E SE AVESSE RAGIONE SEVERINO?

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Emanuele Severino, uno dei più importanti filosofi del nostro tempo, pensa controcorrente che la pazzia dell’Occidente sia dovuta alla sua ammissione originaria della realtà del divenire: sono i Greci ad evocare per primi questa realtà, a pensare che le cose escono dal nulla e nel nulla tornano (si pensi ai presocratici, ad Anassimandro in particolare, o a Eraclito). La nostra civiltà si fonda su questo pensiero originario e porta in sé il marchio, le stigmate del nulla e del divenire. Tutto scorre, nulla è stabile, ogni cosa è destinata a passare. E le cose, separate dalla loro eternità, sono così disponibili ad essere consumate e annichilite dalla nostra vorace volontà.

La summa contemporanea di questo modo di pensare le cose è senz’altro rappresentata da Nietzsche, il filosofo che del nichilismo dell’Occidente è l’araldo più impietoso e impavido, colui che squarcia gli ultimi illusori veli che ci tenevano ancorati a qualcosa di immutabile. Il profeta di Zarathustra, che non è il fautore del nichilismo ma colui che si limita ad annunciarne la verità estrema, provvede a tagliare le ultime ancore, a gettare le zavorre e a proclamare infine la morte di Dio.

Durante una delle mie quotidiane passeggiate solitarie, guardando uno dei meravigliosi tramonti che il cielo autunnale talvolta ci regala, mi sono chiesto se Severino non avesse ragione a ritenere la civiltà occidentale, e la filosofia che la percorre in lungo e in largo, follia pura. Provavo ad immaginare come poter pensare quel che i miei sensi osservavano – l’incessante mutamento dei colori e delle forme – al di fuori del pensiero del divenire, della caducità, del nulla. E’ possibile pensare a quel molteplice che passa davanti ai nostri occhi come a forme immutabili, momenti eterni, tutti ugualmente eterni, un eterno apparire di significati, destinati ad essere da sempre e per sempre? E’ per noi un pensiero troppo alto – o troppo folle a sua volta – cogliere le cose in un modo così diverso, così radicalmente diverso, rispetto all’abitudine di vederle consumarsi nel fuoco del divenire e della nostra supposta onnipotenza? Dove sta l’eterno, l’aion dei Greci, di casa?

foto di Aubé insanité
(p.s. Non è stato facile scegliere la fotografia da Flickr, dato che la ricerca su “tramonto” mi dava oltre 60.000 risultati; quella su “sunset” l’ho lasciata perdere a priori, il numero era superiore a 2.500.000!)

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63 Risposte to “E SE AVESSE RAGIONE SEVERINO?”

  1. Ares Says:

    Ares

    Se devo dirla fuori dai denti, l’intima consapevolezza che tutto e’ immutabile secondo me e’ il motore dell’attuale bisogno di cambiamento, di provvisorieta’, caducità…

  2. Ares Says:

    Ares

    .. novità

  3. Ares Says:

    Ares

    Il nostro indagare nell’infinitamente piccolo … e’ il tentativo di cercare qualcosa di nuovo.. per continuare ad illudersi di aver trovato qualcosa di diverso..invece siamo ancora qui .. su una palla che fluttua nell’universo..

  4. Ares Says:

    Ares

    fluttuante, nell’universo…

    uffffffffff la forma e’ importante 😉 ihihihihhihiihi

  5. md Says:

    Ares, una fila di commenti frammentari come questi, come è nel tuo stile, produce due effetti: a) una lieve sensazione di effetto-spam in me; b) la difficoltà per altri di seguire la discussione e/o intervenire

  6. Ares Says:

    okkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkkk SILLOGICI!!

  7. Ares Says:

    Ares

    Siamo sicuri che severino e’ un importate filosofo?

  8. md Says:

    Lo è indiscutibilmente, te lo dico sia per esperienza diretta (l’ho letto, studiato e ascoltato a conferenze) che per i riconoscimenti del mondo filosofico e accademico, per quanto questi possano valere.
    Se qualcuno si vuole misurare con i fondamenti filosofici dell’occidente e con i temi “ontologici” dell’essere, del divenire, degli immutabili, della fede, della scienza, della tecnica, deve necessariamente passare anche attraverso il suo pensiero.

  9. Ares Says:

    Ares

    Alora non credo di aver capito… e ho anche riletto piu’ volte il post… sono proprio messo male 8)

  10. md Says:

    Mettiamola così: la nostra percezione comune del mondo e delle cose è che esse divengono lungo una linea temporale, un prima e un poi, che si consuma costantemente. Le cose divengono: prima non ci sono, ora ci sono, domani non ci saranno più (questo vale per oggetti, animali, civiltà, cosmi, teorie, noi stessi, ecc.). Severino, partendo da Parmenide, ritiene che questo sia contraddittorio: l’essere è, non vacilla mai, ed è incontrovertibile. L’essere è, il non essere non è. Il divenire, su cui si fonda concettualmente e praticamente la nostra civiltà, è la negazione contraddittoria di quella verità, perché mescola l’essere al non essere, fa essere ciò che non è, e non essere ciò che è.
    Mi fermo qui, anche perchè ho l’impressione di avere imbrogliato ancora di più la matassa.
    Diciamo che aver letto un po’ di Severino e avere ben presente il dibattito filosofico greco su questi temi da Parmenide a Platone
    aiuterebbe. Comunque Severino ha scritto molti libri divulgativi (quelli pubblicati per Rizzoli, mentre quelli per Adelphi sono i più teoretici e per specialisti), tra cui un’ottima storia della filosofia in più volumi (il primo: La filosofia antica particolarmente indicato per questi argomenti).

  11. Ares Says:

    Ares

    No no anzi a me hai chiarito le idea…. anzi direi che sei andato proprio terra a terra.. non era necessario!! .. ora ho capito! 😉

  12. Ares Says:

    Ares

    Scrivo qualcosa domani, ora vado… ho ancora un paio di dubbi.. e una personalissima opinione…. ma non ho il tempo di scrivere..nel modo che vorresti tu.. a domani!

  13. fiak Says:

    Ahahah
    md non credo che Ares riuscirà mai ad essere sintetico… Ma non te la prendere, è simpatico per questo.
    Ho avuto la fortuna di assistere ad una conferenza di Severino e confermo che è un grande, di sicuro è uno dei pochi Filosofi, con la F maiuscola, del panorama italiano (forse di sempre).
    Per quel che riguarda me purtroppo non conosco ancora bene il pensiero di Severino, per quel che riguarda te ancora complimenti, ormai credo di aver capito che una delle tue qualità è quella di riuscire a fondere filosofia e poesia in una prosa coinvolgente e scorrevole.
    Ps Mi sono preso la libertà di linkarti ancora una volta in un mio post, spero che non te ne dispiaccia!

  14. Ares Says:

    Ares

    Se io non sono sintetico allora Milena cos’e’…??

  15. Ares Says:

    Ares

    Tutto scorre.. le cose escono dal nulla e nel nulla tornano.. il punto di partenza e’ sempre lo stesso..e coincide con il punto d’arrivo..il nulla!
    Tra il punto di partenza e il punto di arrivo avvengono delle trasformazioni, ad esempio si invecchia, le cose nascono si deteriorano o evolvono e tornano nel nulla o restano nel nulla….questo lo chiamiamo “scorrere”?…ok… quindi le cose escono dal nulla, scorrono e nel nulla tornano.. una sorta di ciclo che presuppone pero’ un movimento ?… forse.. pero’ non ci siamo mai mossi!.. ci siamo solo trasformati.
    All’interno di questo ciclo avvengono solo delle trasformazioni ?…. Se si osserva tutto questo dall’interno, in effetti siamo oggetto, e con noi tutte le altre cose, della trasformazione: ci sono cose che si trasformano velocemente… cose che si trasformano lentamente… noi esseri umani ci trasformiamo con una certa velocita’.. e paragoniamo la capacità’ di trasformazione alla capacita’ di trasformazione delle altre “cose”; questo confronto tra noi umani e le altre cose, genera in noi la consapevolezza che rallentare il nostro processo di trasformazione,e’ possibile… il confronto con le altre cose del mondo ci permette di pensarla cosa possibile; da qui parte tutta il nostro bisogno di eternare la fase di “trasformazione”, finche’ saremo in fase di trasformazione non torneremo mai nel nulla..il nulla, non si conosce.. e se ne ha paura..

    Resta il fatto che questo ciclo se visto dall’esterno e’ immutabile nella sua ciclicita’; inizio/scolgimento/fine .. avere questa visione sembra negare la possibilita’ che tutto scorra.. in realta’ siamo solo su piani diversi.

    Credo che ci siano diversi tipi di umanita’.. l’umanita’ dominante e’ quella che vive il contingente.. perche’ vive e osserva la propria esistenza solo dall’interno del ciclo e cerca di sfruttare al massimo le risorse che gli sono concesse.. per appagere i propri bisogni primari.. provocando..il disfacimente che e’ in atto;
    Poi c’e’ un umanita’ che indaga e ricerca un modo per eternare/alterare il proprio processo di tarsformazione con l’unico scopo di dilatare il processo ciclico in cui si trova..e spesso riceve le attenzioni dell’umanità dominante
    C’e’ poi un’umanita’ che osserva tutto.. pur stando all’interno del ciclo.. affidando l’osservazione ad unentita’ esterna all’umano e al ponderabile
    Poi c’e’ un umanita’ contemplativa.

  16. Ares Says:

    Ares

    Comunque Fiak.. mi ha detto che sono simatico!! 🙂

  17. Ares Says:

    Ares

    Non correcco “simatico” con “Simpatico”… altrimenti md dice che faccio spam.. 😉

  18. Ares Says:

    Ares

    ops! correggo!!.. prima ho poi mi sbatte fuori!!

  19. md Says:

    @Ares: ma no, ma no, con tutti questi tuoi commenti i numeratori delle statistiche schizzano in alto! (“prima ho poi”, che orrore, ma non osare fare un’altra correzione, lo so che è una svista!!!)
    @fiak: grazie, sei gentilissimo. A proposito di poesia e filosofia sarebbe bello scrivere qualcosa…

  20. md Says:

    Il mio amico Marco, amico di filosofia e di vita tra i più cari, con il quale ho avuto le più belle discussioni filosofiche in generale e su Severino in particolare, mi ha mandato una mail di commento che mi ha autorizzato a pubblicare, con una importante precisazione finale:

    Caro Mario, sono rientrato oggi in ufficio da varie peregrinazioni (l’ultima per quest’anno è stata a Firenze – delusione per la città, troppe auto in circolazione!!) e questa mattina accedendo al tuo blog ho letto la tua ultima riflessione sull’eterno. Concordo pienamente sulla difficoltà ad applicare il concetto di eterno allo spettolo cangiante della nostra vita.
    Mi chiedo spesso infatti se sia possibile intendere correttamente il senso della parola eterno. Per esempio tanto per citare l’ “amico” Spinoza: cosa intende quando a proposito della mente dice che ha un’esistenza eterna ma non nel senso del tempo e della durata? (Etica libro V prop. 23).
    Come intendere d’altro canto il senso che Severino attribuisce alla parola eterno tanto da attribuirne la proprietà a qualunque ente.
    Una precisazione a proposito di Severino: Severino non nega il divenire e la trasformazione ma nega che il divenire implichi e significhi il divenir altro da sè di ciò che diviene. Il divenire l’altro da sè da parte degli enti sarebbe la radice del nichilismo. Ma di questo magari ne riparleremo….

  21. Milena Says:

    “la nostra percezione comune del mondo e delle cose è che esse divengono lungo una linea temporale, un prima e un poi, che si consuma costantemente”

    ho una percezione delle cose del mondo quando esse accadono, nell’immediato, e quindi poi non esistono più nel tempo presente. Non per questo smettono di esistere, ma entrano in un circuito in cui coesistono contemporaneamente, e, forse, non solo il passato prossimo o il remoto, ma dove esiste già tutto (azzardo), compreso il futuro che non ho ancora attraversato.
    So che mi è impossibile a livello della coscienza immediata conservare tutto ciò che passa e si trasforma, e ancor meno avere la percezione del futuro, nonostante esse esistono nella coscienza e formano una sostanza consistente, e dove mantengo volontariamente un certo numero di stelle fisse.
    Non è una visione ‘filosofica’, ma è più o meno come io sento le cose.

    Un esempio: quando richiamo alla mente il ricordo di mia nonna (ma anche di altri esseri umani che sono ancora vivi, come anche di momenti che ho vissuto) mi torna un’idea che potrei definire eterna, che anche attraverso il mio divenire procede verso una conoscenza stabile e immutabile nella sostanza, che va definendosi in profondità anche attraverso il mio e il loro divenire.
    Anzi è attraverso il divenire che questo accade, ossia si realizza, come quando la conoscenza dissolve l’ignoranza, o la luce prende il posto del buio.
    E poi: se nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma… allora tutto esiste. Anche se si trasforma.
    E’ possibile?
    Ho scritto delle cose molto stupide dal punto di vista di un filosofo?

  22. md Says:

    La coesistenza degli eterni è una possibilità: come quando chiudo gli occhi, non per questo il mondo sparisce, ma secondo gli idealisti o nominalisti più intransigenti sì.
    Ma: è solo una mia esigenza psicologica quella di pensare tale coesistenza/contemporaneità (una sincronia, anziché una diacronia), o è qualcosa che ha a che fare con la scorza dura del reale, cioè con i suoi fondamenti ontologici?
    Ma alla fin fine, come sempre sostiene il mio amico Marco: ce ne facciamo qualcosa di tutto ciò eticamente/praticamente?

  23. Reiniku Says:

    A dire il vero a me sembra l’opposto: la logica occidentale è una logica che vuole fermare il movimento, rifugge il nulla, non riesce a concepire un divenire fino in fondo. Forse il divenire e il nulla sono proprio i grandi rimossi della civiltà occidentale e in questo senso c’è la Follia: si finisce col diventare simili al mostro che si combatte.
    L’idea che l’Universo abbia origine dal Nulla è un’idea che oggi nessuno riuscirebbe a pensare, ad accettare fino in fondo.
    Per questo vedo ben poco di “grecitudine” nel dna contemporaneo, vedo piuttosto ancora molta teologia mascherata, ricerca dell’aldilà nell’aldiqua, ricerca della giovinezza perenne, fuga dalla responsabilità, divertissement in 1000 salse, cultura terapeutica a iosa.
    Del resto mica facile guardare in faccia l’Abisso: o si diventa folli, o si diventa saggi, o ci si dà alla fuga (quest’ultima opzione credo sia la più quotata!)

  24. Milena Says:

    @ md
    Più che una scorza io la chiamerei fondamenta, ciò che sostiene, tiene insieme, unisce, impedisce la frammentazione. Dal punto di vista psicologico (forse anche ontologico?) è una necessità, che se non si avesse un nucleo interno resistente al flusso del divenire, si verificherebbe un’implosione, e non ci sarebbe più nulla a contrastare lo spregiudicato fluire dell’esterno verso l’interno, e saremmo in balia degli accadimenti esterni. Avere un nucleo significa consapevolezza della continuità storica della propria vita, che si è formata attraverso esperienze/vissuto/relazioni. E per questo sapere chi si è, anche se non in modo granitico, almeno in un grado sufficiente per reggere l’impatto col mondo esterno, non sempre facile e gradevole.

    Ma anche scorza, sì, intesa come scudo che ci protegge dallo scontro con la realtà. E in certi casi è anche meglio avere uno scudo esterno duro, e riuscire a conservare un cuore tenero, che il contrario non sarebbe molto carino. Ma anche seppellire il cuore sotto una scorza troppo dura dalla quale non riesce mai ad emergere, non sarebbe una bella cosa.
    Cuore e nucleo però sono due aspetti diversi, che possono, anzi dovrebbero coesistere.
    Forse avevo letto qualcosa per cui il nucleo avrebbe a che fare con la fiducia primaria.
    Mentre per cuore s’intende banalmente la capacità di permettersi emozioni nelle relazioni con gli altri. Sempreché sia possibile un discorso, la cui premessa sarebbe l’esistenza o l’apprendimento di un linguaggio comune, cosa non facile di questi tempi.

    In realtà senza il nucleo iniziale, di base, non potrebbe esistere proprio niente di niente.
    Perciò, eticamente, e praticamente, trovo sia decisamente molto utile.
    Non so se intendevi questo…

  25. Milena Says:

    Mi è piaciuta la domanda “Dove sta l’eterno, l’aion dei Greci, di casa?”.

    Nel gran numero di possibili tramonti tra cui potevi scegliere, alla fine ti sei deciso per un quasi crepuscolo, vedo. Un crepuscolo degli dei, per rimanere in tema?
    Però, se non sbaglio, dopo il tramonto, la notte… e poi l’aurora.
    E questa sera tra le Flickr Photos c’è una bellissima immagine dal titolo ‘When the light appears’.

  26. Milena Says:

    “come quando la conoscenza dissolve l’ignoranza, o la luce prende il posto del buio.
    E poi: se nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma… allora tutto esiste. Anche se si trasforma”

    naturalmente si può trasformare anche in senso opposto, ossia l’ignoranza prendere il posto della conoscenza, e il buio della luce.
    Non voglio farmi illusioni, ma nemmeno abbandonarmi al pessimismo.
    Ma è fuori dubbio che la pulsione di morte in occidente sia predominante.

  27. md Says:

    @reiniku: certo che l’occidente vuole fermare il nulla e il movimento, e vincere la morte, o meglio si illude di poterlo fare, di poterli gestire, ma per farlo deve prima riconoscerli come essenza della realtà: e ciò che muta richiama sempre un immutabile. Solo che oggi gli immutabili sono tramontati, e l’unico orizzonte è la consunzione insensata, irresponsabile e senza misura delle cose, come mi pare anche tu sostieni.
    Oltre tutto mi pare sia pòlemos a prevalere.

  28. md Says:

    ma forse ha ragione ancora il mio amico Marco che mi scrive:

    “Di Severino mi piace sempre molto la rilettura interpretativa dei passaggi chiave della tradizione filosofica. Impossibile non concordare sul fatto che l’ontologia greca sia il terreno sul quale è cresciuto l’Occidente. Certo è che come ogni interpretazione che individui un’origine, il rischio della riduzione e quindi della semplificazione è molto forte. Senza considerare che ogni interpretazione non è esente dal proiettare significati nuovi a termini antichi: per esempio non sono tanto convinto che il significato che i Greci hanno assegnato all’ essere e al non essere, per quanto denoti una radicalità di pensiero inaudita, sia il medesimo del significato nichilisticamente inteso da Severino. Nel pensiero di Severino ravviso sempre di più aspetti esistenziali (vedi proprio l’apertura di Oltrepassare con il tema della morte) che sono propri del nostro tempo.
    E poi è una filosofia che non ha prospettive etiche di costruzione di un mondo vivibile, è troppo radicale, è un depotenziomento totale dell’umano.”

  29. Milena Says:

    (spero di non scivere altre sciocchezze)

    i concetti di non-essere, ma anche ‘nulla’, non sono semplicemente in opposizione a cio che é?
    ossia, riesco a pensare all’universo, e persino al tutto: ma quando mai riesco a concepire davvero il nulla assoluto? quando posso tutt’al più concepire una mancanza parziale.
    come, anche, riesco a pensare alla morte solo finché sono ancora vivo.

  30. Milena Says:

    ma in questo mondo che – si dice – essere sconvolto dall’angoscia per la mancanza di certezze e valori (che non siano il danaro), dalla perdita di senso, dove il nichilismo sembra prendere il sopravvento, dove anche Dio è morto ecc, ecc…
    … bene, io ascolto quello che si sente dire, e vedo anche quello che accade e che ci viene ripetuto finché alla fine si ha l’impressione che tutto ciò sia vero.
    Ma è come se in un certo tempo emergessero solo gli aspetti peggiori, anch’essi contingenti e relativi. E se tutto è relativo, anche il nichilismo è relativo.
    E’ vero, non credo più a Dio ecc. ecc., ma non per questo mi metterò a credere al nichilismo!
    Perché, secondo me, potrebbe essere l’effetto – come in tutte le cose che appaiono – di una distorsione percettiva, come quando trovandomi su un treno credo di essere in movimento e invece è solo il treno sul binario accanto che si sta muovendo.
    Che poi, anche se fosse il treno su cui io viaggio a muoversi realmente, io sarei comunque fermo, e mi lascerei soltanto trasportare altrove, che abbia scelto o meno di salire su quel treno.
    Quindi il viaggiatore può restare fermo e muoversi nello stesso tempo, senza che i due stati siano in contraddizione.
    E il treno (in questa metafora) è il tempo in cui viaggiamo, per mezzo del quale attraversiamo il mondo, tocchiamo luoghi, visitiamo paesaggi, anche i più inquietanti.
    E’ abbastanza ovvio che il viaggiatore che era salito sul treno non sarà esattamente lo stesso che scenderà al termine del viaggio, visto che i paesaggi esterni riverberano nei paesaggi interni. Ma quello che voglio dire è che non si dovrebbero confondere gli uni con gli altri.
    Le culture orientali conoscono bene questo atteggiamento da viaggiatore e lo chiamano ‘distacco’. Cioé mettersi ad osservare le cose sempre da un punto di vista altro, altro persino da se stessi, quando le cose ci toccano in prima persona e ci graffiano la pelle, perché è questo che comunque accade a livello personale.
    Ma poiché tutto è apparenza non ci si deve ingannare con l’indentificarsi in questo o quello, in ciò che accade nel mondo esteriore, e persino nel mondo interiore, dove si muovono e si producono gli stati emozionali della coscienza con le sensazioni di dolore e piacere. Poiché tutto ciò che passa ha valore solo relativo e passeggero.
    Che, se si vuole, il fine è sconfiggere l’angoscia, la paura del nulla, per giungere ad accettare anche la morte, e il nulla, come parte del tutto.

  31. md Says:

    ecumenica! bell’intervento e bella metafora, Milena

  32. Ares Says:

    Ares

    Ottimo!!… abbiamo superato quindi il desiderio eutanasico ??!! .. e finalmente mi date ragione ?? 😉

  33. md Says:

    1) accettare la morte come parte del tutto non significa accettare qualunque morte;
    2) terrei ben distinti il piano teoretico da quello etico, non perché non siano comunicanti ma perché i due piani non vanno confusi o sovrapposti;
    3) “desiderio eutanasico” è un termine improprio;
    4) da parte mia non ti do ragione per niente!

  34. Ares Says:

    Ares

    “Scelta eutanasica”.. va meglio?

  35. Milena Says:

    @md
    ecumenica?
    puoi spiegare, per favore?

  36. md Says:

    era il riferimento alle culture orientali, oltre che la capacità di abbracciare insieme più elementi e punti di vista (teoretico, psicologico, esistenziale) a farmi venire in mente la parola “ecumenismo”… ma poi l’ecumene (oikoumene) è anche la terra abitata dagli umani, la casa dove tutti viviamo

  37. Ares Says:

    Ares

    uffffffffffffffffffffffffffffffffffff.. quindi Milena e’ la prima della classe??….grunc!!.. che fastidio che mi hanno sempre dato i primi e le prime della classe!!

  38. Milena Says:

    Grazie, Mario.

  39. Ares Says:

    Ares

    Grazie !?!.. oh cielo! ho un mancamento!

  40. Milena Says:

    (cmq. già da sabato avevo continuato a scrivere altro)

    … mi sembra di ricordare che anche la terra abbia un nucleo vivo e che senza di esso non ci sarebbe vita sulla superficie. Nel qual caso sarebbe come la luna, illuminata da non so quanti milioni o miliardi di anni da luce riflessa, solo deserto sulla crosta, benché sia indubbio che anche la terra farà la stessa fine.
    I fisici hanno calcolato il tempo quasi infinito che ci separa da quell’evento, e persino la morte termica dell’universo che collocano fra cento miliardi di anni circa. Quantità di tempo ben al di là delle nostre capacità di comprensione, tant’è che non si capisce cosa ci serva saperlo se non per convincerci che qualsiasi cosa nell’universo, come l’universo stesso, ha avuto un inizio e avrà una fine. E che, come sempre, guardiamo il mondo per scoprire noi stessi – microcosmo e macrocosmo soggetti alle stesse leggi del mutamento?
    Però i fisici sostengono (anche) che in tutto l’universo la materia che interagisce con la luce sia rara. Che solo una piccola porzione di materia, nella percentuale del 4% – la cosiddetta materia ‘normale’ di cui sono composti gli esseri viventi – abbia la possibilità di interagire con la luce.
    Il restante 30% sarebbe materia oscura, che ha massa ma che non interagisce con la luce. E il 70% circa che ne rimane, sarebbe composto di energia oscura di cui non sanno quasi niente, pochissimo.
    Non so cosa significhi tutto questo, ma mi aveva incuriosito. Insieme al fatto che sembra che l’universo stia accelerando, quando invece per effetto del big-ben i fisici erano più propensi a prevedere il contrario.
    Ma le cose non sono sempre come ce le aspettiamo, e anche le previsioni più razionali possono venir smentite. Per cui forse non val la pena credere a tutto quello che si dice, persino fosse un ‘si dice’ scientifico sostenuto da prove matematiche garantite…
    Certo, fino alla prossima confutazione.

    La certezza oggigiorno sembra essere merce rara, più rara della materia che interagisce con la luce, ma può darsi che – la prima come la seconda e per un breve lasso di tempo – forse esista.
    Naturalmente uno dei problemi che ci ritroviamo tra le mani è che, se anche la scienza può offrirci dei dati per descrivere il mondo e la tecnica le soluzioni a dei problemi specifici, è solo e ancora l’uomo che deve identificare i significati e le direzioni per decidere e approvare cosa è giusto fare.
    Infatti la scienza e la tecnica sono cieche, e generalmente sono al servizio dell’economia, un’altra scienza che non guarda molto più al di là del proprio naso e non si dà altro fine che produrre profitto indiscriminato.
    Non ne so molto di economia, ma mi ha sempre lasciato incredula la necessità del capitale di dover incrementare gli utili all’infinito e senza sosta, contro tutte le leggi della natura. Somiglia tanto al serpente che si morde la coda e che dopo aver divorato il divorabile alla fin fine giungerà a divorare se stesso.
    A parte che, più che un serpente soltanto, sembra un serpentario aggrovigliato.

  41. Ares Says:

    Ares

    E’ tutta quella umanità che citavo prima.. non e’ che potevo fare un trattato di economia!!..uffffffff

    .. comunque l’economia non e’ una cosa cosi’ astratta e auto rigeneratrice… dietro’ ci sta’ sempre quel’umanità psichicamente malata in costante necessita’ d’accumulo..

    .. psichicamente malata

  42. Ares Says:

    Ares

    CRISI ECONOMICA

    Ho cercato ma
    non ho trovato nulla
    nel portafoglio

  43. Ares Says:

    Ares

    A SEVERINO

    Quello che passa
    contemporaneamente
    torna e resta

  44. alessio Says:

    Salve a tutti, mi chiamo Alessio. Volevo spendere due parole intorno a Emanuele Severino. Non pretendo che il mio parere sia condiviso, ma non ritengo che Severino sia un grande pensatore. Le tesi esposte in “Ritornare a Parmenide” ed in generale in “Essenza del nichilismo” mi danno l’impressione di un filosofo di buon livello il cui torto sta però nel voler dire per forza qualcosa di nuovo. Avevo letto alcuni saggi giovanili sul problematicismo italiano e il capitolo su Giovanni Gentile ne “Gli abitatori del tempo”. Avevo cominciato “La struttura originaria” ma per ragioni di tempo non l’ho potuta concludere. Ammetto che solo una conoscenza integrale dell’opera di un pensatore può permettere un giudizio globale. Tuttavia la mia impressione rimane la stessa, cioè che Severino, assieme a Cacciari e molti altri, siano espressione del protagonismo filosofico più che della genuina filosofia italiana i cui ultimi esponenti, Carabellese, Martinetti, Colli per fare solo qualche esempio di modesti e solitari lavoratori, passano inspiegabilmente sotto silenzio o quasi.

  45. md Says:

    @ Alessio: anch’io non ho mai terminato “La struttura originaria”. Ora proverò con “Oltrepassare”, l’ultimo tomazzo fresco di stampa di Severino, cercherò di sopravvivere al gergo filosofico un po’ autoreferenziale (ma i temi trattati mi paiono rilevanti). Non so dire dell’originalità/grandezza, ecc., concordo però con te sul protagonismo di alcuni filosofi e sull’oscuramento di altri. Una mia amica ha fatto una tesi su Martinetti, e me ne diceva un gran bene. Ho adorato Colli per la sua Nascita della filosofia e per La natura ama nascondersi. Di Carabellese confesso di non sapere nulla…

  46. Ares Says:

    Ares

    Dire qualcosa di nuovo e pressoche’ impossibile..

  47. alessio Says:

    @ md: Intendevo dire chi pensa dovrebbe misurarsi con i problemi del proprio tempo. La mia impressione è invece che molti personaggi di indubbio talento si compiacciano nel ricalcare ruoli che appartengono a tempi passati per un inconfessato gusto arcaicizzante. Ci si può divertire a scrivere un sonetto nello stile di Guido Cavalcanti senza pretendere di fare altro da un semplice giuoco. Dopo essersi muniti di un erudizione che gli procura il diritto di parlare, essi tentano in un secondo momento un approccio più diretto alla realtà che però tradisce un sostanziale disinteresse nei confronti di essa. Forse è preferibile porsi obiettivi a più corto termine anziché formulare prognosi sul destino dell’occidente, sulle cui sorti non sarebbe peraltro possibile intervenire. Per quanto riguarda Pantaleo Carabellese, la economica laterza ha ristampato la sua traduzione dei kantiani “Prolegomeni ad ogni futura metafisica”. Fra le mani ho “Il problema teologico come filosofia” (1931), in cui si tenta una interpretazione della cosa in sè kantiana che conduce ad un’ontologia simile per certi versi a quella heideggeriana.

  48. Ares Says:

    Ares

    .. aspettate un secondo .. approfitto del fatto che questo post e’ poco frequentato per chiarirmi le idee su Severino… che e’ un autore che non conosco affatto, anzi diciamo pure che non ho mai studiato filosofia in vita mia..

    correggetemi se sbaglio:

    Emanuele Severino dice che tutti da millenni credono che le cose e gli uomini nascono dal nulla e nel nulla ritornano:

    nascere vuole dire uscire dal niente; morire vuol dire tornare nel niente: il vivente è ciò che esce dal niente e torna nel niente.

    L’originalita’ del pensiero dove sta’??

    nel fatto che nella ciclicita’ nulla/vita/nulla egli veda un processo sempre uguale a se stesso ??

    ma questo non e’ forse il fondamento nichilista nato con Nietzsche e proseguito con il suo allievo Heidegger

    md.. nel post dici che se l’uomo si pensa come momento eterno.. non puo’ far altro che impazzire… ma questa non e’ la conseguenza dell’essere nichilista(integralista).. cosa dice di nuovo Severivo?

  49. Ares Says:

    Ares

    o Severino quando parla di eterno intende:

    che ogni momento della realtà è, ossia non esce e non ritorna nel nulla, significa che anche alle cose e alle vicende che avvengono tra i due nulla estremi, sono per questo degne di essere vissute, perche non inutile e annullabili dal nulla??

    ma questo non e’ la commistione tra il pensiero cattolico e nichilista ?

    .. ho paura di non essermi spiegato 😦

  50. Ares Says:

    Ares

    .. lasciatemi pure nella mia ignoranza.. bravi..bravi..

  51. Ermes Says:

    Il motivo per cui Severino “lasciò” la Cattolica di Milano fu quello di aver voluto idealisticamente cacciare l’eterno dentro al divenire. Ma non era forse più semplice, più logico, più lineare lasciare l’eterno dove l’avevano cercato S.Tommaso e Agostino, e rendere questo divenire più semplice. più accettabile, più lineare, almeno per quanto spettava a noi?
    F.to Ermes

  52. alessio Says:

    @ Ares. scusa se rispondo in ritardo ma ho avuto parecchio da lavorare in questo ultimo periodo. Le questioni che poni non sono di facile soluzione ed inoltre occorrerebbe una conoscenza molto più approfondita di quello che io ho intorno a questo autore. Non so che cosa intendi esattamente per pensiero cattolico e pensiero nichilista. Dalla raccolta di saggi intitolata “Essenza del nichilismo”, Adelphi, Milano, 1982, che è se vogliamo il manifesto del neoparmenidismo, apprendiamo che nel pensiero greco per la prima volta apparve il “mondo”. Il “mondo”, scrive Severino nella “Risposta alla Chiesa”, “è il luogo ove l’ente, in quanto ente, è pensato e vissuto come niente”(pag.318). Severino, questo è quanto io ho capito, non intende negare il divenire quanto piuttosto l’interpretazione nichilistica di esso in cui l’ente, provenendo e finendo nel niente è “pensato e vissuto” come un niente. Ma v’è un altro modo di “pensare e vivere” il divenire, cioè come l’apparire e scomparire di un essere che non è per nulla toccato da questo processo di apparizione. Solo interpretando il divenire come apparizione dell’eterno essere ci si sottrae alla follia nichilistica che pensa l’ente come niente. Nel “Poscritto” a “Ritornare a Parmenide” Severino scrive che “il divenire che appare non è la nascita e la morte dell’essere, ma il suo comparire e scomparire. Il divenire è cioè il processo della rivelazione dell’immutabile”(pag.89). A mio avviso il cardine del discorso severiniano riguarda il senso della “negazione” e si trova in “Ritornare a Parmenide”alle pagine 48-50, laddove si afferma che “la negazione dell’opposizione presuppone simpliciter ciò che essa nega, mentre la negazione dell’identità degli opposti non presuppone ciò che essa nega, ma il positivo significare di ciò che nega: l’opposizione del positivo e del negativo non presuppone che il positivo sia negativo, ma presuppone quella positività significante (positività che come tale non è negatività) che forma il contenuto dell’identificazione del positivo e del negativo”(pag.50)
    Se non interpreto male questo vertiginoso passo vi sarebbe insomma una dissimmetria secondo cui la negazione è un positivo, mentre l’affermazione non è un negativo ma un positivo pure essa. L’affermazione è positiva, la negazione invece non è negativa, essa si toglie come negazione e rimane come “positività significante”. Sembra dunque che Severino capovolga il pensiero di quel Giovanni Gentile che pur riconosce come sua musa ispiratrice sin dalla giovinezza. Mentre per Gentile impensabile è l’essere perché anche affermare è negare la immediatezza, per Severino è impensabile la negazione, la quale si svela non essere altro che una positività significante, un essere insomma. “Ponendo che l’essere non è il nulla, il nulla è presupposto da questa posizione non in quanto nulla, ma in quanto positività significante”(pag.50). A questo punto sorgono due problemi: innanzitutto quale guadagno si ha nel sostituire il divenire con l’apparizione? la dualità essere-apparire è poi così diversa dall’opposizione essere-nulla?(è l’obiezione di Vincenzo Vitiello ne “Il Dio possibile”,Città Nuova,Roma,2002,pp.51-56).Inoltre, ridurre la negazione alla positività significante significa distinguere “sostegno positivo” e “atto significante” e ridurre il secondo al primo. In tal caso, come nel citato caso di Gentile, il pensiero tende ad esiti mistici non potendosi più reggere in piedi nessuna logica per la mancanza di un positivo e di un negativo veramente opposti e consistenti.

  53. Ares Says:

    Ares

    Alessio grazie, caspita che lavoraccio che hai fatto, mi hai citato anche pagine e paragrafi.. non ci crederai ma un po’ mi sono chiarito le idee…….adesso devo rileggere il tutto per essere certo di aver capito… e poi, se permetti, ti faccio qualche domanda se qualche punto mi e’ oscuro 😉

  54. Profeta Says:

    Essere eterni vuol dire, per Severino, non emergere e non finire in ciò che non si è. Se esiste qualcosa (e qualcosa esiste!), questo qualcosa è uguale a sé, e non esce da sé per diventare e quindi essere altro. Si mostra che qualcosa è altro da sé? si mostra che qualcosa è nulla? No; e allora non si mostra nemmeno che qualcosa si trasforma. Qualcosa giunge a illuminarsi; ma quando qualcosa giunge a illuminarsi, giunge a illuminarsi anche il giungente illuminarsi del qualcosa. Il movimento che vediamo è l’affiorare senza fine degli eterni stati dell’essere. Si mostra il movimento, cioè si mostra quella cosa ferma (eterna) che è il movimento, ma non si mostra che qualcosa (un eterno) si muove; o, meglio, l’eterno si muove nel senso che viene ad aggiungersi nel cerchio finito dell’apparire del destino.

  55. Ares Says:

    Ares

    Ma lo stato d’essere precedente…non e’ diverso dello stato d’essere attuale e del successivo? …. se si guarda tutto dall’esterno il tutto e’ eterno…. ma se si guarda dall’interno..inevitabilmente lo stato d’essere precedente e successivo sono diversi tra loro e diversi dallo stato d’essere attuale……. no?

    …hem… cosa c’entra il destino?

  56. Colui Says:

    Ho letto diversi testi di Emanuele Severino, anche se devo dire per la maggior parte divulgativi (“A Cesare e a Dio” per esempio), e devo dire che, benchè sia certamente molto interessante, lo trovo fin troppo tronfio, idealizzante, “hegeliano” insomma, provo a spiegarmi:
    Severino si pone come una sorta di “profeta” (so che lui rifiuta questo genere di epiteti ma l’effetto è quello), piega tutta la storia della filosofia, da Anassimandro a Platone, da Plotino a S.Tommaso, da Hegel a Nietzsche, ai suoi concetti, e ciò che non può piegare (la filosofia indiana per esempio), lo tratta con sufficienza. Inoltre fa un uso irritante di sillogismi e del principio di non contraddizione nella relazione tra essere e nulla, senza andare in fondo alla questione (“Il Nulla non è, pace fatta” sembra dire). È comunque possibile trovare autori che con molta forza criticano e hanno criticato Severino e l’assoluta fiducia che pone nel PdNC, tra cui ad esempio Massimo Donà, nel testo “L’aporia del Fondamento”

  57. enricodesimone@fastwebnet.it Says:

    L’intelletto coniugato con il sentimento partorisce la spiritualita’ ai confini della divinazione

  58. Costui Says:

    @Colui
    Sulla questione del nulla, si può dire che E.S. sia uno dei pochi ad essersi posto concretamente di fronte al Problema, ben lungi dalla “pace fatta” di cui scrivi. A meno che non si pensi a quella pace incontrastabile che solo una guerra vittoriosa (o una potenza invincibile) può recare con sé. Il cap.IV de La struttura originaria (“L’aporetica del nulla e il suo risolvimento”) è esplicitamente dedicato alla discussione di questo tratto del suo discorso filosofico; così come la discussione del significato del nulla si configura quale, si può propriamente dire, IL caposaldo della riflessione severiniana. Giacché definire il significato del Nulla (=Non-Essere, nel senso di nihil absolutum) equivale a definire il significato dell’Essere (=Non-Nulla), e, ovviamente, viceversa – proprio in nome della loro opposizione originaria. Opposizione nella quale S. è ben lungi dall'”aver fiducia” tout court, “senza andare in fondo alla questione”. Al contrario, è proprio perché mostra la più totale mancanza di fiducia nell’affermazione astratta del PdNC, che, attraverso il c.d. “Elenchos” (cfr. oltre a La struttura originaria, Essenza del nichilismo, in part. Ritornare a Parmenide e Poscritto), mostra nel concreto l’incontrovertibilità dell’opposizione tra essere e non essere, ossia dell’opposizione la cui negazione è autonegazione. L'”uso irritante dei sillogismi etc.” è “irritante” solo per chi non ha voglia di indagarne il fondamento. E il fondamento, trattandosi qui di filosofia, è l’unica cosa che conta, e che rende “irritante” ogni inessenziale “irritabilità”.
    Il timbro hegeliano che giustamente senti non è un vezzo, o non solo: è la voce dell’impianto speculativo ferreo che sorregge il piedistallo del “profeta” (che non può, in quanto testimone filosofico di un sapere assoluto, non fare riferimento alla massima strutturazione dell’epistéme che la filosofia occidentale abbia visto – tenendo ben presente il correttivo filtro gentiliano). Sul rapporto con Hegel, la lettura severiniana per eccellenza è Tautòtes, vero modello di riflessione filosofica per tempi di decadenza. Utile anche a mettere da parte eventuali pregiudizi antiidealistici – che restano in ogni caso lo sport preferito di tanti. Già comunque nella prefazione alla seconda edizione (Adelphi 1981) de La struttura originaria, l'”eredità” hegeliana è brillantemente riassunta nei suoi apporti all’identificazione della Struttura. Non manca l’intelligente riflessione di altri: in primis, U. Soncini, Il senso del fondamento in Hegel e Severino, Marietti.
    I critici di Severino, come è ben immaginabile, sono stati, sono e saranno (naturalmente, eterni anch’essi) molti: un prospetto intelligente, per quanto divulgativo, è offerto ne La legna e la cenere. Che siano molti (e anche fossero pochi), non significa che siano tutti allo stesso livello, né che riescano nell’impresa. Discutere del perché e del come eventualmente ci riescano o non ci riescano e del perché siano o non siano tutti allo stesso livello è proprio ciò in cui consiste la filosofia.

  59. pietro Says:

    Una buona salute a tutti,
    spesso ho avuto l’impressione sgradevole che i critici di Emanuele Severino non leggano neanche i suoi libri.
    Severino è famoso, ma la fama è il primo inidizio di sospetto, e per fortuna il Nostro non ne ha poi molta in fondo. E comunque di fama, mi sembra averne più la sua immagine mediatica che i contenuti che espone. Tanto meglio allora, se è Severino stesso a invitare più volte a distogliere l’attenzione dalla sua persona per volgerla alla discussione – ricordando il celebre frammento n. 50 di Eraclito che recita: “Non ascoltando me, ma il Logos…”

    Il commento che ti invio, rispettoso e-people, vuole appunto provare che, lo ripeto, la fama è il primo indice di sospetto. E’ un principio vecchio come la filosofia, ma repetita juventus, come diceva Oronzo Canà.

    La filosofia nasce come messa in discussione di contenuti particolari, e di particolare questi contenuti hanno:

    1. che hanno a che fare con la morte, specie la propria più che quella del vicino o del proprio popolo;

    2. che sono pubblici e pubblicamente accettati, rispettati, e ritualizzati (cioè non basta il carattere pubblico, ci vuole il sostegno dell’autorità umana o divina);

    3. che vacillano sotto i colpi della critica.

    Il punto che interessa in questa sede è il n. 2, perchè sei secoli circa avanti la nostra era, si comincia a pensare che una credenza comunemente accettata e retta mediante l’autorità (sia questa degli antenati, della tradizione, degli dei, degli organi di governo), non ha più garanzie di essere vera, perchè “essere vera” significa valere di per sè e non per altro. Se la verità fosse vera mediante altro che non se stessa, sarebbe allora subordinata e perderebbe la sua stabilità, dipendendo appunto da un fondamento esterno (un piedistallo può anche essere solidissimo, ma non è la statua; per questo ogni statua è destinata a cadere, essendo un elemento dipendente da una fermezza che non le appartiene).
    Ora, si dà il caso che nessun accordo assembleare, intersoggettivo (ma nemmeno, udite udite, quello con se stessi, come spiegherò), è un criterio valido di verità. Non solo perchè l’esperienza mostra il mutare delle opinioni e decisioni collettive ed individuali; ma, insieme, perchè la necessità oppone dimensioni come quella eterna della verità e quella contestuale (cioè relativa ad un contesto, e cioè, ancora, ad una dimensione finita, non ultima quella del tempo dato il limite della morte) degli uomini. Infatti, quando gli antichi greci pensavano che il mutamento di ciò di cui gli uomini si convincono, non garantisse la certezza (che tra l’altro è un assenso della volontà, non una constatazione, e già questo la dice lunga su che scopo – la volontà – la verità dovesse avere), pensavano esattamente alla loro contestualità (che in definitiva si riduceva alla contestualità temporale, cioè alla mortalità). Non ci può essere dunque accordo umano che renda vera la più piccola delle verità, perchè gli uomini sono pensati come una dimensione eterogenea alla dimensione della verità. Non a caso la verità greca è prerogativa del divino, e non a caso i greci incominciano a pensare che anche gli uomini abbiano qualcosa di divino.

    Ci potevano far poco, poveretti: erano fermamente convinti che le opinioni cambiano! Ed è per questo, allora, che “postulano” un’altra dimensione dell’uomo – l’anima immortale – che sia il luogo autentico in cui si manifesta – ed in cui incontrare – la verità (sant’Agostino, da questo punto di vista, non inventa nulla). Senonchè l’anima immortale non è intersoggettiva, ma individualissima, e quindi se è mia e solo mia, si ripropone il problema di come stabilire che la verità della mia anima sia la verità della tua; in soldoni: se ciò di cui sono convinto io è lo stesso di cui sei convinto tu. Ma a salvare tutto interveniva la nozione di universalità che deve possedere la verità in quanto è verità di tutte le cose; e dunque se io penso la verità con tutti i suoi crismi (tra cui, ma non solo, l’incontrovertibilità), è necessità che la verità pensata da qualcunaltro (se è la verità con tutti i suoi crismi) sia la stessa.
    Certo, i greci trascuravano un piccolo dettaglio, e cioè non pensavano che SE esistono altri soggetti allora anch’essi debbono convenire su ciò che è universale, ma POICHE’ esistono altri soggetti ecc. ecc.; e dal momento che l’anima degli altri non è manifesta all’esperienza, e che il presunto loro comportamento non basta a farne dei soggetti (perchè io stesso non mi riduco certo al mio comportamento, ma sopravanzo per tutta una dimensione cosiddetta “interiore” o come Kant “mondo interno”, o come stiamo dicendo “l’anima”), il problema non risolto dell’esistenza degli altri rendeva ancora irrisolto il problema delle basi su cui fondare l’accordo intersoggettivo.

    Per tornare dunque all’argomento della fama, è proprio quest’ultima, in quanto assenso comune e quindi accordo tra soggetti, a non garantire della bontà di ogni contenuto, ma anzi ne garantisce da subito la squalifica; sia, ripeto, perchè un’intersoggettività non è provata, sia perchè sarebbe, stante il modo in cui oggi è pensato l’uomo (cioè senza alcuna dimensione immortale) un accordo interno ad un contesto, cioè una dimensione finita, cioè ancora tra mortali.

    Il problema dell’intersoggettività non è più stato risolto fino alla pubblicazione nel 2001 del libro “La Gloria” (cap. V, parr. I, II) di Emanuele Severino. Ma in questo caso su un impianto concettuale estremamente diverso da quello della filosofia occidentale (e greca), che non contempla più (per fare un accenno) nè l’uomo come essere mortale, nè l’uomo come parzialmente partecipante – cioè mendicante – l’essenza del divino mediante la sua anima immortale. Anche se l’uomo – ma a questo punto stiamo usando questo termine per cose ormai diverse – continua a rimanere una dimensione finita (sì, ancora finita), è il senso della finitezza (e dell’infinito – si leggano le pagine in cui si discute l’infinito matematico, – tra le altre, quelle del cap. IV de “La Gloria”, e del cap. VIII, par. I e Note di “Oltrepassare”), però a mutare radicalmente.
    Ma questo è argomento per un’altra discussione.

  60. piergiorgio Says:

    Ciao,
    io sono convinto che Hegel abbia trovato tante risposte ad oggi insuperate. Ad esempio: noi vogliamo sapere cosa è la realtà in sé, ma non possiamo farlo kantianamente con l’intelletto, perché l’intelletto scinde, separa ciò che in origine era unito. L’intelletto dice A=A e Adiverso da B. In questo modo separa A da B, che diventa irriducibilmente altro rispetto ad A. Hegel però dice: attenzione, perché dietro la separazione dell’intelletto si nasconde la ragione come attività unificante, come assoluto. Questo perché per confrontare A e B, occorre presupporre che non siano completamente separati nella realtà, altrimenti A non conoscerebbe B e il confronto tra A e B sarebbe impossibile.
    La stessa cosa riguarda il divenire: il divenire è la ragione, per il semplice fatto che è unione di essere e nulla. Severino ragiona ancora con l’intelletto, giudicando essere e nulla come due elementi irrimediabilmente separati. In pratica severino nega la realtà della ragione, cioé dell’unificazione di essere e nulla, senza però dimostrare in virtù di cosa un momento, cioé l’essere, dovrebbe essere superiore rispetto all’assoluto. Vi dirò di piu: nell’essere è già implicito il concetto di infinito, cioé di assoluto, in quanto l’essere ( che non si trova nel tempo secondo severino )presuppone l’esistenza del concetto del tempo, cioé del concetto di nulla. Ma allora ecco che essere e nulla, per poter essere pensati, presuppongono la loro unione. Non si può dimostrare l’esistenza del nulla senza considerare l’essere, come non si può dimostrare l’esistenza dell’essere senza considerare il nulla. Qualcuno potrà opporre: è vero che mi serve il concetto di nulla per pensare l’essere, ma l’essere è reale, il nulla no, è solo pensato. In questo modo si continua a pensare dogmaticamente che l’essere esista, senza dimostrarlo (come invece ha fatto hegel).

    il mio blog è piergiorgioblog.blogspot.com

    Mi piace il tuo blog.

  61. piergiorgio Says:

    Premetto che Hegel l’ho letto, mentre severino non è che si capisca molto…penso che sia un parmenideo, dove l’essere però è concepito semplicemente come atemporale e come altro dal nulla e dal divenire, che non esistono. Ecco, se è cosi confermo la mia obiezione a severino:
    se severino concepisce l’essere come uno, non spiega come si arriva al molteplice senza il tempo.
    Se severino concepisce l’essere come già molteplice, non si spiega quale sarebbe il logos, il principio che sta alla base del molteplice.
    Quindi è la negazione del divenire, del tempo, che rende il suo pensiero incompleto.

  62. piergiorgio Says:

    Tu che hai letto severino, puoi confermarmi se l’ho capito o l’ho frainteso…

  63. md Says:

    grazie Piergiorgio,
    le questioni che poni – come si suol dire – non son mica bruscolini. Su questo blog se ne è discusso in lungo e in largo, tempo fa (ammesso che il tempo sia davvero qualcosa), in particolare grazie al contributo di “Profeta”, profondo conoscitore di Severino – per il cui fronte inevitabilmente rinvio all’inviluppatissimo e voluminoso commentario seguito al post
    La pellicola ontologica.
    Per quanto concerne Hegel, che anch’io conosco ben più di Severino, mi riservo di tornare in futuro su alcune delle questioni che poni.
    Dico solo, in prima battuta, che mi pare un po’ azzardato sostenere che Severino “ragioni con l’intelletto” e non con la ragione. Così come dubito che non abbia ben presente, riga per riga, passaggi e argomentazioni della Scienza della logica.
    Dopo di che ho dei seri dubbi che qualcosa come l’essere sia dimostrabile. Ciò che già da sempre si mostra (poiché è l’incontrovertibile base ontologica di ogni dire e contraddire, di ogni affermare e negare, di ogni possibile discorso sul suo stesso mostrarsi e sul mostrare in genere) non è dimostrabile, poiché, appunto, si mostra di per sé, non ha alcun bisogno di essere mostrato, appalesato, dichiarato.
    Ma per ora mi fermo qui.

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