CHE DIO LI BENEDICA

Per quanto io sia radicalmente e convintamente ateo, anzi direi ateo militante – mi viene naturale esprimermi così quando penso a quei musicisti, poeti, pittori, artisti, pensatori – facitori e costruttori di bellezza, veri benefattori dell’umanità – che continuano nonostante tutto a dispensarci i loro doni, specie in un’epoca, qual è la nostra, di tale bruttezza e volgarità, da gridare vendetta al cospetto di quel Dio che pure non esiste. Talvolta mi commuovo fino alle lacrime, e subito m’incazzo e divento una furia, poiché penso che gli umani sono stati fatti per la bellezza e l’alta quota, mentre invece più spesso rovistano nelle paludi e si rotolano nel fango, grugnendo e latrando, azzuffandosi e lamentandosi.
Ce le meritiamo quelle perle?

(Ho pensato questa cosa ascoltando, come faccio spesso in questi giorni, Giovanni Allevi)

PERCHE’ LE API HANNO BISOGNO DI PUNGER LE PERSONE?

E’ una delle domande emerse nella V A della scuola elementare Manzoni di Rescalda, dove ho provato a condurre un altro (seppur breve) esperimento di filosofia con i bambini. All’inizio ho presentato le domande filosofiche attraverso la consueta metafora delle ciliegie, chiedendo ai ragazzi di provare ad immaginare quali potessero essere le loro “grandi domande”. Ne sono venute fuori parecchie, di diverso ordine e grado, tutte egualmente interessanti: da quelle esistenziali e strettamente filosofiche (perché esistiamo? abbiamo un senso? da dove veniamo?), ad altre più “scientifiche” (sulla nascita e la formazione dell’universo e della vita), a quelle religiose (Dio, la creazione, l’al di là), per finire con quelle “antropologiche” (sull’evoluzione, sulla diversità, sulla libertà).
Questo complesso di questioni mi ha offerto la base adatta per intrecciare alcuni brevi cenni di cosmologia presocratica (la questione dell’arché, del principio di tutte le cose), con i pensieri che via via andavano sorgendo durante la discussione. Nessuno dei temi emersi ha spaventato i ragazzi, a ulteriore riprova – se ancora ce ne fosse bisogno – della loro naturale disposizione a filosofare.

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MODI DI MORIRE E BALSAMI DELL’IBLA

Epicuro nella sua celeberrima Lettera a Meneceo sulla felicità, sostiene che la morte non esiste, o meglio che essa “non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza […] Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi”. Se il filosofo del Giardino cerca qui di trovare argomenti volti a dissolvere quella che ritiene una paura insensata e priva di fondamento, mi sento di proporre una distinzione tra la “morte” come concetto statico e astratto, e il fenomeno del “morire” da intendersi come divenire e momento dialettico del vivere. Detto altrimenti: perché non sostituire l’opposizione astratta vita/morte con quella del vivere/morire?

Il medico inglese Iona Heath ha scritto un piccolo saggio sulla morte – Modi di morire – recentemente pubblicato da Bollati Boringhieri, che mi pare vada proprio in quella direzione. Premetto subito che il libro ha forse un difetto: troppe citazioni. D’altra parte era intenzione dichiarata dell’autore di servirsi, nel suo interrogarsi sui dilemmi che accompagnano il morire, della cospicua compagnia di scrittori, poeti, pensatori.
Veniamo invece al pregio essenziale del libro, che secondo me si può ricondurre all’uso della parola “morire”: la morte, cioè, da intendersi come processo, come fenomeno che accompagna la vita e che deve (o dovrebbe) significare qualcosa.

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IL FRAMMENTO E IL SISTEMA

Ho sempre amato l’aforisma come modalità espressiva. Sia per la sua forma linguistica – asciutta ed essenziale, ma anche allusiva e metaforica, un po’ come la poesia – che per la sua sostanza – il frammento di un sistema, ma anche il frammento che è come la spina in un sistema. In campo filosofico, da Eraclito a Nietzsche, molti hanno usato l’aforisma per queste sue capacità sintetiche e nello stesso tempo per la potenza evocativa. Proprio per questo l’aforisma è per sua natura sibillino – per quel suo dire e non dire, un po’ come la natura, che ama nascondersi (e di fatti, questo è un aforisma di Eraclito). Ma l’aforisma, a voler ben vedere, è in realtà ciò che definisce, delimita, determina (aphorismòs significa proprio “definizione”). Non a caso viene usato molto anche in campo filosofico-morale, per esprimere sentenze, norme di vita, massime. Come dire che l’aforisma è la definizione che definisce e che trova in sé la sua giustificazione, una sorta di circolo vizioso dell’autoreferenzialità e dell’autocompiacimento: io so, dico e definisco – e non do altre spiegazioni. Un’arma a doppio taglio dunque, che forse deriva proprio dalle caratteristiche del linguaggio, da quella sua capacità di essere duro come pietra e tagliente come spada – tutto sta nel saper utilizzare e disporre ad arte le parole e i concetti.
Ma come la mettiamo col sistema?

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ANCHE OGGI E’ PREPARATO UN MALE…

E’ preparato un bene e un male

Mi tocca tornare sull’argomento, a costo di risultare ossessivo – ma debbo constatare che ad essere ossessionati sono in parecchi in questi lugubri giorni. Del resto non mi sentivo così dalla Prima guerra del Golfo. Nemmeno durante il G8 di Genova ero così sconvolto e preoccupato, forse perché lì eravamo in tanti. E c’erano delle prospettive: un altro mondo è possibile… Era solo qualche estate fa. Certo, quel che provo dev’essere anche l’effetto della totale impotenza di fronte a quel che va accadendo. Persino, se non soprattutto, nella quotidianità spicciola si avverte questo clima soffocante. Sarà che le mie antenne sono più sensibili del solito…

Primo episodio. La scorsa settimana sono intervenuto in una discussione tra ragazzi in biblioteca. Vengo a sapere che qualche giorno prima un ragazzino pakistano bersaglio di continui motteggi razzisti da parte di altri ragazzini aveva reagito dando a uno di questi un cazzotto. Quello colpito, faccia da bravo ragazzo, tredici anni, mi dice allora rancoroso e testuale: “‘sti albanesi (!) vanno tutti cacciati e sterminati”. Lo redarguisco, anche un po’ rudemente (così come poi farò col ragazzino pakistano, meno rudemente in verità), senza stupirmi più di tanto: non sono forse delle spugne i bambini?

Secondo episodio. Domenica mattina di buon’ora mentre vado a prendere il treno incrocio due vecchi per strada che stanno discutendo animatamente. Uno dei due dice all’altro, che non batte ciglio, “bisogna bruciarli”. Non c’è bisogno di dire di chi stessero parlando.

Terzo episodio. Una mia cugina “terrona” un po’ psicopatica già dieci anni fa votava convintissima Lega, e proclamava pubblicamente di voler mandare “nei forni tutti ‘sti negri”. Non oso immaginare quali colorite espressioni utilizzi oggi. Mi dicono però che un bel po’ di terroni e di ceto popolare ha votato lega. Non ho mai avuto il culto del “popolo”, e tuttavia mi chiedo: ma che razza di popolo è questo?

Quarto ed ultimo. Il mio amico marocchino Ayache, italianissimo e integratissimo, imbianchino laureato con moglie laureanda (la quale ha dovuto rilaurearsi visto che la laurea di Casablanca era solo un pezzo di carta, e così adesso sarà due volte dottoressa…), dicevo: il mio amico Ayache è sempre stato un po’ “razzista” nei confronti dei suoi connazionali, che reputava troppo “esotici” (o arretrati o zotici), e in qualche modo “gli facevano fare brutta figura”. Così ha sempre preferito frequentare gli italiani piuttosto che i “paesani”. L’altro giorno mi dice che non è poi più così convinto di voler rimanere qui in Italia…

Proprio in questi giorni “festeggio” il mio decennale da bibliotecario. Francamente non vedo che cosa ci sia da festeggiare. A maggior ragione se penso che negli ultimi dieci anni mi sono battuto, nel mio piccolo, per promuovere la cultura: e cioè la conoscenza, la bellezza, la pace, il dialogo e il rispetto. A che cosa è servito?

(p.s. Questo pezzo doveva inizialmente intitolarsi Pessimi segnali dai nuovi barbari (e io ho paura), mettendo insieme tre titoli di libri di noti scrittori italiani. Col che intendevo chiedermi: ma dove diavolo sono finiti gli “intellettuali” di fronte a quel che sta accadendo? hanno perso la parola? non è forse il loro, il silenzio più colpevole e assordante di tutti?)

(p.p.s. Ad ogni modo, questa serà sarò ugualmente felice di festeggiare con le amiche e gli amici all’Auditorium di Rescaldina, dopo lo spettacolo teatrale di Francesco Campanoni…).

vignetta di Vauro, comparsa sul Manifesto del 16.05.2008

E’ APERTA LA CACCIA: ai rom, agli zingari, ai romeni (o ai rumeni), agli albanesi, agli stranieri, ai vagabondi, ai nomadi, agli straccioni, ai froci, alle streghe, ai comunisti, agli eterni ebrei… Chi sopravviverà ai pogrom e ai roghi, verrà poi rinchiuso nei campi di concentramento che il neogoverno italiano sta approntando. Nel frattempo qualcuno si incaricherà di scrivere il nuovo manifesto della razza. Ma che anno è?

Narcisismi 2 – L’anima, la maschera e i demiurghi della rete

Sommario

1. Caduta del pudore e “trivellazione delle anime”
2. Pornografia, idoli, immagini
3. La maschera di Rousseau
4. Essere o apparire?
5. Il palcoscenico digitale
6. L’occhio dilatato del potere
7. Una proposta oscena: ritrarsi e meditare
8. Veli e riflessi: una nota sulle fotografie di Ruggio [Ruggero Palazzo]) utilizzate

1. C’è un capitolo del libro di Galimberti, L’ospite inquietante di cui abbiamo già ampiamente discusso, che vorrei riprendere per allargare lo spettro della riflessione. Si tratta del capitolo 5, intitolato “La pubblicizzazione dell’intimo”, dove il filosofo sostiene che nella nostra epoca sia praticamente caduta l’antica barriera che separava l’interiorità dall’esteriorità, legittimando a tutti gli effetti la spudoratezza, da intendersi ora come messa in mostra dell’anima più che del corpo, con una perfetta corrispondenza tra esposizione di sé e voyeurismo. La continua “trivellazione delle vite private”, diventata ormai l’essenza del mondo televisivo, è l’emblema di questa neopornografia diffusa, più grave dell’antica pornografia per almeno due ragioni: prima di tutto perché denudare l’anima è un atto ben più osceno del denudare il corpo; in secondo luogo perché – aggiungo io – anche la distinzione tra vendita e indisponibilità di se stessi (corpo o anima che sia) è venuta ormai a cadere, cedendo all’omologazione mercificata imperante. Tutto è di tutti – ma ancor peggio tutto può essere venduto, persino l’ultimo neurone o frammento d’anima. Se poi qualcosa viene nascosto vuol dire che si ha qualcosa da nascondere, qualcosa di cui vergognarsi – e ciò è male. La caduta del pudore porta così con sé il più becero conformismo, se è vero che l’intimità e l’interiorità sono i nuclei profondi dell’essere individuale, ciò che lo fanno essere unico e irripetibile, e che la continua esposizione di sé, il concedersi a tutti indiscriminatamente – senza alcuna scelta e distinzione – non può che produrre un appiattimento generalizzato e un’omologazione dei modi di essere, i cui risultati sono già sotto gli occhi di tutti. A furia di trivellazioni l’anima finisce per dissolversi, proprio perché seppure il pudore sia un confine mobile socialmente determinato, quando i veli cadono tutti uno dopo l’altro, c’è il rischio che venga a mostrarsi infine il nulla che ci stava dietro. Succede un po’ come a Narciso, che alla fine, dopo essere stato fagocitato dalla sua stessa immagine e insensibilità, si lascia morire; o come a Eco, che si consuma fino a dissolversi nel filo di una voce. Oltretutto, corpi e anime denudati sono un po’ tutti uguali, e per ciò stesso poco desiderabili.
Detto questo, vorrei approfondire alcuni punti ed allargare il territorio di questa riflessione che nel testo di Galimberti mi pare troppo confinata all’ambito sociologico.

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ANNIVERSARI E ANFIBOLIE

“Anfibolia” è una parola straordinaria del gergo filosofico (e della lingua greca) che indica fondamentalmente una situazione ambigua, equivoca, incerta, un doppio senso. Amphi – avverbio che significa intorno, di qua e di là, da tutte le parti – diventerà il latino ambo.
Kant intitola un’appendice della Critica della ragion pura “Anfibolia dei concetti della riflessione per lo scambio dell’uso empirico dell’intelletto con l’uso trascendentale” – un titolo astruso, ma a suo modo affascinante, che allude all’esperienza del trovarsi costretti tra “due fuochi”, in questo caso intelletto e sensibilità.

Ora, nel ricordare proprio oggi i 60 anni della nascita dello Stato di Israele, mi trovo nella situazione esitante e contorta dell’anfibolia.
Come non difendere a spada tratta lo stato nato dalla shoah?
E, d’altra parte, come non ricordare che quello stato è sorto sulle ceneri di un’altra catastrofe, quella che i palestinesi chiamano nakba?

Di Peppino Impastato ho già detto, ma ricordarlo oggi a 30 anni dalla morte, in questa Italia allo sbando, preda di paure irrazionali e di provincialismo piccolo-borghese, di “cosuccismo” e ideologia del “particulare”, assume un’importanza speciale, perché ci ricorda che esistono anche modi alti di vivere l’etica e la politica.

Su Aldo Moro solo un ricordo personale: quando lo rapirono avevo 16 anni, ce lo vennero a dire in classe e subito si levò un applauso. Poi ci dissero anche che erano stati uccisi i 5 uomini della scorta, e allora diventammo un po’ più mogi. Ma quello era il clima sociale e conflittuale dell’epoca. Oggi – 30 anni dopo – non applaudirei più, ma continuerei a cantare con Giorgio Gaber Io se fossi Dio:

“c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana
è il responsabile maggiore di vent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio,
un Dio incosciente enormemente saggio,
avrei anche il coraggio di andare dritto in galera,
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era!”

Da ultimo, giusto per concludere col “particulare”, oggi 9 maggio la mia grande amica Donatella, che non mi legge perché detesta le nuove tecnologie digitali e che per una brutta frattura si sta facendo mesi di ospedale, compie, come Israele, 60 anni. Lei è sempre andata fiera di quella coincidenza. Beh, è certo una data importante, decisamente “anfibolica”.

Comunque shalom e salaam a tutte e a tutti!