RICORDO DI UN MAESTRO

Gettare Heidegger

(Il 22 dicembre di 6 anni fa moriva Luciano Parinetto, filosofo eretico, docente di filosofia morale all’Università Statale di Milano, nonché maestro.)

Ripensando al mio rapporto con Luciano Parinetto non posso non concepirlo in termini proficuamente dialettici. Mi spiego meglio. Parinetto è stato per me un “maestro”, con tutta la fascinazione che questo di solito comporta, specie in ambito filosofico, e però nello stesso tempo ho visto in lui un monito incessante ad una crescita filosofica indipendente, ciò che contiene implicitamente il superamento di quella prima fase stordente, meravigliosa e forse necessaria della “seduzione”. Questo peculiare stato intellettuale mi pare ben rappresentato dallo spazio apparentemente contraddittorio aperto da due massime – l’una di Giorgio Colli a proposito dello scritto di Nietzsche su Schopenhauer come educatore: “è scegliendo un maestro, che cominciamo a diventare qualcosa”, e l’altra, di Kant, laddove definisce l’illuminismo come “liberazione dell’uomo dallo stato volontario di minorità intellettuale che è l’incapacità di servirsi dell’intelletto senza la guida di un altro”.


Nel seguire un maestro, “di vita” prima ancora che filosofico, intellettuale, spirituale, si corre sempre il rischio, specie quando si è molto giovani, di quella che sopra ho chiamato genericamente fascinazione, e che nel caso della filosofia può persino diventare una potente manìa. E’ Platone del resto a parlarci dell’importanza del delirio e dell’esaltazione come fondamenti della dinamica amorosa e sapienziale, oltre che della produzione artistica (in particolare nel Fedro e nello Ione).

Ora, è sempre un bene correre questo rischio piuttosto che corazzarsi, com’è il caso della dinamica con cui i soggetti costruiscono il proprio rapporto con il mondo, attraverso quel complesso di relazioni sommariamente definito in termini di “esperienze”, ma in quest’opera occorre insieme dotarsi di una capacità (che è pur sempre filosofica, anche in assenza di attitudini “professionali”) di discernimento e di autonomia – atteggiamento che se non raggiunge le vette dell’autàrkeia aristotelica, dovrebbe per lo meno partire da un insieme minimo di curiosità, circospezione e cautela critica, ingredienti necessari all’esercizio di quella pratica incessante di ricerca che i Greci definivano come istorìa.

Se però c’è una cosa che la filosofia mi ha insegnato, è che nella nostra testa e nelle nostre parole (così come nei gesti, nelle pose, nella fisionomia, ecc.) sono sedimentate migliaia di anni di storia della specie: praticamente niente o quasi è farina del nostro (individuale e limitato) sacco, mentre tutto viene dall’esterno, dal mondo, dalla natura, dalla specie, dalla società, dalla sfera educativa, l’Io essendo nient’altro che una costruzione fittizia e provvisoria di tutti quei materiali. Sempre la filosofia mi ha d’altro canto insegnato che l’assunzione soggettiva delle “strutture” oggettive senza conoscenza, analisi e discernimento critico, farebbe di noi degli individui conformisti, acefali e senza speranza. Uno dei più raffinati maestri di quest’arte maieutica che ho avuto la fortuna di incontrare e di apprezzare, è stato proprio Luciano Parinetto.

Il primo impatto, ormai quasi vent’anni or sono, si inquadra nelle narrazioni mitologiche sulla sua figura. Andai alla seconda lezione d’un suo corso (purtroppo non ricordo più quale fosse), e se non mi trovai di fronte il filosofo-mago un po’ eccentrico che mi aspettavo, sentii però subito risuonare l’aula delle sue consuete lamentazioni circa il fatto che ci fossero ancora troppi studenti lì di fronte a lui, che forse il giorno prima non si era spiegato bene o che non avevamo capito, che lui non teneva corsi propedeutici, che per seguire le sue lezioni sarebbe stato necessario avere una buona conoscenza della storia della filosofia, e poi del francese del ‘600, e di latino, qualche nozione di greco … che altro?

Un maestro, certo, altero e affascinante allo stesso tempo, che però lì per lì abbandonai, e che avrei ritrovato qualche anno dopo, al seguito di amici “sedotti” e meglio introdotti al suo metodo e pensiero. E che negli anni successivi ebbi modo di conoscere secondo una modalità e in occasioni ben poco accademiche. Mi verrebbe da dire che la sua lezione ad un tempo antiaccademica e rigorosa, è stata una delle fonti della mia concezione della “filosofia come stile di vita”, per utilizzare una formula un po’ alla moda, che certo a Luciano non sarebbe piaciuta.

Sono poi arrivato a ragionare nella mia tesi di laurea sulla figura del selvaggio come paradigma possibile, per quanto stratificato, da avvicinare all’utopico concetto-progetto roussoiano dell’uomo naturale, con e senza Parinetto, mettendo in pratica inconsciamente il modo dialettico di apprendere di cui ho parlato sopra. Grazie alla sua lettura di Rousseau (in Nostra signora dialettica); ma poi separandomene e cercando una mia strada, sfuggendo così, almeno in parte, al luccicante pericolo della fascinazione – tant’è che ho scelto un relatore diverso, e sono tornato a Parinetto a cose fatte, chiedendogli di farmi da correlatore.

Anche oggi, quando cerco di ripensare alla maledizione delle cosmologie della guerra che affumicano il nostro tempo, alla possibilità di distinguere “guerra” da “conflitto”, alla possibilità di una uscita dialogica e plurale dal monismo agonistico del capitale globale, so di poter trovare un maestro dialettico quanto mai prezioso nel Parinetto eracliteo di Fuoco non fuoco.

E questi sono solo un paio di luoghi del poderoso cantiere riflessivo da lui aperto in alcuni decenni.

“Filosofia come stile di vita”: una formula ridondante, d’accordo, ma che ben s’attagliava a Luciano, se con ciò s’intende un modo di filosofare che parte dallo scontento denunciato dall’XI tesi su Feuerbach, e che arriva a sollecitare intorno a sé capacità analitica, studio, rigore, mai disgiunti da passione rivoluzionaria e ansia utopica di trasformazione sociale.

Una vera torpedine, uno splendido maieuta!

 

 

(questo scritto è stato pubblicato in Luciano Parinetto: l’utopia di un eretico, testo curato da Nicoletta Poidimani, che raccoglie i materiali del convegno “L’utopia di un eretico. Giornata di studio su Luciano Parinetto”, tenutosi il 5 novembre 2004 all’università di Milano Bicocca.

 

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3 Risposte to “RICORDO DI UN MAESTRO”

  1. Milena Says:

    Interessantissimo post, Mario, grazie, tanto da considerarlo come un regalo.
    Anche perché questo pomeriggio ho fatto alcune ricerche e ho trovato un file in format html di Nicoletta dal titolo Diversità dei diversi, che per cominciare è stato apprezzabilmente esaustivo. E, per quanto sia una sintesi per la quale potrei dubitare della mia capacità di critica e autonomia, considerate le mie limitate conoscenze di storia della filosofia, francese, latino, greco, ecc, non ho potuto fare a meno di concordare con quello che vi ho letto.
    Mi consola però pensare che non sono sempre d’accordo con tutto quello che leggo, e che, anche se non ho una formazione accademica, il mio orientamento sia sufficientemente provato quel tanto che basta da capire, anche un po’ naso, se posso o meno allinearmi con le interpretazioni che mi vengono proposte. Magari per cambiare idea come è già successo in altri casi, dal momento che, se non posso nemmeno aver in vista le vette dell’autàrkeia aristotelica, mi è necessario procedere per assestamenti successivi.
    Che d’altronde non succede sempre così? Al di là di ogni scelta razionale per cui puoi concordare che due più due fa quattro ecc., tutte le altre scelte non provengono dall’intuizione? dal gusto personale? dal piacere?
    E se anche ciò che io sono e penso non fosse altro che la somma e la sovrapposizione di tutti i condizionamenti ricevuti, e se persino a livello biologico non fossi altro che una diversa ristrutturazione dei componenti del DNA comune a tutta l’umanità, quello che sono sono, ossia una diversa combinazione di tutti quei diversi elementi che messi insieme mi fanno essere quello che sono, e non un altro uomo o un’altra donna. E per quello che sono: scelgo decido voglio amo ecc..

    L’idea di avere un maestro non mi è affatto nuova, anche se non mi è mai capitato di poterne trovare di persona.
    Venti venticinque anni fa parlavamo spesso di questo con un mio caro amico laureato in filosofia che amava Colli, ma che in breve cominciò a seguire Osho (!). E non era solo quell’amico ma l’intero gruppo di persone che allora frequentavo, e coi quali mi sono trovata in disaccordo. Infatti a me il pacchetto Osho – o altri che allora erano di moda – non mi ha mai convinto, e non è un caso. Preferisco spaziare nel molteplice che fissarmi su un solo particolare e da un unico punto di vista, anche se nella mia storia personale ho fatto anche molti esercizi di concentrazione su un unico punto.
    Comunque ognuno è libero di trovare la sua strada, e questo per il mio amico ha anche significato cambiare vita e trovare un ambiente di persone a lui simili con cui vivere. E questo è molto importante e spero che sia felice.
    Racconto questo per spiegare da dove nasce la mia diffidenza verso l’idea di avere un maestro, soprattutto quando si ha l’impressione che quel maestro più che spingerti ad essere indipendente tende ad accalappiarti nelle spire del suo pensiero e, nel caso che ho citato, delle sue strutture. Delle due l’una: o non è un vero maestro, oppure è l’allievo ad essere un cretino. Ma se il maestro non ha aiutato l’allievo ad essere autonomo allora ha fallito. E così hanno fallito entrambi. Questo in teoria, perché poi nella prassi le cose sono un tantino più complicate e le variabili abbondanti, per cui non mi sogno nemmeno di giudicare il caso particolare. Detto terra terra, quel mio amico vive da molti anni in toscana, ha fatto le sue scelte e quella è la sua vita. Ma è claro che non è la mia.
    Come vedi le mie esperienze sono assai limitate in fatto di maestri, anche se può essere un vantaggio avere una guida per orientarsi nella comprensione della complessità del mondo, anche col rischio di subirne la fascinazione sia che si tratti di filosofia che in altri campi.
    Ma ora, considerata la mia età e la mia condizione di studente sconclusionata e confusa, decisamente più che di maestri preferirei parlare di amici e con amici. Se poi si può correre il rischio di restare comunque affascinati, momentaneamente da questo o da quello, è un rischio che si corre sempre durante tutta la vita.
    Certo una cosa è essere condizionati senza saperlo, altra cosa è capirne i meccanismi.
    Ma ampliare le possibilità di vedute non ha mai fatto male a nessuno, tranne che qualche volta sembra di perdere la bussola. In realtà il mio più grosso problema è che dopo aver studiato mi dimentico quasi tutto, tranne l’essenziale, ovverosia com’è il mio sguardo ora, chi sono io adesso.
    A volte penso che sia un po’ come in quelle terapie d’urto (ce ne sono alcune molto simpatiche in cui si pronunciano parole senza senso, o grida e urla) che dopo averti portato a non capire più niente d’un tratto capisci tutto anche se non sai bene come ci sei arrivato. Però dopo sai chi sei, chi vuoi essere e cosa vuoi fare, e magari non è molto diverso da quello che hai sempre saputo.
    L’importante è rimanere svegli e non perdere il contatto con quel centro che si sa di essere e che abbiamo la tendenza a dimenticare. Le filosofie orientali lo descrivono come un “tenere le briglie”. Ma dicono anche che aver troppa paura di perdere il controllo può essere una buona occasione per perderlo. E non è detto che sia un male, se ti puoi fidare dei tuoi cavalli li puoi lasciar correre senza temere.
    Non chiedermi però perché ti scrivo queste cose perché non lo so neppure io. E se non si può sapere tutto, figurati io…
    Oggi pensavo che in quell’interspazio prima di nascere, o meglio, prima di essere coscienti, quando il tempo lineare ancora non esiste, in un modo differente forse sappiamo tutto. Sappiamo chi siamo, e persino conosciamo in modo irrazionale, un po’ come in un sogno dove tutto esiste contemporaneamente, tutta la nostra vita nella sua interezza, tutto il tempo che poi dovremo vivere e diventerà la nostra storia. E che poi a poco a poco, diventando coscientemente noi stessi nel tempo presente, perdiamo questa conoscenza intera che si andrà frazionando in passato presente e futuro così come lo percepiamo quando diciamo “io”.

  2. Oscar Says:

    Ricordo con nostalgia le serate a lezione con il professor Parinetto. Ricordo il suo grande pensiero e il suo insegnamento. Lui mi ha dato più di chiunque altro…

  3. md Says:

    Caro Oscar, che bello sentirtelo dire!

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