LA GIOIA

Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlischer, Dein Heiligtum !

Scrissi di getto il pezzo “Eudaimonia” dopo averlo fissato mentalmente durante una corsa tra i boschi. Non immaginavo che sarebbe diventato il post più letto di questo blog. Ma del resto è abbastanza ovvio: chi non cerca, nella sua vita, la felicità? Qualche giorno fa, correndo ancora nei boschi in fase di lento risveglio, mi è balenata alla mente la parola gioia.
Eppure non funziona allo stesso modo: è già meno ovvio domandarsi “chi non ricerca la gioia”?
Ma che cos’è la gioia?
Quella che segue è la riscrittura un po’ più ordinata della stesura di fugaci appunti buttati giù dopo lampi e sensazioni “in alta quota”, in trance e in movimento. La riscrittura della riscrittura di qualcosa. Una minestra riscaldata due volte. Ma forse può avere qualche interesse per chi avrà voglia di assaggiarla…

La gioia è molto diversa rispetto alla felicità. O anche rispetto all’essere contenti, lieti, allegri… Si tratta di un sentimento più pieno e più puro. Ha a che fare con le radici dell’esistenza. Senza sapere in che modo Severino – che ne parla – la tematizzi, mi pare di poter dire che si tratta di un concetto filosofico a tutti gli effetti. Ma proviamo a indagarne i fondamenti.

Essere
Esistenza
Coscienza
Partiamo da questi tre concetti (tanto per non esagerare…) e mettiamoli in relazione tra loro e con la gioia.
Essere è un che di neutro. Un dato solo constatabile. L’estensione massima della nostra percezione delle cose. Le pareti logiche oltre cui non ci è dato andare. Punto e basta. E’ come masticare la carta. Insapore. Inodore. Esistere, al contrario, è avere coscienza di essere. Ed è’ proprio dell’essere umano. Una pietra o una tempesta o una quercia sono. Di una medusa o di un ornitorinco non saprei dire, sappiamo che una qualche coscienza di essere ce l’hanno. Ma certo la piena coscienza di essere, e soprattutto la coscienza di questa coscienza – l’autocoscienza – è prerogativa umana. Non sto dicendo, si badi, che sia più o meglio. E’ solo altro.
Ma veniamo alla gioia. Credo che si possa definire gioia la coscienza pura dell’esistere. Pura: senza che nulla si frapponga tra questo sentire e il nudo esistere. Ma nello stesso tempo – e qui sembra esserci un che di contraddittorio – l’esperienza della gioia si esplicita solo attraverso relazioni: con umani, oggetti, sensazioni, emozioni.
Incontrare un buon amico.
Mettere le mani nella terra.
Correre per boschi.
Ascoltare una sinfonia.
Impastare il pane.
(Attenzione, parlo di esperienze minime: innamorarsi, concepire e far nascere, scoprire qualcosa sono esperienze troppo complesse, con una gamma molto più stratificata di sentimenti e di significati, che quindi ci porterebbero fuori strada – e che forse hanno più a che fare con la felicità).
Ma: solo le relazioni “pure” – senza, di nuovo, che nulla si frapponga, ciò che richiede la pura e assoluta dedizione, il fine senza scopo, in se stesso – solo questo genere di rapporti rivela la gioia. Non devo cioè mettere tra me e la mia esistenza altro che la pura sensazione di esistere. Siccome è difficile (o lo è diventato) concentrarsi sulla purezza di questo sentimento, lo sperimentiamo attraverso altro. Ma lo scopo non è l’altro. Hegelianamente: il ritorno a sé dall’esperire è la relazione pura con il proprio essere-esistere, e questo è la gioia. E’ come se per salire in cima si utilizzasse una scala che poi venisse fatta sparire – perché la scala sarebbe un’ombra per quel puro godere dell’altezza. E in quel “puro godere” – la gioia – non è solo l’altro – l’atto dell’esperire – che sparisce. Anch’io come soggetto sparisco. Quel che resta è “pura esistenza” – che nella sua traduzione emotiva (o nella sua “tonalità” emotiva) è gioia.
Ma una cosa è sentire la gioia, altro è scriverne, pensarla, astrarne: riscrittura, appunto. Risciacquatura. Roba scaldata.
Cosa resta di quel sentire nella testa, sulla carta o nello sfarfallio elusivo di questo monitor?
Possibile che anche la gioia, come la felicità, sia così fragile e caduca?
Ora che la sto definendo non la sento, e quando la sentivo ero incapace di definirla.
Eppure… eppure se tutto quel che ho scritto sopra non sono solo elucubrazioni dell’una di notte, dopo una giornata sfiancante, ma hanno un qualche senso, e la gioia ha veramente a che fare con quei concetti – allora è qualcosa che, al di là del fugace esperire, sta nella nostra fibra più profonda, ci costituisce, e dunque dovrebbe essere sempre compresente, con-essente e con-esistente in ogni nostra più piccola particella, cellula, pensiero, gesto, sentire.
Solo che non ce ne rendiamo conto.
Ce ne dimentichiamo.
Del resto, noi umani viviamo abbondantemente di omissioni.

Foto da Album di Alex

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11 Risposte to “LA GIOIA”

  1. Ares Says:

    Ares

    Quindi nel momento che non si prova gioia.. in quel momento.. i concetti di Essere, Esistenza, Coscienza… in che relazione si troverebbero ?

  2. Ares Says:

    Ares

    E quei soggetti che provono gioia senza sapere cos’e’ … senza saperla definire.. loro sono ingrado di “provare” gioia ? … mi riferisco agli ALESSITIMICI..

  3. Ares Says:

    Ares

    L’alessitimia è l’incapacità di simbolizzare l’emozione. L’emozione viene vissuta per via somatica (direttamente sul corpo e senza elaborazione mentale) e non interpretata cognitivamente, né concettualizzata per immagini mentali o parole che la sintetizzino e contengano. L’emozione è, per il soggetto alessitimico, la sola percezione fisica.

  4. Milena Says:

    Oggi sta piovendo che è una meraviglia
    pioggia battente, come piace a me
    batte, batte batte, il grande cuore pulsante
    spesse nuvole grigie
    – addensate –
    peserebbero come un macigno
    e invece, ecco, si sciolgono
    si aprono al mondo
    e
    godiamocelo, allora, che
    quando sarà agosto
    lo rimpiangeremo

  5. Ares Says:

    Ares

    A me la pioggia battente
    non da nessuna emozione,
    anzi è una punizione
    divina,
    adoro invece i temporali estivi,
    ventosi e imperativi,
    che sconquassano i timpani;
    l’acqua scorre a fiumi.
    Il pericolo, i lumi,
    è quel che mi attrae,
    se non osservata ti desta
    anche se non vuia, lei resta;
    a fiumi scorre
    comunque tu voglia.
    La foglia
    non regge l’impeto nervoso
    e tu uomo ozioso,
    solo ad oservare rimani.

  6. Ares Says:

    Ares

    uffffffffff… l’ultimo rigo e’ piu’ gisto cosi’:

    [..]
    solo ad osservare, rimani.

  7. Milena Says:

    Va bene Ares, sto preparando i bigné alla crema …
    mmmhh… come ci piaaaceee …

  8. Milena Says:

    come ci piaccione i bignè alla crema, volevo dire ….

  9. federica Says:

    …credo che la gioia sia proprio la sensazione più pura che si possa provare. Purtroppo però essendo la più pura, rimane poco da viverla a noi uomini peccatori; e così rimane in noi per un tempo alquanto limitato. Si tratta di pochi secondi, forse solo di un particolare battito del cuore, o di inaspettate lacrime che ci giungono agli occhi: ecco, la gioia è qualcosa di puramente irrazionale e perciò incotrastabile.

  10. Il pieno transindividuale: tentativo numero 3 di definire la felicità (con qualche incursione nel misticismo e nella geometria) « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] la felicità e la gioia, provo a definire un sentimento contiguo a quelli, cui però mi risulta difficile attribuire un […]

  11. Fragile gioire « La Botte di Diogene – blog filosofico Says:

    […] del tutto insensato ed irrazionale, senza alcun motivo o causa apparenti. Questa gioia nasce misteriosamente, come un fiore che sboccia nel deserto, all’improvviso, e fa smottare e […]

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