THE ROAD

Road to Nowhere

C’è un mondo alle spalle che non ha più nessun significato. Dinanzi un cielo privo di segni, cui ci si rivolge invano e invano lo si invoca, nessuna divinità, nessun orizzonte. In mezzo, la strada. Una strada che porta da nord a sud, dal gelido inverno a una stagione che forse sarà più mite. Forse. La strada è il presente tra un passato di morte e un futuro inesistente. La strada è una linea tra due nulla. Da una disperazione a un’altra disperazione. Il giorno fa paura quasi come la notte. E l’oceano su cui il tracciato si infrangerà, sarà solo una massa d’acqua inerte.

Il paesaggio è cinereo. Il grigio della cenere ricopre tutte le cose. L’unico colore è una diversa tonalità di grigi. Nero e grigio e tutte le loro variazioni. La vegetazione è un intrico di sterpi secchi, dietro cui si possono riconoscere le antiche specie. Ma tutti i loro esemplari e le loro parti – i tronchi, le foglie, i rami, le radici, i semi, i fiori – sono congelati in forme definitive, senza vita e senza movimento. E’ l’assenza a dominare. Il sole è livido, la luce malata. Pioggia, vento e neve si alternano portando con sé mulinelli di terra e di cenere. Il paesaggio fa venir voglia di ritrarre lo sguardo. Ma non c’è un altrove dove rivolgerlo. C’è solo la strada.

Non c’è nessun animale. Né un grido di uccelli che muore lontano, né lo scalpiccio di una lepre nel bosco, né il ronzare delle mosche, nemmeno l’ululato dei cani. Il silenzio talvolta è insostenibile. Gli unici viventi sono umani disperati che si trascinano ciondolando lungo la strada, come morti viventi, o che sono appostati in attesa di qualcosa – un segno, la possibilità di nutrirsi, un cencio con cui coprirsi, il fuoco. Non si sa quanti siano, né dove si nascondono. Si sa però che in giro c’è chi divora i propri simili, specie se sono neonati. La loro carne è più tenera. Gli umani guardano gli altri umani con sospetto. Li agognano e li temono. Incontrare un altro umano può voler dire la fine. Le bande vanno evitate a tutti i costi. Si deve vigilare lungo la strada.

Talvolta ci sono delle deviazioni. E’ bene perlustrare le case, i villaggi, le antiche città abbandonate, in cerca di residui, di resti, di avanzi, rimasugli, ritagli, persino qualche segreto deposito. Le scorie di un altro mondo. Le vestigia della “civiltà”. Nel mare di spazzatura cinerea c’è ancora qualche scatola utile a sfamarsi, qualche strumento, forse persino qualche mappa. Luoghi spettrali dove un tempo le merci e le attività luccicavano, che ora sono cumuli di sporcizia. Ma se si è fortunati qualcosa si trova. Può voler dire un giorno di vita in più. Un segno con cui marcare il territorio. La forza atta a percorrere un altro tratto di strada.

Ma eccoli sulla strada arrancare con un carrello sbilenco, infagottati e macilenti. Camminano lenti, trafitti dalla tosse. Sono guardinghi. Un uomo e un bambino. Un padre e un figlio. Talvolta si parlano. Quel che si dicono è un sussurro. Più che altro le loro parole hanno a che fare con la sopravvivenza, con la fatica quotidiana di arrivare a sera, di scampare un’altra notte. Ma da quei dialoghi asciutti sorgono talvolta domande, questioni… Il bambino chiede dove siano gli altri buoni, qualcuno a cui donare il fuoco, vorrebbe portare con sé un vecchio incontrato per strada, o un altro bambino solitario e in fuga. Chiede al padre un gesto. Ha dubbi, domande. Vorrebbe…cosa? Ok, dice sempre alla fine, anche se non sempre è convinto. Il padre arriva a dirgli “dentro di te hai delle storie che io non conosco”. Si amano e si proteggono a vicenda, ma talvolta sono degli alieni l’uno per l’altro. Il bambino non sa nulla del mondo tramontato, e all’orizzonte non ce n’è un altro. Lui è come la strada, un segmento tra due nulla. E il padre deve nascondere le lacrime, e salvaguardarlo dal nulla e dall’abisso. Ma perché deve farlo? Ok, dice alla fine a se stesso.

***

la-strada.jpg

Questo è lo scenario dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, una storia della post-apocalisse, ovvero il luogo dove l’immaginazione e la verosimiglianza convergono nella necessità di farsi le domande fondamentali, quelle senza la cui risposta, anche solo provvisoria, non si può vivere se non in maniera spettrale: che senso ha la vita, l’invocazione di un’etica minima, dov’è finita la pietà – papà, noi siamo buoni, vero? e poi noi portiamo il fuoco, no?
E’ un romanzo terribile (se di romanzo si può parlare) e nello stesso tempo una delle cose più potenti che io abbia mai letto, in certi momenti così potente da essere insostenibile. Un romanzo filosofico a tutti gli effetti, che bisognerebbe diffondere nelle scuole e nelle università. Renderne quasi obbligatoria la lettura. Non tanto per il suo indubbio valore letterario, ma perché nella scrittura che sorge da quel disperante nulla, dal gelo che ricopre tutte le cose, ci viene consegnata una testimonianza assoluta d’amore, che è anche l’unico calore possibile. Il solo fuoco che ci rimane, per quanto destinato inesorabilmente a spegnersi.
Il ritmo della narrazione, che è poi quello che accade tra il padre e il figlio, i gesti e le parole, sono sì scarni fino all’osso, ma nella loro nudità ed essenzialità sono tra le cose più alte, più commoventi, più dense di significato che la letteratura, uno scrittore, un essere umano siano in grado di concepire e immaginare. Dal nulla, dalla disperazione, dalla morte sicura che domani ci attenderà, il segno pietoso, scarno ed essenziale dell’amore. Un fiore inutile lungo il ciglio della strada, destinato presto a seccare. Ma è quello che ci farà camminare e andare avanti. L’unica consegna, l’unica possibilità, l’unica cura nella notte buia e senza stelle.

Categorie: Libri e letture, Etica
Tags: apocalisse, letteratura, morte, natura umana, pietas
Riferimenti bibliografici: Cormac McCarthy, La strada, Einaudi 2007
Immagini: foto Road to Nowhere by tricky
copertina del libro

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6 Risposte to “THE ROAD”

  1. lealidellafarfalla Says:

    Sarà un ottima lettura tra le mie prossime. I deserti, se li portimao dentro di noi, in forma di aridità del pensiero e dello spirito, finiranno per invadere anche ciò che è intorno a noi.

  2. md Says:

    @leali: credo tu abbia colto perfettamente la “cifra” del romanzo di McCarthy – non so proprio come sia riuscito a scorticarmi l’anima e insieme a farmi contemplare la bellezza che via via sorgeva dalla scrittura.

  3. Ares Says:

    Ares

    ..mah

  4. md Says:

    siamo sul laconico Ares, eh? comunque bentornato

  5. mario Says:

    Una volta questo tipo di letteratura si definiva romantica. Non so perchè l’uomo abbia bisogno di questo disperato bisogno di sofferenza ritorta ma va da se,è indubbiamente un parte di noi. L’Amore che porta in se la speranza,la condivisione,la pazienza,la compassione è quel fuoco sacro che non si può estinguere,la storia dell’Umanità ce ne fa essere ben consci. Un giorno quella strada arriverà fra campi di grano,di fiori,di case,di una Umanità sorridente,perchè quel bimbo porta con la luce dell’eternità Per quanta cacca a qualcuno piace ricoprirci noi saremo sempre capaci di aprirci un varco.La luce non teme la tenebra,vero è il contrario.

  6. Trilogia filosofico-letteraria – 2. Le strade stranianti di McCarthy « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] e cavalieri della Trilogia della frontiera, oppure il padre e il figlio sopravvissuti alla catastrofe: in quest’ultimo caso lo schema narrativo si palesa icasticamente fin nel titolo. La strada […]

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