BAUDRILLARD E L’ETERNITA’ METONIMICA DELLE CELLULE

lillusione-dellimmortalita.jpg “Contro lo sterminio del male, della morte, dell’illusione, contro questo Delitto Perfetto, dobbiamo lottare per l’imperfezione criminale del mondo. A dispetto di questo paradiso artificiale di tecnica e virtualità, e contro il tentativo di costruire un mondo completamente positivo, razionale e vero, dobbiamo salvare le tracce dell’opacità e del mistero dell’illusorio mondo definitivo”.

Questo brano è tratto da L’illusione dell’immortalità di Jean Baudrillard (Armando editore, 2007). Si tratta di un testo che discute i temi della clonazione, del nuovo millennio e della sconfitta della realtà – argomenti cari all’autore francese scomparso di recente, che ne dà una visione al limite dell’apocalittico. Ma è proprio il pensare apocalittico, estremo, paradossale, catastrofico l’unico in grado di restituirci non tanto la verità, ma la salvezza dalla verità: “spingersi al limite delle ipotesi e dei processi”, questo il compito del pensiero filosofico, che solo così può contribuire a “terminare” quei processi e a “rendere il mondo sempre più inintelligibile, e sempre più enigmatico”. Esattamente il contrario di quello che ci aspetteremmo dalla filosofia e dai pensatori! Per chi non conoscesse affatto Baudrillard, sembrerebbero le parole alticce di un originale, niente di più. Un philosophe anticonformista, come spesso è stato per i francesi del Novecento. Ma proviamo ad andare al di là di tali impressioni e di capirci qualcosa – premesso che il testo è ellittico e in taluni punti piuttosto oscuro.

La tesi di fondo del pensiero di Baudrillard è che la costruzione della realtà avviene oggi tramite meccanismi concettuali e tecnologici che, in quanto simulacri privi di significato, la porteranno inevitabilmente al collasso. La realtà è iper-realtà (hyperréel), e se ne possono tracciare alcune coordinate di fondo:

-digitalizzazione del mondo (con i due corollari della clonazione biologica e culturale: indifferenza cellulare e pensiero unico: dunque, la cultura non ci preserverà)
-proliferazione di forme estatiche e metastatiche con effetto di saturazione (ipertrofia sociale, obesità, simulazione, pornografia, terrore, oscenità, ecc.: il reale che scoppia, l’informazione e la comunicazione sature e, quindi, inefficaci, come se girassero a vuoto)
-inconsistenza, ormai, delle basi materiali del reale (motivo per cui il “materialismo” marxiano non può più funzionare – tesi su cui dissento radicalmente)
-espulsione del negativo, immunizzazione, sterilizzazione
-distruzione della funzione simbolica del linguaggio
-ritorno (illusorio) all’immortalità delle origini biologiche, quella della vita indifferenziata e asessuata, con conseguente superamento di sesso e morte come meccanismi individualizzanti, “dove è il movimento perpetuo del Dna che guida la vita e dove i tratti distintivi dell’umano svaniscono prima dell’eternità metonimica delle cellule” (il cui esempio paradigmatico è Biosfera 2, microcosmo sperimentale creato in Arizona e affidato alla Columbia University, una sintesi artificiale dove tutto è purificato e immunizzato).

Baudrillard ci avverte, cioè, che quella che stiamo costruendo (o meglio, che si sta autocostituendo, visto che è priva di autori e di responsabili) è una realtà all’apparenza assolutamente controllabile (l’hegeliano reale razionale), che ha espunto da sé il male, la morte, l’alterità, il negativo.
(Che poi i fatti ci dicano il contrario pare che non conti molto, e in effetti a ben vedere dalla prima guerra del Golfo, passando per l’11 settembre, la guerra al terrorismo e i morti ammazzati, per fame, malattia, follia o ipertecnologia di ogni santo giorno – tutto quel che accade, i “fatti”, rientrano nella costellazione del reale-virtuale ipotizzata da Baudrillard, perdendo qualsiasi significato: la candeggina che lava più bianco e i morti dell’ultimo attentato di Al-Qaeda, i fuochi di Giugliano o il chiacchiericcio sui “divi” sono indifferentemente metabolizzati dalla “realtà”, non a caso Baudrillard cita anche la “società dello spettacolo” di debordiana memoria e scrive nel 1991 La guerre du Golfe n’a pas eu lieu, sostenendo che si è trattato della prima guerra interamente virtuale e televisiva).

Ammesso e non concesso che tutto ciò regga (in parte credo di sì), sono alcune conclusioni del discorso di Baudrillard che trovo utilizzabili in qualche modo per l’esercizio critico e la prassi. Pare infatti che in definitiva il Delitto Perfetto (cioè lo sterminio della realtà) non sia così perfetto. Vi sono alcune “pieghe” nel reale, alcune uscite di sicurezza, che potranno (forse e ancora) costituire delle ancore di salvezza. In particolare:
-l’illusione radicale: cioè il non essere mai identici a sé, presenti a se stessi, totalmente reali, un po’ come succede, in grande, alla mancanza di simultaneità nel fenomeno che riguarda la visione della luce emanata dalle stelle. L’illusione, allora, non è l’errore, ma la salvezza dall’identità assoluta, dalla verità incondizionata (proprio il contrario di quello che predicano, ad esempio, Ratzinger o Severino…);
-l’ironia dell’oggetto, presente anche nei più recenti discorsi intorno all’osservazione scientifica: l’oggetto sfugge cioè al controllo del soggetto e in questo suo “declinare” (una sorta di imprevedibile ed oscillante klinamen epicureo) spiazza e modifica il soggetto.

Ecco perché la conclusione salvifica di Baudrillard è quella con cui ho aperto sopra: opacità e mistero, al di là della trasparenza del reale. Il pensiero non è allora ciò che svela ma ciò che salva: “proprio in ciò, al di là del discorso sulla verità, risiede il suo valore poetico ed enigmatico”.
Nelle pieghe del reale c’è ancora spazio per l’ottimismo tragico della seduzione: al di là dell’orizzonte estremo della tecnica, che stermina l’essere perché ne svela ogni segreto, così da consegnarci un eccesso di realtà, efficienza, sicurezza, c’è ancora spazio proprio per il segreto, la seduzione, le apparenze. Il gioco dell’illusione e dell’ironia può ancora sparigliare la necessità del destino tecnologico.

categorie: Filosofi e filosofe, Libri e letture, Bioepoca
tags: alienazione, apocalisse, baudrillard, digitale, morte, tecnica
riferimenti bibliografici: Jean Baudrillard, L’illusione dell’immortalità, Armando ed. 2007 immagine: copertina libro

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13 Risposte to “BAUDRILLARD E L’ETERNITA’ METONIMICA DELLE CELLULE”

  1. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    Non ho letto il libro e quindi “parlo” sulla base del tuo post e come ho già detto anche sul blog di Fabrizio non sono un filosofo e in certi campi sono un profano :-)))

    Nella spersonalizzazione degli individui attraverso le tecniche del DNA ed il tentativo, direi io, di superamento del concetto nascita, sesso, morte, ma anche a mio avviso attraverso una volontà di unifcazione cerebrale di massa, la tesi dell’autore è nell’insieme condivisibile con i distinguo che tu nel post hai, secondo me, giustamente sottolineato.

    Alla fine, quindi, il relativismo come speranza di differenziazione dell’uomo, della vita, della natura nei confronti di questa omologante clonazione di massa che sembrerebbe essere in atto.

    Credo una cosa: la cultura può fare la differenza proprio perchè se scrivi o canti o dipingi con la tua testa le tue idee questa omolagzione e/o spersonalizzazione può essere combattuta.

    Bisogna tentare quella che resta l’unica strada percorribile per salvarci da tutto questo.

    PS: più apocalittico di Baudrillard? No dai, non credo.Spero di non aver detto un cumulo di sciocchezze :-)))

    Daniele

  2. md Says:

    Sono d’accordo con te Daniele, la cultura può fare la differenza. E non mi sembra proprio tu abbia detto sciocchezze!

  3. lealidellafarfalla Says:

    Interesanti le tesi che condivido in parte. Ritengo, ma solo in ipotesi che l’assunto di Hegel sia valido: ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale può divenire reale anche se non è detto che lo sia, o lo sia stato, necessariamente. Viviamo in un mondo confezionato che ci estranea dalla realtà per mezzo di costruzioni razionali. Quello che può salvarci è forse la nostra imperfezione di fondo, ovvero l’inpacità di spiegare completamente il reale in modo razionale e quindi di costruire realtà il cui tessuto razionale non abbia pieghe di imperfezioni (immancabili vie di fuga).

  4. Ares Says:

    Ares

    Non ho capito niente.. o meglio ho solo capito quello che hanno detto i commentatori…. non sei kiato.. non sei kiaro… sei oskuuuro!!!..

    Riprovero’ a leggerlo con piu’ calma… ufffffffff.. che nervi!!

  5. Ares Says:

    Ares

    Io invece temo che la nostra imperfezione di fondo sara’ la causa della nostra rovina:
    sembra purtroppo che l’umanita’ agisca nella convinzione di essere perfetta.. la “discussione scentifica” non esiste, la scienza non sa mettersi autonomamente in discussione, appena il dibattito si accende.. l’universo scientifico reagisce.
    Non credo che il potere scientifico sia consapevole dei propri limiti, e’ solo consapevole della propria indubbia “potenza”. Questo mi preoccupa, sono accentrate nelle mani di “piccoli privati” ricerche scientifiche che possono condizionare l’umanità fino a distruggerla.
    Sono ricerche che invadono e sovvertono leggi naturali e agiscono sulle naturali capacita’ di auto tutela e auto sostentamento e auto rigenerazione dell’umano.
    Sono centri di potere che tendono accentrare nelle loro mani le risorse necessarie all’umano, per poterle controllare, manipolare,distribuire nei modi e nei tempi.. che riterranno opportuni.
    l’idea che un “semplice errore” di valutazione.. possa condizionare la salute e la sopravvivenza dell’umanità intera mi spaventa, e che il potere scientifico dominante, non sia ingrado di autodisciplinarsi e non sia ingrado di riconoscere che sono indispensabili leggi e regolamenti che garantiscano la tutela dell’umano, rende questo potere pericoloso, perche’ in pieno delirio di onnipotenza.

  6. md Says:

    @Ares: a proposito di chiarezza e comprensibilità che cosa mi dirai allora quando pubblicherò il pezzo che sto scrivendo su Oltrepassare di Severino?
    Sono comunque abbastanza d’accordo con te: era giusto Feyerabend che diceva che la scienza va controllata dai cittadini – e del resto: 1) i soldi per le ricerche sono dei cittadini, ma soprattutto 2) se il progresso scientifico non serve al bene dell’umanità a che serve? Il problema è che non è affatto semplice definire che cosa sia “bene”.

  7. Ares Says:

    Ares

    Quando dico ke non sei kiaro… intendo dire che non hai scritto il post per poter essere letto, da mé, in prima e velocissima lettura .. aspetto con ansia il post su Severino… e anche quello sul Tansumanesimo.. 😉 .

  8. Milena Says:

    La domenica sera mi capita di ascoltare una canzone trasmessa da radiopop-milano che suona più o meno così:
    La teeera l’è dura, che beeela cultuuura ….
    E difatti la “cultura”, è sì:
    il “complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, comportamenti e sim., trasmessi e usati sistematicamente, caratteristico di un gruppo sociale, di un popolo o dell’intera umanità“;
    così come il “complesso delle tradizioni scientifiche, storiche, filosofiche, artistiche, letterarie di un popolo o di un gruppo di popoli“;
    oppure il “patrimonio di conoscenze di chi è colto“;
    ma nel mondo e nel linguaggio contadino è naturalmente la terra, la dura terra che viene dissodata, lavorata, resa fertile e produttiva. Addomesticata.

    “Qualche anno fa, il piccolo rettangolo di terra coltivato a prato di fronte alla mia casa era infestato dalle gramigne.
    Non c’era verso. Seminato nella stagione precedente, dopo aver vivacchiato a mala pena tra la primavera e l’estate, il verde prato al ritorno dalle vacanze estive era quasi definitivamente scomparso. Ogni anno lui perdeva la sua battaglia. E io ogni anno ci riprovavo. Rivoltavo il terreno, lo ripulivo dalle radici di gramigna e seminavo di nuovo compattando le zolle dopo averci sparso il seme ricoperto da un sottile strato di terriccio e sabbia. Annaffiavo delicatamente e per giorni avevo cura che l’intera superficie, in particolare i margini esterni restassero sempre umidi. Finché, dopo circa una settimana ecco spuntare un’impercettibile peluria verde sulla bruna terra liscia e pulita.
    E’ uno spettacolo quando accade. Il giorno prima non c’è nulla. Il giorno appresso, esili fragili fili hanno bucato la superficie indurita dall‘acqua. Una forza immensa contenuta in un quasi niente di un piccolo seme. Centomila semi per un neonato prato.
    Lo rimiravo in prospettiva dalla finestra del soggiorno e ne ero orgogliosa, soddisfatta e felice. Anche un po’ preoccupata. E ne avevo ben donde, visto che ogni anno si ripeteva la medesima solfa. Il prato ingaggiava una lotta impari con la gramigna nostrana che in pochi mesi aveva il sopravvento. E tutto daccapo.
    Rhizoma graminis, appartenente alla famiglia delle graminacce, è un’umile pianta selvatica combattiva e di sorprendente vitalità. Il rizoma strisciante s’innerva nel terreno avanzando al passo di un prode condottiero senza paura e senza storia. Saccheggia ogni sostanza nutritiva e sopravvive alle più difficili condizioni climatiche. Dove passa, come Attila, non rimane altro.
    Men che meno i teneri e delicati steli di prato inglese selezionati per un’accurata esistenza d’interventi di giardinaggio qualificato, un sofisticato variabile miscuglio di Agrostis tenuis, Poa pratensis, Cynodon dattylon, Festuca rubra fallax e Paspalum vaginatum, appartenenti anch’essi a una o l’altra sottofamiglia di graminacee, ma … non c’è come voler a tutti i costi una cosa e quella non s’ha da fare.
    Le mie speranze ogni anno si rivelavano vane e mal riposte. Come potevo rimediare?
    Avrei dovuto irrorare il tutto con un diserbante “intelligente” che avrebbe annientato soltanto le specie indesiderate, mi aveva consigliato l’uomo dell’emporio agrario. Un procedimento estremo, non c’è che dire, e mi piangeva il cuore all’idea di inzuppare la terra con chili di prodotti chimici e lasciarla nuda sotto le intemperie per una stagione intera. Pessimo e crudele.
    Così mi decisi per una soluzione primitiva seppur laboriosa. Setacciare ogni palata, ogni grammo di terra disponibile, dopo aver scavato in profondità alla ricerca del più minuscolo frammento di rizoma, nascosto o infiltrato tra le pietre dei muretti di contenimento. O dimenticato da Dio.
    Niente avrebbe potuto sfuggire alla mia instancabile testardaggine – poiché Dio aiuta chi ha buone intenzioni, ne ero sicura. E cominciai. Riempii secchi e secchi di radici contorte, nonché di mucchi di sassi come effetto collaterale. Consumai i guanti e mi scorticai le mani. Scavai, rivoltai e portai alla luce l’accessibile e l’inaccessibile. Seguii il percorso di ciascun rizoma nel tentativo di trovare l’inizio di ogni intrico serpentiforme. E se mi capitò di trovare l’uno, o l’altro, non me ne accorsi, che l’inizio dell’uno si avviluppava alla fine dell’altro. E così via. Un labirinto.
    A termine di una settimana di accanito irriducibile lavoro, stanca e felice non avevo dubbi: opera eccellente. Perfetta. Riseminai il prato inglese e rimasi in attesa.
    Durante un mite autunno il novello prato ebbe modo di attecchire, e la primavera successiva a seguito di sapienti tagli graduati si rinfoltì a dovere.
    A piedi nudi di quando in quando perlustravo il soffice tappeto. Mi chinavo e lo accarezzavo coi palmi delle mani, analizzavo ogni centimetro quadro con occhiali sul naso ficcato nel folto dell’erba in cerca di un improbabile spuntone di un solo singolo superstite. Ma di gramigne non c’era traccia. E non credevo neppure di potervene trovare ancora.
    Da che mondo è mondo, dopo la primavera arrivò l’estate e con essa le immancabili vacanze. Feci i bagagli, infilai il gatto nel trasportino e chiusi casa, lasciando ad un vicino il compito di bagnare e controllare piante e prato.
    Al mio ritorno tutto era perfetto come l’avevo lasciato, o quasi, considerando che il clima torrido porta con sé danni di sicuro, in questo caso facilmente rimediabili come alcune chiazze qua e là di prato leggermente ingiallito. Pas grave. Il vicino stesso era relativamente soddisfatto, visto che avrei di lì a poco ricambiato il cortesia. E le chiazze di prato ingiallito si sarebbero rigenerate con le prime piogge settembrine. Ma soprattutto non c’erano tracce di gramigne.
    Perlomeno finché non ne trovai.
    Accarezzando il verde ricoperto di rugiada di una bella mattina, sentii sotto le dita la temuta canaglia, bastarda e assassina. Era tornata. Resuscitata come l’araba fenice dalle sue ceneri, ma purtroppo era gramigna. E non in un solo punto, rispuntava l’assassina, ma in due, quattro, otto, sedici, trentadue, sessantaquattro, centoventotto, come i numeri di Fibonacci. Un mistero.
    Non ci volevo credere ma alla fine fui costretta a cedere all’evidenza. Anche l’insospettabile fiducia che avevo nel mio perfettissimo lavoro era stata mal riposta. Mal riposta anche la fiducia in Dio che non mi aveva aiutato, persino con le migliori intenzioni di far piazza pulita di tutta la gramigna del mio seppur piccolo mondo. Chissà, forse Dio ama anche la gramigna.
    Col tempo ho smesso di accanirmi. Mi limito ad estirparne qualche stralcio qua e là quando mi pare stia soffocando da sola per eccesso di esuberanza – la controllo, insomma, come poto le rose o taglio i rami secchi alle ortensie. Così che la gramigna ha smesso di svilupparsi indefinitivamente, ha una crescita moderata allo spazio che le ho concesso. Che le concedo e che lei accetta di occupare. Un tacito accordo, pare.
    E anche il gentil prato inglese che a sprazzi cresce qua e là senza la pretesa di essere l’unico fruitore di quel pezzo di terra, ha imparato a conviverci, e ad essere più forte e tenace.
    Sorridendo mi dico, sono una coltivatrice di gramigna. Anche di gramigna. Chissà.”

    … un pezzo un po’ lungo …
    ho cominciato a scrivere e mi son fatta prendere la mano …
    spero di non dispiacere o annoiare nessuno …

  9. Ares Says:

    Ares

    zzzZZZZZZzzzz..zzzzzzZZZZZZZZZzzzzzz….zzzzZZZZZzzzzz..

    ma che dici?!.. e’ sempre un piacere!!

  10. Ares Says:

    Ares

    @Milena

    1) Dio credo che abbia ben piu’ gravosi compiti che occuparsi della tua gramigna.
    2) Il prato all’inglese e’ quello che hai ottenuto ora.. quello che tu ricercavi era un prato all’italiana.
    3) Come al solito,quando ho tempo, e’ un piacere leggerti 😉 .

  11. Milena Says:

    @Ares
    Grazie, (anche per le zzzzeta).
    forse non sono riuscita a rendere l’idea, ma la gramigna avrebbe dovuto essere una metafora di tutto ciò che consideriamo indesiderabile per ottenere un mondo perfetto, ben ordinato, asettico, sterilizzato. Metafora e contenuto comunque un po’ stantii, quasi quasi si vede già la muffa. Muffa inglese, però. Cercherò di peggiorare in un genere più ruspante.
    E, per come la vedo io, Dio potrebbe occuparsi di tutto e di niente nello stesso tempo, contempo e non-tempo.
    Forse la numero 2 non l’ho capita

  12. Ares Says:

    Ares

    La tua metafora era ben occultata… anche se so che i tuoi scritti hanno sempre un intento “rivelatorio-educativo”.

    Il punto 2) .. e’ il punto che non mi ha permesso di comprendere chiaramente la metafora:

    Il prato all’italiana… e’ il prato ordinato… fatto di composizioni floreali, semplici, austere, lineari… spesso composte su disegni geometrici d’evocazione classica.

    Il prato all’inglese, e’ una composizione floreale, apparentemente casuale, in cui si usa innestare piante “spontane”..che danno all’insieme della composizione, un estetica piu’ vicina al naturale;
    al contrario del giardino all’italiana che e’ volutamente artefatto(fatto ad arte) e volutamente non naturale.

  13. mario Says:

    L’illusione dell’Eternità. Bel titolo,quanta angoscia,quanta spremitura di meningi.
    Io penso che noi dovremmo enunciare un postulato,altrimenti non si va da nessuna parte e si gira in tondo,giusta o sbagliata che sia la conclusione,che,nessuno comunque può autorevolmente sostenere,almeno “dai tetti in giù”. Noi siamo.Non sottilizziamo che ci sembra di essere dei ciechi in una camera buia assordati da un silenzio spaventoso. Noi siamo e di qua dobbiamo farci alcune ragioni che prescindono da dolorosissimi comportamenti che L?Umanità ci sciorina tutti i sacrosanti giorni. Una casa è tale solo se si presenta con caratteristiche specifiche.Essa è formata da una struttura che ingloba stanze di uso diverso e da un tetto. Se noi volgiamo esaminarla dobbiamo partire dall’elemento singolo,in caso contrario faremmo confusione. Per noi vale lo stesso concetto. Siamo ben consci della pluralità delle nostre azioni,che vengono accompagnate da fasi positive a negative(almeno per il concetto di divisione che ci siamo dati) che non devono distoglierci a dove noi tendiamo. Quante volte davanti ad un cielo stellato,qualcosa
    dentro di noi si muoveva,saliva nel nostro intimo,anche una rabbiosa impotenza di fronte a tanta bellezza. E una illusione…mah
    L’esame della gramigna (potevo cominciare con il prato?va a pensare…) è interessante e mi complimento per la pittura narrativa che è stata fatta, e, mi sovviene un proverbio,”il meglio è nemico del bene” Io penso che l’autore abbia reso estremamente reale questo detto ed è nel contempo la risposta al quesito del libro sopra indicato. A noi è dato di fare un pezzo di strada,altri o noi in un altro tempo completeranno l’opera,perchè è indubbio che la volontà di perfezione non può essere negata,di qui o di la nel tempo o nello spazio non importa,quel prato sarà un giorno perfetto come lo sei tu anche contro qualsiasi cattivo volere,ecco perchè deve esistere l’eternità. Dio poi poi a parer mio un pensiero perfetto che permea ogni cosa,solo così puo essere onniscente,onnipoente,etc….che invidia. grazie di avermi ospitato

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