LA CURA

franco_battiato.jpg

In Essere e tempo Heidegger definisce la Cura (Sorge) l’essere dell’Esserci, la base ontologica dell’esistenza umana. L’essere umano si costituisce proprio nel suo prendersi cura, Besorgen (delle cose) e aver cura, Fürsorge (delle persone).

Franco Battiato intitola una delle sue canzoni più belle La cura. Questo il testo:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Per chi volesse ascoltarla:
http://www.youtube.com

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22 Risposte to “LA CURA”

  1. Daniele Verzetti, Rockpoeta Says:

    Parole piene d’amore quelle di Battiato.

    Proteggere chi ami è forse uno dei gesti più belli che si possa avere la fortuna di fare.

  2. Sherasade Says:

    L’ho postata anche io qualche tempo fa, una canzone splendida.
    ora sono concentrata sull’aborto, vista la pseudopropaganda antiabortista che si fa negli ultimi giorni (bellissimo come giulianone trovi che le vittime civili della guerra in medio oriente siano un prezzo trascurabile per la libertà mentre le donne che pongono fine alla gravidanza siano tutte indistintamente delle efferate omicide, bis, applausi).
    un bacione

  3. md Says:

    @Daniele: verissimo!

  4. Ares Says:

    Ares

    ..Chi e’ che parla in prima persona.. nella canzone.. e a chi si rivolge?

  5. md Says:

    @Ares: ha qualche importanza?

  6. Ares Says:

    Ares

    @md: si, puo’ averla

  7. md Says:

    appunto, “può” e comunque il valore di un testo come questo prescinde dai singoli e dai soggetti, è davvero “universale”, con tutte le cautele che questo termine comporta; non è un caso che abbia deciso di legarlo al tag della “pietas” che secondo me è il più alto sentimento che alberga negli umani e nei viventi tutti, e che è transindividuale per sua natura

  8. Milena Says:

    La cura: è forse l’idea più semplice ed intuitiva e nello stesso tempo facile da ricordare del pensiero di Heidegger. E se non sbaglio diede inizio a quella che lui stesso definì “la svolta”.

    Tutti noi sappiamo cosa sia la cura. Siamo stati piccoli fragili inermi, assolutamente impossibilitati a prenderci cura di noi stessi. Dobbiamo la nostra vita al fatto che altri esseri umani si sono presi cura di noi, della nostra vita, della nostra salute e della nostra crescita.
    E anche quando, come ora, siamo belli cresciuti, vale a dire adulti, non usciamo mai del tutto dalla condizione di esseri bisognosi delle cure di altri. E penso che solo nella consapevolezza di essere bisognosi e manchevoli, possiamo guardare gli altri come altrettanti esseri bisognosi di cure.

    Oggi ho ripreso in mano un testo di storia di filosofia per un ripasso al volo e ho trovato una precisazione che in passato doveva essermi sfuggita.

    “La cura degli altri – dice – può prendere due direzioni: nella prima si cerca di sottrarre gli altri dalle loro cure, nella seconda li si aiuta ad acquistare la libertà di assumersi le loro cure”.

    E riuscire a condurre gli altri – quelli che dipendono da noi – indipendenti dalle nostre cure, è forse la cura migliore che si possa realizzare. Condurli fuori dallo stato “minorile” per essere a loro volta donatori di cure verso altri.

    Naturalmente rimane il fatto che anche da adulti nessuno mai smette di essere bisognoso delle cure altrui.

    Anzi – continua il testo – la cura reciproca è l’autentico “coesistere”, differente dal semplice “essere insieme”. Esistere non “per” qualcuno ma “con” qualcuno.

    Se smettessimo di prenderci cura delle cose e delle persone, se smettessimo di prenderci cura della vita, la vita si estinguerebbe. Ma prima di estinguersi sarebbe malata, dolorante e dolorosa, più di quanto – abbandonata alla casuale incuria – già non sia.
    Spero però che la vita non debba giungere ad essere così malata da aver bisogno di essere curata con un veleno come medicina. Non so nemmeno se sia giusto somministrare veleni in piccole dosi, o dosi omeopatiche, ma qualche volta si è costretti senza neppure sapere se si otterranno gli effetti sperati.

    Queste mie ultime considerazioni forse hanno poco a che fare con lo splendido testo della canzone di Battiato, che parla di cura amorosa, dolce delicata e sensibile. Silenziosa e paziente.
    Non ho potuto ascoltarla ma la poesia è molto bella. Cercherò di non dimenticarla, di tenerla presente.

  9. md Says:

    Bel commento, Milena!

  10. Ares Says:

    Ares

    Certo e’ che avere la presunzione di poter “curare” qualcuno.. e’ una bella pretesa per un essere umana …. che potrebbe avere – al massimo – la presunzione di poter “accudire”…

    La frase della canzone:

    ..”Ti proteggerò[..]dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.”..

    .., se non si ha chiaro l’ “emittente” … rischia di essere un’affermazione da super uomo.. se il destinatario e’ un altro essere umano.

  11. Ares Says:

    Ares

    Un altro problema e’ che se non e’ chiaro chi e’ l’emittente e il destinatario… in generale la canzone sembra un po’ “tutta” presuntuosa…. i due protagonisti… se sono due nature “terrene” .. risultano su dui livelli diversi.. di cui uno, l’oggetto(soggetto) delle cure, risulta proprio uno sfigato, inevitabilmente il “curante” si auto erige.

  12. md Says:

    @Ares: trovo le tue osservazioni piuttosto oziose, e comunque si trattasse di Dio e creatura, padre/madre e figlio, amanti (l’amante e l’amato sono spesso asimmetrici), figlio e genitore/anziano… la sostanza non cambierebbe; quoto Milena che ha inteso, giustamente, la cura come qualcosa di reciproco e orizzontale – prendersi cura ma anche averne bisogno è la condizione esistenziale comune agli umani

  13. Ares Says:

    Ares

    Io non ozio… rifletto ad “alta voce”

    va bè ..non si puo’ piu’ parlare qui.. uffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

    Quella di Milena e’ solo un interpretazione… anzi un’estensione.. che potrebbe non avere nulla a che fare con la canzone.

    Ti diro’ di piu’ il bisogno di curare.. non e’ un esigenza esistenzale comune agli uomini.. esistono esseri umani che non sono ingrado di provare il desiderio di curare altri esseri umani.. e moriranno senza essersi mai occupati di nessuno.

    La asimetria dei rapporti ?… si dipende qual’e’ il punto di osservazione..

  14. Milena Says:

    Attorno a questo argomento in questi giorni sto assistendo al sorgere di una moltitudine di nuovi pensieri, e potrei continuare non so dire fino a quando nel tentativo di raccoglierli e riordinarli affinché abbiano un senso intelligibile.
    In parte perché la miriade di connessioni dei temi affrontati negli ultimi mesi – in primis il “Lavoro“, posto a fondamento della nostra costituzione, strettamente legato sia alla cura che al senso civico; unitamente alla lettura di Immunitas di Esposito e di un altro suo libro (L’origine della politica: Hannah Arendt o Simone Weil?); nonché le riflessioni annesse e connesse ai preziosi alimenti che assiduamente Mario ci propone – stanno gettando nuova luce sulle problematiche del diritto e della giustizia sociale, e non solo.
    D’altra parte, se voglio concretizzare questi presunti traguardi in“certezze”, vale a dire in prassi – o, come dice la Arendt (o la Weil?), se non si vuole soccombere alla tentazione della vita interiore (grande tentazione che, seppur affascinante, da sola non condurrebbe però a nessun risultato effettivo, non produrrebbe alcun cambiamento) – è certo che non posso limitarmi a scriverne.

    Così come per tutti, anche a me piacerebbe non avere alcun “dipendente” – che infatti, sia che si tratti di cose ma soprattutto di persone, ciò significherebbe essere liberi da ogni dovere e obbligo, da ogni preoccupazione e occupazione. Non a caso la Weil esprime bene questo concetto scrivendo che “c’è obbligo verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano, senza che alcun’altra condizione abbia ad intervenire” (La prima radice).
    Nel mio piccolo invece mi accorgo di non essere ancora riuscita a rendere indipendenti i “dipendenti” (dai quali io stessa dipendo beninteso); anche perché, a meno che ognuno di noi fosse solo su un’isola deserta, nessuno è mai del tutto indipendente. Tant’è che dipendiamo gli uni dagli altri.

    (di solito afferriamo il termine “dipendente” in senso dispregiativo; mentre per “dipendenti” in questo caso io intendo tutti coloro che amo e con cui vivo – dei quali a dire il vero non sempre mi è facile prendermi cura, perché prendersi cura implica una certa dose di lavoro e quindi di fatica, e non sempre riesco ad farlo in modo costante – ma anche quelli che soltanto mi abitano vicino o che incontro per caso (compreso quelli che ho serie difficoltà ad amare o che fanno di tutto per risultare detestabili).
    Ma per la teoria dei vasi comunicanti riuscirei ad estendere il concetto fino a comprendere il mondo globale. Almeno come principio, perché in realtà ognuno nella propria vita può riuscire ad amare, e quindi avere la possibilità di prendersi cura di un numero molto limitato di persone – se vuole e se può, naturalmente. Ma in fondo non è tanto il numero ad essere importante, quanto l’attitudine e lo sguardo.
    Eppure può capitare persino di non riuscire a prendersi cura di stessi, anche per il semplice fatto di non saperlo fare o perché nessuno ce l’ha mai insegnato, quando la capacità di prendersi cura di se stessi è invece la base di ogni possibile ulteriore cura.
    Come è certo che la cura è uno dei migliori modi in cui l’amore si possa esprimere, sia che il moto proceda verso l’interno – se stessi- che verso l’esterno – gli altri.)

    Qualche tempo fa avevo letto che Benjamin Franklin ebbe a dire, “dobbiamo dipendere gli uni dagli altri o di sicuro penderemo da soli”; una frase che in inglese scherza sul significato dei verbi “hang toghether” – stare uniti – e “hang” – pendere, essere impiccati. Un gioco di parole spiritoso ma che rende bene l’idea.
    Ancora di più mi torna in mente un articolo da Il Manifesto di dicembre su Giordano Bruno, che nel suo “De Vinculis” tratta il tema dei vincoli d’amore che tengono insieme/dovrebbero tenere unita una comunità; e se vogliamo, aggiungo, anche grazie alla doppia spinta utile e necessaria della dipendenza di tutti all’indipendenza di ognuno.

    Quindi il mio lavoro, come anche il lavoro di chiunque, quasi di certo non sarà mai concluso – finché c’è vita, o finché non si decida di incrociare le braccia e rimanere indifferenti di fronte alle necessità del mondo.
    Nello stesso tempo, siccome non credo davvero che tutto possa dipendere soltanto da me, ma neppure da qualcun altro da cui io stessa di volta in volta dipendo, sto aspettando pazientemente – talvolta anche con impazienza – che ciascuno (me compresa) si decida a fare la propria parte.
    E se non è facile persino per me stessa accettare di fare la mia parte, quanto è più difficile aiutare altri ad assumersi la libertà di fare la loro. Perché nessuno dovrebbe mai essere oggetto né di costrizione né di violenza, è certo. Perché non è così che funziona, perchè la cura risulterebbe ancora più nociva del male che aveva intenzione di curare.

    (che poi, a pensarci bene, una parte in modo o nell’altro la interpretiamo tutti, quindi la differenza sta nel decidere non solo quale parte, ma come la si vuole interpretare. Oppure se si preferisce restare indisturbati a guardare lo spettacolo. O magari anche disturbare lo spettacolo che gli attori cercano di interpretare. Ma ancora, un “disturbo” potrebbe non essere che un sintomo di qualcosa o qualcuno (corpo sociale, o corpo fisico, psichico o spirituale) che ha bisogno di cura.)

    Perciò la primavera potrebbe essere un’ottima stagione per ricominciare a prendermi cura delle cose e delle persone che dipendono da me. E spero che per tutti sia una buona stagione e che il lavoro di ognuno produca buoni risultati.
    E non è importante quanto sia piccolo il campo d’azione che ciascuno di noi ha a disposizione al presente, l’importante è iniziare – ma anche continuare.
    Quindi auguriamoci buon lavoro (e anche se so che non è facile, aggiungo) con tutti.

  15. Ares Says:

    ..amen

  16. Milena Says:

    facile sarcasmo da quattro soldi…
    sempre molto amichevole, come il tuo solito

  17. Ares Says:

    ARES

    ufffffffff .. per quel che ti conosco via web.. avrei dovuto scrivere:

    .. “così sia” ..

    ..non avresti interpretato male come al tuo solito … ufffffffffffffff

  18. Ares Says:

    ARES

    Comunque, quel che e’ certo e’ che la canzone non e’ una diachiarazione d’amore all’amato/a

    … anzi i soggetti sono inequivocabili..le altre sono solo esteinsioni e adattamenti ai propri bisogni e al proprio sentire..

    Comunque le canzoni sono “vocate” alla travisazione, cosi’ come le poesie e in generale le opere d’arte, e avolte hanno meriti e demeriti non propri.

    Anch’io quoto “parzialmente” l’estensione di Milena.. anche se non “leggo”.. nella canzone..alcun riferimento alla reciprocita’: la Cura, ed e’ qusto che la rende una grande canzone, parla della cura come esperienza salvifica unilaterale senza attese di reciprocità..

    ..poi i bisogni personali.. fanno il loro distorto lavoro interpretativo..

    L’ermeneuta

  19. Milena Says:

    sì, Ares.
    la canzone in sè sembrerebbe una dichiarazione unilaterale, è vero. e potrebbe anche essere dall’amato all’amata. perchè no?
    e di certo le mie sono estensioni, o riflessioni provocate dalla lettura del testo. (e come hai potuto notare, quando parto per i miei voli pindarici vado molto lontano, per poi sfracellarmi al suolo come Pindaro, appunto.
    e poi devo raccogliermi ogni volta col cucchiaino)

    e sono anche abbastanza con te, quando in un prec. commento avevi dei dubbi sul fatto che qualcuno possa avere la pretesa di “curare” un altro.
    che può essere una lodevole intenzione, ma nella realtà presuppone il fatto che l’altro sia disposto ad accettare quel genere di cure come “amorevoli”, che riesca ad interpretarle come gesti d’affetto, o amicizia o solidarietà ecc. ecc. E poi che queste cure siano davvero cure “amorevoli: il che non è affatto facile.
    Però qui entriamo in particolari difficili da vagliare.
    ma giusto per farti un esempio, mi ricordo quando tua madre ti ha messo in ordine la libreria, pensando magari di farti un favore, e invece tu ti sei incavolato.
    e allora qualche volta la cura potrebbe anche essere non fare proprio niente, non interferire. rispettare lo spazio dell’altro, che sia figlio, fratello o amante. dargli fiducia, sostenerlo in silenzio.
    come vedi mi sto facendo un’idea della “cura” molto diversa dall’accudire.

    cmq, mi piace molto la parte in cui dice: “hai fiori bianchi per me?”
    e i fiori bianchi credo siano un simbolo d’amicizia, diversi dalle rose rosse, per esempio, che sono simbolo di passione, di desiderio dell’altro ecc.
    Forse è per questo che tu dici che la canzone non è rivolta dall’amato all’amata?

  20. Ares Says:

    ARES

    ..anche per i fiori.. ma non e’ l’unico punto..

    comunque Milena.. mi piaci sempre di piu’.. si, si

    ..comunque non aspettarti che dopo detto questo.. non continui a provocare le tue ire e il tuo amor proprio 😉

  21. Milena Says:

    Ma lo sai cosa mi fanno pensare i fiori bianchi? Mi fanno pensare alla morte, al fatto che siamo tutti mortali. E lo siamo. Non a caso in oriente il colore del lutto è il bianco.
    Quando mi capita di andare ai funerali di qualche persona, non riesco a non pensare che qualcuno di quei fiori che portiamo a colui che ormai è morto, sarebbe stato bello averglieli portati quando era ancora vivo. Sarebbe stato bello sia per lui, che per me. Però non l’ho fatto, e ormai l’opera è conclusa, il tempo è finito e non avremo più un’altra occasione. E magari sono stata solo capace di farlo soffrire, o non ho avuto nulla da donargli, forse solo la mia indifferenza
    Chiusa in me stessa come una vera stronza che non ha niente per nessuno, e magari penso anche di avere “ragione”, perché anche gli altri non hanno niente per me, o anche perché mi hanno trattato male
    Va bene, la vita insieme è difficile. Ma ogni giorno potrebbe essere quello buono per cambiare, per iniziare. Ma quale sarà quel giorno? E chi deve iniziare?
    La mia pigrizia è insopportabile. Mi detesto. Ma anche questo è sbagliato. Non so se si può dire , ma lo dico lo stesso. Se non riesco ad amarmi, per favore, qualche volta amami tu. Grazie.
    Qualche volta riuscirò a ricambiare

  22. Ares Says:

    ARES

    ..anche oggi Milena e’ in botta!!..

    ..non fateci caso.. poi si riprende..

    .. l’unico effetto collaterale, di quando e’ in questo stato, e’che tra’ qualche ora comincera a scrivere commenti da 200 righe. 😉

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