GENERAL INTELLECT, AVERROE’ E IL PENSIERO DEI BAMBINI

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La questione di che cosa sia l’intelligenza e da dove derivi, come venga ripartita, trasmessa, incrementata, utilizzata dagli umani, è sempre stata discussa dai filosofi. Ora sembra che di queste faccende si vogliano occupare con una certa esclusività (ma non so con quanta conclusività) le trionfanti neuroscienze. Senza nulla togliere all’importanza di queste ultime, non mi pare sia comunque utile per nessuno abbandonare i termini di quell’antico dibattito.

Aristotele aveva coniato a tal proposito il termine intelletto attivo, sollevando nei secoli successivi, sia tra i cristiani che tra i musulmani, un bel vespaio a proposito del senso preciso da dare a questo termine. Si dice nel De anima: mentre l’intelletto potenziale “diventa tutte le cose”, quello agente “tutte le produce. E questo intelletto è separato, impassibile e senza mescolanza, perché la sua sostanza è l’atto stesso”. Non è cosa di poco conto, dato che nella concezione aristotelica l’intelletto attivo è quello che ci consente la conoscenza in atto delle cose, passando dall’esperienza sensibile al livello dell’astrazione, cioè delle forme o delle essenze.

La discussione successiva riguardò in particolare due aspetti: la divinità o meno di questo intelletto e, soprattutto, la sua unità. Il filosofo arabo Averroè, pensava ad esempio che esiste un unico intelletto per tutti gli individui, come dire milioni di corpi e una sola mente. La vera anima immortale degli esseri umani diventa così il loro intelletto – con buona pace del credo islamico.

Karl Marx definiva nei Grundrisse general intellect il sapere sociale diffuso che il Capitale valorizza per i suoi scopi, in particolare ai fini dello sviluppo tecnologico. A tal proposito Paolo Virno scrive, adattando il concetto all’attuale epoca post-fordista, del lavoro immateriale, ecc.: “Il lavoro vivo incarna, dunque, il general intellect o “cervello sociale” di cui ha parlato Marx come del “principale pilastro della produzione e della ricchezza”. Il general intellect non coincide più, oggi, con il capitale fisso, ossia con il sapere rappreso nel sistema di macchine, ma fa tutt’uno con la cooperazione linguistica di una moltitudine di soggetti viventi”.

Tale “cooperazione linguistica” si origina molto presto, e diventa sempre più precoce. La vedo già all’opera anche nei miei esperimenti filosofici con i bambini. Succede talvolta che in questi incontri l’intelligenza cominci a circolare vorticosamente e a rimbalzare da un cervello all’altro. Accade in quei momenti qualcosa di magnetico, oserei dire di magico. Si ha la precisa sensazione di partecipare a qualcosa di veramente comune e pre- o trans-individuale. Si innesca un livello di comunicazione e di trasmissione di una profondità inaudita. Non si tratta di semplice mimetismo, per lo meno non solo di questo.

Durante queste esperienze “magiche” – ma anche ogni volta che ho di fronte a me un interlocutore o una platea sufficientemente attenta e interessata – ho la precisa sensazione che quell’antico concetto aristotelico non sia una mera astrazione. E’ questo uno di quei casi in cui un concetto arriva ad essere più reale di un oggetto.Tanto che lo puoi toccare, vedere, percepire chiaramente. Forse perché anche i volti e gli occhi concorrono a renderne visivamente l’espressione. Forse perché l’intelletto finisce per disegnare anche i nostri corpi. Ma credo che succeda qualcosa di più… – lo sto per dire, qualcuno mi fermi – …”mistico”. Ecco, l’ho detto.

p.s. I miei lettori potrebbero obiettare: ma che bisogno c’era di tirar fuori Aristotele, Averroè, Marx… vero, se ne poteva fare a meno. Ma

a) sarebbe stato meno divertente; e poi

b) credo che dalla tesi del misticismo logico di cui sopra consegua necessariamente che sia l’intelletto attivo ad agire gli individui, e a possederli attraverso tutti i suoi fantasmi del passato… Questi pullulano nelle nostre menti. E, a quanto pare, cominciano anche ad infestare la rete… Già: che rapporto c’è tra rete e intelligenza?

Riassumendo le questioni possono essere tre:

1. Esiste qualcosa come un’intelligenza transindividuale?

2. Se sì, come si manifesta nell’epoca post-fordista e della rete?

3. E perché allora sembrano moltiplicarsi anziché diminuire le barriere e le divisioni intraumane?

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11 Risposte to “GENERAL INTELLECT, AVERROE’ E IL PENSIERO DEI BAMBINI”

  1. Milena Says:

    Forse sposto la questione altrove, ma: c’entra forse qualcosa l’inconscio collettivo?
    perlomeno quando stenti a definirla come esperienza “mistica” o “magica“

  2. md Says:

    @Milena: ti riferisci forse a Jung? In verità pensavo a qualcosa di più “tangibile” e determinato, ma capisco che termini come “mistico” o “magico” possano sembrare fuorvianti.
    D’altra parte anche parlare di “spirito”, “volontà generale”, ecc. non aiuta a definire meglio e circoscrivere il fenomeno dell’intelligenza collettiva. Gli è che sono sempre stato molto sospettoso con concetti che hanno a che fare con la psicologia. Di cui sono anche piuttosto ignorante…

  3. Ares Says:

    ARES

    Spero di aver capito in prima lettura:

    ..secondo me la (magica) comunicazione trans-individuale avviene tra individui che hanno avuto gli stessi processi cognitivi… mi spiego:

    in teatro la comunicazione trans-individuale si ha inevitamilmente quando gli attori devono improvvisare.. avendo a disposizione pochissimi elementi, ad esempio.. un tema, un genere e un oggetto:

    tutti insieme devono portare a compimento “una storia” partendo solo da questi 3 elementi..
    ..nn permetto mai che si “accordino” preliminarmente .. tutto deve accadere “all’improvviso”.

    Ciascuno di loro attinge elementi utili per lo svolgersi della “storia” .. facendo appello alla propria memoria(anche fisica) e al proprio breve vissuto.

    Quest’anno tra i frequentatori del corso c’e’ una bambina di origine sud americana… e nel corso dei grandi ho una ragazza ipovedente..

    bene… durante queste improvvisazioi la comunicazione trans-indivisuale sembra interrompersi e ricostiturirsi a piu’ riprese.. proprio perchè le due portano scompiglio:
    .. la ragazzina sud americana.. pur essendo nata in Italia.. attinge “anche” ad un diverso modo di sentire e reagire( anche fisico) ad un evento o sollecitazione..

    All’inizio dell’anno questo generava conflitto…. spesso le altre ragazzine.. si fermavano e dicevano :. “ma non si capisce che fa”.. poi insieme a lei siamo riusciti a trovare una chiave d’interpretazione.. e ora sono un gruppo coeso… pronto a sfruttare azioni e reazione, anche emotive, non immediatamente riconoscibili.

    Le difficolta’ generate dalla ragazza ipovedente erano piu’ che altro “fisiche”, lei si muoveva inizialmente i modo non prevedibile.. gli altri si sentivano in obbligo di “aiutarla”.. la difficolta’ vera e’ stata quella di far capire ai “vedenti”.. che la ragazza non aveva bisgno di loro.. non aveva bisogno di essere “ammaestrata” a reagire in modo “riconoscibile”…. ma erano loro a doversi adattare ..alla “novità”.

    Spero di non essere andato completamente fuori tema.

  4. Milena Says:

    “E perché allora sembrano moltiplicarsi anziché diminuire le barriere e le divisioni intraumane?”

    Provo rispondere a questa domanda. Per quanto riguarda i rapporti intraumani che si possono allacciare in rete, anche se forse non era questa la domanda. E sarà/è una risposta del tutto personale – ci pensavo poco fa mentre raccoglievo il bucato e piegavo la biancheria – perché non riesco ad andare oltre me stessa, in questo momento. E non lo voglio nemmeno fare.
    Trovo che questa esperienza di comunicare attraverso la rete può – ed è stata – per certi aspetti positiva. Positiva dal punto di vista teorico. D’altra parte ha progressivamente sviluppato in me una sorta di frustrazione. E non esagero nell’avanzare l’ipotesi che la comunicazione esclusivamente intellettuale provochi a lungo andare una specie di schizofrenia. Che può essere vista e tenuta sotto controllo, ma che non ha possibilità di soluzione finché la comunicazione rimane nel cerchio chiuso della rete. Tutte le belle parole e le idee che si sono elaborate, il cammino teorico – estetico ed estatico, ma anche artificiale – che si è percorso, ha bisogno di essere provato nella realtà, nel bene e nel male. E’ necessario provare a trasformare i sogni in realtà, insomma, anche se i sogni potrebbero essere “perfetti” e la realtà potrebbe invece deluderci un po’, e costarci fatica, anche fisica, oltre che mentale. E meno male.
    Il contatto puramente intellettuale non può bastarmi, è decisamente frustante. Si è costretti a inibire gran parte delle proprie pulsioni, che poi possono esplodere in modo anche più esagerato del dovuto. Scusatemi, ma va bene anche così, quando viene il momento di dover spezzare il cerchio.
    Queste belle giornate di primavera mi stanno aiutando. Ho ricominciato ad andare un po’ in giardino e a rimettere le mani nella terra. La realtà è ciò che ho davvero tra le mani, e non posso aver tra le mani e negli occhi soltanto lo schermo e tastiera.
    Sono andata sicuramente fuori tema ma lo dovevo dire.

    @md
    Ho letto la tua risposta, devo rileggere il post, forse non l’ho ben capito. Oggi però sto uscendo: ho bisogno di una tangibile pulizia ai denti … ciao, a presto

  5. Milena Says:

    Una precisazione sul mio commento precedente, quando parlo di pulsioni, giusto per non essere fraintesa. Magari mi sbaglio ma sono abbastanza convinta che l’energia nell’essere umano è energia sessuale – e con sessuale non intendo genitale, beninteso, ma energia che può essere usata in tutti i modi che ognuno di noi voglia. Energia che può essere risvegliata, coltivata, trasformata, mossa ecc., o che può essere ignorata, trascurata, lasciata dormire, boccheggiare e morire.
    In un essere umano intero l’energia si muove liberamente fra i poli senza interruzioni. Una buona cultura del desiderio aiuta a vivere meglio la vita, ecc..

  6. md Says:

    @Milena: sono d’accordo, certo che una comunicazione solo intellettuale è frustrante e parziale (non siamo “alate teste d’angelo” come diceva Schopenhauer). Io però parlo di comunicazione intellettuale in presa diretta, con di fronte a me corpi, volti, espressioni pensanti. L’intelletto attivo per come lo intendo è appunto questa realtà pensante, che non ha nulla di virtuale. La rete, in tal senso, è solo una “protesi”, un prolungamento dei sensi e del cervello. Nulla di più.

  7. Milena Says:

    @md:
    Sì, sì, mi ero soltanto distratta un attimo. Ora provo a dirlo con le mie parole.
    Che, infatti, già “intelletto attivo” (magari senza neppure disturbare Aristotele anche se a Lui piace essere disturbato di quando in quando) è il contrario di intelletto passivo, ossia di un intelletto che beve le cose senza crearne di nuove, che funziona a stile pappagallo – giusto per fare un esempio semplice – sullo stile dell’erudizione che può essere in possesso di moltissime dati ma che ancora non riesce a muoverli, interconnetterli fra loro, andare alla radice. E questo è il primo salto qualitativo. Dove e quando non siamo più agiti dalla conoscenza, ma io/tu/noi agiamo su di essa. O almeno ci proviamo.
    Quindi fai un salto quantitativo – dal micro al macro cosmo – ossia ipotizzi la realtà di una sorta di intelletto globale formato dall’unione e interconnessione di tutti gli intelletti o, per dirla come direbbe Averroè, anime che insieme formano un’anima universale.
    E a me non sembra un’idea tanto trascedentale, ma abbastanza tangibile e verificabile soprattutto nella nostra era di comunicazione globale.
    E d’altronde non è vero che il pensiero di più e più persone procede spesso in una stessa direzione? pensiamo a tutti i movimenti intellettuali, letterari, musicali, sociali ecc. che si sono succeduti nel corso della storia umana ecc.. E’ sempre stato così. Le idee muovono e trasformano il mondo e si possono realmente vedere in fermento, nei piccoli come nei grandi schemi.

    A questo punto (non vorrei complicare le cose ma) mi sovviene quell’idea espressa in Sostiene Pereira di Tabucchi, dove il protagonista ad un certo punto della sua vita entra in crisi e, durante una vacanza alle terme un medico gli propone questa interpretazione: che la nostra stessa anima in realtà è un insieme di anime che talvolta sono in lotta fra loro – e questa sarebbe la crisi. E la crisi ha origine dal fatto che un nuovo gruppo di anime tenta di prendere il sopravvento allo scopo di ribaltare le cose e giungere ad un nuovo ordine e stile di vita – e questa sarebbe la pace.

    Ora, se ciò che avviene nel microcosmo corrisponde a ciò che accade nel macrocosmo, appare evidente l’importanza dei movimenti consapevoli che lavorano per la crescita sociale e spirituale dell’umanità, ecc., dove, chi più chi meno, chi in un modo chi un altro, dà il suo contributo.
    La parola sinergia, esprime bene il concetto, mi sembra.
    E certo anche la rete è un mezzo come un altro, poco tangibile e per definizione virtuale, ma può essere di grande aiuto. I passi successivi, si vedranno …

  8. Milena Says:

    “non è vero che il pensiero di più e più persone procede spesso in una stessa direzione?”
    Precisazione: non solo procede, ma si sviluppa e si costruisce.

    E questo può accadere se non si rimane attaccati ai dogmi di una cultura morta o decrepita da secoli.
    Ma non basta ancora. Bisogna essere leggeri come i bambini che non sono ancora strutturati e incatenati a questa o quella una cultura, né un io grosso e pesante come una zavorra, fatto di pregiudizi arroganza indubitabilità ecc..
    E se bene o male abbiamo un io sifatto, non guasta martellarlo un pochetto. Non per distruggerlo, bada ben, ma per ricostruirlo.
    Prima destruens, poi costruens

  9. Milena Says:

    Ma avete visto che belle foto sono apparse oggi?
    Clean-up crew: due cani che si leccano la bocca l’un l’altro;
    Sakura: degli splendidi fiori rosa;
    The lost Hindu Temple in the Jungle Mist: tempio indù perduto nella giungla avvolta nella bruma

  10. Milena Says:

    @md
    A prop. di inconscio collettivo, ho trovato un breve sunto sul pensiero junghiano, tratto da: Giorgia Moretti e Mario Mencarini “Alle soglie dell’infinito” (pag. 148 e seg.), qui:
    http://www.riflessioni.it/enciclopedia/archetipo.htm

    Mi sembra interessante quando dice che i simboli agiscono sull’uomo, e finché non vengono portati alla coscienza egli non può liberarsi dal potere che hanno su di lui. Mentre, dal momento in cui vengono trasformati da simboli in segni, cessano di agire sul comportamento dell‘uomo, così che si rende possibile l’affiorare di nuovi contenuti simbolici che contengono le nuove risposte alle nuove esigenze che il mondo pone all’individuo, ecc..
    Avevo letto qualche tomo di Jung qualche decennio fa, e non ricordo molto bene. Ma mi sembra possa offrire un’interpretazione plausibile di ciò che accade nella mente dell’uomo, rispetto ad esperienze che potremmo definire “magiche” o “mistiche”, ma che forse non sono altro che energia psichica in movimento e in trasformazione. Ovviamente l’esperienza di ciascuno è decisamente personale, difficilmente definibile e comunicabile.
    Ho anche un vago ricordo che Parinetto fosse un simpatizzante (se così si può dire) di Jung, se non sbaglio, se non mi ricordo male …

  11. shrederman Says:

    md è qua che posso scrivere le grandi domande?

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