L’INFERNO SOTTO IL GRATTACIELO

Vista
in sezione,
la struttura sociale
del presente dovrebbe
configurarsi all’incirca così:
Su in alto i grandi magnati dei
trust dei diversi gruppi di potere
capitalistici che però sono in lotta tra di
loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi
proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori
importanti; sotto di essi – suddivise in singoli strati – le
masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore,
della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione. Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.

(P.S. Ad ogni corteo raccolgo sempre i volantini, che poi rileggo con calma a casa. In genere se ne trova sempre almeno uno originale, che si distingue dagli altri che macinano il solito linguaggio e le solite categorie ormai da decenni. Il testo pubblicato sopra è stato distribuito durante la manifestazione del 25 aprile a Milano, e riporta un brano del filosofo tedesco Max Horkheimer, uno dei fondatori della Scuola di Francoforte. “Il grattacielo” si trova in Crepuscolo. Appunti presi in Germania 1926-1931, Einaudi, 1977, pp. 68-70. Il volantino era molto preciso nelle indicazioni bibliografiche, ma purtroppo non era firmato, come se si trattasse di un frammento o di una metafora portati dal vento…).

60 ANNI DI COSTITUZIONE – La liberazione dei bambini

Nella mia selezione bibliotecaria dei libri per ragazzi più interessanti dell’anno precedente, ne ho incontrato uno quantomai prezioso edito da Sonda, casa editrice di Casale Monferrato eticamente impegnata, intitolato Il grande libro della costituzione italiana. E’ un libro che non dovrebbe mancare in nessuna classe delle scuole elementari e medie di tutto il territorio italiano. E non solo perché ha il pregio di rivolgersi tanto ai bambini italiani che a quelli “stranieri” che frequentano le scuole italiane, ma perché nel farlo il punto di vista assunto è quello dei diritti di cittadinanza che vanno al di là della lingua e dei confini nazionali. Col risultato di aprire gli “autoctoni” all’altro, e gli “altri” all’autoctono, mettendoli in comunicazione su un piano “universale” (con tutte le virgolette del caso) che possa costituire un terreno comune e condiviso di costruzione della convivenza. Il risultato è l’essere cittadini, poco importa quali accenti, colore di pelle o etnia ci stiano dietro. Una cittadinanza che non è pura forma, ma sostanza.
Ma veniamo al libro, che si suddivide in tre sezioni.

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NEOANTROPOLOGIA


«La gente scavalcava quel corpo insanguinato senza neanche guardarlo… Una scena terribile che non dimenticherò mai. Più tardi, quando lo abbiamo coperto con un lenzuolo, qualcuno lo ha perfino sollevato per guardare il cadavere. Poi i carabinieri hanno impedito a tutti di avvicinarsi e parecchi hanno cominciato a protestare perché dovevano fare il giro… Nessuno pensava a quel poveraccio o al dolore della sua famiglia. Solo indifferenza, fretta o curiosità malata».

E’ successo a Roma, ieri, in via Nomentana, dalle parti di Porta Pia. Quell’uomo, l’ennesimo caduto sul lavoro, si chiamava Angelo Galante. Pietà l’è proprio morta…

IL MATERIALE E IL SIMBOLICO (produci, desidera, consuma, arricchisciti, odia – tanto poi crepi lo stesso…)

Ho assistito qualche sera fa ad una conferenza tenuta da Renato Curcio, sul tema dell’azienda totale, con una particolare attenzione allo sfruttamento nella grande distribuzione e alla condizione del lavoro migrante.
Non era la prima volta che ascoltavo i resoconti della sua recente attività di ricerca, interessante soprattutto perché fatta sul campo, partendo dalla voce dei soggetti implicati – in questo caso i lavoratori e i migranti. Il titolo dell’incontro era piuttosto evocativo, visto che si parlava di dannati del lavoro, con un riferimento esplicito a Frantz Fanon e alla sua radicale critica anticoloniale.
Mentre stavo ad ascoltare, molto lateralmente e senza intervenire nel dibattito, mi venivano in mente alcune suggestioni su quanto sta accadendo in questo paese, esplicitato anche dalla recente tornata elettorale. Avevo soprattutto un bisogno impellente di riflettere a freddo.

La prima riflessione che ho cercato di mettere a fuoco riguardava l’intreccio tra base materiale e livello simbolico del disagio che ha riguardato la condotta elettorale di buona parte dei cittadini italiani: l’effettivo impoverimento di determinati strati sociali (con, però, il parallelo arricchimento di altri strati, per quanto più piccoli, fenomeno questo messo in ombra), e l’impressione abnorme di paura e insicurezza (a tal proposito credo che la vera campagna elettorale l’abbiano fatta per due anni i mass-media). Il materiale e il simbolico, appunto.

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IL PAESUCOLO

E’ sempre la stessa Italietta
quella del “cosuccismo” anziché della storia
del particulare e non del generale
del privato, mai del pubblico
della piccineria e degli orticelli
la mia famiglia, la mia casa, le mie proprietà – tutto il resto si fotta
e “la nave sanza nocchiero in gran tempesta”
s’illude d’averlo trovato
mentre invece finirà nel solito “bordello”.

E’ l’Italia che cantava Claudio Lolli qualche anno fa,
non è cambiata di una virgola,
anzi si è ancor più incarognita e ricolma di livore:

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia,
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Sei contenta se un ladro muore, se si arresta una puttana,
se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana.
Sei soddisfatta dei danni altrui, ti tieni stretti i denari tuoi,
assillata dal grande tormento che un giorno se li riprenda il vento.
E la domenica vestita a festa, con i capifamiglia in testa,
ti raduni nelle tue chiese, in ogni città, in ogni paese.
Presti ascolto all’omelia, rinunciando all’osteria,
così grigia e così per bene ti porti a spasso le tue catene.

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia,
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Godi quando gli anormali sono trattati da criminali,
chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali.
Ami ordine e disciplina, adori la tua polizia
tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare.
Sai rubare con discrezione, meschinità e moderazione,
alterando bilanci e conti, fatture e bolle di commissione.
Sai mentire con cortesia, con cinismo e vigliaccheria,
hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia.

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia,
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Non sopporti chi fa l’amore più di una volta alla settimana,
chi lo fa per più di due ore, chi lo fa in maniera strana.
Di disgrazie puoi averne tante, per esempio una figlia artista
oppure un figlio non commerciante o peggio ancora uno comunista.
Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto,
sempre li fissa a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto.
Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa,
sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani.

Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia,
per piccina che tu sia, il vento un giorno ti spazzerà via.


DEEE-MOOO-CRAAA-ZIA! (alla fine ho votato…)

E l’ho fatto così:
alla Camera ho “disperso” il voto dandolo a Sinistra Critica (quella ecologista comunista femminista)
al Senato ho votato Sinistra Arcobaleno solo perché era candidata Rita Borsellino: donna, siciliana e in prima linea contro la mafia…
Ma la matita non era ben temperata, e quindi l’ho restituita…

Generalmente mi ricordo
una domenica di sole
una giornata molto bella
un’aria già primaverile

in cui ti senti più pulito
anche la strada è più pulita
senza schiamazzi e senza suoni

chissà perché non piove mai
quando ci sono le elezioni.

Una curiosa sensazione
che rassomiglia un po’ a un esame
di cui non senti la paura
ma una dolcissima emozione,

e poi la gente per la strada
li vedi tutti più educati
sembrano anche un po’ più buoni

ed è più bella anche la scuola
quando ci sono le elezioni.

Persino nei carabinieri
c’è un’aria più rassicurante
ma mi ci vuole un certo sforzo
per presentarmi con coraggio
c’è un gran silenzio nel mio seggio

un senso d’ordine e di pulizia.
Democrazia!

Mi danno in mano un paio di schede
e una bellissima matita
lunga, sottile, marroncina,
perfettamente temperata

e vado verso la cabina
volutamente disinvolto
per non tradire le emozioni

e faccio un segno sul mio segno
come son giuste le elezioni.

È proprio vero che fa bene
un po’ di partecipazione
con cura piego le due schede
e guardo ancora la matita
così perfetta è temperata…

io quasi quasi mela porto via.
Democrazia!

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LA GIOIA

Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlischer, Dein Heiligtum !

Scrissi di getto il pezzo “Eudaimonia” dopo averlo fissato mentalmente durante una corsa tra i boschi. Non immaginavo che sarebbe diventato il post più letto di questo blog. Ma del resto è abbastanza ovvio: chi non cerca, nella sua vita, la felicità? Qualche giorno fa, correndo ancora nei boschi in fase di lento risveglio, mi è balenata alla mente la parola gioia.
Eppure non funziona allo stesso modo: è già meno ovvio domandarsi “chi non ricerca la gioia”?
Ma che cos’è la gioia?
Quella che segue è la riscrittura un po’ più ordinata della stesura di fugaci appunti buttati giù dopo lampi e sensazioni “in alta quota”, in trance e in movimento. La riscrittura della riscrittura di qualcosa. Una minestra riscaldata due volte. Ma forse può avere qualche interesse per chi avrà voglia di assaggiarla…

La gioia è molto diversa rispetto alla felicità. O anche rispetto all’essere contenti, lieti, allegri… Si tratta di un sentimento più pieno e più puro. Ha a che fare con le radici dell’esistenza. Senza sapere in che modo Severino – che ne parla – la tematizzi, mi pare di poter dire che si tratta di un concetto filosofico a tutti gli effetti. Ma proviamo a indagarne i fondamenti.

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FOCA L PRIDE 2008

Fabrizio di Le ali della farfalla ha citato il mio blog “per l’originalità e la cura del progetto Filosofia con i Bambini,” all’interno dell’iniziativa “Foca L Pride 2008”, nata da un’idea di Montablog, Maumozio e Mobilis in Mobile, il cui regolamento prevede che si debba premiare un blog per una sua particolarità e rarità che lo rende unico e prezioso nel suo genere. Ogni premiato ha la facoltà a sua volta di identificare altri tre blog che ritiene meritevoli di essere conosciuti. Mi scuso se al momento non do il mio personale contributo, ma non mancherò di farlo strada facendo. Ringrazio naturalmente Fabrizio, a sua volta premiato per il suo spirito critico, e dedico questo riconoscimento ai ragazzi-filosofi della scuola Manzoni di Rescalda.

(NON) VOTO LUCIDO?

Il grande scrittore portoghese José Saramago costruisce per lo più i suoi romanzi a partire dal rovesciamento paradossale di un’ovvietà o normalità del quotidiano. Di punto in bianco qualcosa si inceppa – di solito senza una causa definita – e si genera il caos. Il caos sociale oppure il caos nella testa degli anonimi protagonisti, uomini e donne qualunque. Succede ad esempio in Cecità, forse il suo romanzo più celebre, dove scoppia un’epidemia di “mal bianco” e tutti (o quasi) perdono la vista; nelle Intermittenze della morte, dove improvvisamente la morte smette di fare il suo mestiere; o ancora nell’Uomo duplicato, con il protagonista che casualmente incontra il suo clone e ne resta sconvolto.
Quelle di Saramago sono potenti metafore, dei quasi-apologhi, una sorta di “allegorie sociali”. Io le chiamerei anche distopie, secondo una tradizione che va dal Mondo nuovo di Huxley al 1984 di Orwell, passando per Kafka e arrivando, oggi, alla post-apocalisse di McCarthy. Ma non voglio divagare, né tantomeno imbastire una pseudolezione letteraria, di cui poi non sarei nemmeno granché capace.

Nell’Ensaio sobre a Lucidez (Saggio sulla lucidità, Einaudi 2004), Saramago ha un’altra delle sue trovate a dir poco spiazzanti: in un paese indefinito (come sempre nei suoi romanzi) in comunissime elezioni amministrative, gli elettori votano al 70% scheda bianca. “Lo sconcerto, la stupefazione, ma anche lo scherno e il sarcasmo, spazzarono il paese da un capo all’altro”. Naturalmente il potere politico va subito in fibrillazione e mentre avvia una campagna poliziesca e di spionaggio per scoprire cosa c’è sotto, annulla le elezioni per indirne di nuove. I cittadini tornano con “impressionante serenità” nelle strade e dentro le sezioni elettorali. Risultato: questa volta le schede bianche sono l’83%.

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MILANO DAGLI IRTI COLLI

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La potenza della metafora poetica, fa immaginare ad Alda Merini in una sua bellissima poesia una “Milano dagli irti colli”. Sempre nella stessa poesia la città gran lavoratrice e (così si diceva un tempo) illuminista, viene descritta come “Donna altera e sanguigna / con due mammelle amorose / pronte a sfamare i popoli del mondo”.
Ora, non ho potuto evitare di stabilire una serie di nessi tra questa poesia, la candidatura ad ospitare l’Expo nel 2015, e lo sport più praticato in città di questi tempi, cioè la caccia permanente agli zingari lungo le strade, i cavalcavia e le aree dismesse delle sue periferie deindustrializzate (la grande torta che gli affaristi sono pronti a spartirsi). Ironia della sorte, il tema dell’Expo sarà proprio “Nutrire il pianeta” (i popoli del mondo di cui parla la poetessa).

Mentre i poeti cantano l’umana (e urbana) grandezza dell’accoglienza, i filosofi delirano: leggo infatti in un’intervista del Corriere della sera di qualche giorno fa, che Giovanni Reale, esimio storico della filosofia antica e studioso di Platone, non si esime però dal dire una serie di immani cazzate sui Rom: “abbiamo concesso troppo a questi Rom… penso che con loro non ci sia alcuna possibilità di communicatio idiomatum: come si può instaurare un rapporto se non c’è un’identità precisa nell’altro, una volontà e una capacità di autodarsi una struttura?”. Ma poco dopo si capisce perché il sapientone ce l’ha così tanto a morte con i “destrutturati” incomunicanti: una volta due zingarelle gli volevano rubare il portafogli… ‘azzo, mi verrebbe da rispondere, che stupefacente induzione logico-filosofica quella che parte da un microepisodio personale per teorizzare nientemeno che sui caratteri ontologici e antropologici di un popolo e di una cultura! E questo sarebbe un “maestro e donno” di vita e di filosofia?

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