CONATI DI FINE ESTATE

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Conatus è parola latina che significa ‘tentativo’, ‘sforzo’, ‘impresa’, ma anche ‘impulso’, ‘inclinazione’. In epoca rinascimentale il termine viene adottato dai filosofi per indicare quella forza che consente agli enti, alle cose, agli esseri di sopravvivere e conservarsi. Spinoza, in particolare, ne fa un concetto cardine della sua filosofia: il conatus, traducibile con ‘appetito’, diventa addirittura essenza dell’essere umano.

Non mi stupisco allora – se è vera la tesi di Spinoza – di essere preda da qualche tempo di fortissimi incontrollabili conati. Non si tratta però di un sentimento interno al mio essere, quanto di un fenomeno del tutto indotto dall’esterno. Molte sono le cause efficienti dei miei attuali conati, ne cito qui solo alcune alla rinfusa.

-Gli integerrimi cittadini che urlano alla polizia che ha appena messo le manette a qualcuno: “dateceli, ci pensiamo noi”, per cominciare.

-L’imbecille che, a Pavia mi pare, ha scritto “Più rum meno rom” credendo di fare il simpatico.

-Gli altri imbecilli che a Brescia, non so se pensando a Cattelan, hanno impiccato dei manichini con i nomi di alcuni indagati per omicidio (stranieri naturalmente, che se fossero stati italiani gli apprendisti scultori non si sarebbero certo scomodati ad allestire il macabro atelier).

-I sindaci sceriffi capi di giunte militari di sinistra, che vogliono purgare le loro linde città da quegli impresentabili rimasugli sociali dediti ad attività che li qualificano prima che come esseri umani, come lavavetri, questuanti, barboni, mendicanti; ma anche graffitari, occupanti abusivi di case o di centri sociali, giovinastri rumorosi, gentaglia insomma che è meglio non avere nel salotto di casa. (Cattiveria o sospetto: non è che il gene stalinista di qualche assessore ex-pci si sta riattivando per l’occasione? La tentazione del gulag è dura a morire…).

-Le parole: Garlasco, giallo di Garlasco e affini.

-Quei coglioni (mi si perdoni l’espressione) che guidano ubriachi e vanno a 200 all’ora in automobile (e quei coglioni di secondo grado, ma pur sempre tali, che costruiscono e pubblicizzano auto che vanno a 200 all’ora in spazi incontaminati, nonché i coglioni di terzo grado che lanciano alti strali e poi non muovono un passo a piedi o in bicicletta).

-Quei cosiddetti giornalisti che utilizzano gli attributi: “clandestini”, “extracomunitari” per parlare di persone, umani, donne, bambini di solito piuttosto disperati e alla deriva.

-Quei cosiddetti giornalisti che etnicizzano la cronaca nera. E che però, tanto che ci sono, potrebbero far di meglio: sotto le categorie generali di “slavi” (“l’accento slavo”, detto un po’ come “selvaggio”), di “albanesi” e “rumeni”, ci saranno senz’altro mille etnie, villaggi e tribù, perché allora i morbosi gazzettari dei TG e della cronaca locale non mettono i panni di etnologo e specificano meglio? Magari calerebbe un po’ la profondissima ignoranza geografica e storica ormai dilagante…

-Ma anche i nuovi purificatori, estintori e desertificatori di vita vegetale, animale, umana, per motivi non meglio identificati (arcaici pastori? vigili del fuoco impazziti? palazzinari? mitomani?).

E potrei continuare, mettendoci anche tutti gli onesti cittadini che bevono ettolitri di cazzate senza avere un solo rigurgito, né un ruttino, nemmeno un piccolo insignificante conato, niente di niente. Me compreso, naturalmente.

E del resto, quando i “valori” sono solo sbandierati e poi, in realtà, sotto sotto, gratta gratta, vi è la reductio ad unum, cioè all’unico valore che conta, l’omologante e universale valore di scambio, come ben ci avvertiva Marx! – quand’è così, c’è da stupirsi che quel che emerge socialmente (e mediaticamente) sia soltanto una banda di sfruttatori, vessatori, spacciatori, magnaccia, stupratori, balordi di quartiere, piccoli gangster da strapazzo, bulli imberbi, ecc. ecc.?

Ma, per cortesia, parliamo anche delle gerarchie e dei vertici di questo bell’immondezzaio: tra chi ti rompe l’anima quotidianamente per pulire il tuo stupido vetro insozzato dalle piogge acide, e chi, pur evasore, ricattatore, sfruttatore, arricchito e mangiapane a tradimento frequenta ogni sera il Billionaire, la differenza c’è, eccome! Ieri, non a caso, in un’intervista alla Repubblica l’ex giudice Gherardo Colombo dichiarava: “Un poveraccio beccato a vendere su un marciapiede una borsa col marchio contraffatto rischia in base alla legge italiana, la stessa pena di chi ha falsificato i bilanci Parmalat”.

E poi, e poi: se tutti i giorni i TG, i giornali, i siti e i blog di informazione aprono con la cronaca nera e anzi diventano sempre più dei necrobollettini di provincia, c’è da stupirsi che l’allarme sociale e la paura crescano esponenzialmente? Ad essere sincero delle villazze blindate me ne sbatto, ma vorrei che protezione sociale e sicurezza fossero in primis: servizi, pensioni, scuole, ospedali, biblioteche, spazi sociali, cultura…

Comunque i conati e i rigurgiti mi fanno spinozianamente sentir bene, vivo, vegeto, vitale! E non ho mai avuto così ‘appetito’ come in questo periodo!

(Foto di esecrebond)

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21 Risposte to “CONATI DI FINE ESTATE”

  1. milena Says:

    Ah bene, fra tante notizie cattive, almeno una buona c’è. Bentornato.

  2. md Says:

    Grazie!

  3. Ares Says:

    uffa!!

  4. md Says:

    @ Ares
    Qualche altro indizio? Conato al mio conato? Nausea da bulimia mediatica?

  5. Ares Says:

    Ares

    .. ma no no.. e’ che stavo uscendo dalla fase d’odio profondo dell’ italianupiteco.. e in generale.. dell’umano erbitrio.. e lei mi ha fatto ripiombare nel tunnel .. grazie..

    ben tornato!!

  6. milena Says:

    Oggi pomeriggio nel viaggio di ritorno, dopo aver accompagnato ancora i miei vecchietti al mare, mi sono accorta come sia facile, col piede sull’acceleratore per circa tre ore, superare i limiti di velocità. Sul tratto di autostrada da Alessandria a Briandate, ampio e poco frequentato, sfioravo tranquillamente i centosettanta all’ora senza avvertire alcuna sensazione di pericolo. La velocità mi prendeva la mano, o sarebbe meglio dire prendeva il piede, benché, occhio sul contachilometri, tentassi ripetutamente di non superare i centotrenta, anche perché, oltre ad infrangere le regole del codice stradale, dio non voglia, avrei consumato più carburante del necessario.
    E come può capitare a tutti, anche i pensieri correvano veloci, come la lingua sul dente che duole.
    Questo il seguito.
    Un mio amico qualche tempo fa mi faceva notare che secondo le norme del galateo di ultima generazione non sarebbe buona educazione fra i commensali pronunciare il solito trito e ritrito “buon appetito”, prima di mettersi a mangiare. E sembra strano, perché lo facciamo tutti, per abitudine, e nessuno trova che sia ineducato o sconveniente. Almeno finché non ti vengono a dire che non si deve più fare.
    Quando gli avevo chiesto, Allora, cosa dovremmo dire, lui, che è un tipo originale nonché dotato di un sarcasmo che qualche volta mi sfugge, mi aveva risposto, Mah, visto i tempi che corrono, potremmo provare a dire “strozzati! che te ne pare?
    Sì, è vero, i tempi corrono, persino l’universo sta accelerando, sostengono i fisici.
    Comunque l’ho guardato inorridita. Ma un attimo soltanto, perché lo conosco, mi fido di lui, il nostro reciproco affetto, e rispetto, ha superato negli anni verifiche più ardue. Perciò abbiamo riso entrambi e abbiamo continuato a scambiarci il solito “buon appetito” quando è capitato di doverlo fare, davanti ad un piatto di orzo, l’insalata e magari un bicchiere di vino. Un po’ perché non abbiamo trovato una formula migliore, a meno di non dire niente del tutto.
    Ripassando mentalmente quell’episodio, mentre i campi gialli di riso maturo correvano di lato, sono stata presa dal ricordo dei tempi in cui erano in uso le buone maniere, un complesso sistema di comportamenti socialmente accettati che si dice servissero a regolare i rapporti tra le persone e a contenerne gli istinti e gli impulsi primitivi, per cui tutti sapevano cosa si doveva fare in tutti i casi della vita e cosa ognuno doveva aspettarsi ugualmente dagli altri. Infrangere le norme equivaleva a provocare scandalo anche rispetto a fatti insignificanti. Nel qual caso non c’era nemmeno bisogno di parlarne, bastava un’occhiata e il malcapitato trasgressore veniva messo al bando, deriso, compatito, ed invitato tacitamente a rimediare al misfatto, se possibile, o a ritirarsi con la coda fra le gambe. Qualche volta si risolveva la lite sfidando il trasgressore a regolar tenzone. Nei casi più gravi, ossia se aveva infranto un tabù capitale, non veniva più ammesso nel gruppo sociale, era considerato morto, vale a dire non esistente. Così andava a finire. Bella faccenda.
    Certo, le regole vigenti in un gruppo sociale, scritte o non scritte, dette o non dette, erano state elaborate nel corso di secoli, stratificate l’una sull’altra in modo da forgiare un tessuto ben resistente all’urto dei casi e dei tempi, e non c’era motivo di credere che non potessero continuare a durare, con le opportune modifiche, nei secoli e nei secoli, dappresso alle leggi dei codici civile e penale che si andavano formando. E ogni generazione, come ogni gruppo, sottogruppo, specie e sottospecie, ne inventava di nuove da spalmare su quelle antiche, da usare in toto o in separata sede, a seconda dell’insieme o sottoinsieme di appartenenza. Tribù, ceppi, casate, stirpi, discendenze, brigate, famiglie, classi, partiti, corporazioni, associazioni, comunità, confraternite, congreghe, caste, ranghi, ordini, generi, categorie…
    Ecco, stai ancora esagerando, il piede sempre troppo pesante su quell’acceleratore. Tutta colpa di Coltrane, che qualcuno una colpa deve pur averla, se il grado di astrazione ha raggiunto livelli così complessi. Ma va bene, ora rientro nei limiti. Centotrenta, anzi, meglio cento, tondo tondo, così do un’occhiata al paesaggio. E’ bello questo giallo.
    Se ci pensavo, ma per l’esattezza non ci ho pensato quasi mai, mi accorgevo di non aver letto alcun galateo, né quello del Della Casa, mi pareva si chiamasse, né i successivi, men che meno il codice civile e penale, figuriamoci, e che le regole di comportamento dovevo averle apprese dai genitori, dagli insegnanti e dalla società in generale. Facciamo tutti quello che fanno tutti, forse, chi più chi meno. Ma cosa facciamo esattamente, non ne sono molto sicura.
    Da piccola mi avevano insegnato a salutare, io per prima, quando incontravo una persona più anziana (ma se ora lo faccio, quello mi guarda stranito e mi chiede se ci conosciamo), ad alzarmi quando entrava un professore in classe, a dare la precedenza ai vecchi e a chiunque fosse in difficoltà. Queste le cose più evidenti. Ma non dimentichiamo che erano tempi in cui un uomo si sentiva in obbligo di salutare una donna alzando il cappello (mentre adesso sarebbe più facile aspettarsi di ricevere un pugno nella pancia, che bello) e in certi ambienti era ancora in uso il baciamano. Tutte cose spazzate via dall’emancipazione femminile, che se dovessero ancora succedere sembrerebbero persino offensive oltre che imbarazzanti. Da lì, a smettere di salutarsi del tutto, il passo però è stato breve. E’ anche vero che con la densità di popolazione attuale dovremmo stare tutto il tempo a salutare, e non faremmo altro, quindi magari è meglio salutare solo gli amici. Tutti gli altri, vadano un po’ a …
    No, no, Ildebranda, ferma un attimo, ti sei ancora distratta.
    E’ lì che mi sono ricordata della mia professoressa di lettere al liceo, la Vanoni, e pace all’anima sua, che ci insegnava ad evitare il linguaggio scurrile, era il suo chiodo fisso allora, ma si sa, era una donna all’antica. Infatti anche lei è morta, e neanche sottoforma di concime organico serve più a niente. Però ricordo anche che uno dei motivi per cui andavo orgogliosa del mio amato marito, pace pure all’anima sua, era che non pronunciava mai parolacce, nemmeno quando era adirato, piuttosto si sarebbe morso la lingua. Mentre ora, che ormai è un fantasma, lo sento che bestemmia dappertutto in tutte le lingue del mondo. Si capisce che nell’aldilà ricevono la sapienza circonfusa.
    E’ vero che è già parecchio, ma tu cosa hai fatto da quando lui è morto, mi sono chiesta. Sì, può darsi che anche in questo caso mi sia fatta prendere la mano e abbia schiacciato il piede sull’acceleratore. Però è anche vero che ogni volta che mi capitava di pronunciare, leggere o scrivere una di quelle parolacce, c’era sempre un nervo che si tirava di riflesso tra angoli della bocca e il collo. Forse era un segnale, avrei dovuto farci più caso.
    Qualche giorno fa ho sentito la mia nipotina di tre anni chiedere, Ma dove c***o sono andati quelli là. E quelli là sono i suoi genitori, che quando gliel’hanno riferito si sono messi a ridere. A me però non ha fatto ridere.
    Così, ripensandoci, ho deciso di tirarmi le orecchie se distrattamente dovesse capitarmi di diffondere ancora parole di cui si potrebbe far a meno. Parole che sono nel vocabolario, l’ho verificato, ma che non mi va più di usare, visto che il rischio è di abusarne senza rendersene conto. E poi i bambini bevono tutte le parole che noi “adulti” pronunciamo. E fossero solo le parole.
    Di questo passo, però, mia cara Ildebranda, rischi di restaurare quel perbenismo ipocrita che hai sempre detestato. Cosa stai facendo? In fin dei conti che vuoi che sia una parolaccia a confronto di tutto il pandemonio che sta succedendo in giro, vuoi che sia peggio di qualcuno che buttacaso dice, Prepariamoci alla guerra, te lo chiedo, e prova a non rispondere, se ne sei capace.
    Mah, non so cosa sto facendo, mi sento disorientata, e non so più cosa dire. Mi sento come la fiammiferaia a cui hanno rubato i fiammiferi e non può più accendere nemmeno il fuoco nel camino per cuocere le castagne. Ma forse è meglio, che quando poi le sbuccio mi scotto le dita.
    Ma adesso basta, devo fare attenzione, devo immettermi sulla tangenziale.

    (Ildebranda, dal tratto di autostrada tra Alessandria e Briandrate, lì, 17 settembre 2007)

  7. milena Says:

    Ah no, non era quella l’uscita giusta, stavo sbagliando ancora, come quando invece che a Galliate ero uscita a Boffalora, o come quella volta che volevo andare a Parigi e mi sono ritrovata a Vienna, e lì non sono riuscita a parlare con nessuno perché non parlavamo la stessa lingua. Come faccio a fare degli errori così madornali, non lo so, e non ho mai capito quelli che dicono, Tutte le strade portano a Roma. Che poi cosa ci dovremmo andare a fare a Roma, mah, sono già così in tanti che non sanno molto bene cosa ci stanno lì a fare.
    Ma c’è una cosa che non hai ancora digerito, dai, ammettilo, almeno prima di arrivare a casa. Vuoi dire quello che mi è successo quest’estate, al campeggio, dove non andavo da dieci anni. Infatti. Lo stesso campeggio dove conoscevo tutti quei bambini, figli di giovani coppie di amici, che adesso sono cresciuti, sempre gli stessi, ma che non riconosco più e che sono organizzati in branchi. Ho detto branchi, ora non ho sbagliato, volevo dire branchi e lo ripeto, come branchi di lupi, o di cani, quelli selvatici, s’intende, eppure sono figli di esseri umani. Umani. Mi avevano parlato di questo nuovo fenomeno che sta prendendo piede nelle periferie delle metropoli, ma lì, in un campeggio, non mi aspettavo certo ti toccarlo con mano, di vedere come funzionano certe cose, di sentirlo con queste mie orecchie d’asino. Sì, è vero, è stato un brusco risveglio, preferirei dimenticarlo, ma se proprio ci tieni, diamoci pure una ripassata.
    Ma aspetta un attimo, prima voglio ammirare ancora questo paesaggio, e quel gruppo di alberi laggiù, guarda come sono belli. Non sono cresciuti spontaneamente, si direbbe che qualcuno li ha piantati, e non sembra se la passino male. Sono platani. Può darsi. Non so neppure questo.
    Ah, già, stavo dicendo, che le cose fossero rimaste immutate, in quel luogo che allora sembrava un paradiso, non dovevo proprio aspettarmelo. Che tutto cambia. Ed è anche vero che forse non è più il posto ideale per una come me, in cerca di pace. Ma sentirmi rispondere, Vai un po’ a farti fo***re, brutta strega, che noi facciamo quel c***o che vogliamo, quando ho chiesto se potevano evitare di gridare quando tornavano dalle loro scorribande alle tre di notte, ha superato di molto le mie capacità immaginative. Certo, non quanto mi abbiano lasciata esterrefatta le reazioni dei genitori che sono accorsi a spada tratta in loro difesa, dicendo cose del tipo, Se i nostri figli ti disturbano te ne puoi anche andare a fan**lo, E spegni un po’ quella candela, cosa credi, di essere in chiesa, co****na. Se non fosse che quando ho cercato di replicare dicendo loro che in campeggio sarebbe in vigore la regola del silenzio dalle ventidue alle sette del mattino, è andata anche peggio, ho rischiato il linciaggio. E lì, davvero, avrei desiderato essere una strega, per poter fuggire a cavallo di una scopa, o aver sottomano una bacchetta magica. Ma no, le bacchette magiche sono uno strumento da fate, e le fate sono belle mentre a me manca solo un bitorzolo sul mento, e la cosa sarebbe stata più difficile.
    Morale della favola, non mi sarei immaginata nemmeno come sarebbe andata a finire, che la sera successiva uno di quei genitori ha sbandierato una bandiera della pace davanti alla sua capanna. Chissà, forse voleva dare un tocco decorativo a quella desolazione, o forse si è confuso con la stagione, che non mi pare che ad agosto ci sia il carnevale. In caso contrario, mascherarsi da pacifista poteva anche passare.
    Però devo stare attenta, e se dovessi trovarmi ancora in un simile caso, me lo devo ricordare, mai pronunciare “regola”, una parola che può far saltare la mosca al naso anche a persone che sono abituate a salutarsi tra di loro con il pugno alzato. Perché è questo che ho visto fare in quei giorni persino tra i ragazzi, non ho visto male. Alzavano il pugno per salutare e poi nascondevano la mano.
    Anche questo era un segnale, avrei dovuto farci più caso. Avrei dovuto capire che il regolamento scritto all’ingresso del campeggio, in tutte le lingue tranne l’italiano, non valeva per quel gruppo di persone che ne aveva concordato uno nuovo, non scritto, non detto, ma che era in uso giusto tra di loro, per cui tutti gli altri erano estranei e non potevano essere ammessi, a meno che non fossero così accorti da leggere i segnali in codice e sottomettersi in silenzio allo stato delle cose.
    Suvvia, Ildebranda, non interpretare le cose sempre in modo così complicato. Forse, semplicemente, da una parte il regolamento non era scritto in italiano, magari perché la direzione aveva pensato che gli italiani non sapessero leggere, o che, diversamente, conoscessero a menadito le lingue straniere, e d’altra parte gli italiani non avevano potuto facilmente informarsi sul regolamento vigente, per cui sono stati indotti ad inventarne uno proprio, a loro uso e consumo. Non si può peraltro non notare una certa negligenza nell’operato della direzione, che ha dato per scontato che gli italiani non sappiano ancora leggere o che conoscano a menadito le lingue straniere, o che, in ogni caso, Tanto non rispetterebbero le regole. Delle due, l’una. O anche tutte queste cose insieme.
    Sono rimasta per pochi giorni in quel campeggio, e per fortuna non si sono verificati incendi quest’estate, almeno questo è andato bene. Ma ci sono tanti modi per fare tabula rasa e rovinare il paesaggio. E a volte il paesaggio è meglio guardarlo da lontano, molto meglio, senza addentrarsi nei particolari. Come dalla mia casa sulla collina, da dove potevo vedere il promontorio che s’inoltrava nel mare, il cielo e i falchi che planavano in silenzio.
    E’ bello, eh, Ildebranda, essere là in alto e non avercene a che fare. Ma tu non hai figli, non sai cosa vuol dire doversi misurare ogni giorno con questi problemi.
    Sarà, ma adesso ho cominciato a farci caso. Come l’altro giorno, quando ho sentito una ragazza dire al telegiornale che, Non è giusto che nelle scuole si vieti l’uso dei cellulari, perché, diceva, parole testuali, Ci vietano di essere liberi.
    La notizia che non è passata, invece, ma che avrebbe ampliato la veduta sulla faccenda, è che, mentre ai ragazzi è vietato, alcuni professori continuano ad usare in classe l’oggetto del contenzioso. Bell’esempio, davvero.
    Libertà, libertà, tutti vogliono essere liberi, liberi come l’aria, o come i falchi nel cielo. Ma siccome non siamo falchi e non sappiamo volare, si riesce ad essere a malapena, come si sente dire spesso, Liberi di fare quel c***o che ci pare.
    Non sarà che ha preso piede una sorta di malinteso, mi chiedo, come confondere il controcorrente col contromano, ad esempio. E pensa un po’ come farei ad arrivare a casa se mi mettessi contromano, adesso. Sarei giusto libera di andarmi ad ammazzare, e magari ammazzare qualcun altro.
    Comunque, tornando alla storia del campeggio, sono tornata a visitarlo alla fine di agosto, quando gli italiani se n’erano andati ed erano arrivati tedeschi, belgi, olandesi, francesi, e c’era un bel silenzio. E ho potuto anche osservare i riti delle farfalle. E’ curioso, fanno un giro e si fermano nello stesso posto richiudendo le ali per molte volte di seguito. Finché ne vedi due volare nell’aria, e scompaiono. O smetti di vederle.
    Certo, sarebbe bello poter fare le vacanze a settembre. Mentre qui a settembre si ricomincia a lavorare. E si deve ricominciare.
    Ma eccola l’uscita, e se non sbaglio un’altra volta fra mezz’ora sarò a casa.

    (Ildebranda, idem come sopra)

  8. ARES Says:

    Ares

    Milena.. mi e’ venuto mal di testa!!

  9. milena Says:

    oh poverino, mi dispiace…
    … che t’è capitato?

  10. ARES Says:

    ARES

    Milena scusami, ti va di raccontarci/mi di te?; giusto per capire da dove viene fuori tutto questo bisogno di scrivere una parola dietro l’altra ?.

    md scusami se uso il tuo blog, ma e’ un indagine tanto per conoscere meglio i frequentatori del blog..

    Milena e’ un soggetto che mi incuriosisce..

    .. e’ giusto per capire..se posso prenderla ingiro “pesantemente” o e’ una permalosa che tiene molto a quel che scrive..

    .. mi serve anche per dare una chiave di lettura a quel che scrive e che io leggo..

    ..perche’ da un certo punto di vista quel che scrivi e’ piacevole, pero’ poi arrivi alla fine e non sai bene cosa hai letto, perche’ sembra scritto per non essere letto da altri…. quasi fosse in diario personalissimo nel quale scrivere le personalissime senzazioni..ma allora perche’ scrivere sul web?

    Milena, per inciso, mi riferisco solo a quando parti con le tue iliadi da 50 righe…
    .. spero di non essere interpretato male..

  11. milena Says:

    Ma no, ma no… Non hai contato bene… Sono più di 50 righe – o righi, che dir si voglia.
    Sono almeno 100 per volta! dagli 8000 ai 9000 caratteri circa… Conta meglio!

  12. ARES Says:

    Ares

    Si vabbe’ , pero’ cosi’ non ho capito se posso prenderti ingiro!!!!
    … il effetti ho contato bene 50 righe e’ il moltiplicatore comune.. ihhihiihihihih!!

  13. milena Says:

    @ Ares:
    Avevo sperato che la cosa potesse finire lì, ma visto che insisti…
    – se l’attitudine alla “presa in giro” è nella tua natura, non sarò certo io a potertelo impedire;
    – e se ti basta così poco per divertirti, mi dispiace per te e soprattutto che la situazione stia prendendo una piega così poco friendly, oltre che noiosa.
    Infatti ho cose più interessanti da fare, che occuparmi di rispondere a qualcuno che si diverte a “prendere in giro”.
    Personalmente, gli individui che si divertono a “prendere in giro” mi ricordano tanto i bulli di periferia. Che tristezza…
    Dunque per quanto mi riguarda la discussione finisce qui (anzi non è mai neppure cominciata).

  14. md Says:

    spero che la cosa non degeneri, anche perché, effettivamente, sta diventando noiosa: magari ricordarsi che si è letti da altri non guasta…

  15. ARES Says:

    Ares

    e’ permalosa.. siete tutti avvisati, che voi siate bulli di periferia o no ..

  16. ARES Says:

    Ares

    mi scuso, ma non ho resistito..

  17. milena Says:

    Caro Ares,
    non sto a chiederti scusa, anche se il mio buon cuore me lo consiglierebbe, perché non credo più nelle scuse – pregresse o regresse che siano (che se fai attenzione, anche quelle anticipate in realtà non sono che un’ipocrisia, giusto un massaggino anestetizzante prima di infilare la spina). E poi, diciamola tutta: scuse per che cosa? quale reato si è commesso? sia io, o tu, o qualcun altro? mah… il problema è sempre riuscire a trovare le parole giuste, secondo me siamo qui tutti per imparare.
    Voglio invece ringraziarti – e non sto scherzando – perché chi si è divertita più di tutti alla fin fine sono io, o me, o la sottoscritta, e spero che tu possa udire la mia bella risata ahahahahahahahaha. E’ molto liberatoria.
    Non sai, infatti, quanto mi irriti la risata del tipo ihihih, quel genere di risata della gente con la cravatta che gli si strozza in gola, che anche se non se la mette fuori ce l’ha interiorizzata a giri stretti nel gargarozzo e gli impedisce di tirar fuori la voce al momento giusto di dire qualcosa, e visto che non può far di meglio la usa per prendere qualcun altro per il fondello,
    Però ti voglio anche rassicurare: non credo affatto che tu sia un bullo di periferia – certo, a meno che tu lo voglia essere – e in ogni caso puoi sicuramente essere quello che ti pare.
    E ti voglio spiegare il motivo per cui non ho accettato di proseguire nel battibecco – che non mi sembra si sia trattato d’altro. Una sciocchezza, poca cosa. Anzi, litigare può far molto bene, anche più bene che star tutto il tempo in punta piedi nelle scarpette dei ballerini a disegnare ghirigori nel vuoto.
    Il fatto è che non mi puoi chiedere di darti spiegazioni su me stessa, sulle mie ragioni o torti, dato che qui non siamo in tribunale: ti pare? Tutt’al più avrei potuto risponderti su un singolo argomento, commento, intervento, opinione, pensiero, idea, frase, proposizione. E avrei potuto anche spiegarti il significato di un punto esclamativo, se me lo avessi chiesto…
    Ma, sinceramente, credo che sia stato almeno un po’ arrogante da parte tua pensare di potermi chiedere la ragione del mio esistere – o non esistere, se vuoi, fa lo stesso.
    Come sarebbe stato presuntuoso da parte mia provarmici a rispondere.
    Non so se ti sei accorto, infatti, che i rapporti che si possono intrecciare su questo supporto, non sono affatto personali bensì artificiali.
    Non puoi nemmeno lontanamente illuderti di cogliere il “soggetto”, bensì, e a malapena – a seconda dell’interpretazione e dei contesti linguistici di appartenenza – l’”oggetto”. Ossia il testo. E nella maggior parte dei casi non puoi ottenere altro che di specchiartici. Ossia scoprire quello che già sai, e che già sei.
    Che dall’altra parte ci sia qualcuno in carne ed ossa, vivo, che respira, è del tutto irrilevante. Credo che sia come quando leggi un libro: non ne conosci l’autore. Senza contare che anche conoscere qualcuno, anche se ce l’avessi di fronte, sarebbe una pretesa un po’ grossa. Certo, lo puoi vedere, toccare, come vedresti e toccheresti un libro, la copertina, le pagine, contarle. Comprendere è un’altra cosa.
    Sto pensando che può anche essere che qualche piccola parte di noi – di me, di te, di lui, di un altro, di chi scrive, insomma – si diluisca – come in una diluizione omeopatica -tra le parole che scrive, nelle frasi, pensieri ecc, ma principalmente credo che anche scrivere sia una tecnica. E una ricerca, nella quale la logica ha la sua parte. E poi c’è tutto il mondo immaginario, simbolico, eccetera, eccetera, le emozioni, il tempo, le esperienze stratificate, e non solo le proprie, anche quelle di molti altri mescolate fra loro, che alla fine non sai proprio bene dove siano i confini. Quello che è mio, o tuo. Quello che è personale, o di una parte, o di tutti. Quasi. Come ci fosse una tavolozza enorme di colori toni sottotoni gradazioni tra cui scegliere, da mettere sulla tela.
    Ti faccio un esempio: quando ho scritto quei brani che ti hanno fatto venire il mal di testa, e mi dispiace, ho scritto in prima persona un mio viaggio in auto realmente accaduto mentre pensavo, e nel frattempo mi immedesimavo in una donna che ho conosciuto al campeggio quest’estate, e che ha vissuto in prima persona quell’esperienza mentre io e molti altri stavamo a guardare. Poi l’ho ascoltata, abbiamo parlato – era abbastanza sconvolta da quello che le era successo bla bla bla. Quindi riassumendo il tutto ho fatto una miscellanea di lei, di me, di quello che io avevo capito, di quello che lei ha detto, di quello che io le ho domandato, di quello che lei ha risposto, di quello che io sono e non sono, di quello che lei è e non è, compreso il mio viaggio in autostrada, e non solo, e ne è venuto fuori quel che è. Che può piacere e non piacere, ma è quel che è. Dopodiché, passato un po’ di tempo, potrebbe averlo scritto anche qualcun altro. E’ solo un testo, e non farà neppure testo, nel senso che probabilmente a qualcuno, spero non proprio a tutti, farà venire solo mal di testa.
    Cosa ne ricavo? mah… può darsi che farei meglio ad andare a lavare i vetri.
    E finisco qui, che ho superato da un pezzo i 50 righi.
    Milen

  18. ARES Says:

    Ares

    io leggo la biografia di un autore…solo quando non capisco cosa scrive…giusto per non rendere vana la lettura..

    non leggo la biografia .. quando mi basta quel che ha scritto per capire..

    tutto qui!. Il Bullo

  19. milena Says:

    Rieccomi (sempre la solita minestra riscaldata!). Scrittura notturna, l’ultima che ho inserito questa mattina, e adesso il mal di testa è venuto anche a me.
    Quindi abbiamo qualcosa in comune, Ares, se non altro il mal di testa (ad essere pessimisti). Oltre al fatto abbastanza certo che capiamo tutti molto poco, e qualche volta può essere anche meglio. Qualche volta. E anche volendolo, chi può capire tutto?
    Ma quando non si capisce niente del tutto, certo non è una bella cosa.
    Ieri mattina al parcheggio mi si è avvicinato un ragazzino col suo sacchetto di carabattole appeso al braccio, fazzoletti di carta, calzini, e l’unica cosa che ho capito, e che ho fatto, è stato di dargli le monete che avevo già pronte in mano per il biglietto.
    Non mi è costato molto, non è vero? Be’, anche a me sembrava un po’ poco.
    Non so se quel gesto, l’elemosina, sia stato più umiliante per me che per lui.
    L’ho guardato – poteva avere tredici o quattordici anni – e gli ho chiesto:
    – Non vai a scuola? e lui ha emesso dei suoni in una lingua che io non capivo e che probabilmente non capirò mai.
    Poi ho sfoderato le poche frasi che conosco in lingua inglese – che anche in questo sono un’asino patentato che da cinquant’anni cerca di capire l’italiano.
    – Were are you from? What’s your name? e lui sempre rispondeva coi suoi suoni.
    Non era una bella musica da sentire, il concerto si è interrotto presto, e lui è andato a sedersi contro un muro, che guarda caso era il muro nord delle vecchie carceri di Busto che da parecchi anni sono state convertite in biblioteche comunali. E’ ovvio, come carceri erano troppo piccole, non potevano più bastare e ne hanno costruite nuove e molto più grandi, che anche quello dev’essere stato un bell’investimento immobiliare.
    Ma non si saranno alzati tardi di mattina per andare a farla così lontano?
    Anch’io mi sono alzata tardi questa mattina, perciò ricomincio domani.
    Ciao ciao.
    Milen

  20. milena Says:

    (invece ho continuato quella sera stessa. Ma ho aspettato a inviarlo perché anch’io, come Ares, non sono proprio sicura che senso ha continuare a mettere una parola dietro l’altra, come qualche volta mi prende di fare, per poi depositarle qui dentro. Soprattutto se oltre a me non le capisce nessuno. In realtà non mi dispiacerebbe nemmeno se nel caso continuassi a non farmi capire qualcuno continuasse a dirmelo.
    E se qualcuno sapesse anche dirmi in cosa sbaglio, o meno… va be’, non chiedo tanto. Ma non arrabbiatevi troppo se questi “conati di fine estate” stanno tracimando verso l’autunno, per favore)
    —————————————————————

    Difficile riprendere il filo. Quello che sembrava passarmi per la mente ieri dev’essersi svaporato. Però quel ragazzo me lo ricordo ancora, due o tre fotogrammi, non di più, che ho fissi in testa. Testa, si fa per dire, in realtà non so dove sono, però sono presenti. Come se ci fosse una cartellina con dentro un tot di immagini che qualche volta saltano fuori da sole e qualche volta me le vado a ripescare. Ma ci dev’essere qualcosa che non ben capito, mi dico, se me le tengo ancora lì in magazzino. Come quella foto del monacchello buddhista fra tutta quella stoffa rossa che la settimana scorsa era apparsa in cima al blog. Sì, era proprio bella, peccato che Emme l’abbia tolta in fretta. Dovremmo chiedergli di rimetterla ancora di quando in quando, che quel bel rosso fa bene al cuore. E quello sguardo.
    E anche se quella faccenda di mettersi addosso una roba rossa, è vero, mi era sembrata una cosa da nulla, dal momento che ho tirato fuori la mia sciarpa rosso-arancio mi sono accorta che è meglio di niente e continuerò a portarla in giro almeno quando esco di casa. Anche perché non è che uno inizia a fare una cosa il primo giorno dell’anno, mangiare per esempio, e poi non lo fa più per tutto l’anno. E visto che anche i monachelli sono là per tutto l’anno, da molti anni, e non è mai finita. E non solo là, ma dappertutto, prima che anche qui vada a finire come nella canzone di Jannacci, che ci accorgiamo delle cose solo quando ci toccano! Hai visto quel bonzo? cus’è? s’è dato fuoco da sé. Cosa interessa a me…
    Anche la foto del bonzo tra le fiamme è impossibile dimenicarla. Questa volta però ho sentito che qualcuno li ha presi e li ha infilati in un forno. Ma spero che non sia vero.
    Che poi una roba non è mica una bandiera, ma solo un promemoria, e se non altro il rosso aumenta i battiti del cuore. Lo sanno anche i bambini. E’ bello il rosso. Bello?
    Ricordo che la mia maestra diceva che bello e brutto van ben per tutto. Sarà per questo che sono sempre indecisa tra il bello e il brutto, soprattutto quando è bello quello che viene deciso non si sa bene da chi. E io lo trovo semplicemente grullo.
    Che anche i cani, insomma, non gliene frega niente che una cosa sia bella o brutta.
    I cani hanno fame. Questo è sicuro. Però anche i cani sanno cos’è l’amicizia.
    Ho sentito che Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo.
    Magari è vero, e può darsi che lui avesse le sue buone ragioni per dirlo. Però se fosse qui adesso, chissà, magari aggiusterebbe il tiro e direbbe che a salvare il mondo sarà l’amicizia.
    Che tanto, cosa conta? non c’è lui qui, ma ci siamo noi qui ora. Che poi, si tratti di bellezza o di amicizia, è sempre più facile dirlo che farlo, come tutto il resto.
    Come il mio ragazzino. Che non so come si chiama, non so da dove viene, non so quanti anni ha, non conosco la sua lingua, né lui la mia. Ma…
    Ecco, qui non so continuare. Non capisco. C’è qualcuno che mi può aiutare?
    Ma sì… forse è solo questo che vuol dire.
    Che vuol dire quell’immagine, certo, e questo si vede senza neppure capire le parole.
    Ma se io vedo questo, mi chiedo, perché altri non vedono quello che vedo io?

    (Milen 4 ottobre 2007)

  21. milena Says:

    Tok, tok! Ci sei Ares? Ti va di continuare la discussione?
    Perché, sai, mi è venuta in mente un’altra cosa, rispetto alla domanda che mi avevi fatto: “che senso ha continuare a scrivere una parola dietro l’altra, che alla fine sembra scritto per non essere letto da altri.. quasi fosse in diario personalissimo nel quale scrivere personalissime senzazioni..”.
    Infatti ora, anche se so che non si dovrebbe rispondere ad una domanda con un’altra domanda, vorrei chiederti, e nello stesso tempo mi chiedo, che senso avrebbe se ciò che scriviamo non fosse, se non in tutto, almeno in parte personale.
    Dovremmo parlare, forse, di ciò che sentono-pensano gli altri? Ma cosa ne sappiamo degli altri? Che forse tu non ti esprimi i modo personale? Anche i segni che digiti parlano di te, quando per esempio metti due puntini invece di tre fra una frase e l’altra e i tuoi punti esclamativi. E quando io leggo i tuoi testi so che li hai scritti tu. E’ il tuo modo personale di scrivere. O sbaglio?
    Che forse tu parli solo con le parole e delle sensazioni degli altri? O non cerchi invece di appropriarti della realtà e interpretarla con i tuoi mezzi? trovare le tue risposte personali?
    Sì, lo ammetto, forse io sono un pochetto più spudorata. Forse perché mi son fatta l’idea che per definire la realtà non mi serve tanto partire da ciò che ne pensano gli altri, ma da ciò che sento e penso io. Perché gli altri hanno già parlato tanto, quindi magari adesso non è male che parli un po’ anch’io.
    Anzi, non solo io, ma parla anche un po’ tu, per favore. Usa la tua facoltà mimetica non solo per nasconderti ma per mostrarti, qualche volta. Abla con me. Abla col mondo e del mondo.
    Non so se hai visto quel bel film che diceva, più o meno: dal momento che nasci non puoi più nasconderti.
    Sai invece cosa mi consigliava mio figlio qualche tempo fa? Mi diceva: non dire mai niente di te agli altri, non conviene, fatti furba, fai come fanno tutti, non dire niente, stai zitta, non parlare.
    Non so se questo sia ancora la conseguenza di quando su tutti i muri si poteva leggere “taci: il nemico ti ascolta!”. Ormai quelle frasi su quasi tutti i muri si sono scolorite, ma forse è un’imprintig che non riusciamo a superare. Abbiamo sempre troppa paura.
    E’ anche vero che dopo aver superato la fase di parlare di se stessi con le parole degli altri, e raggiunto la fase di parlare di se stessi con le proprie parole, bisognerebbe raggiungere la fase di parlare degli altri con le proprie parole. Sì, questo sarebbe un ottimo obbiettivo.
    Però, insomma, ogni cosa a suo tempo. E forse io sono un po’ arretrata.
    E forse questo è solo un punto di vista particolarmente “femminile”, come si usa dire, che molto spesso le donne sono più interessate all’interno che all’esterno, pare. A generalizzare di meno, ad osservare le minuzie e i particolari. E’ un diverso modo di sentire e dare valore alle cose del mondo, forse. E’ solo un punto di vista diverso.
    Però a me sembra che a volte sono in molti a parlare degli altri soltanto con le parole degli altri, e a non dire niente di nuovo. Sempre che sia possibile dire qualcosa di nuovo. Ma che dici: ci proviamo? o perlomeno, mi lasci provare? è così grave? così fastidioso?
    E sappi che se poi vuoi dirmi cosa ne pensi non mi dispiace.
    Qualcuno dirà: Io, io, io, sempre e soltanto io! però, sai, so abbastanza per certo che persino i monachelli buddhisti sanno che solo per mezzo delle proprie gambe, e del proprio io, si può camminare attraverso questo mondo. E che non si è mai visto nessuno che cammini agevolmente con le gambe prese in prestito da qualcun altro.
    Quindi io dico: meglio un passo da formica che uno da elefante, se uno non è un’elefante! come dicono i bambini. Tu che ne dici?
    Ciao e buona giornata.

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