HORROR VACUI (con una postilla sul lusso)

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Tempo fa mi capitò di ascoltare un dibattito radiofonico che aveva come oggetto il silenzio. O meglio, l’assenza del silenzio dalle nostre vite. Non ci sono più luoghi dove ritirarsi a pensare – così lamentava la conduttrice. E’ vero – ribattevano gli ascoltatori – i luoghi che vengono frequentati quotidianamente da tutti noi, nessuno escluso, sono oberati di rumore, sempre e comunque: rombi, suoni, fischi, squilli, sottofondi, musica, canzonette, voci, sussurri e grida, chiasso e baccano: tutta la modulazione possibile delle varie sonorità, ma mai il silenzio.
Ho approfittato di queste feste per starmene il più possibile discosto da quei rumori di fondo. E durante le mie passeggiate – vere e proprie reveries, sulla cui solitarietà non transigo – mi è tornata in mente quella discussione. E mi sono chiesto se esistono nelle nostre società, e in particolare nelle nostre aree densamente popolate, dei luoghi remoti dove ritirarsi a pensare, meditare, riflettere, o semplicemente far svagare i pensieri. Tali luoghi – che mi piace chiamare “pensatoi” – dovrebbero essere, a ben vedere, l’esatto rovescio dei comuni luoghi di ritrovo o di passaggio, case, chiese e biblioteche comprese: non solo remoti e silenziosi, isolati al limite della dispersione e della irraggiungibilità, ma soprattutto decompressi e liberati dalle quotidiane tempeste di suoni, di luci, di messaggi, di parole, di segni, di segnali, di immagini, di filmati da cui veniamo permanentemente flagellati. Da quei frutti, cioè, di una società organizzata con tempi, luoghi e spazi ricolmi e strabordanti d’ogni cosa – la società dell’eccesso, dello sterminato, dell’escrescenza, dell’ex-stasis e della meta-stasis (come la definisce Baudrillard). Ma forse è tardi, e il cessare della tempesta – la lucente pulizia del cielo, il suo essere vuoto e brillante ad un tempo – o la fine dei frutti – alberi spogli e inerti, che riposano in silenziosa attesa – ci farebbero orrore. La nostra vita così densamente popolata, priva di oggetti e di rumorose attività ci apparirebbe vuota e intollerabile. Troppo simile alla morte per poterla reggere anche solo un minuto.

Il “pensatoio” che immagino deve essere mancante di tutte quelle attività e di tutti gli oggetti; un luogo vuoto, spoglio, senza nulla che induca stimoli o desideri; qualcosa di retrattile, ritirato, ritratto, refrattario, trattenuto, frenato, ristretto, contratto, raccolto; un luogo dove regni l’assenza, la pagina bianca, il niente; dove la regola è la quiete, l’ozio, la lentezza, meglio ancora la stasi, l’immobilità; e dove proprio la simulazione della morte diventi possibile, qualcosa che assomigli al Prasna-paramita buddhista; e dove la folla, la massa, la “gente” vengano bandite. Certo, so bene che tale luogo è innanzitutto una condizione “mentale” o un’abitudine spirituale, ma è altrettanto indubbio che la nostra società bulimico-caotica impedisce sistematicamente che ciò avvenga.
La parola “meditazione” è sparita dal nostro linguaggio (persino dal linguaggio religioso, che infatti predilige la chiacchiera clericale, quasi sempre a sproposito…).
Se però è vero che per prendere delle decisioni, ed assumersi delle responsabilità, i cittadini devono prima pensarci bene e riflettere, cosa che richiede di prendersi tutto il tempo necessario (per lo meno in relazione all’importanza della decisione), allora mi pare sacrosanto rivendicare gli spazi – fisici e mentali – dove ciò possa liberamente avvenire: il diritto al “pensatoio” è un diritto primario e inalienabile, necessario e imprescindibile per l’esercizio della democrazia, ma più in generale per la vita.
Per pensare occorre però sgombrare il campo, fare piazza pulita, arrestarsi, sospendere il giudizio (epoché la chiamavano gli scettici greci), mettere tra parentesi le cose.
La domanda è: come si concilia tale attività di pensiero, che è in primo luogo una “disattivazione”, con i ritmi e i riti di una società di massa?

Postilla.
Nel 1999 era uscita in Italia, pubblicata da Einaudi, una raccolta di saggi di Hans Magnus Enzensberger intitolata Zig zag. Saggi sul tempo, il potere e lo stile. All’epoca mi avevano molto colpito alcune parole-chiave usate dall’autore a mo’ di slogan e raccomandazioni per un’uscita indolore dal Novecento, secolo di guerre, di militanza eroica, di iperattivismo e iperproduttivismo: “destituzione”, “ritirata”, “arretramento”, “astensione”, “riduzione”, “rinuncia” – il rovescio cioè dell’ansia da accumulo e della paranoia della crescita del Pil, che ancora furoreggiano per lo più nei nostri sistemi socioeconomici (anziché lasciar posto a più etici e ragionevoli propositi finalizzati a “risparmiare” il pianeta, calcandolo con passi più leggeri).
Seguendo tale onda del suo ragionamento, Enzensberger ha poi alcune intuizioni molto pertinenti a proposito del concetto di lusso e del suo prossimo futuro: dopo l’avvento della società dei consumi di massa, “introvabili, rari, costosi e ricercati, sotto il segno di un consumismo dilagante, non sono tanto auto veloci e orologi d’oro, champagne e profumi, tutte cose che possiamo acquistare a ogni angolo della strada, bensì presupposti di vita elementari come tranquillità, acqua pura e spazi sufficienti.” (p.164). Se è vero che il lusso del futuro si congeda dal superfluo per volgersi al necessario, si tratterebbe di un capovolgimento singolare per non dire ironico della logica tradizionale dei desideri. Enzensberger fa poi un elenco dei nuovi generi del lusso: il tempo (il genere più importante), l’attenzione, lo spazio, la tranquillità, l’ambiente, la sicurezza – risorse scarse e attingibili da una sparuta minoranza, che però nell’appropriarsene taglia fuori le masse e rinchiude se stessa, rinunciando così alla classica dinamica dell’ostentazione da parte del privilegiato. Con un paradosso finale: chi avrà soldi per comprarsi la tranquillità non avrà tempo di usufruirne, mentre chi potrà disporre liberamente del proprio tempo (anziani, precari, disoccupati, profughi, immigrati – cioè la maggioranza) non saprà cosa farsene…

E allora, privo di ogni antiquata ridondanza barocca, spoglio come si conviene a una stanza veramente sfarzosa, il “pensatoio” sarà forse il luogo più sfrenato e lussureggiante del futuro. Dell’epoca presente conserverà però un tratto, e cioè che lì dentro vi si svolgerà un’attività “superflua” – come del resto si addice ad ogni vero lusso…

Categorie: Reveries
Tags: alienazione, pensiero
Immagine: Jan van Eyck, San Girolamo nel suo studio

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8 Risposte to “HORROR VACUI (con una postilla sul lusso)”

  1. lealidellafarfalla Says:

    Mi sono trasferito in un piccolo appartmeneto a pochi chilometri fuori dalla città (due per l’esatezza), ma sono stati più che sufficineti per apprezzare la quiete che c’è nelle campagne. Ne ha risentito in modo straordinario il sonno: riesco a riposare come negli ultimi anni non ero mai riuscito a fare, ma me ne rendo conto solo ora. L’etologo Konrad Lorenz, di cui ho letto qualcosa qualche anno fa, sostiene che uno dei più significativi problemi di oggi sia la completa asincronia della biologia del nostro corpo, con la vita e la realtà che l’evoluzione tecnologica ha costruito intorno a noi.
    Bilogicamente siamo gli stessi di 2000 anni fa, ma l’ambiinete che abbiamo costruito non più, così che rischiano di scomparire anche i luoghi dl pensiero e i ritmi lunghi di ciò che siamo

  2. francescaperna Says:

    Che bel blog, davvero interessante. Tornerò a trovarti.

  3. md Says:

    Grazie Francesca. Anche il tuo blog è molto interessante. A presto

  4. matteik Says:

    Grande Mario il tuo blog è davvero “filosofico”. Amo la filosofia anche se la mia vita ha preso una “piega” economico-fiscale (cosa ci sarà mai di fisolofico nelle tasse?).
    A proposito di passeggiate un amico, prof all’Uni.Tn., mi ha consigliato un libro di Adalbert Stifter “Il sentiero nel bosco” Adelphi. Ho appena iniziato a leggerlo ma racconta: …Tutto ciò il mio amico lo deve, nè più nè meno, a un semplice sentiero nel bosco…
    Ti faro sapere
    A presto

  5. chiarac Says:

    molto bella la postilla sul lusso.
    io stranamente (o forse no) non sento una grande necessità di silenzio, forse perchè basta che piova e i bambini dell’oratorio se ne stiano a casa perchè a casa mia ci sia un po’ di silenzio, o forse perchè il mio udito non è troppo sviluppato…
    in ogni caso penso che un luogo totalmente privo di stimoli non mi piacerebbe, forse sono figlia del mio tempo e seguo la tua previsione per cui a noi moderni il silenzio sarebbe intollerabile, ma penso che il pensiero sia sempre pensiero di qualcosa, e gli stimoli facciano bene. è sulla nostra ricezione degli stimoli che dobbiamo intervenire, imparare a non farci distrarre da tutto, saperci soffermare per nostra volontà sulle singole cose interessanti, dominare il flusso.

  6. md Says:

    @ matteik: a proposito di tasse e filosofia qualcosa ho scritto in https://mariodomina.wordpress.com/2007/07/07/il-contratto-sociale/

    @ chiarac: sono d’accordo con te, anch’io ho il terrore del vuoto, ma qualche esperimento lo vorrei fare, l’idea di pensieri che sorgono dal nulla, per quanto paradossale sia, un po’ mi intriga…

  7. Meditabondi animali « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] mia esperienza le ritengo condizioni necessarie): la solitudine e il silenzio (ne avevo parlato qui). L’ampliamento della coscienza e dell’attività mentale fino alle estreme possibilità […]

  8. Vivere all’(ultima) giornata « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] in un suo pamphlet degli anni ’90, a identificare nel tempo il principale bene di lusso delle società postmoderne (e forse postconsumistiche). E del resto, se non si ha tempo per […]

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