60 ANNI DI COSTITUZIONE – Il lavoro

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Avvio con questo post la prima di una serie di riflessioni su temi che riguardano i fondamenti filosofico-politici della nostra Costituzione.

IL LAVORO
articoli 1-4-35-36-37-38-46

La costituzione parte dall’assunto che la base dello stato (la sua “costituzione materiale”) venga determinata dal lavoro dei cittadini. Non entro qui nel merito della questione marxiana del lavoro come alienazione e della differenza tra lavoro (coatto) e libera attività. Mi pare comunque chiaro che lo spirito con cui questi articoli sono stati scritti sia quello della progressione materiale e spirituale dell’intera collettività: dunque il lavoro non è inteso come strumento dell’arricchimento individuale, ma come base ontologica dello stato stesso e del benessere collettivo. Non è un caso che nell’articolo 1, proprio l’incipit dell’intera costituzione reciti L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il secondo comma richiama poi i concetti di popolo e di sovranità, che hanno a loro volta una storia lunga e densa di implicazioni, su cui non posso qui dilungarmi. E’ chiara però la coimplicazione di tali concetti: il demos, il popolo, che è l’unico depositario della sovranità, fonda la propria esistenza in quanto cosa pubblica – cioè quell’organismo complesso e correlato fatto di cittadini, risorse, territorio, istituzioni, ecc. – sulla propria attività. E’ un chiaro principio di autodeterminazione.

Nell’articolo 4 si richiama poi la duplice valenza dell’attività come diritto che deve sempre essere garantito (e che quindi è un implicito richiamo alla necessità di combattere la disoccupazione), ma anche dovere compatibilmente però con le capacità e la scelta individuali. Il lavoro non può mai essere coatto e deve sempre realizzare la persona – affinché sia finalizzato al progresso materiale e spirituale della società.

Si torna poi sulla centralità del lavoro in alcuni articoli del Titolo III, quello che si occupa dei “Rapporti economici”, stabilendone una tutela integrale: formazione, retribuzione, durata, ferie, donne lavoratrici, minori, inabili, diritti sindacali, ecc.
Se è vero cioè che il cittadino-lavoratore è la base costitutiva dell’edificio sociale, ciò non toglie che l’abilità non sia un concetto assoluto: il concorso è sempre funzionale alle proprie condizioni, capacità, possibilità e, non ultime, preferenze individuali.
Nasce naturalmente qui un problema: se il cittadino di uno stato decide di rifiutare il lavoro in che posizione si colloca? Si tratta a mio avviso di capire la motivazione di tale rifiuto: se, cioè, il lavoro non ha le caratteristiche che abbiamo brevemente delineato, si potrebbe profilare un diritto a tale rifiuto. In sostanza: se la mia attività è volta principalmente quando non totalmente all’arricchimento altrui, non è forse legittimo che io ne contesti la radicale distorsione? C’è sempre chi può replicare che l’arricchimento di qualcuno comporta indirettamente lo sviluppo sociale (la mano invisibile di Adam Smith che trasforma l’egoismo individuale in benessere collettivo), e che dunque possa ricadere anche sulla mia propria alienazione, alleviandola o addirittura togliendola in un prossimo futuro. I disagi si possono monetizzare (ma non è quasi mai vero!). Non si capisce comunque che fine faccia, in questo caso, la realizzazione individuale – perché se il lavoro è volto alla costruzione dell’edificio sociale non può che passare attraverso l’autorealizzazione individuale. C’è poi la faccenda della qualità del lavoro: progettare o pulire le strade, insegnare o scavare in miniera sono tutti lavori, certo, che hanno valenza generale e tutti essenziali affinché la società funzioni. Ma è difficile dire che siano tutte egualmente libere attività: il discrimine tra lavoro (coatto) e attività, Arbeit e Tätigkeit torna qui a farsi sentire.
Naturalmente le differenze o i destini possono essere sparigliati: dare a tutti le stesse opportunità, rimuovere gli ostacoli, promuovere l’elevazione professionale (art.35), ecc. Ma chi pulisce i cessi, pulisce i cessi: che cosa ha da dire la Repubblica nel caso di lavori in cui la differenza tra “servile” e “servizio” tende, e di molto, ad assottigliarsi? Fare un po’ a turno non potrebbe essere una soluzione?
E poi, giusto per richiamare l’attualità della condizione lavorativa: chi è precario? chi flessibilizza la sua esistenza come un tubo di gomma? chi lavora in nero? chi è sottopagato? chi viene sistematicamente schiavizzato? in che posizione si collocano, all’interno di questo discorso fondativo, quei nuovi cittadini-non ancora cittadini che sono i migranti? Tutto questo, poi, si lega anche alla “visibilità” e al “valore sociale” che viene assegnato a determinati lavori: si provi ad esempio a chiedere ai ragazzini che lavoro vogliono fare da grandi e se ne avrà una controprova.
La teoria costituzionale si scontra insomma con la prassi materiale, ma soprattutto è la prassi materiale che ha preso sempre più una piega anticostituzionale. Difendere la costituzione vuol dire allora non solo rivendicare quei principi, ma obbligare i soggetti sociali ad applicarli. Cosa niente affatto scontata o automatica: e allora la si deve riconquistare sempre con le lotte e il conflitto.

Dedico infine queste brevi riflessioni ai “vampirizzati” dal lavoro (secondo l’immagine marxiana che ho evocato in un precedente post). Nei sessant’anni di storia repubblicana sono vaste schiere: tra morti, feriti e invalidi si tratta di numeri tipici di una guerra. Solo dal 2003 al 2006, in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252. Nel 2007 oltre 1300. Il sito http://www.cadutisullavoro.it li sta conteggiando giorno per giorno, cosa che può apparire macabra, ma questa è la dura realtà.

Art.1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 35
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero.

Art. 36
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Art. 37
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.[26]

Art. 38
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.

Art. 46
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Immagine: Il quarto stato, di G. Pellizza da Volpedo

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7 Risposte to “60 ANNI DI COSTITUZIONE – Il lavoro”

  1. Milena Says:

    Appare chiaro che i principi della costituzione, per quanto possa avere dei limiti e possa essere migliorata, di fatto è stata ed è sempre più abbondantemente disattesa.
    La scelta di fondare la Repubblica sul lavoro sembra legata al momento storico in cui è stata stilata. Appena conclusa la seconda guerra mondiale, un paese distrutto, il lavoro avrebbe offerto l’opportunità di ricrearlo ed uscire dalla povertà e dalla miseria. Ma nella realtà, una cosa sono le carte – spesso neppure comprese dal “popolo”, non rispettate o considerate vuota retorica -, altra cosa è la dura realtà del lavoro, dove perdura la legge del più forte, in linea con la ricerca del proprio interesse o benessere privato.
    Il concetto stesso di diritto rimanda e implica l’uso della forza. Ed è ovvio che la forza può essere esercitata dal più forte. Quindi i lavoratori, se – o che – non hanno la forza, sono costretti a soccombere al diritto di chi invece la forza la possiede, restando così solo con i doveri.

  2. Michelangelo Says:

    Non mi soffermo sulla lettura – l’ora è tarda – ma vorrei lasciare un apprezzamento per lo splendido quadro di Giuseppe Pellizza, in cui già oggi mi sono imbattuto per tutt’altre vicende (che coincidenza!). La tecnica pittorica, le luci, il soggetto ed i colori valgono più di molte parole.

  3. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    La mia amarezza nasce dal fatto che non dovremmo essere noi a ricordarci di questi valori ma chi è in Parlamento…. Ed invece, tra chi non li ricorda neanche, a mio sommesso avviso, e chi li conosce ma non li applica e non li considera, alla fine non si salva quasi nessuno.

  4. Ares Says:

    Ares

    Si va bene … i politici dovrebbero fare il loro dovere…. ma i sindacati che sono i rappresentanti dei lavoratori… che responsabilita’ hanno dell’attuale situazione ?

    .. md sostiene :
    “Difendere la costituzione vuol dire allora non solo rivendicare quei principi, ma obbligare i soggetti sociali ad applicarli. Cosa niente affatto scontata o automatica: e allora la si deve riconquistare sempre con le lotte e il conflitto.”

    Chi dovrebbe lottare oggi e con quali modalità?..chi sono i soggetti ?.. i lavoratori in generale?…. qual’e’ il meccanismo di coordinazione?..

    Un’ azione legale collettiva ?.. nei confronti dello stato Italiano o meglio dei singoli rappesentanti politici che hanno fatto leggi che vanno contro i principi costituzionali.. in modo che non rimettano piu’ piene in parlamento ne’ in altra sede di governo.. coinvolgendo magare anche i loro consulenti ? ..

    .. giusto per non finire con l’ammazzarli per strada mentre tornano a casa sulla loro bicicletta in carbonio nero..

  5. mario Says:

    E la legge del pustolone di cui ho parlato in un’altra parte di questo blog;oppure ci sarebbe quella di confinarli tutti in un’isola,magari l’Isola Bella…Davanti al carro nella piazza di Tiennanmen,uno solo si opponeva…per chi suona la campana oggi?

  6. Ares Says:

    Ares

    Perche’ non mettimo su una squadra di “filosofi”.. che insieme a costituzionalisti ed avvocati.. non che..addetti stampa , pubblicitari, artisti, economisti.. decinono di dichiarare guerra mediatica e legale.. ai politici italiani ???..

  7. mario Says:

    l’idea è buona,ti faccio notare che basterebbe una giustizia che sia tale per mandarne a casa il settanta per cento,inoltre a seguire vi sarebbe un’ideuzza che ti spiegherò a voce…

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