in ogni rivoluzione – che ha bisogno di una buona dose di organizzazione e di progettualità – ci fosse bisogno di un certo livello di violenza. Storicamente è così: se si vuole rompere con una struttura sociale ingiusta o intollerabile, la violenza è, ahimé, quasi sempre inevitabile e necessaria. E’ nelle cose, nella loro rigidità e inerzia, nella resistenza che la struttura sociale ingiusta offre ai suoi oppositori. Banalmente: nessun potere si fa scalzare pacificamente, a meno che non imploda. E’ una legge della storia, che ci piaccia o no. D’altra parte le leggi della storia possono anche essere modificate da chi le ha fatte, cioè dagli umani stessi. Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela ci hanno provato. E’ vero, non è che le cose siano poi così cambiate in meglio, ma d’altra parte nemmeno gli “inevitabili” spargimenti di sangue hanno portato da qualche parte.

Non so dove porterà questa sacrosanta e pacifica rivolta all’insegna del “Metta sutra”, cioè dell’amore, della benevolenza e delle buone intenzioni. Stiamo a vedere – purtroppo per ora non possiamo fare molto di più, visto che i governi in genere, tra sanzioni e guerre preventive, combinano solo disastri peggiori. Ma non era di questo che volevo parlare, in realtà.

Non sono un esperto di religioni, tanto meno di religioni orientali, ma del buddismo mi ha sempre colpito il suo essere paradossalmente una religione ateistica, senza dio. Un grosso vantaggio, se si pensa a tutti i danni che le religioni monoteistiche, con la loro pretesa di assolutezza, hanno prodotto nel corso della storia. Gli ebrei con il loro dio guerriero, i cristiani con il padre onnipotente e i musulmani con Allah Akbar hanno causato guerre, crociate, schiavismo e massacri in svariati paesi e continenti per molti secoli. Dio ci guardi dal monoteismo!

L’ascesi è un altro aspetto interessante della tradizione buddista, in questo avvicinabile a una serie di correnti e di pensatori della tradizione filosofica occidentale. Certo, Epicuro non pensava come Siddharta che il mondo fosse innanzitutto dolore, male e tribolazione, però le loro cure e i loro farmaci sono molto simili: meno si desidera, meno si è esposti alla sofferenza. Anche il concetto di “medietà” – la via intermedia tra gli estremi della rinuncia e del godimento – trova una sponda, ad esempio nell’etica aristotelica.

L’elemento forse più lontano dalla filosofia occidentale è quello del nirvana, un concetto poco chiaro su cui le stesse scuole buddiste divergono, tranne che per il comune riconoscimento dello stato di “estinzione del dolore”. Ma anche qui c’è stato un filosofo che lo ha agganciato e fatto proprio. Arthur Schopenhauer conclude la sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione, con una apologia della pratica ascetica condotta fino alle sue estreme conseguenze: “per coloro in cui la volontà si è convertita e soppressa, è proprio questo mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, ad essere il nulla” – il Prasna-paramita dei buddhisti, l’al di là di ogni conoscenza. Schopenhauer, che pure predicava bene ma razzolava male, auspica che un po’ di sana saggezza orientale penetri finalmente nelle coriacee e proterve menti degli occidentali, così presi dal loro principium individuationis, con il loro mito del fare, del desiderare, del bramare, dell’accumulare, del volere – io io io, sempre e soltanto io!

Naturalmente né l’ascesi né il nirvana stanno impedendo ai monaci buddisti e al popolo birmano di percorrere le strade per rivendicare alcuni diritti e principii e per affermare la volontà – l’odiata volontà! – di cambiare le cose.

Anyway, free Burma!

MAIEUTICA

Incontrare un libro è in generale un’esperienza straordinaria. Per i ragazzi lo è ancora di più: un libro è un oggetto misterioso, una promessa, una scoperta, ed è fatto per suscitare sorpresa e meraviglia. L’incanto di un libro può segnare l’esistenza in modo indelebile. Bisogna far sì che questi oggetti meravigliosi si trovino, anche solo per caso, sulla strada dei bambini fin dai primi anni di vita.

Con in mente questa premessa, qualche giorno fa sono stato chiamato a tenere una “lezione” in una quinta elementare sui generi letterari. Si trattava di lavoro, questa volta, non di piacere. Infatti mi trovavo lì in veste di bibliotecario. Ma non ho saputo resistere, e allora ad un certo punto ho virato di 180° e ho chiesto ai ragazzi: “che cos’è il libro secondo voi?”. Ho così proposto loro di ricercarne la definizione astratta, il concetto. Niente meno! Siccome non ho visto nelle loro facce nessun segno di smarrimento o di sgomento, abbiamo cominciato insieme a cercare.

Senza nemmeno farlo apposta il primo termine che è venuto fuori (tutta farina del loro sacco, giuro, io mi sono limitato a condurre il gioco e a fare da “maieuta”) è stato: idee. Sì: un ragazzo ha affermato che nel libro ci stanno delle idee. Cos’altro? ho chiesto io. Un attimo di pausa, qualche tentennamento, e poi un fiume in piena. Il libro è quell’oggetto che è fatto di:

informazioni
storie
disegni
emozioni
scoperte
parole
poesia
numeri
capitoli
ordine
inizio-fine
tempo
spazio
trama
immaginazione
linguaggio
sorpresa

e poi, alla fine, qualcuno ha tirato fuori la parola magica: “tutto”. Nei libri c’è tutto, o meglio ci può essere tutto. Non solo: il libro è una totalità, è completo, perfetto, compiuto, finito, autonomo, che vive di vita propria e non ha più bisogno di niente.
Ecco l’altra parola magica – il “niente” – molto più difficile da far venir fuori, e di fatti ho utilizzato una qualche metafora sostitutiva per parlarne. Pensate ad un contenitore, ho detto loro, una bottiglia vuota ad esempio, e immaginate di riempirla con quello che volete, il liquido o la bibita che preferite. Ecco, il libro è un insieme di pagine bianche dove tutto può essere scritto. Anche le vostre storie, emozioni, sensazioni… Il tutto si riversa nel niente. La potenza del nulla (la pagina bianca!) che genera il tutto. Naturalmente queste ultime espressioni le ho tenute per me…

Ad un certo punto, inevitabilmente, è anche saltata fuori la questione della differenza tra libro e internet, la fisicità dell’uno e impalpabilità dell’altro, ma ho dovuto tagliar corto, ché la cosa si stava facendo piuttosto complicata.

Una piccola e banale lezione di biblioteconomia o di letteratura tramutata in un vero e proprio simposio filosofico. Non è un caso che uno dei ragazzi ad un certo punto abbia esclamato: nel libro c’è anche la filosofia! Ma tu sai cosa significa questa parola? – gli ho chiesto. Naturalmente non lo sapeva, ma suonava bene, era anch’essa una parola magica!

Foto: biblioragazzi foto
coinsquolino foto (entusiasta lettore di Harry Potter, in lingua inglese!)

JÜNGER, LA FOTOGRAFIA E IL MONDO MUTATO

Maurizio Guerri, filosofo e ricercatore presso la cattedra di estetica dell’Università Statale di Milano, studioso di Spengler, Jünger, Nietzsche, e della lettura filosofica del fenomeno guerra, ha organizzato un’interessante mostra fotografico-filosofica presso la ex-chiesa di San Carpoforo a Milano (zona Brera), edificio splendido, ma trascurato e sottoutilizzato. Accompagna la mostra un fittissimo calendario di incontri sul tema della violenza.

Ernst Jünger, filosofo tedesco del ‘900 (di tutto il Novecento visto che è vissuto fino a 103 anni), ha curato negli anni ’30 ben cinque volumi fotografici. Ma perché un filosofo si dovrebbe occupare di fotografia?

Tale interesse va senz’altro ricondotto alla genealogia del terrore e dell’ossessione securitaria che costituisce un capitolo essenziale delle ricerche jungeriane. L’attualità di Jünger sta proprio nell’aver capito come la “mobilitazione totale” dispiegata durante la prima guerra mondiale abbia chiaramente rivelato i caratteri della nuova scena mondiale che si andava costituendo: “un processo di fusione di guerra e lavoro che non dà come risultato la semplice somma delle due attività, ma segna una svolta epocale, una ‘mutazione genetica’ della storia, un nuovo scenario spazio-temporale fatto di normalità violenta in guerra e di violenza normalizzata in pace”.

Il lavoro, il controllo sociale (sempre più interiorizzato), l’intreccio di ordine e pericolo, la tecnica dispiegata sono gli elementi di un’ “opera di mutazione dei luoghi e delle culture del pianeta in un unico spazio uniformato e funzionale alla sperimentazione del sistema-lavoro” – al punto che l’attuale “scontro di civiltà” (o di inciviltà, come giustamente lo definisce la mia amica Nicoletta Poidimani), è solo fumo rispetto all’arrosto di quel che sta realmente accadendo.

E la fotografia? Secondo Jünger l’occhio telescopico e meccanizzato è sintomo e parte del processo, tutt’altro che neutrale. Anzi, è proprio questa neutralità anestetizzante (per esempio nella riproduzione/serializzazione del dolore, molto simile all’anestetizzazione medica dei corpi) ad essere uno dei sintomi principali dell’era globale della tecnica. C’è nella fotografia una dimensione “intrusiva”, “violenta”, che “tende ad abolire l’esperienza, la separazione tra pubblico/privato e compie il primo passo verso la realizzazione di una controllabilità globale, che si impone come unica risposta al terrore politico, sociale, igienico che assedia la vita contemporanea”.

Queste, in pillole, le tesi di Jünger, discusse e condivise da Guerri (si veda il saggio La violenza è normale? L’occhio fotografico di Ernst Junger, nel volume Il mondo mutato, edizione Mimesis, da cui sono tratte le citazioni), e su cui concordo in gran parte. Il fatto poi che talvolta mi ritrovi ad essere un entusiasta apologeta dello sviluppo tecnologico (convinto come sono che senza la tecnica noi saremmo tutta un’altra specie, tutta un’altra cosa, non saremmo umani), non mi fa certo chiudere gli occhi (per lo meno l’occhio della mente, dato che quello telescopico produce spesso uno sguardo passivo e un po’ ebete) di fronte agli immani pericoli che corriamo, proprio nei termini posti ormai 70 anni fa, con grande lungimiranza, dal filosofo tedesco.

Ma non mancherò di tornare sulla crescente divaricazione tra la superficie e l’interno, la “visione telescopica” e l’esperienza, la spettacolarizzazione/uniformazione del mondo e il vissuto dei corpi e delle relazioni. A tal proposito proprio ieri su Nazione Indiana è comparso un bell’articolo di Franco Arminio: http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/indignazione-e-gentilezza/

Per informazioni sulla mostra: http://www.junger.it/junger.swf

PORAJMOS

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Gli “italiani” residenti in Italia – al netto degli “stranieri” – sono circa 56.000.000.

La presenza rom e sinti in Italia viene attestata all’incirca in 130.000 persone, qualcosa come lo 0,2 % del totale degli “italiani”.

A parte l’estrema casualità dell’esser nati in una comunità piuttosto che nell’altra, visti i numeri, chi dovrebbe aver paura di chi? chi dovrebbe sentirsi circondato e assalito da chi? e chi dovrebbe paventare un nuovo porajmos?

PYR KAI YBRIS

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“E’ dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare,
guardare da terra il grande travaglio di altri;
non perché l’altrui tormento procuri giocondo diletto,
bensì perché t’allieta vedere da quali affanni sei immune.
E’ dolce anche guardare le grandi contese di guerra
ingaggiate in campo, senza alcuna tua parte di pericolo…”

Chissà se i sentimenti espressi con tanta chiarezza da Lucrezio all’inizio del secondo libro del De rerum natura, venivano provati e condivisi anche dalle variegate e ineffabili torme di piromani che hanno infestato la nostra estate mediterranea. Un po’ me li immagino: appiccare l’incendio e poi contemplare da lontano, al sicuro, il frutto della propria insulsa capacità di innescare una tale potenza distruttiva… guardare alberi, cespugli, macchia, volatili, animali, umani, case, strade, orti, filari, il tutto che viene divorato da un’immensa quanto folle opera “purificatrice” (magari il latino purum, di origine indoeuropea, ha a che fare con pyr, il termine greco per indicare il fuoco…). C’è poi un tale abisso tra la mediocrità del gesto e la terribile grandiosità del risultato, da lasciare talvolta storditi, esterrefatti.
Quel che però si contempla il giorno dopo il misfatto, non ha più molto a che fare con la categoria del “sublime”: la terra violacea e i tizzoni neri ormai spenti e gelidi, i fianchi scoscesi e desertici della montagna, una scurità inqualificabile, scheletri e fantasmi di alberi come mani e braccia impietrite verso il cielo, l’assenza di vita che aleggia tutt’attorno, un silenzio innaturale, un’impressione di totale definitivo sradicamento, come se lì si fosse aperta una inguaribile ferita sul nulla. La metafora perfetta del nichilismo che avanza.

Ricordo che da bambino, a scuola, ci dicevano che “l’uomo primitivo aveva scoperto il fuoco”. Naturalmente quello “scoprire” aveva un significato molto più vasto e complesso, visto che il fuoco c’era già in natura: si trattava in realtà di imparare a gestirlo e di misurarsi con quell’immane potenza.
Eraclito, uno dei più grandi filosofi greci, dedicò al “fuoco” grande attenzione: il filosofo del perenne fluire delle cose, del divenire, del contrasto e della dialettica non poteva non rimanere colpito da quell’elemento così insolito e terribile. Il fuoco si alimenta divorando, permane fluendo, sta e si muove, dà vita (calore, cibo) e morte allo stesso tempo. Esso ha a che fare con l’indigenza e la sazietà, la guerra e la pace (frammento 65); è addirittura ciò che giudicherà e condannerà tutte le cose (66); il fuoco è sempre vivente (30), scambio universale (67, 90), movimento e ciclo eterno (76), ciò che governa tutte le cose (64).
Ma proprio di fronte a un fenomeno così potente della natura – al punto da esserne quasi forma e sostanza, pilastro cosmologico, se non materialmente certo simbolicamente – si deve esercitare la massima cautela: il fuoco va governato con il lògos, con la misura:

“Bisogna spegnere la dismisura (ybris) più di un incendio” (43).

Il termine greco ybris è traducibile con insolenza, tracotanza, violenza, prepotenza. Ma il suo significato filosofico riguarda più precisamente l’oltrepassamento della misura, la sfrenata insensatezza, l’agire contro gli dei, ma anche contro il lògos, la ragione.
La lezione di quest’estate, come la lezione di tutti i giorni, è che delle due l’una: o il nostro rapporto con l’essere rientra nel binario della misura, della ragione, del lògos, oppure finiremo per essere divorati dal fuoco della ybris, della nostra smisurata, stolta e insensata tracotanza.

(foto di Saltatempo)

CONATI DI FINE ESTATE

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Conatus è parola latina che significa ‘tentativo’, ‘sforzo’, ‘impresa’, ma anche ‘impulso’, ‘inclinazione’. In epoca rinascimentale il termine viene adottato dai filosofi per indicare quella forza che consente agli enti, alle cose, agli esseri di sopravvivere e conservarsi. Spinoza, in particolare, ne fa un concetto cardine della sua filosofia: il conatus, traducibile con ‘appetito’, diventa addirittura essenza dell’essere umano.

Non mi stupisco allora – se è vera la tesi di Spinoza – di essere preda da qualche tempo di fortissimi incontrollabili conati. Non si tratta però di un sentimento interno al mio essere, quanto di un fenomeno del tutto indotto dall’esterno. Molte sono le cause efficienti dei miei attuali conati, ne cito qui solo alcune alla rinfusa.

-Gli integerrimi cittadini che urlano alla polizia che ha appena messo le manette a qualcuno: “dateceli, ci pensiamo noi”, per cominciare.

-L’imbecille che, a Pavia mi pare, ha scritto “Più rum meno rom” credendo di fare il simpatico.

-Gli altri imbecilli che a Brescia, non so se pensando a Cattelan, hanno impiccato dei manichini con i nomi di alcuni indagati per omicidio (stranieri naturalmente, che se fossero stati italiani gli apprendisti scultori non si sarebbero certo scomodati ad allestire il macabro atelier).

-I sindaci sceriffi capi di giunte militari di sinistra, che vogliono purgare le loro linde città da quegli impresentabili rimasugli sociali dediti ad attività che li qualificano prima che come esseri umani, come lavavetri, questuanti, barboni, mendicanti; ma anche graffitari, occupanti abusivi di case o di centri sociali, giovinastri rumorosi, gentaglia insomma che è meglio non avere nel salotto di casa. (Cattiveria o sospetto: non è che il gene stalinista di qualche assessore ex-pci si sta riattivando per l’occasione? La tentazione del gulag è dura a morire…).

-Le parole: Garlasco, giallo di Garlasco e affini.

-Quei coglioni (mi si perdoni l’espressione) che guidano ubriachi e vanno a 200 all’ora in automobile (e quei coglioni di secondo grado, ma pur sempre tali, che costruiscono e pubblicizzano auto che vanno a 200 all’ora in spazi incontaminati, nonché i coglioni di terzo grado che lanciano alti strali e poi non muovono un passo a piedi o in bicicletta).

-Quei cosiddetti giornalisti che utilizzano gli attributi: “clandestini”, “extracomunitari” per parlare di persone, umani, donne, bambini di solito piuttosto disperati e alla deriva.

-Quei cosiddetti giornalisti che etnicizzano la cronaca nera. E che però, tanto che ci sono, potrebbero far di meglio: sotto le categorie generali di “slavi” (“l’accento slavo”, detto un po’ come “selvaggio”), di “albanesi” e “rumeni”, ci saranno senz’altro mille etnie, villaggi e tribù, perché allora i morbosi gazzettari dei TG e della cronaca locale non mettono i panni di etnologo e specificano meglio? Magari calerebbe un po’ la profondissima ignoranza geografica e storica ormai dilagante…

-Ma anche i nuovi purificatori, estintori e desertificatori di vita vegetale, animale, umana, per motivi non meglio identificati (arcaici pastori? vigili del fuoco impazziti? palazzinari? mitomani?).

E potrei continuare, mettendoci anche tutti gli onesti cittadini che bevono ettolitri di cazzate senza avere un solo rigurgito, né un ruttino, nemmeno un piccolo insignificante conato, niente di niente. Me compreso, naturalmente.

E del resto, quando i “valori” sono solo sbandierati e poi, in realtà, sotto sotto, gratta gratta, vi è la reductio ad unum, cioè all’unico valore che conta, l’omologante e universale valore di scambio, come ben ci avvertiva Marx! – quand’è così, c’è da stupirsi che quel che emerge socialmente (e mediaticamente) sia soltanto una banda di sfruttatori, vessatori, spacciatori, magnaccia, stupratori, balordi di quartiere, piccoli gangster da strapazzo, bulli imberbi, ecc. ecc.?

Ma, per cortesia, parliamo anche delle gerarchie e dei vertici di questo bell’immondezzaio: tra chi ti rompe l’anima quotidianamente per pulire il tuo stupido vetro insozzato dalle piogge acide, e chi, pur evasore, ricattatore, sfruttatore, arricchito e mangiapane a tradimento frequenta ogni sera il Billionaire, la differenza c’è, eccome! Ieri, non a caso, in un’intervista alla Repubblica l’ex giudice Gherardo Colombo dichiarava: “Un poveraccio beccato a vendere su un marciapiede una borsa col marchio contraffatto rischia in base alla legge italiana, la stessa pena di chi ha falsificato i bilanci Parmalat”.

E poi, e poi: se tutti i giorni i TG, i giornali, i siti e i blog di informazione aprono con la cronaca nera e anzi diventano sempre più dei necrobollettini di provincia, c’è da stupirsi che l’allarme sociale e la paura crescano esponenzialmente? Ad essere sincero delle villazze blindate me ne sbatto, ma vorrei che protezione sociale e sicurezza fossero in primis: servizi, pensioni, scuole, ospedali, biblioteche, spazi sociali, cultura…

Comunque i conati e i rigurgiti mi fanno spinozianamente sentir bene, vivo, vegeto, vitale! E non ho mai avuto così ‘appetito’ come in questo periodo!

(Foto di esecrebond)

IL FONDAMENTALISTA RILUTTANTE

fondamentalista-riluttante.jpg “Ma continuai a guardare e mi resi conto che non era una finzione ma una notizia. Vidi crollare prima una e poi l’altra delle torri gemelle del World Trade Center di New York. E allora sorrisi. Sì, per quanto possa apparire deprecabile, la mia prima reazione fu di notevole compiacimento”.

 

“Quando i network televisivi internazionali sono arrivati al campus, ho detto tra le altre cose che nessun paese è così disinvolto nell’infliggere la morte agli abitanti di altri paesi, nel terrorizzare tanta gente in luoghi lontani, come gli Stati Uniti”.

 

La prima “deprecabile” reazione a caldo da una parte, il capovolgimento critico e ponderato dell’accusa di terrorismo dall’altra: questa la parabola che percorre Changez, il giovane pakistano protagonista di questo romanzo di Mohsin Hamid, da “giannizzero” dell’impero a “fondamentalista riluttante”. Il romanzo perfetto dell’epoca globale post-11 settembre, direi; epoca ancora imprecisata dell’impero americano o del suo declino, della guerra e del terrore globali (questi precisi come orologi svizzeri), epoca della transizione da vecchie statiche a nuove più fluide (e indeterminate) identità.
Changez, come probabilmente molti suoi coetanei dei quattro angoli e delle periferie del pianeta, coltiva il sogno americano e vince alla lotteria: lui, tra milioni, viene scelto e il sogno diventa realtà. Gli tocca così il privilegio di cogliere i frutti succulenti del sistema: opportunità e possibilità, Princeton e un posto prestigioso di analista finanziario, l’appartamento e la vita a Manhattan, con la sensazione del tutto giustificata di trovarsi al vertice o al centro o nel cuore del mondo…
Ma il crollo delle torri è anche il crollo delle sue certezze, o meglio lo sgretolarsi di un grave fraintendimento: l’illusione cioè di chi pensa di poter governare il mondo e di trascinarlo con sé, imprimendogli il proprio stile di vita – imprimendolo anche agli “altri”, facendone magari fedeli giannizzeri –, senza tener conto delle sue contraddizioni e (talvolta irriducibili) diversità. Il prezzo che si paga in questi casi è, quasi sempre, la guerra con tutti i suoi distillati di orrore, e con i “fondamentali” economici travestiti o tramutati in “fondamentalismi”.
La riluttanza di Changez è la contrarietà, la renitenza, la ritrosia, la faticosa resistenza ad abbracciare l’uno o l’altro fondamentalismo.

11 SETTEMBRE

11-settembre.jpg

There is no terror in my heart
Death is with us all
We suck him down with our first breath
And spit him out as we fall
There is no terror in my heart
No dread of the unknown
Desire for paradise to be…
We love this on our own
No I don’t want you anywhere near me
I don’t want you anywhere near me
Get your fucking world out of my head
I don’t want you anywhere near me
I don’t want you anywhere near me
Get your fucking world out of my head
I don’t want your “us or them”
No I don’t need your “us or them”
Oh I don’t want your “us or them”
I don’t need your “us or them
You’re us or them…”
“I live in knowledge of real truth
And all my gods are great!”
The doleful cant of a bigot
Blinded by fear and hate
You live in knowledge of real truth?
Oh the biggest lie I heard
How sick in your mind and soul
To be scared of my voice and my words
Oh you don’t want me anywhere near you
You don’t want me anywhere near you
Get my fucking head out of your world
You don’t want me anywhere near you
You don’t want me anywhere near you
Get my fucking head out of your world
I don’t want your “us or them”
No I don’t need your “us or them”
Oh I don’t want your “us or them”
I don’t need your “us or them”
As the only way this ever ends is “me”

(l’immagine è tratta da “11 settembre 2001”, numero speciale dell’Uomo Ragno, edito da Marvel Comics; il testo è una canzone dei Cure, Us or them, tratta dall’album “The Cure”, anno 2004)