CHE NE E’ DI MARX? – parte seconda

Ogni mendicante è un principe di possibilità

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Vorrei con questo post dar conto di quella che secondo me resta la parte più viva e attuale del pensiero di Marx, partendo dalla questione cruciale del rapporto tra teoria e prassi, filosofia e trasformazione sociale, necessità e libertà. Un argomento dunque complesso e arduo da affrontare entro i limiti che uno strumento come un blog, di rapida lettura e facile consultazione, normalmente consente. Si tratta infatti di uno scritto lungo, lunghissimo per il luogo in cui è pubblicato, ma breve, brevissimo per l’oggetto che tratta. Provo ugualmente a cimentarmi nella sfida.

Indice degli argomenti:

-Marx e la filosofia
-Hegel, Feuerbach, Marx
-Il lavoro alienato
-Il materialismo storico
-Problemi aperti: una filosofia della storia?
-La promessa tradita e l’uomo sopravvalutato


Marx e la filosofia

1. Dar conto della formazione filosofica di Marx non è solo un fatto “esteriore” o semplicemente biografico, ma interno alla genesi e allo sviluppo teorico che lo porterà al Capitale e più in generale alla critica dell’economia politica, oltre che alla sua teoria della storia e della rivoluzione.

2. Detto questo bisogna ricordare come fin dall’inizio la filosofia sia per Marx strettamente connessa alla prassi: per lui teoria e prassi sono categorie dialettiche inscindibili. Per capire la peculiarità di questo atteggiamento basti citare il diverso modo in cui Hegel (il filosofo più importante per la formazione di Marx) e il suo allievo parlano della filosofia: mentre per il pensatore dell’idealismo assoluto la filosofia è come la nottola di Minerva che spicca il suo volo al tramonto, quando tutto ormai è già accaduto, per Marx si deve smettere di limitarsi a pensare ed interpretare il mondo, cosa che i filosofi finora hanno sempre fatto, bisogna invece cambiarlo (si veda in proposito l’XI Tesi su Fuerbach).

3. Quello di cui mi occupo qui è la genesi e la formazione della teoria del materialismo storico, cioè di quella concezione che Marx venne elaborando insieme a Engels grosso modo tra il 1844 e il 1847, subito prima del Manifesto, e che costituisce la cornice teorica di tutte le successive elaborazioni, senza cui il Capitale non sarebbe pienamente comprensibile. Ritengo questo il nucleo essenziale del pensiero di Marx, e dunque sottoporlo ad esame e verificarne la validità a un secolo e mezzo di distanza significa in qualche modo esprimere un giudizio sull’eventuale attualità di Marx, oltre che sulla sua utilizzabilità pratica.

4. Il percorso si articolerà in quattro momenti:

-una premessa sul dibattito filosofico in corso a quell’epoca in Germania
-una breve analisi del concetto di alienazione nei Manoscritti economico-filosofici
-una sintesi dei principi del materialismo storico nell’Ideologia tedesca
-infine un cenno al problema della necessità storica nella concezione materialistico-dialettica di Engels

Hegel, Feuerbach, Marx

5. Il punto di partenza è il dibattito filosofico che avviene in Germania a proposito dell’eredità del pensiero hegeliano. In particolare Feuerbach è il pensatore che, dopo Hegel, influenza di più Marx:

a) per la sua critica della religione
b) per la sua concezione materialistica
c) per la cosiddetta inversione soggetto-predicato

Quel che viene in ultima analisi scardinato è l’assunto hegeliano del reale-razionale: cioè la teoria secondo cui la realtà storica è il prodotto di un processo razionale, mentre viceversa la ragione non può non realizzarsi storicamente – realtà e razionalità vengono così a coincidere. Questo significa pensare che l’idea – il piano logico e razionale – è il soggetto, cioè il motore della realtà, mentre invece le realizzazioni storiche e spirituali sono il predicato. Teologizzando: Dio è il soggetto, il mondo il predicato. Hegel costruisce una sorta di teologia speculativa in cui Dio diventa la struttura logica che innerva il tutto.

Feuerbach opera un rovesciamento di prospettiva: è Dio ad essere il predicato, mentre l’uomo è il soggetto. Sono gli esseri umani, dunque, a costruire il proprio mondo spirituale e a proiettare nel cielo della teoria (e della teologia) la loro propria essenza, alienandola da se stessi.

Marx riprenderà le critiche di Feuerbach, traendone conseguenze ben più radicali, come vedremo tra poco. Ciò non toglie che utilizzerà sempre, anche se in modo critico, alcune delle più importanti categorie della filosofia hegeliana: dialettica, negatività, alienazione, rapporto tra logica e storia, lo stesso concetto di spirito, ricollocato sul piano dell’attività e del lavoro.

Il lavoro alienato

6. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1944 Marx utilizza proficuamente la categoria di alienazione (distinguendola da oggettivazione) nel mondo del lavoro capitalista, facendo vedere come l’attività umana venga progressivamente resa estranea all’uomo-operaio stesso attraverso quattro momenti:

-alienazione del prodotto
-alienazione interna all’atto produttivo
-alienazione dell’essenza stessa, generica dell’uomo
-estraniarsi dell’uomo dall’altro uomo

Il processo produttivo capitalistico, cioè, aliena, rende estraneo, allontana dall’uomo: il frutto del suo lavoro (sottrattogli dal capitalista in forma di merce); la sua stessa attività (il lavoro diventa una merce tra le altre); dunque la sua stessa essenza se è vero che la specie umana costruisce il proprio mondo, e dunque manifesta se stessa, attraverso il lavoro; infine, le relazioni umane vengono mercificate, “reificate”, rese cose, oggetti. Nella società capitalistica, in ogni rapporto, in ogni attività, in ogni parte della vita e del corpo sociale si insinua quel “corpo estraneo”, quel meccanismo che rende ciascuno un alieno agli altri e a se stessi.

Emerge da questo discorso come la proprietà privata sia il risultato del processo di alienazione. Non solo, importantissima è anche l’acquisizione della distinzione tra Arbeit e Tätigkeit, tra lavoro coatto, asservito alle logiche del profitto e del capitale, e lavoro come libera attività, manifestazione dell’essenza umana, autocostituzione del proprio mondo spirituale.

7. Molto importante anche il capitolo su “Proprietà privata e comunismo”, che è un vero e proprio abbozzo di antropologia comunista, interessante specialmente per alcuni punti:

-il comunismo come effettiva soppressione dell’alienazione
-l’unità uomo-natura
-l’uomo totale e onnilaterale

Rilevante soprattutto quest’ultima figura, da riconnettersi ad alcuni precedenti “umanistici” o anche “romantici” (si pensi a Pico della Mirandola o a Jean-Jacques Rousseau), che auspicano l’avvento di una società in cui gli esseri umani siano in grado di manifestare liberamente tutte le loro possibilità. Onnilateralità è un concetto chiave, da ricollegare direttamente alla roussoiana perfettibilità: il “compimento” dell’uomo sta nel suo rimanere fluido e libero di autodeterminarsi in ogni direzione e di sviluppare ogni sua facoltà sensibile e spirituale. In tutto ciò la corporeità, la sensibilità, la stessa sessualità hanno un’importanza cruciale, contro tutte quelle ideologie reazionarie e religiose tendenti a conculcare o a offrire immagini dell’umano fissate una volta per tutte in modelli statici e funzionali al mantenimento dell’ordine sociale ingiusto. L’uomo totale e onnilaterale non è un essere umano compiuto e definito una volta per tutte, quanto piuttosto un essere in perenne divenire.

8. Già nei Manoscritti economico-filosofici Marx giunge all’importante risultato che la storia è legata alla produzione e che l’uomo produce il proprio mondo, ma solo togliendo l’alienazione (non teoricamente ma praticamente) sarà realmente libero ed emancipato.

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Il materialismo storico

9. Ma è con L’ideologia tedesca, testo scritto a quattro mani con Engels negli anni 1845-6, che tale concezione viene formulata in maniera più chiara e, soprattutto, con definitiva consapevolezza storica.

10. Daremo uno sguardo solo alla prima parte del testo, quella dedicata a Feuerbach, significativamente sottotitolata “Antitesi fra concezione materialistica e concezione idealistica”.

Marx supera qui definitivamente la visione idealistica che caratterizza la filosofia tedesca a partire proprio da coloro che pur criticandone le teorie rimangono nell’ambito del mondo delle idee. La parola d’ordine è: uscire dal discorso puramente filosofico o della critica religiosa e teologica.

11. La specificità dell’uomo rispetto al mondo animale più che nella coscienza o nella religiosità viene individuata da Marx nella produzione dei propri mezzi di sussistenza: ciò che l’uomo produce e come lo produce, ecco quel che è importante osservare. Marx individua qui per la prima volta la dinamica intercorrente tra forze produttive e rapporti di produzione (ancora definiti “forme di relazioni”).

Ecco un breve elenco delle categorie rilevate e che stanno a fondamento della storia e dell’attività umana:

a) divisione del lavoro
-sessuale
-fisica (dettata dal caso)
-città/campagna
-lavoro manuale/mentale
b) forme relative di proprietà
-tribale, antica, feudale, ecc.
c) teoria delle classi
d) i quattro momenti dell’azione storica
-produzione della vita materiale
-dinamica del bisogno
-riproduzione (famiglia storicamente determinata)
-cooperazione sociale

12. Ma quel che a noi interessa mettere in rilievo è soprattutto il rapporto tra vita e coscienza, vita materiale e ideologia, in ultima analisi struttura e sovrastruttura:

“Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza” (L’ideologia tedesca, Editori Riuniti 1983, p. 13, corsivo mio).

Marx critica qui tutte quelle concezioni che astraggono dalle condizioni storiche date reali e che parlano di “uomo” anziché di “uomini storici reali”.

(Potremmo leggervi anche un autosuperamento rispetto alle posizioni essenzialistiche dei Manoscritti).

Sono tre le critiche importanti che emergono:

a) Marx critica radicalmente le concezioni che naturalizzano e fissano per sempre (ipostatizzano) i dati storici e umani, cioè tutte quelle teorie e ideologie che parlano di Uomo, Natura umana, Essenza, ecc.

b) Marx definisce propriamente ideologia, la produzione ideale da parte della classe dominante di categorie parziali e rese universali, assolute (processo possibile solo quando interviene la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, e la “coscienza” si pensa come autonoma). In sostanza gli “intellettuali” della classe al potere elaborano teorie e categorie utili e funzionali a quel potere, ma che, nonostante la loro parzialità, storicità e relatività, bandisce come verità assolute e universali, valide per tutti.

c) viene infine svelato il meccanismo dell’estraneazione e della produzione di potenze estranee:

“E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore o pastore, o critico critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico” (id., p. 24).

Emerge qui chiaramente l’alternativa tra la società alienata del capitale e quella liberata del comunismo, dove l’individuo rimane inchiodato a un ruolo nel primo caso (necessità) mentre esprime liberamente la sua natura potenziale e onnilaterale nel secondo (libertà). Col che mi pare chiusa una volta per tutte la strumentale interpretazione che vorrebbe Marx pensatore dell’omologazione e dell’appiattimento degli individui, sottomessi alla dittatura egualitaria del sociale. Tutto al contrario: è semmai il Capitale ad omologare e appiattire e a far diventare tutti uguali, nel nome della merce e del valore.

13. Il comunismo, di conseguenza, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale a cui il reale deve conformarsi, non è un dover-essere. Chiamiamo comunismo – scrive Marx – il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

Il comunismo è processo, perenne divenire, rivoluzione permanente, costante liberazione sociale e individuale di energie e di possibilità.

14. Veniamo infine alla formulazione della teoria del materialismo storico:

“Questa concezione della storia si fonda dunque su questi punti: spiegare il processo reale della produzione, e precisamente muovendo dalla produzione materiale della vita immediata, assumere come fondamento di tutta la storia la forma di relazioni che è connessa con quel modo di produzione e che da esso è generata, dunque la società civile nei suoi diversi stadi, e sia rappresentarla nella sua azione come Stato, sia spiegare partendo da essa tutte le varie creazioni teoriche e le forme della coscienza, religione, filosofia, morale, ecc. ecc. e seguire sulla base di queste il processo della sua origine, ciò che consente naturalmente anche di rappresentare la cosa nella sua totalità (e quindi anche la reciproca influenza di questi lati diversi l’uno sull’altro). Essa non deve cercare in ogni periodo una categoria, come la concezione idealistica della storia, ma resta salda costantemente sul terreno storico reale, non spiega la prassi partendo dall’idea, ma spiega le formazioni di idee partendo dalla prassi materiale, e giunge di conseguenza anche al risultato che tutte le forme e prodotti della coscienza possono essere eliminati non mediante la critica intellettuale, risolvendoli nell’«autocoscienza» o trasformandoli in «spiriti», «fantasmi», «spettri», ecc., ma solo mediante il rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti, dai quali queste fandonie idealistiche sono derivate; che non la critica, ma la rivoluzione è la forza motrice della storia, anche della storia della religione, della filosofia e di ogni altra teoria”. (L’ideologia tedesca, cit., p. 29-30).

In questo passo fondamentale dell’Ideologia tedesca, oltre alla formulazione chiara e rigorosa della teoria del materialismo storico, troviamo anche alcune osservazioni che smontano preventivamente la critica di eccessivo determinismo nei rapporti tra quelle che in seguito verranno definite struttura (mondo storico-materiale) e sovrastruttura (mondo ideale): in realtà, dicono Marx ed Engels, si deve sempre tener presente la reciproca influenza di questi lati l’uno sull’altro. Stabilito cioè che la base materiale è quella storico-produttiva, è evidente come le produzioni ideologiche (la religione, la morale, ecc.) siano in grado di retroagire sulla base che le ha prodotte, modificandola a sua volta. L’altro concetto-chiave richiamato, non a caso, è quello di totalità: solo l’analisi, lo studio e la critica del mondo sociale nella sua interezza ci consentirà di comprenderlo ed eventualmente trasformarlo.

Problemi aperti: una filosofia della storia?

15. Ci sono alcuni problemi che tale prospettiva apre (e che lascia aperti anche dopo le successive tappe del pensiero marxiano, e specialmente in Engels):

polarità necessità/volontà
determinismo/libertà

Di sicuro Marx pensa alla “struttura” (dato storico che è insieme società e natura) come a condizioni oggettive e necessarie, che ogni generazione si trova come un dato di partenza. Ma nello stesso tempo, proprio la concezione del materialismo storico ce le fa pensare in termini di condizioni modificabili, e non come dati naturali fissati una volta per tutte (come gli economisti politici o i teologi vorrebbero farci credere). Si verrebbe cioè a creare una tensione, un nodo che chiede di essere sciolto, tra necessità e determinismo storico da una parte e libertà e volontà umana dall’altra. In realtà si tratta di un rapporto quanto mai dialettico: gli umani hanno sempre a che fare con entrambi i lati nella tessitura della storia e delle società. Si trovano condizionati dai vincoli naturali, decidono liberamente e volontariamente di forzarli, danno vita ad un complesso materiale, produttivo e strutturale determinato che costituisce per le nuove generazioni un vincolo a sua volta, come se di nuovo la natura incombesse con la sua necessità (e di fatto la necessità e i limiti naturali sono attori sempre presenti nel processo). Ma le nuove generazioni si trovano tra le mani un patrimonio storico-materiale e culturale ricco di possibilità, non solo vincolante e predeterminante. Tutto sta nel concepire la storia umana come processo: giusto per evocare Hegel, il filosofo che più di ogni altro ha condizionato Marx, la verità sta nel concepire la sostanza come soggetto.

16. Il problema, allora, diventa: se la lotta di classe, la dialettica e le contraddizioni, la negatività sono il motore e la benzina della storia, la loro eliminazione con l’instaurazione di una società senza classi non comporterà la fine della storia? E questo non è in contraddizione con le premesse, cioè con la perenne storicità degli esseri umani e delle società da loro costruite?

17. Il problema viene amplificato dalle posizioni espresse da Engels in alcuni testi da lui scritti tra il 1878 e il 1880, in particolare L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza e L’Anti-Dühring, attraverso i concetti di necessità dialettica, di socialismo scientifico e di inevitabilità dell’avvento del socialismo. Secondo alcuni vi sarebbe qui un eccesso di “positivismo”. In sostanza dietro tali posizioni vi sarebbe la costruzione di una vera e propria filosofia della storia, una sorta di ritorno alle posizioni “logicistiche” e “idealistiche” hegeliane: data la società divisa in classi, data la lotta di classe, seguono necessariamente la rivoluzione e l’avvento del socialismo e della società senza classi. Detto altrimenti: la borghesia produce il proletariato che è la sua stessa negazione. Tuttavia, questa la conclusione di Engels che vi propongo, e che si trova anche nel III libro del Capitale: compito storico del proletariato, e dunque dell’umanità che esso simbolicamente rappresenta, e quindi fine, scopo e non fine della storia, rimane il passaggio dal regno della necessità al regno della libertà.

La promessa tradita e l’uomo sopravvalutato

Ho pensato talvolta, dopo il cosiddetto “crollo del comunismo” (che in verità è stato il crollo di una serie di regimi e di sistemi politico-economici fallimentari), che forse i principi del marxismo e del comunismo, le idee di una società di liberi ed eguali, sono qualcosa di troppo alto e inarrivabile per gli umani così come sono fatti. Perle date ai porci. Il marxismo ha promesso qualcosa che non ha saputo mantenere anche perché ha sopravvalutato gli esseri umani. Una tesi decisamente poco dimostrabile sul piano storico e scientifico, e una magra consolazione sul piano psicologico – magari un po’ narcisistica e individualistica, autoconsolatoria e costruita ad arte da e per le anime belle. Ma non voglio approfondire.

il-correttore.jpgRiporto però a mo’ di conclusione, un brano in linea con queste argomentazioni, tratto da un breve romanzo di George Steiner, Il correttore, che rappresenta per certi aspetti uno straordinario bilancio dell’esperienza storica e teorica del comunismo e del marxismo in forma letteraria (talvolta i poeti e i romanzieri dicono meglio e di più dei filosofi e dei saggisti). Il protagonista che qui parla, un militante dei vecchi tempi, sta discutendo al bar con padre Carlo, un compagno di partito:

“Il marxismo ha reso all’uomo il massimo onore. La visione di Mosè e di Gesù e di Marx, la visione di una terra giusta, di un amore per il prossimo, di un’universalità, l’abolizione delle barriere fra paesi, classi, razze, l’abolizione degli odi tribali: questa visione era – siamo rimasti d’accordo su questo, vero? – un’immensa impazienza. Ma era anche qualcosa di più. Era una sopravvalutazione dell’uomo. Una sopravvalutazione forse fatale, forse insensata, eppure magnifica, giubilante, dell’uomo. Il più grande complimento che gli sia mai stato fatto. La Chiesa ha ostentato un disprezzo tremendo per l’uomo. L’uomo è una creatura caduta dalla grazia, condannata a trascorrere la sua sentenza a vita lavorando col sudore della fronte. Polvere alla polvere. Per il marxismo invece le sue capacità non conoscono confini, i suoi orizzonti, i balzi del suo spirito sono illimitati, o quasi. L’uomo mira alle stelle. Non è infangato dal peccato originale ma è lui stesso l’origine. […] Sì, abbiamo sbagliato. Sbagliato mostruosamente, come dici tu. Ma il grande errore, quello di sopravvalutare l’uomo, l’errore che ci ha traviato, è in assoluto la mossa più nobile dello spirito umano nella nostra tremenda storia. Per me, per tanti prima di me, questo errore ha compensato le nostre mancanze. Ha trasformato la barbona ubriaca che sta qui davanti a noi in una cosa senza limiti. Ogni mendicante è un principe di possibilità”.

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10 Risposte to “CHE NE E’ DI MARX? – parte seconda”

  1. Ares Says:

    Ares

    Questo post e’ “tosto”.. devo leggerlo con calma..

    ..md ..dividerlo in pilloline no !?!?

  2. md Says:

    eh eh! ma è già in pillole… comunque prometto di non scrivere più nulla di “tosto” per lo meno fino alla prossima settimana

  3. Milena Says:

    @ md.
    Mi stavi aspettando al varco? o ti stavo aspettando io?
    E’ da un po’ che mi stavo chiedendo, infatti, quando ti saresti deciso a postare la “seconda parte”.
    Me la dovrò studiare.

  4. Milena Says:

    Cari amici,
    questa seconda parte l’ho trovata di difficile comprensione – per le mie limitate capacità, s’intende, che non ho una formazione “filosofica”, non sono laureata, i miei studi sono piuttosto raffazzonati e la mia memoria a questo punto comincia a non volerne più sapere di tutto ciò che non è essenziale alla realtà immediata.
    Difficile avere una visione totale dell’insieme che Mario ci presenta, e dovrei studiare e leggere molto di più. Ma soprattutto capire cosa farmene di queste nozioni adesso.
    Un passo alla volta.

    Ne faccio allora uno indietro, al momento che ho cominciato ad osservare il mondo che mi girava attorno e sono stata indotta a fare anche una scelta politica fra le possibilità che mi si presentavano. Scelte che quando si è molto giovani sono per lo più scelte istintive, dettate da non si sa bene quali ragioni sconosciute – e forse più che di ragioni, per quanto mi ricordi, dovrei parlare di emozioni.
    Così è stato, infatti, e non ho avuto molti dubbi sul mio propendere verso sinistra, tant’è che il mio primo voto politico è andato a Capanna.
    E oltre al fatto che a quei tempi era anche di “moda”, cosa che peraltro non spiega l’adesione di chi invece fece la scelta opposta – come fece mio fratello, per esempio, che abbiamo solo quattro anni di differenza e proveniamo dalla stessa famiglia e dallo stesso ambiente, più o meno, dato che lui è andato a studiare al collegio Rotondi! – azzardo l’ipotesi che fosse soprattutto la mia educazione cattolica a farmi scegliere il Bene per tutti, e ad aborrire scelte fatte per esclusivo interesse egoistico personale.
    Ma forse sono state proprio le nostre famiglie borghesi il crogiolo che ha permesso agli stessi fratelli di aderire a visioni della vita così diverse.
    Al tempo dei miei nonni, contadini, per il luogo e i tempi in cui sono nati, per la mancanza di studi e opportunità di conoscere alternative, la religione era l’unica fede che gente come loro si poteva permettere.
    Mio padre, però, poi è stato democristiano o liberale, il genere di uomo che “si è fatto da solo”, un muratore che dalla miseria nera è riuscito a diventare un modesto imprenditore edile – due o tre operai o qualcuno in più se il lavoro lo richiedeva – e ad ottenere un discreto successo e benessere. A me però è sempre sembrato anche troppo, ma soprattutto troppo l’attaccamento alla ricchezza ed ai suoi simboli, tanto che tutti gli interessi della vita sembravano girare attorno al lavoro e al denaro e al bisogno di migliorare la condizione sociale. Condizione che doveva essere resa esplicita dal possesso di beni, cose, case, terreni, averi, conti in banca, bot cct, btp, compresi i bicchieri di cristallo della mamma in bella vista, ninnoli, avori, statuine di capodimonte coi pizzi sbuffanti dai polsini, orpelli, tappeti pseudorientali, argenterie, ori e pellicce. Cose che in realtà io vivevo perlopiù come fastidiose e importune, con le quali dovevo lottare persino, perché venivano sempre loro – le cose – ancor prima dei “miei” bisogni e desideri umani.
    Sono stati gli anni della grande abbuffata, e se la società era divisa in classi, i miei genitori, e chi come loro, avevano ben chiaro a quale classe convenisse appartenere. Per me, invece, anche come donna, non sembrava ci fosse quella gran convenienza.
    La cosa che più di ogni altra non riuscivo a digerire era l’ipocrisia di chi va in chiesa, dice di essere cattolico e poi, senza neppure nasconderlo, pensa solo ad aumentare il suo benessere privato, ha massima cura dei particolari esteriori e non ci trova nessuna contraddizione – be’ certo, di quando in quando fa l’elemosina, si confessa e riceve il corpo di Cristo. Ma non è che io per quel corpo sentissi una grande attrazione, che erano altri i corpi che mi interessavano, compreso il mio.
    E comunque, dal mio punto di vista persino madre Teresa era un modello migliore. E Gesù Cristo, se non vogliamo per forza credere all’interpretazione che dei Vangeli dà la Chiesa e il Vaticano, per quanto mi ricordo era piuttosto rivoluzionario.
    Sì, adesso che ci ripenso, mi pare di scoprire proprio nel rifiuto di quel mondo ipocrita, in quella rabbia, l’origine della mia inclinazione o attrazione rivoluzionaria.
    Devo dire che ho avuto una certa fortuna a non farmi accalappiare dai movimenti ciellini di quegli anni. Ma no, non si può parlare di fortuna, che col mio spirito ribelle di allora piuttosto ero più adatta per l’anarchia.
    Mio fratello però è stato, e forse è ancora, persino fascista, e in generale ancora adesso la mia famiglia propende verso destra, leghisti e/o berlusconiani convinti, a seconda di dove tiri la maggiore opportunità di profitto.
    Io e un mio zio, che nel portico di casa teneva appesa la gigantografia di Pellizza da Volpedo, siamo sempre stati le uniche pecore nere, anzi rosse della famiglia. Comunque lui poi è morto suicida, perciò ora sono rimasta solo io.
    Fin da ragazza io e mio padre abbiamo avuto delle discussioni inconciliabili e feroci. Ma di quelle discussioni ricordo che l’idealista io ero, mentre il realista era mio padre. Secondo lui non c’erano alternative: bisognava adattarsi e piegarsi alle condizioni dell’esistenza per quelle che sono, tutt’al più cercare di trarre il miglior vantaggio da circostanze che in ogni caso non si possono cambiare. Compreso il fatto che ero femmina e non potevo avere la libertà che avevano gli uomini. Che poi non è che nemmeno i miei fratelli avesso delle grandi prospettive, solo che erano più furbi e avevano imparato ad adattarsi. Poveretti.
    Quali fossero allora i contenuti del mio idealismo, non me lo ricordo più, l’ho già detto, o ne ho un ricordo vago. E se l’ho rimosso è stato perché anch’io ad un certo punto ho dovuto scegliere di regolare le mie azioni sul bisogno e la sopravvivenza. E anche se ho sempre votato per la sinistra, di fatto sono stata una commerciante, ed è chiaro che nella prassi un commerciante deve badare ai suoi interessi, altrimente chiude bottega e va tutto a rotoli. Casa, matrimonio, figli e famiglia. Di quel periodo della mia vita ancora adesso mi è difficile prendere le distanze.
    Ma se non voglio più ricordare i contenuti di quel mio idealismo giovanile è perché, da quando ho iniziato a studiare un pochino – malamente, s’intende, che faccio quel che posso – non mi accontento più di assorbire le idee che mi vengono mediate in modo irrazionale ed emozionale, e che quasi quasi preferisco non avere idee che non essere abbastanza certa delle idee che voglio sostenere.
    Una cosa però, ditemi se sbaglio, mi è abbastanza chiara. Che è impossibile non avere a che fare con le idee. Ma che si tratta di scegliere quelle giuste, esserne abbastanza, anche se relativamente, certi, e saperle esprimere in modo chiaro e non confuso.
    Per questo accolgo molto volentieri di intraprenderne lo studio.
    Il fatto che ho iniziato da queste premesse è perché ho paura di innamorarmi ancora.
    Potevo dire appassionarmi, ma forse non è che un sinonimo.
    Che poi, come non capire anche in modo intuitivo che la Rossana Rossanda – che anche nel nome fa il pieno doppio – è stata fra i pochi che sono riusciti a dire che il sistema del lavoro, così come sta andando verso la mobilità e il precariato, non va bene, che non è giusto e bisogna cambiarlo? che, insomma, non ci si deve arrendere a come vanno le cose. Le cose!
    Stiamo forse aspettando una Rosa che ci dia un’alternativa?
    Ci si sente.
    Milena.

  5. fiak Says:

    Uff che faticaccia, post bellissimo, riprende perfettamente quasi tutto il pensiero di Marx, ma non scolasticamente, bensì elasticamente e con spunti davvero interessanti (per es Steiner mica lo conoscevo): 30 e lode. Bello pure il commento di Milena, anche se forse un pò sviante… In fin dei conti il Comunismo teorizzato da Marx e riproposto da md non è proprio quello per il quale andiamo a votare in Italia (purtroppo).

    Concordo con md sul giudizio finale che dà del comunismo: perle date ai porci! Ma del resto basta guardare l’uomo per capire che l’uomo medio, se potesse scegliere tra il bene totale (ovvero quello comune a tutta l’umanità) e il bene particolare (quello personale), sceglierebbe sempre il bene particolare. Ma l’essere troppo utopici e il pensare che l’uomo possa migliorarsi forse è un pò il limite di una parte della filosofia che va da La Repubblica di Platone fino a Marx.

    Nel tuo post sono presenti i due temi che più mi interessano del pensiero del Nostro:
    1)”Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza”. Punto con il quale concordo totalmente.
    2)Il problema della filosofia della storia in Marx, o meglio la negazione della filosofia della storia in Marx. Ovvero: Marx definisce preistoria tutta la storia dell’umanità antecedente al comunismo, ovvero tutta l’evoluzione delle contraddizioni tra forze produttive e rapporti economici; ma una volta superata questa contraddizione nel comunismo può esistere una storia dell’uomo?

    E ora scusa md, forse mi sono preso un pò troppo spazio per il commento, ma sai com’è…

  6. Milena Says:

    Sì, effettivamente il mio prec. commento è eccessivo. E magari anche sviante. E forse avrei dovuto inviarlo in fondo a tutti i commenti che da qui in poi saranno inseriti. Se md. lo vuole cancellare, mi va benissimo.

  7. Marx: Il Concetto di Lavoro « Briciole di Filosofia Says:

    […] altri post su Marx, che non mancheranno, vi invito a leggere l’esauriente post di md su Marx: “Che ne è di Marx? Parte seconda” Tutti gli argomenti filosofici trattati sono reperibili attraverso la pagina […]

  8. titus Says:

    sono incazzato!
    avevo intenzione di fare la mia tesi finale su “il concetto di tempo libero in Marx” o “da Marx a…”, cercando di buttarci dentro anche un po’ della critica situazionista.
    ma ste mummie di docenti universitari sembrano non apprezzare l’argomento. io insisterò fino alla nausea (loro…)

    *modalità rabbia off*

    questo post è davvero ben fatto. di sicuro tornerò a leggerlo altre volte.
    un saluto

    *modalità rabbia on”

  9. titus Says:

    sono incazzato!
    avevo intenzione di fare la mia tesi finale su “il concetto di tempo libero in Marx” o “da Marx a…”, cercando di buttarci dentro anche un po’ della critica situazionista.
    ma ste mummie di docenti universitari sembrano non apprezzare l’argomento. io insisterò fino alla nausea (loro…)

    *modalità rabbia off*

    questo post è davvero ben fatto. di sicuro tornerò a leggerlo altre volte.
    un saluto

    *modalità rabbia on*

  10. md Says:

    grazie titus, e tieni duro contro le mummie!!!
    (interessante la faccenda del tempo libero – o liberato – in Marx…)

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