ANTROPOLOGICHE DISSOCIAZIONI

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Scenario numero 1

E’ da molti anni che con alcuni amici insegnanti seguo e commento quel che succede nel mondo della scuola e, di riflesso, nel mondo giovanile. La china che i nostri discorsi di solito prendono è piuttosto pessimistica. Cosa che da una parte mi dà sollievo se penso che ho rischiato di fare l’insegnante, mentre dall’altra, com’è ovvio, mi preoccupa fortemente. Con la mia amica prof per antonomasia Donatella, ad esempio, l’altro giorno sul treno abbiamo avuto una discussione fitta di oltre un’ora su questi argomenti. Le nostre conclusioni non lasciavano speranze: i ragazzi non sanno niente, non imparano niente, sono delle teste vuote, delle pure macchine desideranti, ecc. ecc. Naturalmente fosse tutto qui sarebbero solo i discorsi di due vecchi tromboni nostalgici – ai nostri tempi era tutta un’altra cosa! – che pensano che il mondo, siccome prima o poi farà a meno di loro, professionalmente e, si spera molto in là, biologicamente, è destinato a rovinare in una barbarie delle intelligenze senza scampo. Eppure su una cosa, secondo me, avevamo ragione: i ragazzi di oggi, specie quelli nati nell’ultimo decennio, sono sovrastimolati tecnologicamente e del tutto impreparati emotivamente. (Che è poi la tesi di Umberto Galimberti nel suo recente saggio L’ospite inquietante, su cui tornerò prossimamente). Personalmente non temo affatto la tecnica, non la ritengo un mostro che ci succhia l’anima – altrimenti non scriverei qui – e non mi rappresento il futuro come uno scenario fosco quando non apocalittico. E tuttavia è vero che esiste una profonda dissociazione nell’attuale vita dell’homo sapiens tra il potentissimo apparato tecnologico di cui dispone, e la pochezza delle misure etiche, politiche e sociali per ordinarlo e farlo diventare effettiva risorsa per uno sviluppo armonico delle sue facoltà. Questo vale soprattutto per chi tale potenza se la trova rovesciata addosso tutta in una volta, in maniera quasi incontrollata, e cioè i ragazzi. Non v’è dubbio che questi hanno un’infinità di stimoli e di fonti conoscitive in più dei loro predecessori (non solo rispetto ai nati e cresciuti, come me, nell’epoca predigitale, ma anche a quelli di 5 o 10 anni più vecchi di loro), ma il problema è: cosa se ne fanno?

Scenario numero 2

La meraviglia che ogni volta provo durante i miei incontri di bibliotecario con i bambini/ragazzi di 10 anni, è insieme contraddittoriamente la riprova e la smentita di quel che dicevo prima. L’altro giorno, ad esempio, abbiamo parlato delle “frasi significative” per connotare i libri da loro scelti. Prima di commentare le frasi, abbiamo riflettuto insieme su che cosa si potesse intendere per “frase significativa” e le ipotesi emerse hanno cominciato a farsi un po’ troppo filosofiche perché io non insistessi. Il tenore della discussione era più o meno il seguente: ciò che è saliente, che sporge, che sale, dunque il venire in superficie, ma allora vuol dire che questo qualcosa che viene in superficie prima era sotto, ben nascosto, si trovava in profondità, e noi lo abbiamo fatto emergere… poi qualcuno ha parlato di “essenziale”, io ho scritto la parola “essenza” sulla lavagna… pausa, respiro profondo, andiamo avanti, che cos’è secondo voi l’essenza di un libro? poi, non so bene perché, si è cominciato a parlare di “tracce”, le frasi significative e/o essenziali possono essere tracce… per chi? chiedo io; poi, quando un ragazzino ha detto “ma anche chi legge lascia delle tracce, le sue tracce, nel libro che ha letto” – e non intendeva affatto tracce grafiche, sottolineature o simili – beh, a quel punto non ho potuto fare a meno di bloccarmi e di esprimere la mia sorpresa anche fisicamente, tenendo la bocca spalancata per qualche secondo, dopo di che mi sono ripreso e abbiamo proseguito.

Ora, come questi bambini svegli e “filosofici”, curiosi e proiettati nel futuro, e che non sono un’eccezione, possano diventare di qui a uno-due anni degli svagati, inerti e ciondolanti (quando va bene) adolescenti, non saprei dire. (Ad onor del vero, se faccio uno sforzo di memoria mi ricordo benissimo di avere ciondolato anch’io a suo tempo). Gli è che ho l’impressione che i ragazzi di oggi siano infinitamente più intelligenti ma, anche, infinitamente più soli e lasciati a loro stessi di quanto non mi sentissi io. E ciò ad onta (o proprio a causa) del profluvio di beni, di merci, di informazioni e di stimoli da cui sono costantemente sommersi (compreso un mare di cazzate in cui rischiano di annegare). Un io narcisistico e onnidesiderante in costante espansione, ricalcato sul mondo più becero degli adulti più beceri, sullo sfondo del deserto sociale, etico e politico.

Credo che gli scenari numero uno e numero due siano veri entrambi, e ci dicano soprattutto una cosa: la necessità di dotarci presto, con urgenza, di capacità educative e formative (non solo di apprendimento o insegnamento) che siano in grado di armonizzare ciò che ora è profondamente dissociato e disorganizzato, se non vogliamo che i futuri umani siano degli ircocervi, delle creature magari ipercerebrali, dotate di protesi smisurate e però con uno spirito arido e asfittico, senza cuore.

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43 Risposte to “ANTROPOLOGICHE DISSOCIAZIONI”

  1. fiak Says:

    Sinceramente sono ignorante in materia, quindi preferisco non addentrarmi in commenti specifici. C’è stato un salto generazionale e le capacità tecniche che separano la tua generazione, come più o meno la mia, da quella odierna sono enormi. Credo che questo sia stato lo stesso dilemma che si è posto mio padre quando 12 anni fa mi comprai un pc con i soldi della mia prima comunione…. Secondo me la nuova generazione riuscirà a metabolizzare il mondo iper tecnologico digitalizzato e a ritrovare la propria umanità con parole e mezzi diversi dai nostri, un pò come abbiamo fatto noi, e come facciamo tutt’ora attraverso questo blog.

  2. Ares Says:

    Ares

    APPUNTI … scusa md.. se uso il tuo post.. comincio a prendere questi appunti..

    1) sovra stimolazione educativa
    2) sovra responsabilizzazione da pare degli educatori.. tutti.
    3) quotidiana negazione patica, da parte degli adulti, dei punti 1) e 2)
    4) nessuna prospettiva futura.. lavoratica, sociale..
    5) difficolta’ di individuare un ruolo sociale che non sia gia’ occupato o impossibile da raggiungere.

  3. Ares Says:

    6)cazzeggio o giondolio come necessita’ vitale di compensazione

  4. Ares Says:

    7) non trovano spazi per il tempo libero e se li trovano sono gia’ strutturati e oragnizzati

  5. Ares Says:

    8 ) difficolta’ di avere un tempo libero da trascorrere con gli adulti

  6. md Says:

    cos’è, l’elenco della spesa?

  7. Ares Says:

    Ares

    No, e’ un tentativo di comunicazione a punti.. non volevo essere discorsivo..

  8. Ares Says:

    Ares

    e’ una comunicazione “interattiva”.. dove chi legge e’ anche colui che afferma e completa autonomamente lo scritto intuendo gli argomenti di raccordo..

  9. Ares Says:

    Ares

    ..e’ un tentativo di “comunicazione creativa”..

  10. Milena Says:

    A me sembra che stai parlando da solo

  11. fiak Says:

    @ares
    Grazie per avermi messo qui l’elenco della spesa. Don’t worry, ora ci penso io ad andare al supermercato! Così Milena non può dire che stai parlando da solo!

  12. Milena Says:

    A parte tutto, Ares, mi sembra che c’hai il polpastrello facile!
    Cos’è, soffri la sindrome dell’unghia incarnita?

  13. chiarac Says:

    la mia modesta e banale opinione:
    i ragazzi di oggi non sono nè più intelligenti nè più scemi. Come in tutte le generazioni ce n’è di intelligenti e di scemi. La questione tecnologica si giustappone a questa, facendo sì che chi ha poco interesse si limiti a chattare e mandare sms, chi ne ha di più sfrutterà di più le potenzialità che ha a disposizione. Questo non toglie che è nostro (o cmq degli educatori) preciso dovere aprire a tutti i ragazzi tutte le porte possibili, di modo che ciascuno abbia la possibilità di conoscere il mondo in cui vive e le possibilità che ha davanti, e saperle usare. ciascuno dovrebbe avere la possibilità di venire a contatto nel modo giusto con quell’argomento, quel pensiero, quel mondo che gli sono congeniali.
    E notare che quegli stessi argomenti pensieri e mondi, se offerti nel modo sbagliato, non faranno scoccare la minima scintilla.
    Penso ad esempio al classico caso del libro adolescenziale, quello che ti cambia la vita, tipo Il giovane holden, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, libri così. se ti ci imbatti di tuo magari ti segnano l’adolescenza, ma se te li fa leggere il prof a scuola?? o il prof è veramente un bravo prof, oppure – nella maggior parte dei casi – ti ha distrutto una possibile esperienza profonda.
    soluzione? prof più bravi, ma anche genitori più bravi e più attenti. Se un ragazzo cresce nell’indifferenza è ben difficile pretendere che d’un tratto si risvegli, per quanto possa capitare.

  14. Ares Says:

    Ares

    Io credo che i giovani abbiano pochi esempi.. esempi positivi intendo.. non parlo dei miti.. parlo proprio di persone comuni ingrado di suscitare in loro riflessioni, emozioni.. .. partendo dai genitori.

    Anche se, devo dire che i genitori(alcuni geniitori), non sono messi in condizione di occuparsi dei prori figli e di essere per loro degli esempi; per questo la societa’ si e’ dotata di individui che per certi aspetti sono dei genitori surrogato..anche se non dovrebbero esserlo… ma purtroppo la societa’ vuole cosi’..

    I prof. dovrebbero essere in grado di capire che il loro ruolo e’ importantissimo,anche se questo non viene ribadito dalla societa’,.. non devono aspettarsi che l’autorevolezza cada dall’alto,che in qualche modo siano investiti d’autorevolezza,.. l’autorevolezza si costruisce giorno per giorno con i ragazzi ma anche lavorando con se stessi, cercando di colmare le proprie lacune, cercando di costruire il proprio pensiero e il proprio ruolo, giorno per giorno. E’ faticoso, impegnativo.. non retribuito.

    Se non si e’ ingrado di costruire la propria autorevolezza forse e’ bene cambiare mestiere e occuparsi d’altro.. nessuno ci obbliga a fare i prof.

    Forse quando non ci saranno piu’ i mestieranti della scuola.. tuta la scuola avra’ l’autorevoleza che merita e il riconoscimento sociale che merita.

  15. Ares Says:

    Ares

    @Milena.. sei la solita antipatica… uffffffffff.. adesso ho anche l’unghia incarnita?!?

    .. ho solo sovvertito la tua prassi comunicatica, obbligandoti, oltre che a correggere i miei errori, anche a comporre attivamente i miei pensieri… direi propio che no stavo “parlando” da solo…. in realta’ stavo cercando di far parlate “te” da sola..

  16. Ares Says:

    Ares

    ..invece tu hai voluto fare la pigrona!! 😉

  17. Milena Says:

    …gli è che non posso stare tutto il tempo a battibeccare sul blog…
    …che sto cercando di scrivere un’elogio alla lentezza…
    …solo che oggi ho scopreto che l’hanno già scritto…
    …cappero… hanno già scritto proprio tutto…
    …mi sa che oramai mi toccherà restare senza lavoro…
    …e dovrò pelar patate per tutta la vita…
    …piano piano come una tartaruga…

  18. Milena Says:

    Secondo me i ragazzi li facciamo lavorare troppo. Tutti, così come a se stessi, anche ai ragazzi gli adulti richiedono “prestazioni”.
    Quando noi eravamo bambini avevamo due quaderni: uno verde e uno rosso. Verde per la scrittura, rosso per la matematica. Poi c’era un libro di lettura e un libro per storia e geografia. E l’album da disegno.
    Ora fin dalle prime classi vanno a scuola con un carico di quaderni e libri che raggiunge i quaranta chili. Forse sbaglio coi numeri, ma comunque è un peso enorme.
    Sono veramente sovraccaricati di materie e di nozioni. Compiti prove test dispense grafici fotocopie ecc.
    Invece di poche idee chiare e tonde, sono costretti a trangugiare un marmellone di idee confuse. Confuse perché sono troppe, e non possono aver il tempo di digerirle tutte.
    Senza contare che anche a casa sono sovraccaricati di immagini, suoni, contenuti e modelli, i più disparati, di mamma televisione. Pubblicità ed emozioni forti. E anche le attività fisiche, sport, piscina, calcio, danza, o altro diventano un altrettanto impegno “doveroso”, non sempre inteso come attività ludica, che va ad incastrarsi in stretti spazi di tempo.
    E’ vero, il mondo è stracarico e corre veloce, e loro, a voler ascoltare gli insegnanti più lungimiranti, devono imparare ad adattarsi. Devono imparare correre dietro al mondo per non restare indietro. Ma per andare dove? ah già, tutti a capofitto verso il precipizio! Per primeggiare, gareggiare, vincere, competere.
    Sono (siamo) tutti sotto troppa pressione.
    Il problema è: come fanno a riflettere, a concentrarsi, come fanno a comprendere dove sono, chi sono, cosa sta accadendo? Vanno avanti a ruota libera, senza mai tregua, senza fermarsi, oberati di cose da fare, cose da guardare, cose da mangiare, cose da comprare, cose, cose cose.
    Non hanno il tempo di scoprire da soli il mondo, non hanno il silenzio, non hanno il gioco semplice, fatto di bastoncini di legno, foglie, sassi, sabbia, formiche.
    Quando io ero bambina quando ci raccontavano la storia del santo tal dei tali, per farci capire quanto fosse bravo e santo dicevano che si alzava la mattina quand’era ancora buio per andare a scuola lontana molti chilometri di strada.
    Ora, una gran parte dei ragazzi fa la stessa cosa, vive da pendolare. Usa i mezzi pubblici, è vero, ma molti si alzano alle cinque e tornano a casa che è già sera, più o meno come gran parte dei loro genitori. Sono tutti santi, allora?
    Ma quando vivono? quando si divertono, giocano? Ah be’, gli diamo in mano i telefonini… possono giocare con quelli.
    Il tempo andrebbe distribuito in modo armonioso fra impegno, studio o lavoro e ozio. Non si può sfruttarlo come un asino e pensare che diventerà un cavallo.

  19. Ares Says:

    Ares

    Si sono sovraccaricati…. ma quel che e’ peggio e’ che non c’e’ nessuno ingrado di spiegargli in quali occasioni potranno “usare” tutte le nozioni che devono accumulare..

  20. Ares Says:

    Ares

    sempre che se ci siano le occasioni dove usarle 😦

  21. Ares Says:

    Ares

    Salviamone il piu’ possibile, instilando in loro il desiderio di conoscere per avere uno strumento in piu’ d’auto difesa e non tarpiamo il loro desiderio di rivolta anzi promuoviamola 8)

  22. Ares Says:

    Ares

    RI VO LU ZIO NE !! .. RI VO LU ZIO NE!! …hem pacifica !!

  23. Milena Says:

    ELOGIO DELLA LENTEZZA

    “Andare lenti è incontrare cani senza travolgerli, è dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, è trovare una panchina, è portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. È suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volontà, ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo.
    Andare lenti è fermarsi su un lungomare, su una spiaggia, su una scogliera inquinata, su una collina bruciata dall’estate, andare col vento di una barca e zigzagare per andar dritti. Andare lenti è conoscere le mille differenze della propria forma di vita, i nomi degli amici, i colori e le piogge, i giochi e le veglie, le confidenze e le maldicenze.
    Andare lenti sono le stazioni intermedie, i capistazione, i bagagli antichi e i gabinetti, la ghiaia e i piccoli giardini, i passaggi a livello con gente che aspetta, un vecchio carro con un giovane cavallo, una scarsità che non si vergogna, una fontana pubblica, una persiana con occhi nascosti all’ombra. Andare lenti è rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore, con noia e nostalgia, con desideri immensi sigillati nel cuore e pronti ad esplodere oppure puntati sul cielo perché stretti da mille interdetti.
    […] Andare lenti vuol dire avere un grande armadio per tutti i sogni, con grandi racconti per piccoli viaggiatori, teatri plaudenti per attori mediocri, vuol dire una corriera stroncata da una salita, il desiderio attraverso gli sguardi, poche parole capaci di vivere nel deserto, la scomparsa della folla variopinta delle merci e il tornar grandi delle cose necessarie. Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni, fuori della scena principale e più vicini a tutti i segreti.
    […] Il pensiero lento offrirà ripari ai profughi del pensiero veloce, quando la macchina inizierà a tremare sempre di più e nessun sapere riuscirà a soffocare il tremito. Il pensiero lento è la più antica costruzione antisismica.”
    [Franco Cassano, Il pensiero meridiano)

  24. Ares Says:

    AressszzzZZZZzzzzzZZZZZzzzzzZZZzzzzZZZZZzzzzzzZZZZZZZ..zzzZZZZzzz

  25. Milena Says:

    ares, ti sei fatto un pisolino? ma dai, adesso svegliati!

    poco fa mi sono messa a studiare le istruzioni di un microregistratore e sapessi che fatica imparare nuove tecnologie. ci perdo un mucchio di tempo. poi fra una settimana quando mi capiterà di doverlo usare ancora me ne sarò già dimenticata e dovrò ricominciare tutto daccapo.
    oggi stavo pensando: altroché, forse mi piacerebbe andare a vivere a Cuba.
    che forse lì certi mezzi tecnologici non arrivano e uno ne può fare benissimo a meno.
    e non è costretto a sentirsi un cretino perché non sa usarli.

  26. Milena Says:

    però tornando ai ragazzi…
    … ho sentito dalla viva voce di un ragazzino italo-tedesco (che studia in Germania) che lì da loro il sistema scolastico della scuola media prevede classi differenziate a seconda delle materie e del livello raggiunto da ognuno in ogni disciplina.

    Ossia: uno può essere al livello “terzo” in matematica e al livello “secondo” in lingua tedesca, e al livello “primo” in fisica, per esempio, e cambiare classe al termine di ogni ora.
    Ovvero non si pretende che tutti i ragazzi della stessa classe raggiungano contemporaneamente e nello stesso anno la preparazione sufficiente in tutte le materie, per poi bocciarli su tutta la linea come si fa in Italia se non raggiungono il top.

    Che in fondo mi sembra giusto che vengano rispettati i tempi di ogni ragazzo.
    Così come non è giusto che uno sia punito in ciò che non è nelle sue corde, e viceversa, essere costretto ad un apprendimento lento quando eccelle in certo altro campo.

  27. Ares Says:

    Ares

    Scusa la curiosità femminile … ma cosa ti serve il microregistratore ?

  28. Milena Says:

    Il problema nella scuola è sempre lo stesso: si pretende che i ragazzi si conformino al sistema scolastico, invece di adattare il sistema al modo di essere di ogni ragazzo.
    Il sistema ci vuole omologati. E serviamo al sistema solo se siamo omologati.
    I contraccolpi però poi si vedono. E si sentono i risultati. Che non è facile sentirsi bene se sono costretti in griglie strette in cui non possono esprimere le loro capacità.
    Qualsiasi esse siano. Che devono poter essere portate alla luce, e non sepolte.
    Che devono essere valorizzate. Perché ognuno di loro è un principe di possibilità!

  29. Milena Says:

    @ Ares
    forse ho sbagliato a dire “micro”, visto che è 10 X 2,5 cm. Ma comunque è molto piccolo rispetto a quelli che abbia mai usato, e mi serve per registrare le lezioni. E quando mi deciderò magari per fare qualche intervista. Mah…
    Vuoi essere intervistato? Vuoi fare da cavia?

  30. Ares Says:

    Ares

    hem… dipende su cosa vertira’ l’intervista?

  31. Ares Says:

    Ares

    .. concordiamo le domande!

  32. Milena Says:

    se per questo possiamo concordare anche le risposte
    è bello “concordare”
    e capita così di rado

    buon pomeriggio

  33. Milena Says:

    oggi mi sono decisa e ho acquistato “L’ospite inquietante” di Galimenrti.
    poi non ho resistito e ho preso anche “Psiche e techne”. mi piace molto e avevo voglia di dirlo, se si può dire
    cmq ho già fatto un bel giro sulla giostra, ma adesso smetto perché ho male agli occhi
    ricomincio domani

  34. chiarac Says:

    colgo lo spunto offerto da milena… sarei molto curiosa di conoscere l’opinione di md su Galimberti… a me sta piuttosto antipatico, ma non voglio stare a dire ora perchè, perchè sarei ancora più off-topic. A riparlarne!

  35. Milena Says:

    molto curiosa di sapere anch’io…
    cmq. io Galimberti non lo conosco affatto di persona e non so se sia davvero utile conoscere il personaggio per comprendere meglio i suoi libri – se è questo che intendevi, chiarac.
    In quando a “Psiche e techne”, già solo dall’indice ce n’è abbastanza da perdersi ma sicuramente ci sono una marea di spunti interessanti.
    Perciò, ancora è presto ma anch’io dico, A riparlarne!

  36. chiarac Says:

    personalmente non ricordo di averlo mai visto nemmeno io, per “antipatico” intendevo le sue posizioni, per lo meno alcune che lessi proprio in psiche e techne…

  37. md Says:

    Per parte mia mi limiterò a recensire “L’ospite inquietante” (posso solo anticipare che lo trovo un testo stimolante per alcune cose, ma scontato e persino semplicistico per altre, forse la cosa dipende dal taglio divulgativo). Non ho conoscenze sufficienti per dare un giudizio complessivo su Galimberti, posso solo dire che alcune sue posizioni sulla tecnica e sulla consulenza filosofica mi lasciano perplesso, ma non c’è dubbio che sia un pensatore interessante.

  38. Milena Says:

    va bene, chiarac, nel qual caso e per quanto mi riguarda, ho letto solo i primi 5 capitoli (letto, non studiato), leggiucchiando qua e là a caso qualche altro cap., per esempio l’analisi di Severino sulla fine del capitalismo, e i cap. sull’anima.
    E poi, come sempre, sono andata a legermi l’ultima frase che dice: occorre infatti evitare che l’età della tecnica segni quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più: “che cosa possiamo fare noi con la tecnica?”, ma “Che cosa la tecnica può fare di noi?”.
    Cmq di Galimberti proprio settimana scorsa mi sono persa una sua conferenza. Peccato, anche conoscerlo di persona non mi sarebbe dispiaciuto.

  39. Milena Says:

    Ciao Mario, non avevo ancora letto la tua risposta, cmq. proprio ieri sul Manifesto è comparsa una recensione su “L’ospite inquietante”, dal titolo “Adolescenti in marcia verso il nulla”, di Gloria Germani, pag. 15.

  40. md Says:

    grazie Milena, la leggerò.
    Ecco, di Galimberti (ma anche di Severino, Heidegger, ecc.), non mi piace quella che potremmo chiamare “soggettivizzazione” delle strutture storiche, sociali, antropologiche, ecc.: la Tecnica, l’Apparato, il Divenire, ecc. Danno sempre l’idea di forze da cui siamo agiti, e non di facoltà, categorie, concetti di cui ci serviamo. In realtà sarebbe più corretto parlare di dialettica io/non-io, tanto per citare Fichte, un filosofo che non va più molto di moda… ma, come sempre, ci tornerò…

  41. Milena Says:

    mi sembra di capire che da quello che chiami “soggettivazione” delle strutture storiche, sociali, antropologiche, ecc. derivi l’impoverimento, se non la perdita, della libertà dell’uomo, visto che, come dici, sembrano forze da cui siamo agiti.
    E’ vero che sono concetti di cui ci serviamo, ma è anche vero che certe strutture, e relativi concetti, possono ottenere o hanno ottenuto un potere reale per cui riescono ad agire davvero in tal senso. Potrebbe essere che avendole pensate, e quindi fatte in tal modo, abbiamo consegnato loro il potere di lasciarci agire?
    Se è così, allora bisognerà cominciare a pensarle diversamente?
    Magari… se tutto dipendesse da come ognuno di noi pensa?

  42. Milena Says:

    posto qui questo articolo, per chi avesse voglia di leggersi il punto di vista del Galimberti sulla trasformazione antropologica in corso
    http://sra.itc.it/people/avesani/var/galimberti.html

  43. mario Says:

    Tempo fa quando nostro figlio andava ancora alle elementari mi accorsi che nel suo apprendere gli mancava qualcosa. Nella sua testolina piena di nozioni teoriche gli mancava il canto del gallo,non sapeva cosa fosse. Prendemmo l’occasione per una
    gita fuori porta e lo portai in una cascina. IL contatto con la realtà fu chiaramente scoccante. Un’altra volta andammo in montagna,lontani dall’abitato,
    il silenzio accompagnato dal profumo di resina e dal sommesso scrosciare dell’acqua,il toccare con le mani le rocce,il vedere l’ampliarsi del panorama
    dietro all’ultimo larice che costeggiava l’andare sinuoso del sentiero apri
    un diverso mondo a lui conosciuto. Il nostro mondo…prima di tutto.
    Forse meno parole e più sgambate,amplierebbero un pò di più gli orizzonti
    dei nostri ragazzi.

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